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10.5.23

Finalmente

 Da qualche giorno è completo su wattpad il mio romanzo "cruccio": Area 3-13.

Scriverlo è stato abbastanza facile, anche se nel frattempo ho scritto di tutto. 

L'idea di fondo, un'atmosfera intensa e tanta musica. Poi, ovviamente, tutto è cresciuto a dismisura e mi sono trovata con un malloppo che supera le trecento pagine e come sempre non ha un genere ben preciso. L'ho sempre visto come un "fumetto" d'azione un pochino pulp. Tra Blade e La Cosa, o Extreme Measures e Aliens - scontro finale. Un misto di cose che amo, come l'ambientazione indefinita e post apocalittica.

Oltre a non sapere dove andavo a parare, come sempre, a mano a mano che scrivevo mi rendevo conto di due cose:
1) era esattamente come volevo scriverlo,
2) era pieno di personaggi che volevano dire la loro e di sotto-storie che spuntavano da ogni dove e più andavo avanti peggio era,
3) era bello e lo è,
4) non sarebbe stato un romanzo appetibile.
Lo so, avevo detto due.

Appena terminato ho voluto chiedere un parere a una professionista, che ha letto e mi ha aiutata a correggere le pagine interminabili, trovando che comunque aveva un senso, una bella storia complessa e ben formulata, con qualche errore di forma. Così dopo l'editing ne ho stampate tre copie e le ho inviate a case editrici selezionate in precedenza. Ovviamente non ho mai avuto risposta, come immaginavo.
Dopo un primo momento di sconforto ho pensato di rivolgermi a un altro professionista del settore e alla sua agenzia per una scheda di lettura e sperando in una proposta di rappresentanza. Nella sua risposta lunga e articolata ho trovato le ragioni del suo rifiuto. Anche se il romanzo era ben scritto, con colpi di scena e un intreccio sensato, ma la sua agenzia cercava romanzi diversi. La mia storia sarebbe stata interessante se fosse stata ambientata in Italia.

Però non potevo farlo. Non era quello che avevo "visto" io.

Qualche anno dopo, dopo aver lasciato il manoscritto nella sua cartella, ho voluto provare a chiedere un terzo parere - un po' come dal medico - e anche questa volta sebbene fosse un romanzo ben fatto e "completo" ho incassato un rifiuto. Tutti motivi validi e comprensibili. Troppo lungo, troppi personaggi, troppa carne al fuoco e troppo sesso. Che è necessario alla storia ma non rientra nel genere di lavori che questa agenzia sceglie di rappresentare. Con un bellissimo scambio di mail, però, mi ha incoraggiata ad andare avanti e se non avessi trovato un editore avrei dovuto pubblicarla in self, perché meritava di uscire. Era inutile, secondo questa donna che stimo e seguo da anni, snaturare un lavoro così complesso, rivederlo a lungo per rientrare nei criteri richiesti per poi non avere ancora la certezza che a qualcuno potesse interessare.
I libri sono merce, sono soggetti a scelte di mercato, ai gusti dei lettori, alla coerenza con la propria linea editoriale e mille altre cose che non conosco ma che comprendo.

Ci ho pensato a lunghissimo, valutando il rischio di pubblicarlo come "Il gioco dei vampiri" per poi non venderne che qualche copia. Non ho la capacità di creare strategie di marketing e non ho tempo per fare i milioni di cose che servono, né la voglia di rompere le palle ad amici e conoscenti con post e pubblicità continue. Poi ho scelto Wattpad. 

Ho usato Wattpad per altri lavori - gli spin off e qualche racconto, più un romanzo sul nascere e qualche bozza - e mi piace il fatto di essere lì, scrivere le mie cose e lasciare che gli altri le scoprano. Con gli altri lavori - uno soprattutto - ha funzionato e il fatto di non dover obbligare qualcuno ad acquistare un romanzo così lungo e particolare mi è sembrato adeguato. 
Così vi ammorbo qui, come sempre.
In qualche modo cercherò di farvi entrare nel mio mondo, non ne sono certa ma sono sicura di ciò che ho scritto.
"Area 3-13" è una storia che vale la pena di leggere...

Lo trovate qui, nel suo splendore: AREA 3-13 

14.3.23

Una favola senza senso

 C'era una volta un re senza memoria che governava una terra senza tempo dove tutto si confondeva e niente se ne andava via davvero.


Egli aveva sposato una regina senza vergogna che non faceva che mentire a se stessa e agli altri per nascondere le sue paure.

Dalla finestra del castello senza torri, la principessa senza sorriso sognava di vedere un mondo senza guerra e senza morti. Ma sapeva che era solo utopia. 

C'era un principe senza un regno che cercava di trovare un senso alla sua delusione e uno stregone senza più poteri che ripeteva invano i suoi incantesimi nella speranza di tornare nel suo mondo.

E una donna senza testa che inventava parole nuove senza saperlo, e due sorelle senza un'anima che sognavano di avere ancora la loro servitù. 

Sul campo di battaglia un cavaliere senza un braccio scendeva da cavallo a raccogliere i suoi pezzi, mentre un erede senza colpe cresceva in un mondo di mostri. 

E un uomo buono lavorava senza sosta per amore dei suoi cari mentre il mondo intorno sembrava esplodere. E una veggente senza una sfera magica che interrogava oracoli per scoprire il proprio destino, e una dama senza cuore che osservava questo mondo come non ne avesse mai fatto parte. 

E alla fine di questa storia c'era una sirena senza più marinai da sedurre che nuotava in un mare senza confini e una nave senza motori né vele partiva da questa terra senza nome per un viaggio senza ritorno. 

26.7.22

Scusate l'assenza

 Sono un leone ma non sopporto il caldo, colpa della cattività.

Non nel frattempo ho una testa (una delle due) che produco cose a raffica e faccio fatica a starmi dietro da sola.

Quindi...


L'ho fatto un'altra volta. Ho divagato, non ho scritto un nuovo capitolo del romanzo a cui sto lavorando ma ho prodotto un piccolo spin off de "il gioco dei vampiri" dedicato a Wendy

Come per il precedente "Lucio" ❤️ è disponibile gratuitamente su Wattpad e mi piacerebbe sapere che lo apprezzate... 

23.6.22

Wendy (attenzione contiene spoiler: alla fine lei muore)

 


Scrivere la storia di Wendy è stato bello.





Lo so che per alcuni che hanno avuto il piacere di leggere "Il gioco dei vampiri" questo romanzo non è che una lunga sequela di ammucchiate magari col pregio di non essere scritto male. Ho esagerato, lo so. Era divertente e l'ho fatto, anche perché inizialmente non avevo intenzione di pubblicarlo. Che poi guai, se scrivi un erotico - o un porno - sei segnata a vita. Eppure l'ho fatto.

Ho iniziato per gioco. Volevo vedere fino a che punto potevo spingermi, fino a che punto potevo divertirmi con i miei personaggi. Li ho amati tutti, fin dal primo episodio.

Scrivere di Wendy mi ha liberata. Mi ha fatta sentire potente e senza limiti. Dopo questo penso potrò scrivere qualsiasi cosa ma non più con tutto questo sesso, non così. A parte il fatto che ho già scritto un altro romanzo in cui di sesso ce n'è parecchio ma non è come questo. Forse prima o poi lo saprete.

Non credo che lei mi somigli. Io non sono brava a portare a termine le mie missioni, prima di ogni altra cosa; inizio e vado avanti per un po' ma poi non arrivo alla fine (tranne che in alcuni casi con la scrittura, ma non la vivo tanto come missione), mi piace dare le pennellate più ampie ma mi annoio con i dettagli. Non sono e non sarei mai in grado di essere una cacciatrice.

Al di là del disegno generale, però, rileggendo "Il gioco dei vampiri" mi sono resa conto che c'era una traccia più profonda che riguarda il percorso spirituale. Alla fine è come se nel romanzo Wendy stesse facendo la sua rivoluzione personale. Certo, non si sa da dove sia arrivata e cosa facesse prima di incontrare il monaco. Il suo primo maestro in questa vita particolare. Non sappiamo perché lui abbia scelto lei e perché Wendy abbia deciso di abbandonare la sua vecchia vita per imparare a uccidere i vampiri, perché abbia scelto una setta, perché abbia accettato le regole e gli esercizi che quel tipo di vita imponeva. Non ci è dato di sapere perché lei consideri "mostri" i vampiri, né se ci sia stato un episodio particolare nella sua vita che l'abbia avvicinata a loro.

Di sicuro un percorso come il suo le è costato sacrifici e rinunce. Rischi calcolati ma pur sempre rischi.

Poi è arrivato Michael, che l'ha portata su un percorso ancora più insidioso, guidandola passo passo attraverso vere e proprie iniziazioni. Non senza dolore e non senza un profondo turbamento, cosa che accompagna qualsiasi vera transizione spirituale. Il non sapere dove si va e che cosa aspetta al fondo del percorso, il timore di non riconoscersi più, di non piacersi. Tutto ciò che Wendy fa sotto il controllo di Michael la rende diversa da ciò che si aspettava di essere, da ciò che pensava come assodato nella sua vita. Anche innamorarsi di lui e poi di un altro vampiro, Lucio, così diverso da tutti gli altri. Come se tutto fosse previsto dal suo nuovo maestro Michael. 

Per poi capire che la sua vita prima di Michael era stata un'illusione. Che quella lotta contro "il male" era una finta e che era stata una pedina in un gioco più grande di lei tra vampiri anziani. Una lotta per il potere vecchia di secoli condotta in modo magistrale dalla persona di cui più si fidava e che si era fatta mille scrupoli a "tradire". 

Per trovarsi priva di riferimenti e con la sensazione di non potersi più ritrovare perché anche Michael conduceva il suo gioco e il limite di quanto poteva imparare da lui era vicino. Aprirsi, lasciarsi andare, togliere ogni protezione per vivere davvero fino in fondo la sua vita. Wendy supera i suoi maestri, li "uccide" e rinasce. Rinasce libera, con un bagaglio che mai avrebbe pensato di poter conquistare. Libera di vivere come è la sua natura, senza più bisogno di un maestro. 

Scrivere di Wendy mi ha fatto riflettere su quanto a volte ci sia bisogno di fare esperienze magari non del tutto desiderate, di superare i propri limiti per conoscere sé stessi. Ancora una volta su quanto ciò che ci sembra normale, giusto e accettabile a volte sia l'opposto. Su quanto i nostri limiti ci trattengano dal diventare ciò che siamo. 

Ora, la questione non è il percorso di Wendy. Quello è un romanzo, una storia con cui passare qualche ora piccantina e via. La questione è che mentre scrivevo di lei e soprattutto mentre rileggevo la storia per dare il "visto si stampi" mi sono accorta di aver provato mille volte le cose che ha vissuto lei e di aver dovuto uccidere i miei maestri per andare oltre e rinascere. Mi sono resa conto di quanto stessi cambiando io e di quanto ho lasciato indietro.

Mi sono accorta che sì, forse il finale è ovvio ma che a volte le cose non possono che andare in quel modo lì. Mi sono accorta che "dopo" non si sarà più le stesse persone di prima ma persone nuove con nuove prospettive e nuovi bisogni, ma persone complete.


 

25.4.21

Uguale e diversa

 


In un paio di giorni, questa settimana, ho completato la stesura di "Lucio".

Si tratta dello spin-off de "Il gioco dei vampiri", romanzo che ho pubblicato l'anno scorso e che mi ha dato alcune soddisfazioni e qualche critica ma che ha rappresentato per me più di quanto immaginassi.

Mi è stato detto che era troppo hard, che avevo esagerato, che davvero rasentava il porno ma il divertimento provato a scrivere completamente libera da limiti è stato enorme e mi ha riportata alla scrittura come amavo farla.

In questi anni a leggere mille post su come si scrive, su cosa si deve scrivere, su come si costruisce una storia, su come si fa a crearsi un pubblico etc., devo dire che mi era passata la voglia. Ché, se tutto deve essere studiato e costruito non c'è più spazio per l'immaginazione e io quella ce l'ho a pacchi. Mi è sempre pesato il fatto di metterle dei limiti e sapere che non avrei avuto alcuno spazio in quel mondo senza saper costruire a tavolino qualcosa mi ha bloccata.

Come chi mi segue sa, non avevo intenzione di pubblicare "Il gioco dei vampiri" inizialmente. Sì, era un progetto di racconti erotici in serie, con gli stessi protagonisti ma da dosare un po' alla volta se ritenevo fosse il caso. Poi il mio editore ha ceduto e i nuovi proprietari hanno messo limiti diversi e alla fine hanno chiuso la casa editrice per favorire la loro attività principale, quindi per tutto il mio progetto non c'era stato spazio né luogo adatto. L'idea di mettere tutto insieme mi è venuta più tardi e in effetti mi rendo conto che il risultato è stato più piccante del previsto e che la maggior parte della storia è concentrata sul sesso - perché in ogni episodio ne avevo inserita una scena e ho continuato a farlo anche quando ho unito i pezzi - ma io che sono la mamma vedo la cosa in modo differente. Così ho fatto del self e ho pubblicato il romanzo tra un lockdown e l'altro. Non ho fatto grande pubblicità come al solito ma le mie copie le ho vendute e il romanzo è lì per chi lo vuole.


Un paio di persone che lo hanno letto, comunque, sono andate oltre alle scene piccanti e mi hanno confessato di aver amato Lucio in modo particolare, come era già successo con Vittorio ne "Gli attimi in cui Dio è musica". Per quest'ultimo, dietro consiglio del primo editore, avevo creato un racconto apposta che era gratuito su Amazon e piattaforme varie e che finché è stato gratuito ha avuto un gran numero di download, per essere. Ora non è più così e siccome la formula dello spin-off mi è sempre piaciuta ho pensato di fare lo stesso con Lucio, che da ora è disponibile su Wattpad. I mezzi cambiano, le opportunità pure. 

Diversamente dal romanzo, lo spin-off su Lucio non contiene grandi ammucchiate e sesso estremo. Racconta una parte della sua storia che non avevo affrontato nel romanzo e allo stesso tempo rende l'aspetto profondamente umano di Lucio, che umano non è.

Io sono molto affezionata a lui e avrei voluto scrivere e scrivere, e scrivere ancora di lui ma non è il momento e mi accontento di questo racconto di una dozzina di pagine. Se qualcuno di voi che state leggendo ci incappa, spero che ne approfitti per dargli un'opportunità. Lucio è speciale.


Nell'ultimo anno sono cambiata, come tutti.

Non so se sarei ancora in grado di scrivere un erotico, non come "Il gioco", però mi ha insegnato tanto sulla libertà, su cosa amo fare, su come dentro a qualsiasi storia ci siano tantissimi livelli da scoprire e questo influirà su come scriverò in futuro. Uno dei complimenti migliori, fatti da una persona che so essere molto critica è stato che il romanzo è "ben scritto". Era quello che volevo, perché so che i miei contenuti non sempre sono ben accolti - peccato, però è così - ma una volta che il romanzo è scritto bene pure il contenuto ha un valore in più.

Sono la stessa, sicuro, ma sono diversa dalla me dell'anno scorso. E ancora lo sarò.

31.12.20

Buoni propositi e cattive intenzioni

Non sono mai stata brava a chiedere.

Non sono mai stata capace di metter giù, nero su bianco, obbiettivi e scalette. Sono incostante - la mia amica Krizia suggerirebbe di dire sono stata incostante, perché non bisogna fissare definizioni che poi ci rimandano a dare un'immagine di noi stessi fissa e immutabile invece di aprire la mente verso nuove modalità - e istintiva, seguo comunque la sensazione del momento e niente, nessun obbiettivo resta fisso per più di un nanosecondo nella mia mente.

Se vogliamo, in carenza di passione speciale, nessun tipo di obbiettivo mi pare abbastanza importante da dedicarci più di tanto e se invece la passione c'è, il tempo già lo dedico a quella, quindi perché inseguire sempre qualcosa? Ho poi la stramaledetta abitudine alla bastiancontrarietà (perdonate il neologismo non petaloso) per cui se mi impongo di fare qualcosa di specifico, riesco immediatamente a fare tutt'altro anche se non necessario. Indi per cui non ho più tentato l'impresa di scrivere un elenco di cose che non farò perché mi distraggo o mi boicotto da sola.


Non che io non desideri cose, eh. Li vedo anche io i post su Instagram dei miei riferimenti nella pole e mi ripeto sempre "oh, che bello, ora lo provo", poi salvo il video e non provo mai più quella figura anche se sul momento morirei pur di avere la mia foto in quella posizione lì. Anche se vorrei quell'apertura, quel fisico, quella leggerezza, quel saper volare in modo fluido, mentre io cado, rotolo, mi aggrappo - il più delle volte, perché ho anche i giorni sì - sempre con i miei 135° di spaccata. Sono sempre stata pigra, una volta almeno avevo solo la danza da fare tutto il tempo che volevo, ora ho lavoro, casa e un'età che mi fanno stancare a sufficienza e non ho più voglia di rincorrere le cose.

Quindi?

Siccome con i buoni propositi non funziona dovrei dedicarmi alle cattive intenzioni. Tipo tornare a vivere, non appena la situazione globale lo permetterà e soprattutto dopo aver concesso tutta la mia attenzione alla "canappia" tumorata che pian piano se ne sta andando. 

Tornare a pole, appena possibile con un rinnovato abbonamento open in modo da restare fuori casa e non avere mai più una vita sociale al di fuori dello sport. Vedere se riesco anche a fare danza, perché mi manca. Tornare a scrivere senza strafare, lasciando la parte sadica di me a sfogarsi altrove. Terminare gli incompiuti e fare come un tempo. Mandarli al buon vecchio Fabio che mi porta pure bene ma che non ama il mio fantasy. Smettere di non crederci.



Fare in gran segreto le cose che finora non ho osato fare e sentirmi libera da giudizi e pregiudizi miei e altrui. Sondare, capire, curare, crescere.

Ma soprattutto tornare a pole, a vivere. Perché una certa Anna, in un file nel cassetto, ha bisogno di arrivare a fare una figura particolare, che sarà metafora della sua vita da personaggio e che libererà me da un'ossessione in più.

Tremate.

Della maggior parte di queste cose non avrete notizie mai. E non vi dispiacerà.


(Le foto sono provini del fantastico genio del male Yuri Bote, scatti grezzi. Non vi dico quanto ho pianto nel riceverli e quanto mi sento idiota in questo momento, tanto a chi importa?)

28.9.20

I tre aspetti degli amori che scrivo...

 Attenzione, contiene spoiler che riguardano "Il gioco dei vampiri"

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Mi sono accorta che in due dei miei romanzi esiste uno schema particolare. Non era voluto in nessuno dei casi, l'inedito fanta-horror e "Il gioco dei vampiri" eppure in entrambi i romanzi la protagonista si ritrova in un ménage poco tradizionale che mi ha portata a riflettere sulla diversa natura sia dei personaggi che dei sentimenti che per loro nutrono le protagoniste.

Credo che in entrambi i casi le protagoniste incontrino aspetti dell'amore differenti che nei romanzi assumono l'identità di uomini diversi. Ho letto spesso storie in cui c'è una sorta di lotta tra due personaggi per conquistare la protagonista femminile, solitamente rappresentano passato/presente oppure bene/male per far propendere il lettore per quello dei due che sembra "migliore". Tutto, almeno nei romance, porta a un naturale lieto fine. Ora, visto che io non amo il classico lieto fine e nelle mie storie c'è comunque una forte componente sentimentale, in qualche modo ho sempre complicato le cose. Per prima cosa non c'è mai un personaggio completamente buono o cattivo, nonostante tutto. Almeno non i protagonisti principali della storia. 

In questi due romanzi, a differenza degli altri miei scritti finora terminati, non c'è un innamorato migliore dell'altro, non uno peggiore. Ci sono maschi tendenzialmente Alfa - per quanto io trovi assurda la definizione - ognuno con caratteristiche precise e molto diversi tra loro. In buona sostanza, però, posso distinguerli in tre diversi tipi d'amore (e ho detto di amore e non di amante per un buon motivo).

C'è l'amore viscerale o romantico in senso filosofico (Michael, nel caso de "Il gioco dei vampiri"), quello senza senso e tutto sensi che travolge e trascina via tutto ciò che trova. Sia qui che nell'inedito, questo personaggio coinvolge la protagonista e la costringe a vivere qualcosa cui non era preparata ma cui evidentemente era predestinata. Non è mai un rapporto sereno, ha un che di patologico ma serve da tramite per lo sviluppo sia della storia che del personaggio femminile. È in sostanza una guida, un maestro e un complice. Nell'inedito questo tipo di uomo ricopre il suo ruolo inconsapevolmente, essendo in pratica se stesso senza un secondo fine, cosa che invece Michael sembra avere - forse anche la consapevolezza di essere per Wendy sia dannazione che rivelazione - nell'utilizzare la donna amata per eliminare il nemico. Per quanto forte sia comunque il legame, alla fine è difficile che questo tipo di rapporto vada oltre la sua funzione.  

C'è un amore impossibile o romantico in senso più comune; quello perfetto alla Principe Azzurro per intenderci (e qui è il turno di Lucio, ne "Il gioco dei vampiri"), che avvolge e fa sognare la protagonista. La fa sentire amata e "perfetta" come nessuna. Nell'inedito la protagonista ne viene affascinata pian piano mentre per Wendy è un vero e proprio colpo di fulmine pur portando con sé i mille dubbi riguardo alla natura di Lucio e all'impossibilità di vivere un rapporto normale in una situazione tanto complessa come la loro. Stesso problema nell'inedito, in cui però la protagonista non si ferma a pensare alle conseguenze delle sue azioni, troppo presa dal suo percorso e dalla necessità di capire. Lucio è tutto ciò che Wendy vorrebbe in un mondo ideale. L'abbraccio rassicurante di qualcuno che la ama così com'è e per quello che è. 

L'ultimo è l'amore concreto, quello che c'è e che cresce con la storia. Un incontro casuale, un salvataggio, una specie di controparte maschile di ciò che è o vorrebbe essere la protagonista. Una presenza forte che non necessita della relazione in sé ma che viene coinvolto suo malgrado dagli eventi e sceglie nonostante le difficoltà e le differenze di intraprenderla. È, ne "Il gioco dei vampiri", il caso di Mirko - anche se la parola amore nel suo caso non viene mai pronunciata - che ha annusato il potenziale di Wendy ma non ha mai cercato di conquistarla, curioso di conoscerla ma non ossessionato da lei. Nell'inedito è un uomo che fatica ad accettare la protagonista e le sue stranezze ma che alla fine cede ai propri sentimenti, nonostante tutto. Certo è diverso da Mirko e non è ben definito il suo destino ma è quello che resta, dopotutto. 

Ognuno di questi tre "caratteri" ha sia aspetti positivi che negativi, può risultare interessante e piacevole pur non essendo quello destinato a rimanere. Forse ne "Il gioco dei vampiri" sono un po' più marcati, meglio delineati rispetto all'inedito - che tra l'altro ho terminato molto prima della storia di Wendy ma che non ha ancora visto la luce della pubblicazione - ma lo schema è lo stesso. 

Alla fine sono convinta che ognuno di noi incontri questi tre tipi di persone, tre amori diversi, ognuno con un suo valore e peso specifico nella propria storia personale. Per quanto forte ci appaia il legame viscerale, per quanto sia perfetto quello romantico, alla fine è quello concreto che resta. Ci vorrebbe un pizzico di ognuno dei tre per avere il compagno perfetto, immagino. Trovo interessante scoprire, comunque, somiglianze e differenze nelle storie che scrivo. È un bellissimo gioco introspettivo e non mi stanca mai. Così come lo faccio con i romanzi "seri" che leggo, amo riflettere sui miei. Un esercizio infinito...

11.2.18

In viaggio

Il viaggiatore dall'altro lato del corridoio è grasso. No, non grasso, obeso.
Appare trasandato e sporco, anche se magari non lo è. Succede sempre così, con le persone sovrappeso. L'ho notato, non tanto per la stazza, quanto perché a inizio febbraio indossa una t-shirt nera, stinta, e vicino a lui c’è solo una specie di k-way, sempre nero. Io, che mi sono appena seduta al mio posto accanto al finestrino sto ancora aspettando di abituarmi alla temperatura. Fuori, prima, era decisamente freddo.
Per un attimo mi chiedo come possa andare in giro così, e me ne vergogno immediatamente; lo so che non è la t-shirt a farmelo pensare. È tanto grosso che non ci sta tutto sul sedile. Mi sfiora l’immagine di “Seven”, un pregiudizio sporco e cattivo che non dovrei nemmeno pensare, invece sono umana e lo penso.

Poi penso a me venti chili fa. No, beh, lo so che non sono mai arrivata nemmeno lontanamente alla sua stazza, ma già mi sentivo fuori luogo così. Non posso immaginare che se ne freghi davvero. Molto probabilmente ci si è arreso. Non dico abituato, non ci si abitua mai agli sguardi della gente. Arreso. 
Sì, perché a un certo punto è normale anche quello. Lasciare le cose come stanno è meno faticoso che mettersi a cambiare. Anche se fa male guardarsi allo specchio, comprare i vestiti, fare le cose di tutti i giorni occupando spazio che non ci è concesso. Sì, mi vergogno. Anche se gli farebbe bene dimagrire, forse non per una questione estetica. Soprattutto per respirare, perché lo fa con fatica.

La ragazzina di fronte a me dorme a bocca aperta, appoggiata di lato al sedile. Sua madre, che mi sta accanto, tiene la custodia di un violino tra le gambe. So per certo che non è suo. Lo so da come la guarda. Farebbe ogni cosa per lei. Poi guardo fuori, il cielo grigio non dà buoni presagi. Non importa, l’inverno passerà. Non è questo il suo mestiere?

Sono distratta quando arrivano. Sono tre, la divisa della polizia ferroviaria addosso, si dirigono immediatamente verso il ragazzo obeso. Certo che l’hanno notato pure loro. Non fanno nemmeno finta che sia un controllo generale. Ce l’hanno con lui e con la ragazza che gli siede di fronte, ugualmente trasandata e non proprio pulita. Chiedono se viaggiano insieme, lei li guarda come offesa da una domanda simile. Nega, con tutto il corpo. Sembra quasi che non voglia nemmeno guardarlo. Lui, intanto, ansima tirando fuori il portafogli dalla tasca dietro dei jeans. Porge la carta d’identità al poliziotto con gli occhi azzurri che s’è piazzato di fianco a lui, una mano sul manganello e un anello d’argento vistoso e stretto all’anulare. Fa paura, il suo sguardo. Si esprime freddo e al contempo naturale. Parla lentamente, chiedendo come mai il documento sia ridotto in quello stato. Pare che la foto sia rovinata, come fosse stata riappiccicata o comunque manomessa. Il documento passa di mano in mano.

Il ragazzo si giustifica in un italiano bizzarro, non un dente dritto in bocca; parla di un lavaggio incidentale con il documento nei pantaloncini e io mi immagino la dimensione di quell’indumento e mi chiedo come si possano chiamare pantaloncini… Poi mi rendo conto che lo stanno guardando tutti. I tre poliziotti, la signora accanto a me, la ragazza di fronte, sicuramente anche i passeggeri che non vedo. Lo stanno guardando o lo guarderanno. Abbozzo un sorriso, se capitasse a me vorrei sparire, ma lui sembra abituato. Forse anche ai controlli della polizia.

Uno dei tre in divisa si sposta a telefonare per un controllo. Prima una carta d’identità, poi l’altra. Non sembrano convinti. L’uomo dagli occhi azzurri ha le mani gonfie e la pancia che sovrasta la cintura – o il cinturone che dir si voglia – e non sembra felice. Dovrebbe dimagrire anche lui, penso, come fossi ossessionata dalla linea. 
È che si sta male, spesso, quando non si ha la forma giusta. Che non significa che bisogna essere magri ma che ognuno dovrebbe avere la sua vera forma ed è così difficile trovarla che a volte non ci si arriva in tutta la vita. Essere se stessi anche nel corpo, essere se stessi il più possibile. Spesso è questa la vera lotta. Mi sorprendo a pensare che forse il poliziotto avrebbe più bisogno di una dieta del ragazzo obeso. È un controsenso, me ne rendo conto, se osservandoli vicini comunque il primo sembra magro. Non so, mi pare che sia così. Magari sbaglio.

Magari no.

Quello che siamo. Molte delle mie ultime riflessioni riguardano questo. Mi guardo allo specchio e piano piano vedo me stessa uscire allo scoperto. E mi chiedo dove sono stata nascosta tutti questi anni, dov’ero? Perché non mi sono lasciata vivere? C’è voluta una vita per avvicinarmi a me.

C’è voluto un incontro.
Forse è vero che bisogna amare. Amarsi, avere passioni. Lavorare a un amore con amore. È che amare sembra sempre una cosa diversa, quando lo dici. Una parola. Anche inflazionata. Troppo usata, troppo imperfetta. Come se quelle cinque lettere faticassero a contenere il significato della parola. Eppure è amore, quello che serve. Guardarsi allo specchio e perdonarsi. Per quello che si è, per ciò che non si è stati, per quello che vorremmo appiccicarci addosso. Immagini di noi che non siamo, di modelli cui ambire e mai raggiungibili. Perché non siamo noi. Guardarsi allo specchio e amarsi. Così come siamo, innanzitutto. Capire chi siamo davvero e quanto il nostro corpo ci somiglia. E se non ci somiglia provare a diventare chi siamo anche con il corpo. 
Io questo sto provandolo sulla mia pelle e funziona. Lasciarmi essere ciò che sono, senza modelli inarrivabili, solo con qualche fonte di ispirazione. Sorridermi, quando mi guardo. Perché io e l’immagine nello specchio abbiamo un segreto in comune. O più di uno, o mille, ma li abbiamo. Solo noi sappiamo chi siamo.

Passa comunque una decina di minuti, il ragazzo obeso supera i controlli e nessun altro nel vagone – italiano, straniero o solo vagamente strano – viene controllato. Nel momento in cui se ne vanno percepisco sollievo generale. Se, nel mondo assurdo in cui viviamo, il ragazzo fosse stato uno squilibrato o un delinquente chissà se sarebbe successo un casino? Se fosse stato armato, mi chiedo inevitabilmente, se avesse deciso che non gli piaceva come tutti lo guardavano? È strano, perché io non sono il tipo che si preoccupa di certe cose. Non ho paura, non ne ho quasi mai e di solito non ho paura per me. So che le cose succedono, belle o brutte, senza che io ne abbia il controllo assoluto. È che la mia mente ha l’abitudine, dovuta anche al mio lavoro manuale che mi lascia il tempo di comporre storie, di vagare per i fatti suoi, immaginando situazioni e sensazioni che non voglio controllare.


Lui, nei sui jeans un po’ scesi, la mutanda a vista mentre si infila il k-way, scende poche stazioni più in là. Non si guarda attorno andando via. Nel suo italiano sconnesso dice due parole incomprensibili al cellulare silenziato, poi se ne va.
Posso tornare a guardare fuori, a pensare alle nuvole e al sole che non compare quasi mai. Allo spettacolo che vedo, ai fasci di luce che squarciano il velo grigio qui e là, alle forme e ai colori di questo inverno. E penso. Se solo non ci fossero tutte queste case, i cavi dell’altra tensione, il rumore del treno, il brusio della gente… Il traffico, l’inquinamento, i clacson, la maleducazione, le preoccupazioni; se non ci fosse niente… Se non ci fosse l'uomo, quale spettacolo meraviglioso avrei davanti?  

22.3.15

La vita sessuale del Gianconiglio

Io non lo so.
Mi rendo conto di essermi lamentata spesso delle esternazioni di Lady Giuliva, più che altro mossa da invidia per l'energia profusa nel comunicare al mondo il suo essere femmina goduriosa.
Ecco, la faccenda è che invece il Gianconiglio mi mette tristezza. Saranno le quattro cigolate in croce e i timidi cenni della signora di turno, sarà che non capita così spesso come con lei, ma la Giuliva dava un senso al "godersi la vita" - soprattutto perché nella vita faceva poco altro.

Invece il Gianconiglio ha una vita sessuale nella media, il che è già sinonimo di tristezza. Perché io sono per il "tutto o niente", la roba nel mezzo è piatta e squallida. La normalità, oltre a essere una questione di pura statistica, è troppo poco interessante.
Invece di far vibrare la casa comprese le fondamenta, qui si sente solo un sottofondo che nemmeno scambi per la televisione. Figuriamoci se lo scambio per un terremoto, e figuriamoci pure se mi tiene sveglia la notte... Per carità. Non dormo dal '91, ma di certo non mi turberebbe il sonno.
Che poi l'aspetto del Gianconiglio ce l'ha, panciotto a parte, minuto, fragile e timido. Quando lo incontri sulle scale o per strada ti aspetti quasi che muova il naso stringendo le narici sottili in modo frenetico e rapidissimo. Ed è gentile e mite, tanto che Joey Trivella pare ancora più cavernicolo.
A sentirli vien voglia di farsi una tisana e buttarsi addosso una copertina. E io che speravo di darmi al sado-maso giusto per competere almeno a strilli e far invecchiare precocemente la portinaia.
Che me la ricordo ancora, povera, che pensava stessero squartando - anche se in senso "lato"... insomma... - la ragazza su all'ultimo piano, e saliva le scale fin dal terzo facendo due gradini per volta per rendersi conto che non era esattamente in un episodio di C.S.I. tranne che poi al luminol... vabbè.
Penso che Lady Giuliva la rimpiangerò a lungo, al di là del pensiero di fare "inviti al cena con sorpresa" coinvolgendo gli amici nella speranza di vederla sfondare il muro sottile che ci separa. Tipo ballerina nella torta, una roba così.
E il Gianconiglio, invece? Che ruolo gli si può dare? Al massimo quello di porta che cigola all'inizio di Thriller.
Una vita sessuale "da paura".
Proprio vero che non siamo mai contenti...

(Per diritto e dovere di cronaca, ogni volta che in questo post ho scritto la parola "sessuale" ho dovuto correggere. Non mi riesce nemmeno di scriverlo. Figuriamoci quanto può essere d'ispirazione)

31.3.14

La seta porpora del sogno

La cupa regina d'Altrove fissa gli occhi all'orizzonte.
Avvolta nel suo manto di seta porpora copre la pelle candida, nuda di primo mattino. La notte appena terminata è stata un'orgia dei sensi e nelle prime nebbie del giorno i destrieri dei numerosi cavalieri del castello si allontanano portando con sé il sogno e gli ordini del sovrano.
I capelli corvini le sfiorano il volto, il vento lieve a farli alzare nell'aria come in una danza gioiosa. Ma gioiosa non è, rinchiusa tra quelle mura che il suo amato sovrano ha costruito per loro lei sa di non poterlo seguire al di fuori del regno d'Altrove. Il loro regno in un luogo lontano dal mondo.
Il profumo intenso dei fiori non le rende più dolce la tortura. L'amato e i cavalieri tornano ogni notte e ogni notte è festa, ma subito ogni giorno la realtà la coglie sola e stanca.
L'amore del suo sovrano è forte e lei non ne è mai sazia, ma è difficile vederlo andare oltre ai loro confini, difficile saperlo lontano da Altrove per tante ore, ore che sembrano giorni e mesi, anche se la sua presenza si sente ogni minuto tra le mura del castello.
Il sovrano d'Altrove ha creato il regno per loro, per lei, per poterla avere accanto sempre e per sempre. Un maniero tra i colli e con la vista sul mare, con tutto lo spazio che lei poteva desiderare.
Piena di doni ogni giorno, la cupa regina d'Altrove desidera solo le notti.
E il suo signore di ritorno dal mondo che le stia accanto.
La sua bellezza è nota in tutto Altrove, la pelle chiara coperta di efelidi, gli occhi verde sottobosco e l'assoluta armonia delle sue forme creerebbero invidia in qualsiasi donna; ma non ci sono donne ad Altrove né mai ci saranno.
Altrove è un regno nascosto e privato, il regno in cui tutto è possibile. Come sposare il Re e vivere con lui in un sogno eterno e irripetibile, pieno d'amore e di emozioni.
E, come ogni luogo, pieno di dolore quando i confini s'intravedono attraverso le nubi e qualcosa comincia a crollare. La consapevolezza di vivere un mondo inesistente ma reale quanto il vero, quella rende la regina malinconica e inquieta nelle ore del giorno in cui il sogno non vive che di ricordi.
Le notti, solo quelle le concede il suo signore in quella gabbia dorata dove lei si sente al sicuro e libera, protetta dal mondo reale e dall'inevitabile logorarsi della vita.
Lì, immutabile e appagata, può godere dei momenti migliori del suo Re. Momenti in cui c'è solo amore e nient'altro conta. Niente altro al mondo.
La cupa regina d'Altrove fissa gli occhi all'orizzonte.
Là finisce la sua vita, ché la sua vita è solo un sogno e un'illusione e l'orizzonte è lì che l'aspetta se solo un giorno, in assenza del Re, decidesse di uscire dal castello e incamminarsi nella nebbia, sempre avvolta nel suo lenzuolo di seta.

9.2.14

Nella tana del Gianconiglio

Non c'è pace per i nostri muri.
Qui al settimo cielo le tregue durano sempre molto poco, o forse siamo fortunati ad avere tali distrazioni. In fondo rendono imprevedibili le nostre notti. E qualche mattina.
Non abbiamo fatto in tempo a rimpiangere Joey Trivella che nella casa a fianco è comparso Gianconiglio. Comparso per modo di dire, ovvio. Perché si sa che gli animaletti selvatici non amano farsi vedere dagli umani. Infatti affittano mansarde da usare come pied-a-terre e stranamente li si sente muovere di notte.
Così, mentre per cambiare cercavo di fare le mie revisioni a "Gli attimi in cui Dio è musica" per consegnarle al più presto all'editore, un rumorino improvviso mi ha distratta.
"Ecco, ci siamo." Mi son detta.
E ho teso l'orecchio, curiosa. Perché so che prima di vederlo, lui deve avere un soprannome.
E da quanto ho sentito, purtroppo, non c'è gara con il mitico Joey. Resterà per sempre nel mio cuore, il buon giovane. Niente terremoto o timore che il muro ceda sotto ai colpi vibrati.
Avendo una mente che funziona per immagini prima che per pensieri pensati, ho subito rivisto un personaggio conosciuto in una biblioteca e con cui ho trascorso una serata in birreria (non da sola, ovvio) tempo fa. Ho osservato, nella mente, il suo modo di fare. Con la mia amica Fata lo avevamo soprannominato Coniglietto Tatuato, immaginandolo impegnato in rapidi amplessi consumati per il solo suo piacere personale (non c'era spazio in quell'ego per dare piacere ad altre) possibilmente in qualche bagno di qualche locale, con una povera ammiratrice incantata.
Ergo (oggi sono acculturata, non so perché), l'immagine del coniglio si è associata al povero vicino di casa.
Gianconiglio, appunto.
La sua tana probabilmente sarà confortevole e accogliente, non lo saprò mai - per fortuna - ma di sicuro avremo ancora da divertirci. E io che immaginavo di godermi un minimo di pace in attesa di una nuova Lady Giuliva scatenata e lirica...
Niente, e così nemmeno i suoi uomini, quanti fossero non s'è mai capito. Mi tocca il Gianconiglio. Chissà se a mangiare... o a bere...
Oddio, Alice... Fuori da questo corpo!!! Non c'è spazio per ulteriori fantasie... la realtà è già abbastanza.
E qui la realtà è sempre molto colorata.

27.8.13

Joey Trivella studia da stalker

Proprio non gli va giù.
Pensava fosse amore, una cosa travolgente come le grida di Lady Giuliva nelle fredde notti (e nei tiepidi giorni) dell'inverno passato. Invece, come una impavida spia dal cuore gelido, lei fingeva orgasmi spaziali e godimenti oltre misura. E ora gode altrove.
Sì, perché qui è raro che si sentano ancora quei gorgheggi. Sarà che finalmente si è accorta che ha dei vicini udenti, sarà che ora che ha iniziato a lavorare (ma un lavoro serio, non quello di prima) è più stanca, sarà che si fatica troppo a fingere ad Agosto... Sarà quel che sarà (dicevano a Sanremo), del loro amore non c'è traccia se non dallo scampanellare del citofono a ore impossibili. Le loro ore, quelle che facevano insieme.
Joey non ce la fa. La cerca in continuazione. Di notte, soprattutto. O all'alba, in cerca di un rifugio sicuro lontano dal sole. I capelli lunghi al vento, braccia scoperte e bicicletta, il povero Joey sedotto e abbandonato non si dà tregua. E mi dispiace per lui, che non ha capito.
Intanto Giuliva se la gode ancora, con uno nuovo. L'amico dai capelli corti. Quello di cui parla in modo indecente a chi la conosce, quello che la fa stare bene. Per ora. Capire se si tratta di Aaahntonio o di un nuovo mohicano è dura. Storie di sguardi lanciati come casuali a ogni incontro, ché fissare il prossimo non va bene e nemmeno guardare dallo spioncino, tantopiù ora che han cambiato la location dell'amore. Forse anche a causa del caldo infernale delle mansarde prive di aria condizionata.
Lei, Giuliva, ama il salame. In ogni accezione, dall'alimentare all'umano passando per il più ovvio anatomico. E il povero Trivella salame un po' lo è. Perché ci ha creduto, nonostante l'aspetto da duro.
Non è uomo da non chiedere mai, e come tutti quelli che fanno dell'aspetto da duri la propria corazza è andato a cascare proprio con una che sembra un fragile germoglio di donna. Invece...
Mai come in questi casi, l'apparenza inganna.
Il guaio è che a me lui fa tenerezza, mi ricorda i duri dei miei tempi. Quelli che anziché scampanellare alle cinque del mattino con fare insistente, almeno ti gridavano qualche insulto da sotto alla finestra e cercavano di vederti in faccia per tentare uno sputo. Perché lei ha cambiato orario, lavoro, fidanzato e se aspetta ancora un po' a dirle cosa pensa di lei, lei avrà già cambiato casa.
Ma noi no...

25.7.13

Angela

Ricordava tutto.
L'umidità calda e soffocante della miniera, la polvere che restava appiccicata addosso lavata via dalle docce forzate dopo ogni turno, gli stracci con cui si coprivano. L'odore di quello che i militari fumavano, la paglia ammuffita su cui era stata costretta a dormire fin da bambina. Le molte madri che aveva avuto dopo la sua. Le botte, le esplosioni, la coda alla mensa, la fame. Ricordava l'aria fresca sotto ai canali di aerazione e le uniformi color deserto dei suoi aguzzini. Il buio intermittente tra una lampada e l'altra nelle gallerie, i minerali che estraevano senza sosta giorno dopo giorno.
E ricordava Paul. Nei suoi occhi, davanti a lei dopo oltre dieci anni, lei rivedeva la schiavitù. E come quegli occhi azzurri l'avevano lasciata andare nella penombra del campo base dopo che aveva assassinato il Comandante. Quegli occhi azzurri che ora sapeva aver pagato al posto suo. Paul era stato uno di loro, armato e vestito, ben nutrito e ricco. Eppure lo avevano reso schiavo, come era stata lei.
Ora Paul sapeva.
Angela abbassò lo sguardo.

(un piccolo anticipo su un prossimo lavoro, ma prossimo prossimo... ce ne sono altri, prima)

11.7.13

Il ritorno dei cavalieri erranti...

I tempi son maturi e, ormai, se le cose andranno avanti così i due cavalieri erranti una dieta dopo l'altra torneranno a visitare questo mondo. E siccome errano di dieta in dieta, sempre errando verranno.
Don Cosciotte, signore della Gran Forchetta, protettore della Tavola Imbandita e signore dei Vini Pregiati arriverà insieme alla sua compagna d'avventure Santa Panza, gran Maestra della Scarpetta e in possesso del lignaggio delle Torte Dolci e Salate, sacerdotessa del Fondente Nocciolato.
Entrambi, attraversando a loro rishio e pericolo lande di ristoranti, combattendo contro astuti kebbabbari e temibili rosticceri indiani, immergendosi in fiumi di Nero d'Avola o Primitivo rossi come il sangue, giungeranno fino qui.
Probabilmente rotolando di chilo in chilo senza sosta e senza smettere di combattere. Tra un fritto delizioso e un flan al cioccolato, arriveranno.
E saran dolori.
Per cui meglio per tutti noi se in qualche modo ci concentriamo tutti e vediamo di uscire da questa saporitissima storia, perché si sa, sono sempre le cose che più ci piacciono a farci male.
Accidenti, quanto amo tutto ciò che mi danneggia...
E quanto detesto questo mese!!!

26.2.13

A mille giorni dalla fine del mondo

Fuori i tamburi suonano, tra poco devo muovermi.
Approfitto della luce del sole per scrivere come posso alcune righe per chi resta. Ho finito i quaderni da tempo e ora mi restano solo i margini dei libri che ho in casa. Pochi, dopo l'avvento del digitale. Troppo pochi.
Ci avevano detto che la crisi non c'era, all'inizio, e noi ci credevamo o cercavamo di non pensarci. Troppo dura pensare che dopo anni di sacrifici dovevamo rinunciare prima a qualche extra, poi all'automobile, ai telefoni, al computer, ai vestiti di qualità; poi alla carne, al cibo buono, al riscaldamento, all'acqua calda per la doccia. Poi ancora rinuncia al lavoro, ai pasti regolari, al concetto stesso di abito nuovo.
Eppure continuavamo a fidarci di chi ci diceva che non era ancora il momento di preoccuparsi.
Finché cominciarono le bombe. Gli attentati. E la caccia.
Si cerca sempre un colpevole, in questi casi. Così qualcuno ha iniziato una guerra civile, massacrando i suoi connazionali per la sola colpa di aver voluto credere che fintanto che i ristoranti fossero stati pieni...
Dopo la caccia all'uomo, dopo gli attentati, dopo i piccoli falò in strada; dopo sono iniziati i saccheggi. Prima a discapito dei grossi centri commerciali, come nei film di zombie, poi i negozi di grido, poi quelli più semplici. Finché non ci furono più negozi da saccheggiare.
I più fortunati sono scappati in campagna, dove era ancora possibile coltivare qualche ortaggio di stagione e dove gli animali erano ancora numerosi e produttivi. Non per molto. Senza mangimi anche gli animali cominciarono a scarseggiare. A morire e servire come cibo. Finché c'erano...
Noialtri, noi che siamo rimasti, ci barrichiamo in casa durante il giorno e difendiamo il poco che ci resta con armi e posate. Senza corrente ormai da qualche mese, non abbiamo la possibilità di conservare il poco cibo che troviamo nelle escursioni notturne.
Formiamo delle squadre, di solito, organizzati per palazzo. Le bande più organizzate pattugliano di giorno e noi usciamo la notte a cercare cibo e vestiti. Quando suonano i tamburi regna il caos. Le bande festeggiano con l'alcool e il sangue, noi cerchiamo di sopravvivere.
Perché sono rimasta non lo so, ero sola. Non mi è mai piaciuta la campagna, comunque. E anche se ieri ho dovuto macellare un bambino trovato morto in strada per cucinare per il mio condominio non mi pento. Qui non c'è più cibo da tanto tempo...
A questo mi serve la mia laurea, a scrivere sui margini dei libri per qualcuno che forse non sa nemmeno più cosa sia leggere. A raccontare cosa è successo negli ultimi mille giorni, dopo che tutti noi abbiamo scelto di credere che tutto andava bene e che presto saremmo stati tutti ricchi, tutti quanti.
E non avremmo più pagato tasse.
Ora i tamburi suonano, devo uscire. Mi hanno detto che c'è una famiglia ben nutrita a pochi isolati da qui. Uno alla volta potrebbero durarci qualche mese...

20.2.13

Post erotico, notizie dal settimo cielo

Joey Trivella non sbaglia un colpo, i muri lo sanno.
Il letto sbatte talmente forte che quasi sembra voler sfondare la parete e ampliare il locale a fianco. A qualsiasi ora del giorno e della notte lo si sente lavorare con la giovane Lady Giuliva. Vicini grandiosi.
La lady padrona di casa ha il concetto di arte che ha reso famosa Yoko Ono e in effetti gorgheggia al suo pari nei momenti migliori (o peggiori, chissà). Soprano, lei, ama usare la A per i suoi vocalizzi: la grida, la allunga, la stacca con delle invisibili H, sale e scende di tonalità con equilibrio precario. Minuta, timida, molto fashion victim, sembra una diva di MTV col capelli sempre lisciato al punto giusto e il modo da ragazza comune. Tranne quando è dall'altra parte della parete. Una pantera.
Lui ha come nome Joey, fin dall'inizio, dispensatore di delizie. Pare il Joey Tempest de noartri, capello lungo e scuro e look molto metal. Siccome però è appunto "dei nostri", certo non può essere biondo. Infatti è più un mix ben riuscito tra una gorilla di montagna e Marilyn Manson. Ho detto ben riuscito, notate, perché non è affatto brutto. Ha il suo fascino rude e porta in viso una piccola cicatrice tipo Capitan Harlock. Giubbotto in pelle nera borchiato, spalle ampie e questi bei capelli puliti... e lo dico sul serio.
Non si capisce che lavoro facciano, entrambi, a parte demolire pareti e gorgheggiare. Perché capita che arrivino nel cuore dela notte e spariscano all'alba come vampiri, per poi manifestarsi ancora in tarda mattinata, nel pomeriggio o per cena. Chi lo sa.
D'altra parte ogni manifestazione dev'essere una sorpresa per avere quel tocco di soprannaturale...
Inizialmente fastidiosi, Lady Giuliva e Aaahhntonio (perché Joey Trivella è un nome d'arte), sono ormai una presenza quasi necessaria. Anche stimolante, oserei affermare. Perché riportano il sorriso sulle labbra (forse non alle 4 del mattino, ma...) e vien voglia di fare lo stesso. Gridare e battere i muri. Mettere un porno a tutto volume, invitare un gruppo d'ascolto, fare un toto-vicino. Insomma, donano una vitalità almeno intellettuale che ben si riporta nelle azioni quotidiane. Sorridere fa sempre bene.
Che a furia di ascoltarli mi fanno pure tenerezza. Sentirli ridere tra un round e l'altro dà il senso a giorni tristi che uno affronta. Ridono forte, come scopano (ops, che parolona...), e li immagino nudi col sorriso aperto a mille denti, pronti a riempirsi di baci e ricominciare. Li sento giovani, e lo sono. E non li invidio a dire il vero, ma li inviterei a cena per conoscerli di più. Ultimamente mi piace chi sa ridere, mi colpiscono le persone che lo fanno, le vorrei abbracciare tutte e cominciare a ridere con loro. Davvero.
Che poi mi buttino giù le pareti di notte...

4.2.13

Shopping infernale...

La ragazza, avvolta nel suo cappotto scuro, fissava il riflesso del suo accompagnatore nella vetrina. 
Lui la teneva sottobraccio, il cappello calcato sui capelli castano chiaro e il bavero alzato per proteggersi dal freddo. Qualcosa non andava, in quel riflesso, ma era difficile a dirsi cosa fosse esattamente a stonare nei lineamenti sdoppiati del viso. I capelli lisci e appena ondulati dalla pressione del cappello erano lunghi tanto da mettere in ombra il poco del viso che era scoperto. Lei, invece, aveva capelli raccolti dentro a un morbido cappello di lana. E il viso nudo esposto alle intemperie aveva il colore rosato delle bambole di porcellana. 
D'un tratto il giovane la prese più saldamente e la portò fino alla panchina qualche metro più in là. Le due signore di mezza età sedute da tempo sulla panchina alzarono lo sguardo. L'uomo si chinò in avanti trascinando con sè la ragazza. 
"Lei è la donna più bella del mondo", disse poi con voce profonda e leggermente roca indicandola, rivolto alle due donne. Entrambe, a bocca aperta, lo fissavano inorridite. Così come si era avvicinato, se ne andò trascinando la sua ragazza ancora una volta per il braccio piegato. 
Davanti a una nuova vetrina l'uomo si fermò. Baciò la ragazza irrigidita sulle labbra e le disse: " hai visto, gliel'ho detto..." poi girò il viso mostrando la terribile cicatrice che lo sfigurava, pelle bruciata e strappata che faticava a rinascere.

22.10.12

La donna

L'imprevedibile raggiunge il cuore addormentato.
Solo una frase, semplice e facilmente comprensibile. Eppure difficile. La donna alza la testa e annuisce sorridendo. Lo sa, l'ha sempre saputo. Tiene le gambe incrociate davanti al petto mentre ascolta seduta sul pavimento. Ricorda altre parole spese in una sosta nel lungo viaggio verso il fuoco, parole d'amore condivise con un uomo saggio. E lui che, a sua volta, annuiva.
Ricorda il suo passato, non tutto. Parti che le restano oscure e incomprensibili e che lanciano messaggi allarmanti. Quello che resta non è solo dolore e sa che molto ha un senso se lo si guarda dalla giusta prospettiva.
L'energia senza equilibrio, la forza di combattere i mulini a vento, la rabbia e la rassegnazione. Tutto per arrivare a un oggi ordinario e pulito come uno specchio in cui riflettere i propri occhi. E trovare luce.
E trovare la propria anima nascosta in cicatrici di duecento punti.
La donna alza la testa e annuisce.
E sorride. Conosce le sottili implicazioni di ogni suo respiro, sospiro o pianto. Ogni goccia di sé acquista il senso, la sensazione di ciò che sta cambiando intorno a lei. La vita. Dentro. Si chiede se il destino esiste davvero, ma sa che non è importante. Nessuna questione filosofica lo è davvero. Non più.
Ogni goccia di sé, tutto sgorga senza sosta mentre le mani tentano di fermare una risata. E un grido.
La necessità dell'imprevedibile. Come per un cieco che vede i colori e ne resta incantato, anche quando li vede attraverso lo schermo della mente. La realtà del proprio io che piomba nella coscienza gemendo per il lungo viaggio. Anni di distanza per conoscere se stessi.
La donna alza la testa e sorride.
Questo è un punto di partenza che accetta. Niente avviene per caso mentre il caso si diverte a creare occasioni. Una semplice frase. E tutto ha un senso, se l'equilibrio è rotto bisogna spostarsi e trovare un baricentro. Uno vero, uno nuovo. Se muore la vittima, muore il carnefice e viceversa. Per sempre e ancora.
La donna alza la testa, sorride e salta... nel vuoto.

19.9.12

L'uomo con la cicatrice attraversò lo spiazzo senza guardare. I capelli appena scossi dal vento, lo sguardo deciso, i jeans un poco lenti sul fondoschiena e una maglietta rosso fuoco tirata sul torace ampio e stretta sui bicipiti. Stava andando a parlare con quell'uomo seduto al bar da oltre un'ora apparentemente perso nei suoi pensieri, ma attento a ogni movimento dei dintorni. C'era qualcosa di
losco in lui, come una patina d'unto che si portava dietro senza aver mai saltato una doccia.
Senza esitare un istante, l'uomo con la cicatrice si mise a sedere sulla sedia accanto all'altro, chinandosi su di lui per trasmettergli il messaggio che era venuto a portare. Poi riprese una posizione normale, fece spuntare da chissà dove un pacchetto di sigarette e se ne accese una, il tutto prima che il cameriere del bar si accorgesse di lui. Ordinò un caffè, attendendo una risposta dal suo interlocutore.
Niente zucchero, un sorso amaro e potente prima di andarsene. L'uomo venuto dal mare aveva dato la sua risposta. Era un no.

21.5.12

La verità, tutta la verità sul "tascabile"

Allora, il tascabile...
L'idea l'ho avuta millenni fa, ci ho fantasticato su una vita e l'ho scritto, inizialmente, intorno al 2000. Poi mi sono fermata, quando una delle due Maria Teresa cui ho voluto bene ha avuto l'ictus. Lei, che nel libro è Peg (simpatica tenutaria di bordello per militari), era sparita da un giorno all'altro dalla mia vita. A un certo punto il tascabile, che leggevano tutte le colleghe con ansia capitolo dopo capitolo, non mi piaceva più.
Lo trovavo ingenuo. Cosa che è, nella forma in cui l'ho mandato al torneo.
Perché ingenuo?
Troppo facile. Lineare, romantico, senza contraddizioni, con complotti svelati in fretta e troppe storie da seguire. Era anche sballato dal punto di vista dello svolgimento dei fatti: cominciava a metà. Però a questo ho posto rimedio in tempo. Benedetto copia e incolla...
Per darvi un'idea, sebbene vaga, è un misto tra "Il pianeta delle scimmie", "Wonder Woman", "Il gladiatore" e un miliardo di film e telefilm, ma sostanzialmente è una storia d'amore e di cambiamenti. Una storia di ritrovamenti, di ricerca della verità, post-atomica e post-femminista.
Al torneo è andato con un breve prologo, che più che altro doveva spiegare il titolo (cambiato rispetto all'originale) e in parte il mondo in cui la storia si svolgeva. Sebbene il prologo fosse scritto con altro carattere (o font che dir si voglia)  e venisse prima della scritta "Capitolo 1", i lettori l'hanno preso per l'inizio del romanzo. E va bene. Non ho scritto "prologo", certe cose a volte mi sfuggono.
Il primo lettore del torneo mi ha dato un buon giudizio, tenendo conto che anche secondo lei (perché era donna, sicuro) si trattava di una prima stesura.
Sostanzialmente una parte dei giudici ha capito che la storia c'era, anche se andava migliorata. Qualcuno ha dato suggerimenti su cosa leggere per approfondire il genere fantascientifico, qualcuno su cosa sembrava mancare nel testo.
Qualcuno non ha apprezzato decisamente la storia, ma non si può piacere a tutti, che abbiano o meno un modo simpatico di farcelo notare.
Il file giudicato era di circa 29 pagine, il romanzo completo - ridotto per motivi di limitazioni del regolamento - ne contava circa 287. Un piccolo 10% in cui, secondo alcuni, dovevo inserire praticamente tutta la storia.
Capire che una storia ha i suoi modi e le sue attese, i suoi tempi, i motivi per svolgersi in un certo modo, invece di essere spiegata per filo e per segno senza la minima suspance... sembra roba difficile.
Certo se avessi scritto tutto nelle prime 29 pagine sarebbe stato un po' difficile scrivere le altre 260...
Fatto sta che, in ogni caso, non mi sono abbattuta per nulla, anzi.
I giudizi (15 persone che lo hanno letto, loro malgrado) mi sono serviti per capire che:
1) la storia è mia e la scrivo come diavolo mi pare.
2) l'ambientazione é sì fantascientifica, ma il futuro non è una cosa lineare. Ci sono miliardi di futuri possibili, non c'è modo di esser certi che tra altri duemila anni esisteranno apparecchi simili a quelli che abbiamo, o più evoluti. Potrebbero esserci catastrofi tali per cui l'umanità deve ricominciare daccapo e costruire le sue case con pietre e legno insieme a materiali più innovativi, potrebbero non esistere più telefoni, computer, televisori, come li conosciamo noi. Nel mondo che io ho inventato sono io che decido quali apparecchiature ci sono e quanto sono fantascientifiche.
3) i personaggi sembrano "eccessivi"? Pazienza. Lo saranno anche di più, nella seconda stesura. Devono esserlo perché vivono in modo estremo, non sono personaggi patinati e sdolcinati, è gente che uccide, picchia, usa, tortura. Non possono essere finti.
4) ora la protagonista ha una bella cicatrice in pieno volto, vediamo.
5) dopo aver eliminato tutte le scene vagamente o esplicitamente erotiche per motivi di spazio le reinserirò.
6) tolgo il prologo. Cambio il titolo. Rimetto ai personaggi i loro nomi. Finisco di riscrivere come avevo in programma e vediamo come va...
e... giusto per essere chiara: non sono una sessantottina. Guardate un po' dove siamo. Tutta questa roba del sesso, droga e rock and roll, dell'amore libero e dei reggiseni bruciati non ci ha portati molto lontano.