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3.7.22

Quel che conosco

Io conosco la rabbia. 


La conosco molto bene.

E sono preoccupata, perché la vedo serpeggiare in decine di commenti sui social.

Commenti, giudizi, insulti gratuiti.

Mancanza totale di empatia e di rispetto. Si sputa veleno. Si agisce come i re del mondo.

Mi fa paura. Molta.

Poi tante parole inutili per sembrare umani, pacifici, educati, inclusivi. Tante parole che non si possono più usare nel nome di un fantomatico politically correct. Cioè non posso più vincere un "mongolino d'oro" perché offensivo ma posso insultare liberamente chiunque non si comporti come ci aggrada. Come la società impone. Bella gente. Sorrisi fasulli su Instagram, veleno ovunque si possa giudicare.

Apparenza. Vero. 

E sotto questa rabbia.

Magari perché sotto sotto ciascuno sa di che pasta è fatto.



11.2.18

In viaggio

Il viaggiatore dall'altro lato del corridoio è grasso. No, non grasso, obeso.
Appare trasandato e sporco, anche se magari non lo è. Succede sempre così, con le persone sovrappeso. L'ho notato, non tanto per la stazza, quanto perché a inizio febbraio indossa una t-shirt nera, stinta, e vicino a lui c’è solo una specie di k-way, sempre nero. Io, che mi sono appena seduta al mio posto accanto al finestrino sto ancora aspettando di abituarmi alla temperatura. Fuori, prima, era decisamente freddo.
Per un attimo mi chiedo come possa andare in giro così, e me ne vergogno immediatamente; lo so che non è la t-shirt a farmelo pensare. È tanto grosso che non ci sta tutto sul sedile. Mi sfiora l’immagine di “Seven”, un pregiudizio sporco e cattivo che non dovrei nemmeno pensare, invece sono umana e lo penso.

Poi penso a me venti chili fa. No, beh, lo so che non sono mai arrivata nemmeno lontanamente alla sua stazza, ma già mi sentivo fuori luogo così. Non posso immaginare che se ne freghi davvero. Molto probabilmente ci si è arreso. Non dico abituato, non ci si abitua mai agli sguardi della gente. Arreso. 
Sì, perché a un certo punto è normale anche quello. Lasciare le cose come stanno è meno faticoso che mettersi a cambiare. Anche se fa male guardarsi allo specchio, comprare i vestiti, fare le cose di tutti i giorni occupando spazio che non ci è concesso. Sì, mi vergogno. Anche se gli farebbe bene dimagrire, forse non per una questione estetica. Soprattutto per respirare, perché lo fa con fatica.

La ragazzina di fronte a me dorme a bocca aperta, appoggiata di lato al sedile. Sua madre, che mi sta accanto, tiene la custodia di un violino tra le gambe. So per certo che non è suo. Lo so da come la guarda. Farebbe ogni cosa per lei. Poi guardo fuori, il cielo grigio non dà buoni presagi. Non importa, l’inverno passerà. Non è questo il suo mestiere?

Sono distratta quando arrivano. Sono tre, la divisa della polizia ferroviaria addosso, si dirigono immediatamente verso il ragazzo obeso. Certo che l’hanno notato pure loro. Non fanno nemmeno finta che sia un controllo generale. Ce l’hanno con lui e con la ragazza che gli siede di fronte, ugualmente trasandata e non proprio pulita. Chiedono se viaggiano insieme, lei li guarda come offesa da una domanda simile. Nega, con tutto il corpo. Sembra quasi che non voglia nemmeno guardarlo. Lui, intanto, ansima tirando fuori il portafogli dalla tasca dietro dei jeans. Porge la carta d’identità al poliziotto con gli occhi azzurri che s’è piazzato di fianco a lui, una mano sul manganello e un anello d’argento vistoso e stretto all’anulare. Fa paura, il suo sguardo. Si esprime freddo e al contempo naturale. Parla lentamente, chiedendo come mai il documento sia ridotto in quello stato. Pare che la foto sia rovinata, come fosse stata riappiccicata o comunque manomessa. Il documento passa di mano in mano.

Il ragazzo si giustifica in un italiano bizzarro, non un dente dritto in bocca; parla di un lavaggio incidentale con il documento nei pantaloncini e io mi immagino la dimensione di quell’indumento e mi chiedo come si possano chiamare pantaloncini… Poi mi rendo conto che lo stanno guardando tutti. I tre poliziotti, la signora accanto a me, la ragazza di fronte, sicuramente anche i passeggeri che non vedo. Lo stanno guardando o lo guarderanno. Abbozzo un sorriso, se capitasse a me vorrei sparire, ma lui sembra abituato. Forse anche ai controlli della polizia.

Uno dei tre in divisa si sposta a telefonare per un controllo. Prima una carta d’identità, poi l’altra. Non sembrano convinti. L’uomo dagli occhi azzurri ha le mani gonfie e la pancia che sovrasta la cintura – o il cinturone che dir si voglia – e non sembra felice. Dovrebbe dimagrire anche lui, penso, come fossi ossessionata dalla linea. 
È che si sta male, spesso, quando non si ha la forma giusta. Che non significa che bisogna essere magri ma che ognuno dovrebbe avere la sua vera forma ed è così difficile trovarla che a volte non ci si arriva in tutta la vita. Essere se stessi anche nel corpo, essere se stessi il più possibile. Spesso è questa la vera lotta. Mi sorprendo a pensare che forse il poliziotto avrebbe più bisogno di una dieta del ragazzo obeso. È un controsenso, me ne rendo conto, se osservandoli vicini comunque il primo sembra magro. Non so, mi pare che sia così. Magari sbaglio.

Magari no.

Quello che siamo. Molte delle mie ultime riflessioni riguardano questo. Mi guardo allo specchio e piano piano vedo me stessa uscire allo scoperto. E mi chiedo dove sono stata nascosta tutti questi anni, dov’ero? Perché non mi sono lasciata vivere? C’è voluta una vita per avvicinarmi a me.

C’è voluto un incontro.
Forse è vero che bisogna amare. Amarsi, avere passioni. Lavorare a un amore con amore. È che amare sembra sempre una cosa diversa, quando lo dici. Una parola. Anche inflazionata. Troppo usata, troppo imperfetta. Come se quelle cinque lettere faticassero a contenere il significato della parola. Eppure è amore, quello che serve. Guardarsi allo specchio e perdonarsi. Per quello che si è, per ciò che non si è stati, per quello che vorremmo appiccicarci addosso. Immagini di noi che non siamo, di modelli cui ambire e mai raggiungibili. Perché non siamo noi. Guardarsi allo specchio e amarsi. Così come siamo, innanzitutto. Capire chi siamo davvero e quanto il nostro corpo ci somiglia. E se non ci somiglia provare a diventare chi siamo anche con il corpo. 
Io questo sto provandolo sulla mia pelle e funziona. Lasciarmi essere ciò che sono, senza modelli inarrivabili, solo con qualche fonte di ispirazione. Sorridermi, quando mi guardo. Perché io e l’immagine nello specchio abbiamo un segreto in comune. O più di uno, o mille, ma li abbiamo. Solo noi sappiamo chi siamo.

Passa comunque una decina di minuti, il ragazzo obeso supera i controlli e nessun altro nel vagone – italiano, straniero o solo vagamente strano – viene controllato. Nel momento in cui se ne vanno percepisco sollievo generale. Se, nel mondo assurdo in cui viviamo, il ragazzo fosse stato uno squilibrato o un delinquente chissà se sarebbe successo un casino? Se fosse stato armato, mi chiedo inevitabilmente, se avesse deciso che non gli piaceva come tutti lo guardavano? È strano, perché io non sono il tipo che si preoccupa di certe cose. Non ho paura, non ne ho quasi mai e di solito non ho paura per me. So che le cose succedono, belle o brutte, senza che io ne abbia il controllo assoluto. È che la mia mente ha l’abitudine, dovuta anche al mio lavoro manuale che mi lascia il tempo di comporre storie, di vagare per i fatti suoi, immaginando situazioni e sensazioni che non voglio controllare.


Lui, nei sui jeans un po’ scesi, la mutanda a vista mentre si infila il k-way, scende poche stazioni più in là. Non si guarda attorno andando via. Nel suo italiano sconnesso dice due parole incomprensibili al cellulare silenziato, poi se ne va.
Posso tornare a guardare fuori, a pensare alle nuvole e al sole che non compare quasi mai. Allo spettacolo che vedo, ai fasci di luce che squarciano il velo grigio qui e là, alle forme e ai colori di questo inverno. E penso. Se solo non ci fossero tutte queste case, i cavi dell’altra tensione, il rumore del treno, il brusio della gente… Il traffico, l’inquinamento, i clacson, la maleducazione, le preoccupazioni; se non ci fosse niente… Se non ci fosse l'uomo, quale spettacolo meraviglioso avrei davanti?  

5.4.16

#polelove

Sono le nove e un quarto di mattina di un sabato.
Sono dietro a due scaffali con un gruppo di ragazze giovani e carine che mi chiedono se ho i piedi puliti. Truccata e pettinata, con addosso un costume coperto di paillettes.
Tra le mille cose che mi vengono in mente, una è una domanda interessante: "Ho quarantasei anni, che diavolo sto facendo qui?"
La mia prima gara di pole dance.
Tra le decine di cose che non hanno funzionato in questa avventura c'è anche il fatto che mi tocca aprire il contest, prima di circa duecento atlete/i, con tutta l'agitazione del caso e con il problema dei "pali freddi" (una cosa tecnica che non sto a spiegare, provateci voi a stare appesi per un'ascella su un palo di metallo verniciato, di prima mattina e con l'ansia crescente).
Poi ci penso e mi dico che non mi importa. Sono lì, tocca a me, non tutti lo fanno alla mia età e invece io ci sono.
Da quando ho deciso di iscrivermi è successo di tutto. Problemi a spalla destra e schiena, stimmate sui piedi, escoriazioni e lividi ovunque, giorni aggiuntivi di prove e allenamento, costume che non va mai bene, il panico dei pali più piccoli di quelli a cui sono abituata. Poco tempo per cucire le paillettes sul costume, l'idea dei petali che mi convince solo in parte, figure che normalmente mi vengono bene che cominciano a non venire più nemmeno per sbaglio. La musica della coreografia perennemente in cuffia, aggiusto i passaggi a mente giorno dopo giorno senza mai provare il pezzo intero. Tanto che quando finalmente mi sembra a posto - mentalmente - provo a farlo e muoio puntualmente a metà pezzo. Altri cambiamenti, zero tempo, prove tentate e sempre fallite. E la contrattura del polpaccio destro, una settimana prima della gara. In alcune posizioni fa talmente male che temo di non farcela, così non provo più. Se devo farmi male lo farò sul palco, poi magari mi fermo.
E adesso sono qui, in attesa di entrare. So cosa vuol dire, dopo tanti anni di danza sono sicura che durerà un attimo. Che finirò e mi chiederò "ma è già finito?" e ricorderò frazioni dell'esibizione da un punto di vista che non è propriamente in soggettiva. 
Poi il silenzio, so che tocca a me. Esco, vado al palo su cui devo iniziare e mi preparo. Poi tutto scorre e mi trovo ad avere finito. Esco, salgo negli spogliatoi, mi metto la tuta e le scarpe e esco. Ho bisogno di smaltire.
Quando torno entro in un clima differente. Al di fuori della mia esibizione, che a questo punto è andata, mi rendo conto di quanto è bella questa cosa. Tanta gente che assiste, tante atlete che si incontrano, si riconoscono, si incoraggiano e aiutano, si stimolano. E non è scontato, non è così ovunque. Talmente bello che tornare a casa è quasi la fine di un sogno. Una pausa in cui succede di tutto, le piccole under 13 che zompano da un palo all'altro con un'agilità che io non avrò mai che coabitano nella stessa sala con un ragazzone di due metri con stivali tacco 20 numero 43. E non ci vedono niente di strano, come me. Un paese delle meraviglie che unisce persone che arrivano da mille posti diversi, che hanno storie tutte diverse da raccontare, esperienze di ogni tipo, diverse formazioni e interessi. Cicatrici e segni sulla pelle che condividono con te.
Quindi, alla fine, non importa nemmeno sapere come mi sono piazzata. Già è una vittoria esserci arrivata fin lì. Già è una soddisfazione la girandola di emozioni provate nel guardare tutti i miei simili fare la loro performance e uscire sorridendo, o piangendo, qualcuno sanguinando. E ridere e piangere con loro, dalla platea, osservando i volti dei giudici al termine di ogni pezzo per indovinare di chi sarà il podio.
E gridare come impazzita per la vittoria di Maria e per il terzo posto di Zeynep, compagne di viaggio e di squadra insieme a Stella. E rientrare, con Federico alla guida, cercando di trovare le canzoni adatte per accompagnarci nella notte fino a destinazione, sognando già la prossima occasione.
Grazie, a questo mondo meraviglioso e a chi ha organizzato il tutto riunendo una grande famiglia bizzarra e colorata, con ciglia finte e paillettes, con tacchi vertiginosi o a piedi nudi.
Grazie, Pole Position, ci vediamo l'anno prossimo.

23.1.16

Distrazioni di massa

Certe volte ho come l'impressione che ci trattino come gli zombie del film di Romero.
La terra dei morti viventi



Un po' come nel film, ci lanciano dei bellissimi fuochi d'artificio e ci fan le cose sotto il naso.
Noi tutti belli lì a guardare il cielo, esattamente dove ci indicano e loro a girarci e rigirarci come niente fosse, pronti a farsi i propri interessi alla faccia nostra.






Quando penso alle unioni civili non mi vengono subito in mente i gay. A dire il vero non sto mai troppo a pensare all'orientamento sessuale altrui, alla religione altrui, ai gusti altrui, alle scelte altrui.

I miei genitori hanno chiesto l'annullamento del matrimonio quando ero molto piccola.
Di fatto sono cresciuta come figlia di "ragazza madre" e se anche mi sono mancate tante cose sono cresciuta bene.
Mia madre non si è mai risposata, pur convivendo per anni con un altro compagno. Quando il suo compagno è mancato, mia madre non ha avuto alcun diritto, pur avendolo curato e accudito - e sopportato, e amato - fino all'ultimo giorno. Se ci fosse stato bisogno di prendere delle decisioni riguardo alla salute del compagno, mia madre non avrebbe potuto farlo. Se io non fossi stata riconosciuta da mio padre e fosse successo qualcosa a mia madre, sarei stata data in affidamento a parenti pressoché estranei invece di restare con l'uomo con cui sono cresciuta.
Certo, nel mio caso sono stata fortunata ad avere un padre biologico presente, una madre non risposata e piena di risorse.
Quando penso alle unioni civili penso a me. Quando sento dei diritti dei "poveri" bambini, penso a me.
Eppure oggi se ne parla e pare che le unioni civili e la stepchild adoption riguardino solo i gay. Come se tutto il resto non esistesse o se qualcuno avesse da guadagnarci qualcosa a non fare approvare una legge agitandoci davanti al naso la questione omosessuale. Che non è che non esista, ma che non dovrebbe fare la differenza. Invece pare che la faccia, tanto che stiamo aspettando una legge da una vita. Una legge che dovrebbe dare a tutti gli stessi diritti che gli spettano. Donne, uomini e alieni. E bambini. Che dovrebbero crescere tra persone che li amano e che si amano indipendentemente dal sesso.
Io non so perché l'idea dell'omosessualità sia così spaventosa. Poi li senti, e tutti a dire: "ah, ma io ho amici gay... però..." Però cosa? Hai amici e non vuoi vederli felici? Non vuoi che abbiano i tuoi stessi diritti? Non vuoi che possano amarsi come tu ami il tuo/la tua compagna? Ma che cavolo di amico sei? E me lo dici come fosse una gran cosa, avere degli amici gay. Non una cosa normale.
E certo, se continuiamo a guardare gli altri fissandoci sui nostri limiti avremo sempre paura di chi non la pensa come noi - unici detentori della verità.

Inutile nascondersi dietro ai bambini, poi. Io non sono una fan della maternità, ma capisco chi desidera dei figli e posso immaginare che qualcuno li voglia a tal punto da farsi massacrare l'organismo pur di averne. Non capisco chi, invece, pensa di dover vietare a chicchessia di adottare i figli naturali di un partner nel nome di una famiglia "naturale". Che poi, naturale per chi? Ci sono decine di esempi in Natura di "famiglie" in cui a badare alla prole sono i più vari membri della comunità. Che sia "naturale" una famiglia imposta da qualcuno io lo trovo poco logico. Famiglia è anche il posto, nel nostro paese civile, in cui un uomo picchia la moglie o la uccide se viene lasciato, in cui alcune mamme portano via i figli al loro padre. Famiglia può essere un luogo terribile anche quando viene considerata normale da tutti. Allora perché non considerare "nucleo familiare" un insieme di persone che si amano, di qualsiasi genere, razza, religione esse siano? Non è di nuovo un falso problema? Non è di nuovo uno specchietto per allodole?


Stessa cosa quando sento parlare di Colonia. Non per sminuire i fatti, parlo di violenza e di riflessioni sul femminile molto più spesso di quanto vorrei. Quello che è successo è sicuramente grave, ma tutti i riflettori erano puntati sul fatto che a compiere questi fatti siano stati degli immigrati, in gruppo. Ovviamente islamici, visto che si deve per forza parlare di "guerra tra culture". E insisto sul fatto che la cultura è la stessa. Dal paleolitico a qui. La "nostra" e la "loro", anche se qui sulla carta abbiamo qualche diritto in più - alcuni da veramente troppo poco per farcene un vanto - abbiamo ancora qualche personaggio che in pubblico afferma che la donna deve essere sottomessa. Diciamocelo. Va bene se uno fa qualche "gioco di ruolo" erotico, ma la donna sottomessa va contro ogni conquista fatta dalle nostre nonne, madri e zie. Quindi, di quale cultura stiamo parlando?
Di una che vede nella donna un oggetto di proprietà, tale che si grida di proteggere "le nostre" donne dallo straniero, per poi fare con queste stesse donne le stesse cose degli altri. Insomma, ho preso tanti mezzi pubblici da sapere che la mano morta è un'abitudine lenta a morire e non sono certo gli immigrati a farla. E leggo e sento raccontare storie di violenza e abuso da troppo tempo per pensare che esista un'altra cultura. Certo, di diverso qualcosa c'è: qui sono tanto furbi da non ammettere pubblicamente che certe cose le farebbero, ma poi quanti dichiaravano che un certo politico era invidiabile per la quantità di "gnocca" a cui poteva arrivare? Qui si sa che la cosa non è da fare perché non è legalmente e moralmente ammissibile, ma chi si tirerebbe indietro se in gruppo si può dare una toccatina a qualche ragazza e farla franca? Perché poi si può sempre dire che "lei ci stava" e tutto cambia.
Di nuovo, a chi conviene farci pensare che esista un "nemico" altrove da temere e cacciare, punire, odiare?

Io non riesco a capirlo, davvero. SE ci riuscite voi, fatemelo sapere.

27.8.15

La grazia delle parole.

Un aspirante e giovane scrittore domanda ai suoi "colleghi" se trovano più disturbante scrivere di un omicidio - in modo dettagliato e crudo - o di uno stupro e ne esce una discussione fiume che continua tra un insulto e un altro.
Da una parte è normale, non mi aspetto mai molto di diverso dagli scrittori. Siamo bestie strane. Non so se si tratta di insicurezza o di presunzione - spesso una maschera l'altra, come la falsa modestia di cui ogni tanto pecco pure io - ma la continua richiesta di conferme per poi non accettare le critiche è la cosa che più mi disturba nell'atteggiamento generale.

Veniamo al caso in questione. A parte il fatto che il giovane autore si chiedeva se lo scrivere di queste azioni orribili facesse automaticamente considerare lo scrittore come un serial killer o uno stupratore abituale, cosa che non dovrebbe nemmeno sfiorare la sua mente creativa. A parte alcuni commenti scritti in un italiano molto più creativo del pensabile -o forse abbastanza lontano dall'italiano che conosco e che mi hanno insegnato scuola e libri - compresa la posizione delle virgole, la quantità di puntini di sospensione e k sparse ad minchiam. A parte la mia personale idea sulla domanda che andrò a esporre tra poco, ecco che compare immancabile un altro autore con il suo esempio, postato come commento. Da qui la rivoluzione. Fine del post costruttivo su cosa è lecito, bello, morale scrivere quando si vuole raccontare qualcosa.

Qualche tempo fa, partecipando a un contest di cazzeggio di mini racconti con tema "Lettera da..." ho scritto questo brano:
[una lettera dall'] Inferno
 Lo senti? È sempre la mia pelle che ti cerca.
Anche adesso la mia mano cerca di sfiorarti il volto mentre mi insulti, mi sputi addosso e mi prendi a ceffoni; ora che il tuo peso mi schiaccia al suolo e mi toglie il fiato, i miei occhi ancora si voltano in cerca dei tuoi. In questo momento, mentre la minaccia si fa concreta, mi viene in mente il primo bacio scambiato in uno squallido hotel. La tua bocca e il sapore intenso, lo sguardo feroce, quello che ci ha resi complici fin qui.
Non è amore, forse? Oh, io sono certa che lo sia. Se non mi meritassi ogni tuo schiaffo potrei dubitare ma sono io che sbaglio, che sono lercia e impura: la puttana sono io e tu hai ragione. Non mi punirai mai abbastanza per ripulirmi da questa natura. E se mi dici che ho sbagliato, che ho tradito con uno sguardo e che non sono cambiata in questi anni è probabile che tu sia nel giusto.
La mia pelle brucia, il viso sbattuto al suolo e il sangue che si appiccica a terra eppure morirei per un tuo bacio. Sono tua.

Perché?  Perché l'immagine che mi è venuta in mente era quella. Qualcosa che non poteva essere scritto se non con la mente e che in mezzo agli altri racconti politically correct ha dato parecchio fastidio. Una sola parolaccia, ma se fosse stato utile ne avrei scritte altre. Un tema violento e scomodo come a volte può essere l'amore malato. La complicità tra vittima e carnefice, anche. Per qualcuno questo brano non faceva un favore alle donne, ci voleva un finale con morale, che facesse capire che quello non era il modo giusto di concepire l'amore, posto che ce ne sia uno universalmente applicato e applicabile. Ma da un punto di vista formale, come spesso mi capita, niente da eccepire. (Poi conosco editor che mi bacchetterebbero comunque, perché ogni testo si può pulire, limare,ripulire, ri-limare e via all'infinito posto che a me interessi un testo perfetto).
Altre volte ho scritto brani smielati, altri più ironici, altri macabri. Senza mai pormi il problema di cosa fosse narrabile e cosa no. In quale forma, sotto quale punto di vista, con o senza morale. Io non lo faccio mai. 
Quello che a me importa è raccontare la storia che ho in mente come va raccontata, senza nascondermi o nascondere ad altri quello che c'è nella storia. E, oltre al resto, senza diventare più mostro di quello che sono. Poi penso a Stephen King, a John Connolly, agli autori di thriller e horror che leggo e che mai ho pensato essere molto più che normalissimi esseri umani. Quindi, bando alle paranoie, quello che penso è che una storia vada raccontata comunque nel suo modo. Se è cruda non importa, ogni aspetto della vita si può raccontare per quello che è. Cosa sia peggio tra stupro e omicidio - inteso come scrivere di - non saprei. Cosa è più difficile, sempre, è scegliere il punto di vista migliore per raccontare ciò che si vuole raccontare, ma se sei fortunato viene da sé. L'importante è che sia scritto bene. Non perfetto, ma bene.
Volevo parlare di questo, in realtà. Dello scrivere bene. Che poi è sicuramente molto soggettivo, ma c'è un fondo che potrebbe essere comune. O che forse dovrebbe.  O non lo so, fa lo stesso.
Dicevo dell'autore che ha postato in un commento un suo brano. Nel suo caso specifico non è la prima volta che lo fa e non è la prima volta che dopo le prime tre righe smetto di leggere in modo continuativo, saltando qua e là per capire il senso generale senza fermarmi  alle singole frasi. Come me anche altri, per altri motivi. Il più "gettonato" era la volgarità dei termini usati per descrivere uno stupro/incesto ai danni di una minore. Perché è già un tema terribile, perché non c'è bisogno di usare parole volgari per raccontarlo e che ha infastidito più di un partecipante alla discussione. 
Al di là del gusto personale, che può farmi apprezzare o meno un genere, non sono le volgarità che mi turbano. Non mi fa schifo il "porno", le parolacce usate nel momento e nel modo giusto non mi turbano. 
L'autore in questione, però, le usa in modo compulsivo (e mi viene da dire "convulsivo" a forza di sentire autori e lettori che lo dicono convinti) e con una punteggiatura che francamente mi lascia perplessa. No, mento. La trovo illeggibile. Tra ripetizioni, punteggiatura e lo stile dell'autore io non riesco proprio a trovare lo spunto per leggere nemmeno i brevi spezzoni che inserisce spesso e volentieri per pubblicizzare i suoi lavori. Romanzi pubblicati come erotici, quando io non trovo nulla di erotico nelle frasi che leggo. Nemmeno drammatici, o che altro vi si voglia trovare. 
Ora sì, può darsi che io sia diventata una "grammar nazi". Può darsi che io sia una stronza presuntuosa che pensa di scrivere meglio di altri. Può darsi che io valuti in modo soggettivo ciò che gli altri scrivono. Lo facciamo un po' tutti. Ma la punteggiatura farlocca e le ripetizioni, che siano in un erotico o in uno storico mi danno sui nervi. Editing. Leggere e scrivere. Leggere di tutto, leggere cose belle e schifezze immonde. Certo, lo stile è personale e in questo caso non mi piace. 
Io credo che le storie vadano raccontate, che ogni storia abbia un suo linguaggio, che abbia il suo stile, una sua voce. Credo non ci siano limiti di argomento, di uso di un linguaggio anche volgare, di crudezza o di dolcezza. Credo però che ci sia una bellezza nelle parole che va sempre rispettata, nel suo ritmo, nel suo scorrere, nel suono che ne esce se si legge ad alta voce. Che non ci sia rabbia che non possa essere raccontata con una "grazia" capace di trasmettere il messaggio e di farlo rimanere, non rifiutare a priori.
Credo che questa sia la ricerca che voglio fare.

31.10.14

E siccome è Halloween...

... mi permetto di essere "altro da me" pur essendo me sempre.
Come? Con un giochino-catena in cui non saprei chi coinvolgere dopo di me non perché non segua altri blog, ma perché non amo disturbare nemmeno per un dolcetto o scherzetto...
Quindi via:
1) Inserisci la foto del gatto curioso.
Non so bene perché ma mi adeguo...
(Ne avevo di Fox, ma fa ancora male averlo perso.)
2) Rispondi alle cinque domande che seguono.
- Esponi il tuo abbigliamento tipo di quando avevi 14 anni:
Pantaloni, sempre o quasi. Jeans di velluto carta da zucchero d'inverno e pantaloni molto aderenti di cotone d'estate. Oppure gonne, corte, se capitava di evadere dall'istituto delle suore. T-shirt colorate o maglioncini prevalentemente tinta unita. Mai rosa, poco verde, niente bianco.
- Hai qualche qualità eccezionale che nessuno sembra apprezzare (idioti)? Racconta:
Di solito le mie qualità vengono apprezzate. Forse a non apprezzarle sono io, che non sono mai contenta di me, che mi appassiono tanto da lottare contro i mulini a vento per poi cadere stremata (avrei tanto voluto scrivere "scremata", di getto, ma poi sarei stata troppo la solita Paola) a un passo dal successo. Sì, ecco, forse ho più difetti che qualità nascoste o invisibili.
L'unica cosa che per me è una qualità è la mia "morbidezza", il non prendere posizione e non dichiarare mai completamente le mie idee o non "combattere" per farle valere. Ecco, per me questo è un valore. Non che io non le metta in discussione, semplicemente non mi importa di avere etichette addosso.
- La serie tv che nonostante tu sia conscia che faccia ca**are guardi con commovente zelo mentre la tua mente ti comunica "dai, la prossima puntata sarà meglio" (spoiler: non sarà mai meglio)
Oddio, io di serie tv ci vivo... potrei riempire pagine e pagine di quelle che guardo nonostante sappia che sono terribili. Tra tutte forse la più assurda è The Vampire Diaries, (appena innescata una sollevazione popolare, ma come?) che ora guardo saltellando, perché dopo la terza stagione e l'avvento di Klaus non posso evitare di tifare per il cattivo ma mi rendo conto che il tutto diventa sempre più imbarazzante, sia per il noiosissimo triangolo che per le idee ormai scarse degli sceneggiatori. Poi aggiungo Grey's Anatomy e Supernatural, anche se per Dean Winchester farei qualsiasi cosa. Non se ne può più.
- A che età hai imparato a usare la lavatrice? 
(Ma che cavolo di domande sono?) Credo 15/16 o giù di lì. Ho imparato prima a cucinare.
- Descrivi il tuo comfort food per eccellenza, ossia, che cosa mangi per tirarti su di morale?
C'è solo una cosa che può farmi tornare il buonumore ed è il cioccolato. Se è Nutella è meglio. In mancanza di quella, o in caso di dieta... la pasta. Lasagne alla bolognese o agnolotti al sugo d'arrosto. O pizza. O kebab (lo so, mi dite che si tratta di junk food ma non c'è nulla di meglio per farsi del male).
3) La nomina di altri 3 blogger che dovranno proseguire la catena. 
Ecco, sentitevi liberi di farvi la vostra catena a piacimento, in caso ditemelo.

23.5.14

Complimenti, complimenti!



Come quasi tutti voi che passate spesso sapete, io ho una certa idiosincrasia per i complimenti.
Per mia malattia mentale penso, nell'ordine che: 1) mi si prenda per i fondelli, 2) che i poveretti che me li fanno non capiscano nulla, 3) che vogliano qualcosa in cambio e via in loop ripartendo dal numero 1.
Ci metto sempre il mio bel tempo a comprendere quando li fanno e, dopo, a capire esattamente per quale motivo abbiano da dirmi cose carine.
Insicurezze a parte, cose con cui combatto giornalmente e per cui mi faccio aiutare da persone di fiducia, ci sono invece parole che mi fanno sentire bene.
Un esempio è stata la recensione di Olimpia a "Gli attimi...", inaspettata e bella nonostante i difetti che io continuo a trovarci.
Altre volte capita quando sono donne a farteli. Per noi non è sempre automatico, me ne rendo conto quando commento con le amiche anche solo i fatti e i personaggi del giorno. Quando una donna mi dice che "per fare questa cosa ho pensato subito a te" anche senza una mia predisposizione o interesse (certo, se una deve riparare un lenzuolo so già che viste le mie competenze pensa prima a me...), o cose simili, allora mi sembra che in qualche modo sia un onore almeno ringraziare del pensiero. Poi, ovvio che se una cosa non è di mio interesse non la faccio certo per un complimento o una frase carina. Ci sono limiti.
Oppure come oggi. In una discussione in rete la mia amica Cristiana, parlando di me, ha detto "se la conoscessi di persona te ne innamoreresti". E non è questione di sentimenti o di cose fisiche. L'idea di innamoramento è una cosa differente e io mi sento addirittura commossa per il fatto che una donna abbia scritto una frase simile. Perché se lo dice una donna di una donna, sicuramente è vero.


Oltre a questo, i miei complimenti - stavolta ironici e caustici - vanno agli squallidissimi tizi che ti chiedono l'amicizia su facebook usando un account farlocco. Lo fanno con nickname assurdo, con foto del profilo ovviamente non propria - un modello in mutande, il massimo del minimo anche con le mutande firmate - , con amiche solo donne con altrettanti nickname bizzarri e allusivi e foto del profilo provocanti. Lo fanno, soprattutto, perché io con la mia faccia e il mio nome e cognome ben chiari ho messo un "mi piace" al romanzo erotico di una conoscente e ogni tanto metto un "mi piace" alle foto e alle frasi che pubblica per promuovere il libro. Perché è l'unico collegamento che c'è tra noi.
Ora mi chiedo se devo sentirmi obbligata a non essere me stessa onde evitare rotture di balle, oppure se devo far uscire il rottweiler che c'è in me e cominciare non solo a ignorare tali imbecilli microdotati (del cervello di sicuro) ma anche a rispondere come si deve. Perché mi sembra assurdo, davvero, che 1) basti così poco a scatenare le fantasie e 2) ci si nasconda sempre dietro a una facciata.
Ma assurdo davvero. Un confronto a viso aperto, visto che io la mia faccia la metto sempre, sarebbe certo più gradito. Poi, ovvio, se le intenzioni sono quelle che si intuiscono chiaramente... non c'è nemmeno bisogno di confrontarsi. Bye bye, baby. A parte il fatto che ovunque c'è scritto sposata - che dovrebbe già far intuire l'indispensabile - se anche mai fosse mio desiderio conosere un "pretendente", di solito li scelgo veri, gli uomini.
Un romanzo, santo cielo, mi piace un romanzo. E se sapesse mai che mi piacciono gli horror???


13.11.13

Il destino del libro - parte 2

Non c'è niente da fare. Ho sempre amato la magia delle parole.
Il modo in cui quelle giuste suonano, una dietro l'altra, e risuonano in mente. O nell'aria, quando si legge ad alta voce. Magia, quella vera.
Quella che ti fa commuovere, che ti agita lo stomaco o ti fa rizzare i peli sul collo.
Quando leggendo provo qualcosa del genere, sono sicura di avere in mano un buon libro.
Chiamiamolo ancora così, finché esiste, anche quando si tratta di e-book (che tanto è un libro elettronico, ma sempre libro è).
Ci provo e riprovo a prenderlo con leggerezza, ma la natura di questo post non mi concede troppo spazio.
Un buon libro.
O meglio, un buon libro e il mercato.
O meglio, un buon libro, il mercato e lo scrivere.
O meglio, lo scrivere un buon libro e metterlo sul mercato.
Ormai è chiaro a tutti che il motivo per cui leggo è principalmente lo svago. Il motivo per cui scrivo è la necessità di raccontare storie che svaghino gli altri oltre me e che magari lascino qualcosa. Mai preteso di fare letteratura o di saperne scrivere in qualche modo. La riconosco, a volte, quando la incontro.
C'è un certo giro che si frequenta, da aspiranti scrittori, fatto di aspiranti scrittori di ogni tipo. Da quelli che aspirando cercano di imparare a quelli che aspirano pensando di essere capaci.
Per tutti, o quasi, l'incubo peggiore è Fabio Volo. O meglio (non l'avevo ancora scritto, stasera...), i suoi romanzi da decine di migliaia di copie vendute. Se un aspirante scrittore deve fare un esempio in negativo di come funziona l'editoria, state sicuri che ce lo mette in mezzo, Volo, in qualche modo.
Eppure...
Si dice che sia colpa dell'editore che non investe più su autori da long sellers, che sceglie solo di pubblicare i volti noti - perché essendo già noti vendono di più - che pubblica qualsiasi ciofeca capiti tra le sue mani purché di un personaggio televisivo. Si dice che i manoscritti non vengono nemmeno letti se uno non conosce "qualcuno", che nessuno più comprende la vera qualità.
Bene, partiamo pure dal presupposto, peraltro corretto, che un editore badi a fare affari, cioè a vendere. Ecco, mi rendo conto che fare pubblicità a un illustre sconosciuto costa. Costa meno se uno già lo si conosce. Ma non tutti i libri scritti da "personaggi televisivi" vendono allo stesso modo.
Sarebbe comodo per l'editore se esistesse una ricetta, tra i tanti libri di cucina, per vendere a colpo sicuro qualsiasi cosa pubblichi. Ma non c'è. Così l'editore va per tentativi. Ci prova qua e là e se vendi bene, altrimenti...
Ma diciamocelo. Siamo in un paese in cui non si legge granché. Spesso nemmeno bene. La cultura generale ha un livello in clamorosa caduta libera, nonostante ci siano diplomi e lauree.
E lo dico da diplomata e da mezza laureata (mai terminato gli studi, ma so che alcuni dei miei professori all'università - e facevo magistero - avevano pesanti conflitti con la lingua italiana). Uno sfacelo, aiutato da un sistema scolastico non sempre all'altezza e da un rigore che fa ridere i polli.
Qui viene il bello: pochi leggono, tutti vogliono scrivere (molti ci provano) con l'idea di fare un mucchio di soldi e diventare famosi.
E vai di manoscritti che inondano le case editrici.
E vai di centinaia di pagine cestinate al mese. Piene di strafalcioni, noiose, poco originali, mal scritte, senza un senso compiuto, insomma... un delirio.
Lo dico essendo uscita da poco dalle letture del torneo. Per quanto ci fosse già stata una scrematura iniziale, anche in questa fase c'erano errori grammaticali gravi e storie di nessuna presa sul lettore.
Non oso immaginare cosa capiti sulle scrivanie delle decine di migliaia di editori sparse per il paese.
Qualcosa di potabile c'è, qualcuno di valido magari lo si trova. Però...
Se uno scrittore non legge, o non legge molto, che cosa scriverà?
Parlavamo di buon libro. Manca. Spesso manca, e questo è un punto.
Manca anche perché con la cultura spaccata in due o tre sezioni, con una classe di "intellettuali" che leggono e comprendono praticamente tutto, una di "normali" che leggono ma a fatica e hanno bisogno di leggere facile; e l'ultima classe, quella dei "ripetenti", che è già tanto se apre un libro all'anno e lo legge fino in fondo...
con tre classi così distanti tra loro, dico, un editore punta su quella più numerosa. Come con le taglie degli abiti. Mica si producono abiti taglia 38 a camionate, se il mercato è pieno di obesi.
Quindi un libro che vende starà nella media, per quei lettori "normali" che non passano il tempo a citare Dante o Omero.
Un buon libro che vende è buono se chi lo legge può capirlo e amarlo. Altrimenti serve a fermare le porte.
Questo bene o male è quello che mi viene in mente quando penso alla qualità messa insieme al mercato.
Ora, torniamo volando a Volo.
Magari non è proprio un grande autore. Parlo per sentito dire, non avendo ancora letto un suo lavoro. Magari racconta storie banali e sempre uguali, come anche altri prima e dopo di lui. Ma vende e tant'è. Vien da dire beato lui.
Da aspirante scrittrice mi interrogo spesso sui motivi del successo, casomai ne azzeccassi una in tutta la vita. Uno dei motivi è senza dubbio questa devastazione culturale in cui viviamo e per cui, almeno io, non vedo soluzione. Ho aggiunto i link onde evitare di ripetere parola per parola cose già dette da altri.
Forse solo non comprando libri che non riteniamo di qualità potremmo venirne fuori, ma può valere per me che già lo faccio e può valere per chi (non me ne voglia il buon Volo, che mi è pure simpatico ma pare sia il più odiato dagli - aspiranti - italiani), invece, ritiene che i suoi libri siano di qualità e che autori meno semplici siano semplicemente noiosi. Insomma, siam tutti liberi. Ben venga pure lui.
Il problema, temo, non è tanto lui quanto tutto il resto.
E che il mercato si adegui (o, come vogliono i complottisti delle migliori tradizioni, faccia di tutto per mantenerci "bovini") mi sembra normale. Come i suoi lettori.
Me compresa, spesso e volentieri, che con a mia passione per i vampiri vado a leggere sì volumi meravigliosi come "Lasciami entrare" di Lindqvist o il classico "Dracula" di Stoker, ma anche boiate assurde di ogni genere (dalla serie di "Twilight" a quella della "confraternita del pugnale nero", passando per una migliore Laurell K. Hamilton, una Harris e una Rice - autrici di tutto rispetto che trattano argomenti leggeri).
Il destino del buon libro, finché esiste, dipende da noi.
Comprarne e leggerne alcuni ogni anno potrebbe farci bene, anche se poi riusciamo a leggerne due pagine a sera e non di più.
Al momento mi sto concentrando sullo scrivere un buon libro e metterlo sul mercato, cosa che finora non mi è riuscita e che temo vi toccherà leggere in un prossimo sequel di questa terribile e noiosa serie "seria" qui sul blog...
Buona notte, e non dimenticate di leggere un po', prima di dormire.

25.10.13

Il mondo come ruota per criceti

Questo è ciò che mi sembra stiano cercando di fare. Un complotto internazionale, forse spaziale.
Renderci tutti cerebrolesi.
Tutti, fin da piccoli. Ché così è più comodo.
E siamo già sulla buona strada.
Vado a capo spesso per separare le frasi, i discorsi.
Il mondo va male. L'abbiamo spinto in questa direzione e ora da una parte non sappiamo che fare e dall'altra siamo troppo assuefatti al mondo così com'è per aver anche solo voglia di cambiarlo.
A forza di indignarsi per piccole cose ogni giorno si finisce per non indignarsi più per le grosse.
Una goccia di veleno al giorno per vincere il veleno.
A forza di pianti catartici si perde l'empatia. Ci si lava la coscienza con bimbi allegri che cantano in tv e fanno commuovere, poi si pensa che la barista che arriva dalla Romania ha rubato il lavoro a una italiana e quindi...
Ci fanno fare bagni di emozioni forti, così non sentiamo più nulla che non sia eccezionale.
Appiattiamo tutto e viviamo di eccezioni.
Non abbiamo rispetto per niente e ce ne vantiamo pure.
I nostri bambini hanno ogni giorno più problemi, perché non vivono da bambini.
Non si può giocare in cortile, non si può giocare a palla nei giardinetti.
Non si torna a casa a pranzo e dopo la scuola c'è ancora da studiare. Per poi nemmeno sapere l'italiano.
Non l'inglese, l'italiano.
Non lo sanno nemmeno le maestre, a volte.
Spingiamo oltre ogni cosa.
Tentiamo di essere competitivi, sempre per le cose sbagliate.
Che cosa importa se a 8 anni siamo campioni di calcio? Facciamo contento papà o importa davvero a noi? O quello che importa è ciò che importa a lui? Siamo obbligati a rispettare le aspettative altrui?
C'è davvero bisogno di concorsi di bellezza per bambine, che verranno travestite da adulte e sembreranno scherzi di natura per tutta la vita? Per chi è importante che tu sia più bravo di tutti?
E non è che poi quando sei grande e fallisci qualcosa ti crolla il mondo addosso perché non hai mai imparato a perdere e a lavorare per meritarti qualsiasi cosa?
E chi può davvero pensare che, siccome il mondo va così, dobbiamo essere noi ad adeguarci al mondo e non invece cambiare il mondo perché si adegui a noi?
Finora abbiamo fatto questo e il mondo è diventato qualcosa che ci somiglia.
Distruttivo, stancante, complicato e fuori dalla nostra portata.
Non è che sarebbe meglio cambiare direzione?
Così, per dire...

4.1.13

La costante del vicino che tromba

Ci  voleva la fine del mondo, i Maya e quant'altro. Qui cambio casa, quasi cambio vita completamente e mi dico: "ecco: sono una persona nuova, in tutto e per tutto..."
Invece no.
Questa notte intorno alle 3,30 una strana vibrazione mi distoglie dal sonno, che so essere particolarmente leggero di suo, uno sbattere di legno su muro. Penso: è il terremoto. Ora sono al settimo piano e non sono abituata a certe vibrazioni. Invece no. Poco dopo il gemito prolungato della vicina mi ha destata completamente dal sonno. Che per un terremoto a Torino non mi sarei mai nemmeno mossa dal letto per controllare che la casa reggesse. No, mi sveglio solo se i vicini trombano.
E che urla, e che battere di letto contro il muro. Da film.
Se anche pensavo, cambiando vita, cambiando casa etc.. di cambiare anche la costante degi urlatori nella mia vita...
Ecco...
No. Non cambia, anzi. Se mai peggiora. Ma la vita è interessante anche per questi sguaiati dettagli.

28.7.12

La naturale degenerazione delle cose

Ci sono cose che ti aspetti, conoscendo le persone.
Gesti, come frasi o comportamenti che sai che prima o poi, inevitabilmente, si manifesteranno. A volte hai paura di vederli accadere, te li immagini così tante volte che fanno parte della tua vita come fossero già successe.
Perché poi capita che, quando succedono, di paura non te ne fanno più. Non perché la realtà spesso manca di un suo senso estetico e nella loro realizzazione questi fatti sono meno perfetti che nella tua immaginazione; non tanto perché nella violenza il fascino dipende solo da quanta rabbia hai dentro.
Solo perché quando le cose che ti aspetti diventano vere sono automaticamente normali, come se non ci fosse mai stato altro modo di vivere quella situazione.
Succede con le cose belle, che quando le aspetti a lungo e infine arrivano non sono più così importanti. Come fosse l'attesa il vero attimo da godere.
Allo stesso modo, il sapere quale sarà il naturale corso degli eventi, il prevederlo, sapere già da tempo che prima o poi accadrà, ti toglie qualsiasi sapore di bocca.
E ti sembra quasi strano guardare le persone con gli stessi occhi di prima.

21.6.12

Il voodoo nel tappeto...

Capita che ci siano dei lavori che a me proprio non piace fare.
Tipo stirare o lavare i piatti. O come fare i tappeti per il bagno al lavoro.
Ora, per chi non avesse dimestichezza con il vasto mondo della biancheria per la casa, dovete sapere che un tappeto in spugna è un lavoro rognosetto anziché no. Si prende circa un metro di tessuto di spugna, lo si ricopre di telina adesiva che lo renderà più rigido, si divide a metà nel senso dell'altezza e si procede a renderlo bello con un bordo applicato sulla metà superiore. Bordo che può essere semplice o lavorato, pieno di pizzi o piegoline, di smerli o di intrecci complicati. Una bella cornice tutta attorno.
Poi si uniscono i due strati, dritto su dritto, si cuce tutto intorno tranne che per una trentina di centimetri, si rivolta il tappeto, si chiudono a mano quei trenta centimetri, si termina l'applicazione e si trapunta la parte centrale. Circa tre ore di lavoro in media.
Ora, mettete che il tappeto non sia 60x90 come la nostra misura standard, o che per qualche motivo al cliente non piaccia il bordo di quella sfumatura (che ha richiesto lui stesso, ma si sa che il cliente ha sempre ragione), che la sua domestica abbia sbagliato lavaggio e distrutto la cornice di lino pregiato...
Bene, se una cosa del genere succede mi tocca: disfare la trapuntatura, scucire la rifinitura, riaprire e ribaltare il tutto, separare gli strati e ricominciare da capo.
Visto che questo lavoro occupa almeno il doppio del tempo del semplice fare un tappeto, ho cominciato anni fa a disegnare simboli protettivi all'interno dei tappeti bagno che cucio. Poca roba.
Un simbolo e un commento. Tipo "non ritornare mai più". Di solito funziona.
Sarà per questo che la scorsa settimana, facendo un tappeto di misura spropositata (150x200) insieme al simbolo ho scritto un avvertimento del tipo "guai se ne ordini un altro".
Dovevamo farne sei. Dovevo.
Chissà come mai il cliente ha pensato che non servissero più?
Venitemi a dire che il voodoo non funziona...

13.7.10

Con occhi diversi

Metti un matrimonio nel weekend più caldo del mondo a molto più di 6km di curve dalla vita; metti una chiesetta arroccata quasi in cima a una montagna dolce, con un bel giardino intorno e quella sana puzza di merda di cavallo; metti un viaggio di tre ore e mezza per arrivarci in tempo e ancora freschi.
Parcheggiamo la macchina nel momento esatto in cui arriva la Mercedes con la sposa. Siamo in orario, quasi. Lei, un metro e ottanta di meringa di una bellezza e luminosità rarissime, ci vede e quasi esulta. Agitata, emozionata, si aggrappa al padre e aspetta che sia il momento giusto per fare il suo ingresso in chiesa. Noi ci facciamo notare da chi ci aspettava e ci posizioniamo strategicamente al fondo della chiesa. L'organo comincia la marcia, la sposa entra e si parte.
Dannata empatia, mi commuovo un pochino pur essendo allergica a più di una cosa tra quelle elencate prima. Curve, caldo, chiesa, matrimonio classico... Fate voi.
Qualche frase e usciamo, manca l'aria. Fuori, all'ombra del giardino, va meglio. Così pensano anche tutta una serie di invitati che fanno la nostra stessa spola tra dentro e fuori a intervalli regolari. Noi ci guardiamo attorno, oltre agli sposi e ai genitori della sposa non ci pare di conoscere altre persone. Sguardo critico-satanico attivo per capire dove siamo e cominciamo a fare le nostre considerazioni.
Innanzitutto ci sembra incredibile il fatto che, nonostante gli anni di assenza prolungata dal rituale cattolico, ci ricordiamo entrambi la messa, parola per parola. Che non è una cosa grave in sè, ma ci pare uno spreco di risorse per qualcosa di cui non ci è mai importato granché.
Accanto a noi sfilano gli altri invitati, molti con pupo nella carrozzina, qualcuna allatta all'ombra di un albero poco distante. L'antica fighetteria del corso presenta una sfilata di cravatte in diverse tonalità di viola, colore dell'anno, sopra a un abito formale ma non troppo. Bambini si rincorrono con i pugni pieni di riso, ci si sistema per il lancio simultaneo coordinato dai fotografi, si baciano gli sposi fuori dalla chiesa. E fin qui tutto nella norma.
Poi vengono le usanze del luogo. Ci si sposta rigirosamente in macchina fino al paese dello sposo per un rituale decisamente pagano. E va beh. La mia idiosincrasia per qualsiasi tipo di rituale è nota, quindi tocca mettere tutta la buona volontà per mantenere il sorriso sulle labbra. Questa gente non m'ha fatto niente, ancora... Segue una specie di corteo a piedi in giro per il paese a brevi tappe sotto il sole di mezzogiorno, tutti bardati a festa e io col mio solito tacco 10.
Poi il ristorante, a 40 minuti di altre curve dal paese. L'aria condizionata a livello surgelatore mi salva la vita. Quasi.
Gli antipasti serviti fuori sono fuori discussione, non ne tocco uno manco se mi pagano finché non mi si risistema lo stomaco, la testa e l'umore. Poi il delirio.
Insomma: scene da un matrimonio che per chiunque sono nella norma tranne che per me. Gente che urla, invoca il brindisi in nome di una appartenenza qualsiasi, un continuo rombare di posate di tavole e di piedi. E un altro rituale che si compie. Forse un po' troppo, per me. Mi salvano dalla crisi i racconti bizzarri del medico che ho davanti. Mentre osservo, però, che i paesani bevono un po' più degli altri, che i loro occhi diventano sempre più liquidi, che la "violenza" della comunità si fa sentire, sottile. Dall'obbligo del brindisi a quello del taglio della cravatta da parte dei solti "noti" (per i locali di certo) travestiti da briganti (ancora) e armati, questa volta, di vere accette e falcetti ( e in più, più bevuti di prima).
E osservo... Una parte di questa cosa mi sembra già vista. Serate di paese senza un tubo da fare se non bere fino a dimenticare dove si è. E mi domando: "ma sono di nuovo qui?". Questi personaggi mi inquietano. Mi domando se sia perché li sento tanto distanti o se in qualche modo ci sia una parte di me che sente la nostalgia di questo "potere" di gruppo che si manifesta nel controllo totale della vita degli sposi, sebbene in modo simbolico.
Insomma, dopo un po' li osservo con occhi diversi e non mi stupisce vedere il fighetto con l'aria del tipo tutto d'un pezzo che dopo un bicchiere di troppo sembra un cucciolo bastonato, mentre il suo socio che aveva l'aria tranquilla ha uno sguardo più cattivo. Queste cose le conosco.
Sono scappata da queste cose. E mi chiedo: "ho fatto bene?" o "mi mancano?"
E se avessi sbagliato io a scegliere la distanza? Se questa fosse la vera realtà e io mi fossi ritirata in un sogno? Se davvero la vita fosse quello e non quella che io credo sia?
Al di là del pranzo, della piacevole compagnia dei nostri conoscenti, del relax seguente, mentre gli altri ballavano e storpiavano canzoni, quello che mi resta è una visione Lynchiana di uomini seminudi con parrucche e sacchi di plastica in testa, armati in vario modo, che irrompono nella normalità di un matrimonio per trasformare il giorno in un sogno dai risvolti più simili a Twin Peaks che al Matrimonio del mio migliore amico (che mi sembra più normale, ma molto più normale).
Sono piuttosto confusa...

27.5.10

Visione lucida, pure troppo...

Tra le altre citazioni ricavate da "L'ombra del vento" di Zafòn, questa spicca, o forse no. Ma ci prende.

"- La gente è cattiva.
- Non cattiva - replicò Fermin. - Idiota.E' ben diverso. La malvagità presuppone un certo spessore morale, forza di volontà e intelligenza. L'idiota invece non si sofferma a ragionare, obbedisce all'istinto, come un animale nella stalla, convinto di agire in nome del bene e di avere sempre ragione. Si sente orgoglioso in quanto può rompere le palle, con licenza parlando, a tutti coloro che considera diversi, per il colore della pelle, perché hanno altre opinioni, perché parlano un'altra lingua, perché non sono nati nel suo paese o, come nel caso di don Federico, perché non approva il loro modo di divertirsi. Nel mondo c'è bisogno di più gente cattiva e di meno rimbambiti."

2.3.10

My everyday life

Dietro al bancone del bar i due si scambiano battute. Lei mi guarda e ammicca, gli occhi chiari e bellissimi segnati dalle occhiaie e il viso spruzzato da mille lentiggini. Cerca una complice e io sorrido. Lui, i capelli scuri e spettinati, non un dente dritto in bocca, sorride e scuote la testa.

Fuori , al tavolino riscaldato sotto ai portici, il ragazzo autistico muove la testa avvolta nel suo solito cappello blu. Fa colazione con la mamma e la zia. Ogni mattina. Quando esco e mi vede pare agitarsi un po’ di più. Non so perché, ma lo fa spesso. Si dondola avanti e indietro con energia.

Dietro di me il ragazzo alto e riccioluto fa un pezzo di strada nella mia stessa direzione, poi taglia il corso e va a prendere il bus. Le solite persone si incrociano alla solita ora. La ragazza dell’altro bar va a comprare i panini in panetteria nel suo grembiulino celeste col nome ricamato sopra. La panettiera serve svogliata. Ha lo smalto scuro alle unghie troppo corte. Più in là, la cassiera del supermercato mi dice “cara”, ma non mi conosce. Lo fa da sempre, come se passassi da qui da una vita. Invece no.

Fuori, una donna parla da sola, ad alta voce. Fa come se qualcuno l’ascoltasse, continua a sbraitare e si muove scomposta. Dentro, al fondo della stanza, una ragazza cupa sbuffa spesso e ripete la stessa frase più volte. Anche lei da sola. Per strada i trolley e i carrelli fanno girare le loro ruote rumorosamente, ma a nessuno sembra importare. La gente passa, qualche mendicante, impiegati in pausa caffè, una risata lugubre riempie l’aria. Una giornata come tante.

Potrei essere di umore peggiore, lo ammetto. Eppure resto ferma e sorrido. Rispondo gentilmente, quando posso. Ascolto la musica che ho in testa e mi lascio trasportare in un mondo fantastico, tutto mio. Per rilassarmi passo là la maggior parte del mio tempo. A seconda della musica ci sono storie diverse da vivere, personaggi di cui disegnare il profilo appena posso. Scrivo mentalmente frasi che poi modifico più volte, finché non suonano bene. Il suono è tutto. Così, come a volte mi capita di fare la notte, quando mi sveglio con parole che passano e s’attaccano. Altre volte sono le immagini che arrivano da sole. Mi esplodono in mente con estrema facilità. Sono talmente chiare che sembrano scene di un film che si materializzano solo per me, facendomi godere di ogni particolare. Posso soffermarmi su ogni dettaglio o sfumatura. Mi trovo bene qui. Sembra tutto più reale, più vero del vero. Ed è certo più interessante.

Sono scene terribili, battute spiritose, figure da plasmare lentamente come fossero di creta. Sono ambienti, stanze, case, città; sono buoni e cattivi o entrambe le cose. Quando è così resto assorta nei miei pensieri e fortunatamente non sono in molti a distrarmi. Spesso sono gli odori che mi destano dal mio sogno. Troppo profumo, o fumo, o scarico delle auto. Ma la musica mi prende, lo fa sempre. E torno là. E mi perdo di nuovo in tutte le mie storie, felice. Mi perdo in una città nuova, in un locale affollato, tra centinaia di persone. Mi perdo in un sorriso scavato in un volto non rasato, in labbra e denti, in sguardi diversi. Sogno.

21.2.10

Il 13, una linea, una garanzia

Ogni volta che prendo il mio mezzo pubblico preferito, anche perchè il più vicino e tutto sommato il più comodo, so che qualcuno darà segni di squilibrio.
Da sempre, quindi oramai una quindicina d'anni che lo uso (oramai sporadicamente, che al lavoro ci vado a piedi), sul 13 c'è qualcuno. Non è gente pericolosa, almeno di solito. In anni ho visto solo un signore di mezza età che tentava di scatenare una rissa, per il resto la maggior parte canta o sbraita, o parla da sola.
Di per sè non è grave. Insomma, se non gridano come aquile e non sono aggressivi non è un problema. Però su altri tram e bus non c'è la stessa concentrazione.
C'è di buono che ci sono pochi maniaci, che invece ho trovato su altri mezzi. A meno che non piova a dirotto e non sia l'ora di punta. Allora qualche rischio c'è. Ma sono sempre gli stessi, se li conosci li eviti.
Ieri un signore gridava che l'Italia dovrebbe uscire dall'Europa e diventare una nazione come la Francia. Poi cantava tamburellando sonoramente su uno dei sedili accanto alle ruote del bus. Era meglio quando cantava, tutto sommato. La gente che urla non la sopporto più.
Quello che fa tristezza è che di solito li si ignora, diventano trasparenti. Anche quando dicono cose che un senso ce l'hanno. O si pongono domande che molti di noi non si pongono più, se se le son poste un tempo...
E so per certo che alcuni proprio non se le son mai poste, certe domande, e vivono di certezze di cartone senza pensare. Senza la sensibilità che dovrebbe renderci umani, ma con tutta l'aggressività di chi non vuole sentirsi raccontare un'altra storia per paura che quelle certezze crollino. Meglio riempirsi la testa di vaccate, seguire la via tracciata da altri.
Che è più comodo.

19.1.10

Donne (senza il tu du du )

Ci sono cose che mi lasciano di stucco.
Oggi una persona chiaramente illuminata ha detto: " Non tutte le donne sono a rischio di stupro".
Non credo facesse riferimento all'uso spropositato di gambaletti di lycra blu, o altri sistemi equivalenti.
Che poi, visti i fatti di cronaca recenti e quasi quotidiani, suona già come una cosa estranea.
Come a dire che qualcuna sì, qualcuna no. Secondo quale criterio? Mah.
Come a dire che qualcuna se lo cerca.
Come a dire che se una si veste in modo appariscente, o esce fino a tardi...
Come a dire che quasi quasi se lo meritano.
Credo che nessuno si meriti nè uno stupro, nè tantomeno un abuso. E quante ne conosco di persone che senza andarsela a cercare (che poi vorrei conoscerle quelle che se lo vanno a cercare) hanno avuto la sventura di incappare nelle attenzioni di un amico di famiglia, di uno zio, un padre, un nonno. Un vicino. Un amico o presunto tale. Perfino un fidanzato.
A qualsiasi età.
Come la mia migliore amica che ha subito abusi a dodici anni, da una persona di fiducia. E che dire della donna che, appena operata di appendicite si è sentita raccontare di quanto si erano divertiti i medici mentre lei era sotto anestesia... Magari non era vero, ma è agghiacciante.
Insomma, io proverei a dirlo alle bambine vittime di pedofili (e pure ai maschietti), o alle donne che vengono stuprate in tempo di guerra.
Per non parlare poi del fatto che ogni donna ha diritto a dire di no ed essere ascoltata. Anche la prostituta, che dice di sì per lavoro, dovrebbe poterlo dire quando un cliente non le va.
Anche quando una ragazzina con la testa un po' vuota fa la cretina tutto il tempo, o veste in modo provocante, o che so io. Dovrebbe bastare un no.
Invece non basta, non basta mai.
E spaventa pensare che per alcune persone ci siano donne che si meritano lo stupro, soprattutto quando ad affermare che non tutte lo rischiano sono donne di quasi quarant'anni. Perchè poi è ovvio che se capita la colpa è sempre della donna, che guarda che tipa doveva essere. Eh sì, perché alle brave ragazze non succede.
Perché è pieno il mondo di brutture di questo tipo, ma è meglio pensare di esserne fuori, a volte.

3.11.09

Archetipi del male

"...
Il terzo e ultimo archetipo è il più raro.
Eppure è il più spesso nominato e il più temuto.
Io so perché. Quello che io chiamo lo Psicopatico è colui che viene percepito come il più malvagio dei tre. Non c'è niente che ci spaventa più di quello che non capiamo. Cosa si nasconde dietro il comportamento dello Psicopatico, nessuno lo sa. Esistono delle teorie, ma nessuna risposta. Lo Psicopatico soffre di un'anomalia dello spirito. A volte può essere razionale, ma è impossibile dire quando e perché. Un giorno è pieno di empatia, il giorno dopo è emotivamente chiuso. E' imprevedibile.
Lo Psicopatico è la nonnina gentile che in segreto dà la caccia alle farfalle per ucciderle.
Lo Psicopatico è l'impiegato grigio e insignificante che la notte si rosicchia la zampa come un topo.
Lo Psicopatico é il serial killer di cui leggiamo sui giornali, é colui che ci insegue nei nostri incubi.
Neanche lo Psicopatico é malvagio.
Lo Psicopatico è malato. "

Teddy L'Orso

(Tim Davys - Amberville, pagina 93)

29.9.09

Pranzo fuori

"Se ieri era aperto andevamo dal kebabbaro. Mangevamo qualcosa al volo e parlevamo dei tuoi problemi."
"Eh, sì."
Certe volte mi sento aliena, proprio tanto.
Non so se appartengo a questo mondo, se sto solo sognando o sono imprigionata in un universo parallelo. Mi spaventa essere così fuori, anche se so che sono io stessa che me ne tengo a una certa distanza, per non farmi coinvolgere. Per non farne parte.
Certi sogni sono davvero terribili. Altre volte lì dentro è tutto più bello. Che quasi ci vivrei di sogni, se fosse possibile. Anche i miei sogni strani, quelli in cui ci sono i mostri e non riesco a telefonare.
Sono fuori. Mi ci sento, me ne vanto.
Mi approprio delle parole e le riscrivo. Ora sono immersa in una lettura interessante, scrivo una scrittura che mi piace...
Uso le mie citazioni incolte per pormi domande. E pranzo fuori, qualche volta.

11.6.09

Questioni matematiche

Problema 1:
Se Tizio ordina a un artigiano 12 tablettes per la colazione, quante etichette con la sua firma deve mandare per avere una etichetta su ogni capo?

Problema 2:
E se Caio volesse 6 set da 2 pezzi ciascuno, quante etichette dovrebbe fornire a chi glieli fabbrica?

Problema 3:
Se Sempronio deve fornire il tessuto al sarto per confezionare 10 pantaloni per il suo compleanno (mettiamo tra una settimana), sapendo che per ogni pantalone occorreranno 4 ore di lavorazione e m.1,50 di tessuto, quanto tessuto e quando deve mandarlo per avere i suoi pantaloni in tempo?

Problema 4:
Se da 50 cm di tessuto alto 250 cm vengono 5 tovaglioli, qual'è il consumo per ogni tovagliolo?

Problema 5:
Se si confezionano 5 modelli diversi di copriletti e per ogni modello c'è un codice, è giusto che le etichette da apporvi abbiano lo stesso codice previsto sull'ordine o possono avere un codice a caso, basta che la composizione del tessuto sia quella giusta? Ma se Tizio manda le etichette a casaccio, chi deve lavorare come si aggiusta?

Problema 6:
Considerato che un operaio tessile in ambito artigianale guadagna 7 euro lordi l'ora, quanto dovrebbe prendere di stipendio ogni mese per preoccuparsi anche delle etichette?

Avete tempo finché vi pare, tanto il mondo va così...
Per inciso la nota polemica non è per l'artigiano in questione, quanto per Tizio, Caio e Sempronio che nell'ordinare qualsiasi cosa al suddetto artigiano non applicano alcuna regola matematica o logica, rendendo complicato e a tratti tragico il lavoro sia all'artigiano che ai suoi dipendenti, che francamente trovano inopportuno il ricatto su tempi e prezzi se si tratta di lavorare così...

Soluzioni:
1) Ovviamente 9 etichette, no?
2) Sempre 9 etichette, certo.
3) Se va bene il tessuto arriva la prossima settimana e ce ne sarà certo almeno mezzo metro in meno...
4) Dubbio amletico, saranno forse 10 cm a tovagliolo?
5) Le etichette hanno un codice a caso diverso da quello sull'ordine e, ove possibile, anche la composizione del tessuto deve essere diversa da quella riportata sulla pezza del tessuto usato. Inoltre, visto che il tempo stringe e Tizio ha mandato le etichette a casaccio, si buttano le etichette a muzzo, sperando in bene.
6) Occuparsi delle etichette altrui non ha prezzo...