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13.6.23

Cometa

La canzone che avevano composto per me era orribile, almeno secondo i miei gusti.
Poi immagino che in qualche modo non sarebbe andata bene anche fosse stata meravigliosa.
Niente di testo e melodia sembrava appartenermi, ma poteva qualcosa farlo davvero? Avevo appena compiuto diciotto anni e non sapevo niente di niente anche se ero convinta del contrario.

Già dal provino improvvisato in discoteca, una sera che il loro gruppo suonava lì, poco prima dell'apertura. Mi hanno mandata sul palco e mi hanno detto canta qualcosa ma ero abituata con le basi e non al live, soprattutto ero terrorizzata.
Perché mi abbiano dato corda posso solo supporlo: prendere soldi e avere una ragazza in più in scuderia per riempire vuoti.
 
In sala d'incisione andò tutto al contrario rispetto alle previsioni: un disastro in italiano, molto meglio in inglese tanto da registrare un brano praticamente buono alla prima, fatta eccezione per i cori. 
Poi quella canzone da portare al concorso. Quel testo assurdo e quella melodia finta, non mi veniva proprio. C'era quel "ce la farò, sono sicura" che mi si strozzava in gola e tutto sembrava talmente moscio che avevo solo voglia di piangere. Nemmeno a riscriverla in inglese avrebbe funzionato.

E io sognavo il palco, la musica, le luci ma forse non ero sicura per niente a dispetto di qualsiasi aspettativa avessi creato nella mia mente e in quella degli altri. 
Quarta a un concorso invisibile, tempo e liti furibonde, e mamma non capiva che cantavo più volentieri le canzoni degli altri concorrenti, e quel fidanzato psicopatico che avevo mi tormentava ogni giorno per paura che spiccassi il volo. Ma quale volo?

Avevo esordito che nemmeno avevo diciassette anni, la voce potente ma acerba e nessuna preparazione. «Sì, brava ma non abbastanza matura,» mi aveva fatto il prezzo mio padre. E come mai avrei potuto esserlo se non ci provavo neanche?
Ma poi, provarci significava fare playback con la voce di un'altra donna truccata quasi al suo stesso modo per sostituirla a un capodanno idiota? Significava diventare marionetta? Significava perdere la fiamma?

Poi, ancora, è successo qualcosa nella mia testa e piano piano ho rifiutato tutto. Serate, spettacoli, inviti. Urlavo dentro ma non avrei più cantato. Volevo solo spegnermi e non sognare più. Non ho più saputo usare la voce.
E ne ho, ne ho ancora.

Ma non potevo. Non è la mia cosa. Non il mio talento. Però ancora sogno.
Io sto bene quando sparisco, quando non mi guarda nessuno. Sono un topo.
Un'ombra, un alito di vento nella furia prima del temporale.
Dovevo esserlo, il temporale. La mia occasione mancata numero uno: lasciarmi esplodere.

Essere.

23.4.23

Sulla soglia dei 54

Non ho mai pensato di essere bella, non come avrei voluto essere comunque.

Per anni ho combattuto con i miei limiti, con le aspettative esagerate, con modelli irraggiungibili, con il corpo che "pesa", con il mio desiderio di essere vista e amata, con la tendenza alla dipendenza - cosa non rara in famiglia - e all'autodistruzione. Con la depressione e con l'ansia.

Con ferite mai del tutto curate, con l'arte di farmi scivolare addosso cose che in realtà finivano per peggiorare l'opinione già pessima che avevo di me. In parte. E l'orgoglio, la vanità, la rabbia di non poter desiderare, volere, ottenere.

«Ha bisogno di coccole, poverina.»

Non corrispondere mai, né a chi vorresti né a cosa vorrebbero gli altri: sentirsi alieni, sempre. Desiderare, lottare e allo stesso tempo non sentirsi adeguate, in grado di farcela. Sapere di avere delle qualità ma oscillare continuamente tra possibilità e impossibilità. Essere pietrificate dal terrore di non farcela, perché non farcela è la conferma di quel pensiero sottile che dice "non ce la puoi fare".

Credere sempre a chi ti sottostima, mai a chi crede in te, tanto da sospettare che dietro a ogni complimento ci sia un tentativo di "prenderti qualcosa". Il desiderio di rivalsa, forte. E la critica severa, per poi cadere nella superbia nei momenti "su".

Anni di alti e bassi, anni di voglia di morire per smettere di sentirmi così, anni di rancore folle che mi consumava dentro. E io che cercavo equilibrio e leggerezza. Che cercavo qualcuno di obbiettivo nei miei confronti - infatti appena ho potuto ho pagato una psichiatra - che mi aiutasse a capire chi sono e dove sbaglio sempre.

Perché è vero che sbaglio, probabilmente non nelle cose in cui temo di sbagliare ma la vita è un tantino beffarda con tutti noi, no?

«Ci credo che è stanca - ha detto una volta la psy - ha vissuto cose che normalmente non si vivono in tre vite "comuni".»

Ed è vero. Ho lottato con unghie e denti ogni volta che era necessario nonostante la mia "debolezza". Sono senza pelle sotto a una corazza di grasso. Eppure...

Non sono mai stata quello che volevo essere. A volte ci sono andata vicino, a volte ho mandato in vacca tutto quanto appena tornavano i pensieri oscuri. A volte mi sono punita per cose che non ho fatto. Non ho creduto in me fino in fondo, soprattutto perché non sapevo essere del tutto me stessa. Spesso non mi sono amata come avrei dovuto e non ho accettato l'amore degli altri perché non mi ritenevo degna, o sentivo il peso delle loro proiezioni. Non ho dimenticato chi mi ha ferito e porto dentro di me chi mi ha dato tanto. Sempre.

Ho tenuto dentro troppe cose: sensazioni, disagi, malesseri, sogni. Non volevo "disturbare", così mi hanno insegnato; mai disturbare gli adulti, e io bambina non ho mai smesso di sentirmi piccola di fronte alle esigenze o ai desideri altrui, tanto da cancellare ogni traccia di me pur di non farmi mandare a letto, come quando restavo nascosta sotto al mobile nel salotto dei miei nonni per poter vedere un po' di televisione in più oltre il mio orario.

Sono Laura, la sorellina piccola dei miei sogni. Quella che ha paura e ha bisogno di rassicurazioni.

Sono Luisa, la sorella di mezzo maniaca del controllo e giudice incontentabile.

Sono Clara, la sorella adolescente che ha dentro solo rabbia, tanto da bruciare.

Sono Paola e ancora la mia voce si sente poco, ma c'è.

E ora, sulla soglia dei 54, comincio a capire chi sono e quanta strada ho fatto anche perdendomi nell'oscurità. Certe volte mi trovo pure bella nonostante i segni dell'età che avanza. Certe volte so che ce la posso fare.

19.1.23

Mentre il mondo intorno non si accorge che sto gridando

 Ti sto dicendo addio

con un inchino profondo,

e grazie. 

Di tutti i sogni, 

degli incubi 

e le ferite indecenti;

dei mille sorrisi, 

delle tante lacrime 

e le migliaia di parole. 

Sono senza dei, 

senza famiglia, 

senza patria;

senza cuore, 

senza testa 

ma sono umana. 

Ti sto dicendo addio 

mia ossessione, 

mia musa. 

E nonostante i tuoi sforzi 

per imbrigliarmi l'anima 

sono ancora libera. 

O di nuovo 

o non lo sono mai stata, 

nè lo sarò. 

Non ho pelle, 

non ho pace, 

non ho difese. 

Non un posto, 

nè un destino 

ma ancora respiro. 

Ti sto dicendo addio 

perché non è più vita 

ma una lenta e inesorabile 

piccola morte 

e io non ho più voglia

di soffrire. 

Nè voglia, 

nè forza, 

nè fiato;

non più un singolo

istante 

di questo... 



3.1.23

Su e giù

 


Sto facendo su e giù

con altri pensieri. 

Un panda sul pigiama,

torta sullo stomaco.

Prima non c'eri, 

non vale. Vattene via. 

Ho voglia di indossarti,

di portarti dentro, 

di mandarti al diavolo. 

Di essere perfida, 

di non essere io, 

di dimenticare,

di ricordare solo sorrisi. 

Colori abbastanza diluiti,

soffia per vedere.

Ho voglia di gridare,

di gridare.

Sono muta. 

22.4.22

Pensieri dell'anno passato


 Questi tempi ci hanno insegnato a covare rabbia, non buoni sentimenti. Quelli li lasciamo agli arcobaleni colorati dai bambini e agli inguaribili ottimisti. Ho idea che per alcuni la chiusura non abbia che accelerato il processo, prima contenuto da un minimo di contatto sociale (non social, perché qui di leoni da tastiera che nel quotidiano mai oserebbero alzare la voce ce ne sono eccome) che fa da filtro ai nostri comportamenti. Sovrastrutture culturali che ora tendono a cedere e che, chiusi nell'Io come siamo, ci fanno sentire ancor più isolati. Chi ha fatto o sta facendo un percorso spirituale non ne è del tutto immune ma si spera più consapevole, perché una volta riconosciuto il mostro è più facile rimetterlo al suo posto.

Siamo più che mai "noi contro il mondo" ed è grave più del virus che in casa ci ha chiusi così a lungo.

Non è uguale per tutti, non può esserlo. A me ha portato pace, questa cosa, e il desiderio di avere in futuro una vita migliore che comprenda rispetto per me stessa e per gli altri, un ritmo più adatto e un senso del dovere meno presente. La voglia di smettere di rincorrere una vita che non mi aspetta e che mi pretende costantemente iper-performante, iperattiva e soprattutto consumatrice passiva di qualsivoglia prodotto. Ci hanno insegnato a essere sempre in competizione e questo non è bene, perché ci isola. Non esiste un "altro" da combattere, esiste un Io che si è fatto riempire di idee confuse sulla vita e sulla morte, sulla nostra natura. 

Non ne usciremo migliori, se continuiamo a prendercela con chiunque tranne che con i responsabili e non ammettiamo che i responsabili di ogni cosa siamo noi per primi, quando pur di non pensare cerchiamo qualcuno fuori cui delegare anche il nostro destino per poi seppellirlo se quel destino non ci piace.

24.2.22

Quel che non ti fortifica ti uccide...

 



Sì, lo so, dovrebbe essere il contrario.

Ma non siete stanchi di dover essere forti a ogni costo? Di dover dimostrare che qualsiasi cosa succeda reggete il colpo? Che non solo state in piedi nella tempesta ma che quasi quasi come il tenente Dan di Forrest Gump vi arrampicate sulla cima dell'albero per mostrare il dito medio al Creatore?

Beh, io sì. Da tempo.

Tutta questa smania di essere superiori, sempre pronti, sempre giovani, performanti, col fisico giusto, con la mente sempre tesa all'obbiettivo, resilienti e anche un poco grati se la vita ci ha preso a randellate sui denti io non la reggo. Alla fine è un dover sempre essere qualcuno che non si è, un doversi negare i momenti di dolore, di debolezza, di paura per dimostrare al mondo (ma sotto sotto siamo convinti che serva pure a noi avere una mente sempre concentrata su quello che vogliamo ottenere) che ce la facciamo.

É che poi diventa difficile essere sé stessi così. E che forse al mondo non importa un fico secco se ce la facciamo o meno, se esistiamo o meno. Se ci godiamo il viaggio o siamo lanciati in una folle corsa verso la morte (che alla fine è lì che andiamo, comunque) come il treno Blaine della saga della Torre Nera di King (appare in "Terre Desolate" e nel mio preferito "La Sfera del Buio"). Who cares?

Che poi è vero che ciò che non ti ammazza ti rende più forte ma chi è tanto scemo da dire "guarda, in vita mia ho preso solo mazzate e vedi come sono tosto"? Io, almeno, di tante mazzate avrei fatto volentieri senza. Sì, sono ancora qui e ho il mio bel caratterino  - ma ce l'avevo già da piccola e sono sicura che sarei stata simpatica lo stesso - e di certo non sono morta ma giuro che le mazzate qualche conseguenza la lasciano. Come le piccole sofferenze o i disagi prolungati nel tempo, le situazioni che non riusciamo ad affrontare o che fingiamo di sostenere benissimo (non importa se lo facciamo con gli altri o solo con noi stessi, alla fine tutto lavora dentro allo stesso modo), le arrabbiature e le umiliazioni. Che già ce ne sono tante di piccole cose che possono guastarci il viaggio, di quelle grosse purtroppo ce ne capitano ma ben venga il poter affermare: "sto di merda".

Quando ho iniziato la terapia ho passato le prime sedute a raccontare la mia vita alla psicologa. Lei ha preso appunti, ha aspettato che tirassi fuori gli eventi (avremmo discusso dopo di come mi faceva sentire ciascuno e degli effetti collaterali che ancora mi porto dietro a strascico) per poi dirmi: "caspita, lei ha vissuto in una vita sola il triplo delle cose che di solito vivono i miei pazienti, mi stupisco che sia anche un minimo equilibrata" (e al tempo non lo ero granché). Ecco, io ho fatto un po' da punching ball per tutta la vita e a forza di mazzate qualche neurone mi si è rintronato. Certo, non sono morta ma sono in analisi da una vita e ancora oggi mi rendo conto di quanto ogni evento abbia condizionato quelli successivi, in certi casi in modo disastroso, in altri solo un tantino bizzarri.

Non voglio fare elenchi, ognuno di noi ha passato i suoi guai ma credo che il continuare ad affrontare la vita gridando "Questa è Sparta" quando dentro siamo in grado di sopravvivere giusto a Gardaland sia dannoso per la salute. E sì, quel che non ti uccide ti fortifica, ma a furia di sanguinare muori ugualmente. Forse è meglio proteggersi il più possibile (e si può fare vivendo qui e ora e non proiettati in un qualcosa che forse non ci sarà mai o che non sarà mai più) e coltivare quel minimo di saggezza e consapevolezza per rendersi conto delle ferite che sanguinano e farsi curare in tempo.


14.5.20

Noi e loro

Il mondo ci vuole contrapposti.
La nostra mente ci vuole contrapposti.
La nostra paura ci vuole contrapposti.


Ci siamo noi e ci sono loro.
Ci sono io e c'è chi è altro da me. C'è ciò che è mio, c'è cosa riguarda solo me.
Ci sono io, gli altri sono un problema.


Anni di buddismo mi hanno insegnato che nella vita tutto è interconnesso.
Allora qual è il punto?
La paura.
Solo la paura è in grado di governare così bene la sensazione di divisione dal mondo. Io non so spiegare, non ho le parole, non ho conoscenza. Non ho un testo cui appigliarmi. Ma vedo.

Questa paura che hanno usato contro di noi per anni sta facendo effetto. Ci guardiamo tutti con diffidenza, puntiamo il dito, allontaniamo.
Non siamo più disposti a vivere.
Non siamo più capaci di restare da soli eppure mai come ora ho respirato tanta distanza dagli altri che diciamo mancarci.
Non è così che deve funzionare.

Il meccanismo serve a sopravvivere, a far sopravvivere un Io. Ma tanti Io non fanno un Noi da tempo. Tanti Io restano separati e negano il mondo.
Quanto odio, quanta rabbia, quanta paura.
Come siamo finiti quaggiù?

10.4.20

Ciò che si muove dentro, un'analisi ancor più illogica senza il testo 12

Stavo cercando una foto per l'ennesima sfida su Facebook, cosa che di solito non faccio ma che - un po' come mettermi a prendere il sole sul mio mini terrazzo - in questo periodo mi fa passare un po' del tempo immersa in cose che amo.
Stavolta riguarda i 10 film (ma contemporaneamente ne sto facendo una che si occupa di libri) che in qualche modo mi hanno toccata. La prima considerazione, cercando le foto giuste, è stata che finora i film cui ho pensato sono tutti di fantascienza e fin qui ci sta (sono "Star Wars" - il primo storico, quindi l'episodio 4 e "Blade Runner", per poi arrivare al terzo che cercavo appunto stamattina). Non ho mai avuto dubbi su cosa mi ha catturata fin dal primo sguardo.
Poi ho scelto il film che mi ha stimolata di più tra quelli della sua serie, perché tra i tre che si salvano è davvero difficile trovare quello giusto: tutti sono gran film, ognuno con caratteristiche differenti, scelte registiche particolari e spunti di riflessione diversi.


Ho sempre amato "Alien".
Forse perché ho subito il fascino del proibito (quando è uscito nelle sale io ero troppo piccola e ho invidiato i miei cugini poco più grandi di me per averlo visto al cinema mentre io l'ho sempre visto in tv), forse perché poi era un mostro bellissimo - le linee di Giger, quell'armonia particolare che richiamano, la simbologia fallica, anche - e spaventoso. L'ho amato nel film originale di Scott, claustrofobico e molto "freddo"; l'ho amato nel sequel di Cameron così macho e sudaticcio; l'ho amato nel terzo episodio di Fincher, di nuovo claustrofobico e più intimo; l'ho amato meno nel quarto capitolo più per la mancanza di estetica del "mostro" finale che per altro.

Per alcune persone, il mostro del film rappresenta il cancro, la malattia che cresce in te e che ti uccide. Io non l'ho mai visto così, mentre è più facile vederlo come il lato primitivo nascosto in noi. Quella rabbia che vien fuori dallo stomaco e che distrugge ogni cosa non gli somigli. Una specie di "Es" primordiale, l'istinto puro, il lato cacciatore e omicida della nostra personalità, quello che a volte sembra governare la gente negli ultimi anni. Lo avevo detto in un vecchio post, qui. Non ho sviluppato l'idea ma all'epoca mi sembrava convincente più della malattia.
Però per me "Alien" è un'altra cosa ancora, più profonda. L'idea di questo semi parassita che necessita di un corpo altro per crescere, per poi venirne fuori letale e velenoso mi ha da sempre fatto pensare alla maternità. Lo so che sembra strano associare una creatura tanto pericolosa a un qualcosa di simile, in molti mi hanno fatto notare che il mio istinto di maternità non è proprio così spiccato, però oggi, cercando una foto per il contest ne ho riviste molte e mi pare che il rapporto con la maternità, con la figura materna e con l'istinto protettivo che si ha nei confronti delle madri sia più che evidente in tutti i film.


Cominciamo dal modo in cui si viene infettati: cosa sono i parassiti "stringifaccia" se non delle specie di spermatozoi  che volano verso un ospite e impiantano la vita? Ci somigliano anche e il loro unico scopo è, appunto, portare a termine una fecondazione, dopodiché si staccano e muoiono. Da lì, un piccolo vermicello cresce nell'addome di un ospite, per poi uscirne in modo molto violento e spiacevole e diventare un individuo a sé. Nel terzo episodio, poi, scopriremo che a seconda dell'ospite in cui l'alieno cresce, il DNA cambia assumendo anche le caratteristiche della creatura che lo ha portato a maturazione. Però esce, nasce proprio - non come una malattia che resta nascosta il più possibile e distrugge l'organismo da dentro - e nel nascere "termina" il suo creatore.


Nel secondo film, il tema della maternità è trattato in due filoni contemporaneamente: da una parte Rilpey trova la piccola Newt e il suo istinto materno la porta a proteggere la bambina a ogni costo; dall'altra c'è la Regina Madre degli xenomorfi, che entra in conflitto con Ripley che nel salvare Newt distrugge le uova col lanciafiamme. Il suo istinto materno si scontra con quello umano fino alla fine tragica sia dell'equipaggio che della Regina stessa, in un inseguimento e in una lotta tra le due madri che ricorda quello animale.
Succede poi che Ripley, nel terzo film, si ritrovi a essere lei stessa ospite di una Madre e che per questo motivo nessuno degli xenomorfi presenti sul pianeta prigione la attacca. La scena finale del suicidio di Ripley la vede trattenere al petto la Regina neonata mentre si lancia nelle fiamme in un gesto che sicuramente al di là del trattenerla per ucciderla ha un non so che di materno in sé.




Nel quarto episodio, i cloni di Ripley hanno DNA alieno e la creatura "nuova" ha un volto quasi umano (molto quasi) e l'ultima Ripley è di fatto riconosciuta dall'ibrido come la sua vera madre (mentre l'ultima Regina Madre ormai non depone più le uova ma partorisce direttamente).
Ad alimentare l'idea, dal punto di vista estetico, c'e la forma doppiamente fallica che Giger ha dato agli xenomorfi, in cui non solo la testa può ricordare quella del sesso maschile ma anche la "lingua" dentata che scatta a penetrare la vittima.
Poi sicuramente io avrò da andare ancora dalla psicologa, ma l'analisi mi pare sensata.
A voi la palla.

20.1.20

L'analisi illogica del testo 10 - Uomini bassi in soprabito giallo

Ted rise, una risata spontanea e solare che fece prendere coscienza a Bobby del suo grande disagio. "Non intendevo bassi di statura", precisò. "Uso 'basso' alla maniera di Dickens per intendere persone dall'aria alquanto stupida... e alquanto pericolosa. Il tipo di individui che troveresti a giocare a dadi nei vicoli, per esempio, a passarsi una bottiglia di liquore nascosto in un sacchetto di carta durante la partita. Il tipo di individui che si appoggiano a un palo del telefono e fischiano alle donne che passano dall'altra parte della strada mentre si puliscono il collo con fazzoletti che non sono mai veramente puliti. Individui che considerano eleganti i cappelli con la piuma nella fascia. Individui che danno l'impressione di avere tutte le risposte a tutte le domande più stupide della vita. Non mi sto spiegando molto bene, vero? C'è niente di quel che ho detto che evoca in te qualche ricordo, un'idea?"

Chi di noi non ha perfettamente idea del tipo di persona descritto qui sopra? Uomini bassi in soprabito giallo è il titolo del primo capitolo di Cuori in Atlantide di Stephen King. A tratti uno dei miei preferiti per la chiarezza delle immagini e per la poesia che racchiudono.
Io ho quasi la certezza di essermi specializzata in questo tipo di "incontri". Uomini che sono tali solo per una questione genetica e di appartenenza a una specie. Qualcosa che ricorda le faine di Roger Rabbit, sempre a caccia di vittime facili e arroganti da far schifo.
Sono quei personaggi che anche se si tratta del verso giusto in cui girare il caffè, si fermano a spiegarti la vita e che sono talmente presi da se stessi e dalle proprie convinzioni da passare sopra al prossimo con un rullo compressore senza battere ciglio.
Sono quelli che si insinuano nella vostra vita per diventarne padroni. Sono quelli a cui piace usare le debolezze dell'altro come arma per controllarlo, sono abituati alla menzogna e si divertono a vedervi annaspare nella salamoia. Quelli che ti raccontano che non sanno distinguere un sì da un no o che ti suggeriscono che l'unica preoccupazione che una donna dovrebbe avere è di risultare "scopabile" agli occhi di un uomo, o che già solo una persona debba sentirsi onorata per averli accanto e non dovrebbe desiderare nulla di più nella vita. Quelli che sono pronti a svuotarti di ogni energia.
Come succede spesso, un romanzo classificato come horror ci mostra quali siano gli "umani" pericolosi.

Pensavo di dire mille cose, in questo post. Invece no. Solo di fare attenzione.
Fateci attenzione quando scambiate due innocue chiacchiere con qualcuno: forse stanno cercando voi come in Cuori in Atlantide cercavano Ted Brautigan. Sicuramente non vogliono il vostro bene, ma cercheranno di usarvi per arrivare dove vogliono e, sappiatelo, sono davvero bravi a farlo. Non si sfugge a lungo alla loro caccia, a meno di affinare l'intuito e avere ottimi amici accanto. 

18.10.17

Energia

Non ho mai avuto il physique du role.
Quando mi sono iscritta al corso di danza professionale ero già troppo grande, in ogni senso. L'età ovviamente, avrei dovuto iniziare con la sbarra a cinque o sei anni e non a undici, la corporatura e le doti necessarie. Tutto over size.
Gli insegnanti mi vedevano arrivare e mi guardavano come per dirmi che avrei fatto meglio a fare un altro sport, certo non danza classica.
Certo non la ballerina professionista.


Le mie amiche e compagne erano quasi tutte più magre, con collo lungo e spaccate perfette. Io arrancavo, certo, ma dopo qualche anno a farmi il c**o seguendo un doppio corso invece di uno singolo, ero una delle poche a ricordarmi a memoria le coreografie di più di una parte per volta, o a distanza di mesi, o anni. Non sarei mai diventata una star, ma una buona professionista sì.
Solo che invece di pensare ai miei punti di forza, e ne avevo, mi sono sempre concentrata sulle mie mancanze.

Qualche anno fa parlavo con un amico che mi ha conosciuta all'epoca e mi sono resa conto che l'immagine che avevo di me non era esattamente quella che vedevano gli altri.
Delusa per il fatto di non poter mai colmare quel divario - "troppo grassa, troppo seno, poco elastica" - ho sempre pensato a me come a una mascotte che quelle brave si portavano dietro e non mi sono nemmeno accorta dei miei cambiamenti. Né dell'energia che avevo.
Ero convinta, per esempio, di trarre energia dal rapporto con la mia amica Raffaella - energia che in parte buttavo nella lotta estenuante col mondo per convincerlo della mia esistenza - mentre quell'energia era la mia.

Ci è voluto un amico a farmelo capire. Eppure allora al mattino lavoravo in negozio con mia madre, il pomeriggio mi sparavo tre lezioni da un'ora e mezza di danza e la sera, tre o quattro volte a settimana, riuscivo ancora ad andare a ballare in discoteca (o a insegnare, il poco che ho avuto modo di fare; o a esibirmi dove potevo), o cantare, o inventare coreografie nella mia stanza. E pensavo di essere una "mollacciona"...

Poi ho iniziato a fare pole.
Ovviamente non ho il physique du role. Sono massiccia, ho molto seno (e da quando ho smesso con la danza è pure aumentato), non sono flessibile e soprattutto non ho l'età. Insomma, se cercate immagini di pole dancers di sicuro non sono come me. Per dirla tutta sono perfino alta (anche se ci sono alcune atlete più alte di me, sicuramente), tanto che nelle foto a fine workshop con la maggiorparte delle insegnanti con cui ho lavorato, io sembro sempre il doppio di loro.
E me le immagino, quando mi vedono arrivare - quasi cinquantenne, sovrappeso e leggermente fuori luogo - e non sapendo niente di me danno per scontate un sacco di cose. Sì, perché io poi non li dimostro i miei anni e di certo loro non immaginano quanta fatica io faccia, a volte. Loro vedono una trentacinquenne cicciotta che nemmeno fa le spaccate o si inarca in un ponte e che fa uno sforzo immane per seguire le altre ragazze.

Stavolta, però, ho imparato a non guardare - entro un certo limite - quello che mi manca e a concentrarmi su quello che sono. Ci sono alcune figure che probabilmente non farò mai (non ho voglia di farmi male tentando contorsionismi che non sarei riuscita a fare nemmeno a sedici anni) e figure che per le mie caratteristiche sono più congeniali. Probabilmente non  eseguirò mai un "Rainbow Marchenko" e sarò felice ugualmente, perché posso fare mille altre cose che mi vengono meglio. Così posso esibirmi ugualmente, ballare, senza disperarmi per quello che non ho.
Le ragazze con cui studio spesso mi dicono di ammirarmi. Per passione, costanza, sforzo, miglioramenti, per quello che so fare. Quest'anno mi è capitato di ricevere i complimenti di due ottimi atleti della pole con cui ho avuto il piacere di imparare. Non me lo aspettavo, perché non capita spesso e di certo non pensavo di sentirmi dire che sono una brava ballerina alla mia età - e semi distrutta su tacco 17, dopo una gara e dopo un workshop - tanto che ci ho messo un po', entrambe le volte, a metabolizzare.

E poi mi accorgo di quanta energia ci metto, di quanta ne vedono gli altri e mi domando cosa avrei potuto fare a sedici, venti anni, con l'energia di allora, se non mi fossi preoccupata di non avere l'immagine giusta, di non avere doti eccezionali e se mi fossi semplicemente concentrata su quello che potevo dare. Quanto tempo sprechiamo a cercare di essere "vincenti" secondo i canoni altrui? Non sarebbe più vincente essere ciò che siamo, ma esserlo al 100%?

2.7.17

Discorso sul corpo e sul piacersi

Da qualche tempo sembro sparita ma non è così.
Sono a dieta, felicemente. Niente sacrifici insopportabili, il programma giusto, il supporto degli integratori giusti e un po' di movimento - cosa che già facevo.


Il fatto di prendermi cura del mio corpo, però, ha stimolato una serie di riflessioni. Perché, bombardati come siamo da immagini e modelli cui adattarci, finiamo per non piacerci mai visto che non siamo perfetti. Così ho iniziato, su Facebook, a riflettere sul mio rapporto con il mio corpo. Post che riporto qui per chi non mi frequenta lì.



Riflessione numero 1:


Ho sempre avuto problemi con il mio corpo. Non è mai stata una questione di peso, che fossero 48 o 84 kg non è mai stato fondamentale. Era proprio la dimensione fisica, quell'occupare spazio, quel sentire la fatica di muovere anche solo un dito, quel dover rientrare in canoni (prima o poi tocca a tutti sentirsi troppo grasso, troppo magro, troppo basso, troppo morbida o troppo poco). Era una lotta continua tra il desiderio di essere solo spirito e la fatica di convivere con la carne. Non sono mai stata vittima di disturbi alimentari, non nel senso canonico, ma comunque ho sempre avuto quella "fame nervosa" che compensa i malumori e quel circolo vizioso che porta a punire il corpo per supposti errori dell'anima. Difficile guardarmi allo specchio, che fossi magra o grassa. Non mi sarei mai piaciuta.
Invece no. Ho scoperto che posso essere diversa. L'ho scoperto a 45 anni - tardi, direte, ma non è mai troppo tardi finché batte il cuore - e la pole dance è stata parte integrante di questo ricominciare a vivere. Mi ha costretta a vedermi. Vedermi davvero. A convivere con le mie debolezze in attesa di cambiarle in qualcosa di diverso e a osservare il mio corpo, a sentirlo, come non facevo da secoli.
Sono entrata al Turin Pole Dance Studio da 45enne molliccia e imbacuccata in un abbigliamento inadatto (ne parlavo ieri con le partners in crime) e nessuno avrebbe mai pensato che avrei resistito. Ho avuto mille difficoltà, ne ho e ne avrò ancora, ma ho imparato. Grazie al sostegno di Natalya Ryzhikh e di tutte le ragazze che in questi anni ho incontrato. Ho fatto la mia prima gara (da cui arriva questa foto), poi la seconda, poi la terza e la quarta. Sono già iscritta alla quinta e sto preparandomi per la sesta, in contemporanea.
Il mio corpo? Lo guardo con amore, lo vedo più armonioso, più forte, più sensuale, più bello e soprattutto più leggero. Ginnastica, dieta e un minimo di happyness inside. Sono quasi tre anni e posso dire "I'm feeling good."
Riflessione numero 2:


A diciotto anni ero così. Sei-sette ore di allenamento al giorno, alimentazione sballata e minima; 48 kg e l'idea di non essere magra abbastanza.
Dopo è successo di tutto e mi sono trovata a 35 anni a pesare quasi 86 kg, causa principale la depressione e il fatto di essere una ex sportiva. Non c'era modo di perdere peso. Non che volessi tornare come nelle vecchie foto, ma avere il giusto equilibrio tra ciò che ho dentro e ciò che mi porto addosso.
Allora da poco ho deciso che voglio diventare ciò che sono anche a partire dal corpo.
Sportiva di ritorno, ho bisogno di un corpo adatto a ciò che amo fare. Forte, armonioso e che rispecchi la persona che sono dentro. Perché sono stufa di dover essere quello che altri hanno deciso per me (come decidono di che colore devo vestirmi e quanto devono essere alti i miei tacchi), voglio essere semplicemente me stessa.
Ora vi chiederete, se avete letto fin qui, perché insisto sul corpo. Sembra superficiale ma non lo è. Un corpo sano funziona meglio, rende bene e aiuta a invecchiare senza troppi casini. Un corpo bello aiuta e basta (inutile negarlo, aiuta l'autostima e facilita la socializzazione; sbagliato ma vero). Il corpo è quello che ci serve per rapportarci col mondo. Perfino il mio maestro afferma che per cambiare la mente occorre cambiare il corpo - e iniziare ad ascoltarlo, ad amarlo e non a usarlo in modo improprio. Quindi...
Ho scelto me. Voglio stare bene e sto facendo ogni giorno un passo per rendermi più felice.

P.s: tra un mese e qualche giorno sono 48 (anni), sarà questa l'urgenza, e per fortuna non sono 86 kg da un po' (benedetti momenti felici)
 Da qui in poi il percorso è nelle mie mani. 
Credo che piacersi sia un lavoro complicato per alcuni di noi... 

11.3.17

Occorre ingannare la mente

A volte la paura mi paralizza.

Non che io non riesca a muovermi, ma sapendo a cosa vado incontro a volte non ho voglia di farlo. Diciamolo: chi ha voglia di insistere nel fare una cosa fino ad avere lividi e calli, e vesciche? Una pazza, o una ballerina. O una pole dancer.
Per questo, quando devo mettermi lì a provare una nuova posizione - cosa per cui è quasi assicurato almeno un livido - è probabile che io debba ingannare la mente e il corpo. Perché sapere che mi farò male mi impedisce di provarci seriamente.
Ma non è di pole che voglio parlare.

A volte la paura mi paralizza.

Perché mi aspetto qualcosa e quel qualcosa potrebbe non arrivare, non essere come immaginavo, deludermi, ferirmi. Perché per quanto io tenti di essere consapevole la mia tendenza è immaginare di non poter arrivare dove voglio, anche. Per cui inutile tentare, meglio lasciare che tutto si perda in niente pur di non subire la cocente sconfitta. Meglio inventare una scusa qualsiasi, meglio restare qui ferma in un angolo a soffocare.
Come per pole, quando imparo la teoria ma non la metto in pratica. Studio e ripasso ogni cosa, so quali sono i punti d'appoggio e le leve, so quale movimento devo fare, quale sforzo comporta. La so spiegare alle mie compagne, tecnica e precisa, ma non eseguo la figura e vivo a metà.

A volte la paura mi paralizza.

Non oso. Non esco dalle mie certezze e incolpo gli altri della mia sfortuna, del mio essere infelice e incompresa. Mi lagno, cerco conforto e resto dove sono: infelice, con il mio dolore, con le mie paure che non cambiano mai.

E ora che me ne rendo conto, non è il caso che mi muova? Non è il caso che cominci a pensare a me in modo differente? A ingannare la parte di me che mi vuole piegata e impaurita, dipendente dalle conferme del mondo, sempre bloccata nel mio angolino? Non è il caso che cominci a pensare a me come meritevole di felicità e come a una persona completa? Non è il momento di fare tre passi veloci e lanciare la gamba, sicura che la mano agganciata al palo mi sorreggerà?
C’è un momento in cui è necessario saltare, come una piccola Indiana Jones che salta nel vuoto e trova una passerella invisibile verso il Graal. Convincersi che si può fare, si può amare, si può dare, si può volare anche senza la conferma del mondo.

Che poi al mondo che gli importa se tu te ne resti nell'angolo o se spicchi il volo in un azzurro accecante? Niente. Importa solo a te, a me. A chi si lascia bloccare da quella parte demoniaca che non vuole essere felice. Ci vuole poco, in realtà basta crederci. Illudersi che tutto sia possibile finché non lo diventa.
Finché non si diventa quello che si vuole essere davvero.
Finché non vediamo ciò che sembra invisibile...

1.12.16

La vocina

Sto crescendo, sto cambiando, il mio cuore ha paura.

Sono più forte di un tempo.

Ero lì che le guardavo. Belle, sul palco, sensuali (no, vabbè, alcune sensuali quanto un calzino ma anche questa cosa è talmente soggettiva...) e quasi sicure - che sicure non si è mai davvero anche se ognuna maschera a modo suo.


Le guardavo ballare e mi dicevo: "fanculo, devo smettere di preoccuparmi del mio aspetto".

Mi dicevo: "Ora si torna a casa e si comincia a lavorare sodo, perché ad aprile tocca a me e stavolta voglio dare il massimo".
Mi dicevo: "Io sono brava".

E sono tornata, carica di idee e di energia.
Ed è tornata anche lei: la vocina.

Stavolta l'ho beccata. Qualche danno l'ha fatto ma non voglio che mi rovini la festa. Lei vuole che smetta e che mi rinchiuda in un angolino a pensare di non potermi meritare di più.

La vocina quello fa: ti bisbiglia all'orecchio che non sei niente.
Ti dice: "Dove pensi di andare?", "Non lo vedi che sei ridicola?", "Non vorrai mica farti una figuraccia?"

Lo fa anche e soprattutto quando tu invece puoi farcela.
Lo fa per impedirti di sentirti bene.
Lo fa perché non puoi permetterti di essere felice.
Lo fa perché la felicità fa paura. 

12.11.16

Abbracci

Giovanni si avvicina: stiamo scherzando sotto ai portici insieme a tutti gli altri.
Siamo nell'inverno del 1989, ho addosso la mia giacca viola e nera, fa freddo. A Pinerolo, poi, siamo quasi in montagna.
Giocando, Giovanni infila una mano nella tasca del mio giubbotto per prendere la mia.
Non so perché, ma reagisco malissimo. Lui non capisce, io non capisco. Il mio fidanzato dell'epoca nemmeno, ma non ha mai capito granché. Non se non gli serviva per ferirmi.
Si limita a sorridere, felice che la sua ragazza "metta a posto" un amico.

http://www.marcochiuchiarelli.com/

Non ci ho fatto caso a lungo.
Però oggi so che tendo a mantenere una distanza fisica tra me e gli altri, soprattutto se non sono persone che hanno con me un rapporto "fisico" - dove per fisico intendo persone che per motivi vari hanno bisogno di un contatto più ravvicinato, per esempio le compagne di pole dance con cui siamo abituate ad aiutarci a vicenda - o affettivo. Non mi lascio abbracciare, o toccare, volentieri.

A meno che non sia un certo modo di toccare o abbracciare tipico degli ambienti sportivi. Sono cresciuta tra ballerini e di certo il contatto fisico in questo caso non l'ho mai percepito come invasivo.
Invece, per il resto, e ci faccio caso da poco, la prossimità fisica mi infastidisce.
Forse perché prima non frequentavo molta gente, chiusa nel mio bozzolo a scrivere e a infarcirmi di telefilm; forse perché ora la mia vita si sta aprendo e il contatto è necessario.
In ogni caso mi lascio avvicinare da poche persone.
E ora credo di sapere perché, ma non è il momento di pensarci.
Solo, quanto arrivano in profondità certe cose...
Per quanto si elabori, è sempre uno scoprire un tassello in più della stessa storia: la tua.

1.11.16

Chiamale, se vuoi, rimozioni...

La collega, al lavoro, mi domanda in che anno abbiamo cominciato a lavorare per un cliente.
Non lo so.
Allora mi chiede in che anno ci siamo trasferiti, con la ditta, nell'attuale laboratorio.
Ancora non lo so.



Mi rendo conto in quel momento che sto di nuovo "perdendo gli anni", come quando ho smesso di ballare, quasi sempre qualche anno dopo un evento importante.
Funziona così: io prendo una mazzata e vado avanti. Vado avanti finché reggo, facendo anche finta che non sia successo niente. Non è facile accorgersi che qualcosa non va in me, non perché fingo con gli altri. Io fingo con me stessa.

Ho smesso di ballare tre anni dopo una mazzata. Non me ne rendevo conto ma avevo iniziato a perdere i ricordi. Gli anni si confondevano, sparivano i nomi, i volti tornavano in un bianco e nero sbiadito, senza emozione. Come un film guardato distrattamente. Ho lasciato che accadesse per anni.
C'è voluta una seconda mazzata per farmi risvegliare. A quel punto non sapevo chi ero, non più.
Chi ero e cosa volevo, cosa mi piaceva, cosa desideravo.

Dopo c'è stato un periodo di riscoperta, a volte dolorosa e altre volte piacevole. Ma non è bastato. Perché nella ricostruzione non ho tenuto conto di quel vecchio disastro e di quanto quelle ferite avessero lasciato il segno. Quindi ho fatto molta strada, sbagliando qualche tratto. Qualche.
Funziona così: rimuovo gli anni infelici. Quelli che fanno male.

Non gli eventi che hanno provocato il trauma, anche se a volte ci vuole un po' prima che io elabori la faccenda. Anche se tendo a rimuovere gli eventi, sono quelli meno prevedibili a farmi stare peggio. La morte, per esempio, non ha grossi strascichi, anche se mi fa stare male. Sono le delusioni e i tradimenti (no, non necessariamente quelli romantici/sentimentali/fisici), la mia incapacità di prevedere qualcosa, di evitare una brutta esperienza. E le brutte esperienze che capitano anche quando a me sembra di avere tutto sotto controllo.

Ho smesso di punirmi, anche se i meccanismi a volte partono da soli. Come la rimozione.
Gli anni precedenti la morte di mia madre, per esempio. Ho qualche ricordo, certo. Però confondo gli anni, non so cosa era prima e cosa dopo se non mi metto a pensarci seriamente. Non è alzheimer, se vi state chiedendo questo. Troppo selettiva per essere una malattia.
Vuol dire che sono viva, che sto cambiando ancora, che sto cercando finalmente quello di me che avevo perso, che vedo avanti. Perché ora vedo che sta succedendo. Mi rendo conto di quanto sto rimuovendo, so perché lo faccio.
Perché ho bisogno di uscire da questo bozzolo e volare via...

12.10.16

Ricredersi - parte 1

Sono cresciuta con la fantasia della "donna guerriera", complice mia madre e i fumetti Lancio Story.
Non sono mai stata una combattente, o quasi mai. Ne parlavo con un'amica insegnante (ma una speciale) dopo aver esposto i miei dubbi sul sistema scolastico. Ne parlo spesso in diversi ambiti.
Credo che per combattere sia necessaria una forte motivazione, cosa che fino a un certo punto non ho avuto. Poi ho incontrato la danza.
La mia prima passione, quella più forte, quella per cui ho sacrificato ogni cosa per anni. Nemmeno sacrificato, dedicato le mie energie. Certo non è stato facile. Non tanto per la danza in sé, anche se il non essere né leggera né dotata ha avuto un certo peso. La lotta è stata soprattutto per convincere gli altri che, nonostante tutto, io potevo farcela. Ne ero più che certa e il tanto lavoro fatto dava certo i suoi bei risultati. Sì, probabilmente non sarei mai stata un'etoile, ma non era questo che volevo. Mi bastava poter danzare. E per convincere tutti ho dovuto faticare più che a imparare a muovermi.
In famiglia non erano d'accordo, avevano altri progetti per me, eppure ho fatto quello che ho voluto, lottando, per anni.
Non mi aspettavo il crollo, non mi aspettavo l'evento che ha in qualche modo - subdolamente - cambiato la mia vita. Tutta la sicurezza della lotta fatta fino a quel momento mi è mancata di colpo.
Con una, due, mille scuse, ho smesso di lottare. Ho fatto di tutto per smettere.
Di fatto, finita quella lotta sono morta.

Ho imparato l'arte di scorrere. Ci sono cose che evidentemente non sono per noi. Ci sono fatiche che non dovremmo fare. Ci sono altre cose che vengono naturalmente a noi e che sono fluide, lisce, ci vestono perfettamente e non costano uno sforzo gigantesco.
Quelle sono le cose che ho imparato a fare. Ringraziando anche la Vita per avermi aiutata a comprendere, questo attaccamento folle non è sano. Seguire il flusso e leggere (non nei fondi del caffè) i segnali, capire quando è il caso di insistere oppure è meglio mollare. Perché alla fine non c'è più stato niente, niente, per cui valesse la pena lottare. In nessun ambito.

Nemmeno ora, penso. Vivo la maggior parte delle cose come inessenziali. Mi piacciono, ci sono, ma non mi ci identifico. In certi momenti mi pare una conquista enorme. Niente la cui mancanza potrebbe farmi male. Scrivere, lavorare, dipingere, leggere, non solo. Il lasciare andare anche alcuni rapporti finora tenuti da conto. Amici, parenti, conoscenti. Entrano ed escono dalla mia vita lasciandomi ciò che devono, prendendo ciò che offro.
Ho notato che faccio meno differenze, mi racconto allo stesso modo e ciascuno sceglie il suo significato nelle mie parole. Si fermano, e io fermo, quelli che colgono più sfumature (basta che non siano grigio, nero o rosso), perché scoprire sfumature ha un fascino particolare e sono pochi quelli che si fermano a guardare davvero. Ma non li trattengo: se vedo che vanno, lascio che vadano. Non c'è scritto da nessuna parte che si debba stare insieme per forza.
Posso sembrare superficiale, frivola, sciocca, leggera. Eppure costa anche lasciare andare. A volte più che trattenere, ma anche qui non combatto.

Poi un pomeriggio sono a farmi coccolare dal mio acconciatore di fiducia e in tv passano un video. Mi infastidisce quella canzone, perché non mi piace il testo. Va contro il mio pensiero. Eppure mi trovo a piangere. Come se una parte di quel messaggio fosse arrivato a segno.


Ed ecco che riparte il mio pensare. Perché non credo che sia obbligatorio combattere per tutto. Non siamo fatti per questo. Siamo fatti per vivere, non per inseguire qualcosa perdendo di vista tutto il resto. Quindi?
Non credo che la vita sia una lotta, eppure ho lottato con tutte le mie forze, un tempo. Ed ero viva.
E c'è in me abbastanza passione per ricominciare a lottare? Qualcosa per cui valga la pena farlo? Bruciare. Dentro.
Senza sentirmi perdente in partenza, perché a un rapido calcolo di probabilità io non ne ho alcuna. Di avere ciò che desidero senza farmi molto male, magari troppo, magari senza alcun risultato.
Ecco, io in questo momento sto lottando (qui sì, mentalmente) tra la parte di me che mi dice che non posso e quella che mi dice "almeno provaci". Costi quello che costi.
Perché va bene scorrere, va bene cogliere i segni dell'universo, va bene seguire la via più naturale. Ma qualcosa che mi faccia sorridere come so di poter fare; averlo, quel qualcosa, conquistarlo...
Forse è vero che la vita non è combattere, forse è vero che le battaglie dobbiamo sapercele scegliere per bene - perché la passione brucia e consuma tutto - e che rinunciare non è un fattore di disonore; forse è vero che scorrendo si vive meglio.
Ma riscoprire la passione e correre incontro a quella battaglia, non sarebbe una fine gloriosa?

12.8.16

Le relazioni pericolose - Singolare femminile 4

Certe volte il luogo più sicuro è quello in cui corriamo più rischi.
Questo ci è molto chiaro quando sentiamo parlare di femminicidio, di violenza domestica o cose simili. Ci è meno chiaro se sentiamo parlare di violenza psicologica, anche se molte persone ormai conoscono la portata di questo problema.


Certe volte il luogo più sicuro è quello in cui corriamo più rischi.
Sembra assurdo se paragonato a ciò che ho scritto prima, ma non è solo la violenza il pericolo che corriamo. Non parlo come donna ma come essere umano, perché le relazioni pericolose di cui voglio parlare sono normalissime relazioni, perlopiù sentimentali.



A cena discutevamo di come a volte per proteggerci creiamo dei muri che diventano prigioni. Una corazza, come a volte sono i chilogrammi di troppo, per difenderci dal mondo circostante. Utile, certo, nei momenti di difficoltà. Quando siamo feriti o depressi, quando abbiamo bisogno di limitare i danni per ripartire. Allora quelle difese servono, come le menzogne che raccontiamo a noi stessi per poterci perdonare un giorno. Perché non ci sentiamo all'altezza delle nostre o altrui aspettative, perché non abbiamo rispettato il nostro codice, perché non siamo stati abbastanza "vincenti".

Non sono però le relazioni che vanno male, quelle più pericolose. A volte sono quelle che funzionano a essere le più dannose. Sembra assurdo. Quelle che vanno male ci feriscono, torturano, ci fanno piangere e impazzire. Ci fanno passare ore a discutere con amiche o amici ma ci fanno crescere. Ci fanno crescere sempre. E questo non è mai un male.
Quelle pericolose sono invece più subdole. Sono quelle che ci fanno sentire al sicuro, sistemati e a posto. Tranquilli. Quelle che ci addormentano i sensi e la volontà, che in cambio di quella pace fittizia ci toglie ogni stimolo a crescere.
Quella calma che ci fa stare bene così, che non ci spinge a migliorarci, che non ci mostra i nostri difetti se non nelle parole dell'altro, perché di solito in queste gabbie ci si finisce in due. E si fa di tutto per mantenere quell'equilibrio così comodo e così rassicurante, tanto che ci si scorda qualsiasi necessità. Ci si adatta, ci si adegua, ci si muore in modo silenzioso.

Le relazioni pericolose ci intrappolano in un paradiso artificiale di sabbie mobili che se da una parte ci proteggono da qualsiasi possibilità di rischio, dall'altra ci tolgono la passione e la propensione al sogno. E senza sogni ci limitiamo a vegetare, sicuri dentro alle nostre mura difensive, fino a una morte opaca per carenza di stimoli. Perché se è vero che le passioni forti finiscono per logorarti, è anche vero che senza passione non si cambia e non si cresce, non ci si scopre altro da ciò che gli altri ci hanno sempre rimandato, non si vive.

5.7.16

Choc all'amarena

Come alcune canzoni restano attaccate a determinati eventi della vita, così succede che alcuni sapori rimangano legati indissolubilmente a degli episodi della vita.
Così alla mia infanzia mi ritrovo ad associare le lenti di zucchero colorate, che la bisnonna teneva i una scatolina accanto al letto e che mi dispensava con parsimonia. Non che siano eccezionali, hanno un sapore ormai del passato, ma ogni volta che ne mangio una mi torna in mente quella stanza e tutti i suoi oggetti preziosi, la collezione di animali di porcellana che teneva in vetrina, il suo tavolo da toelette, i nastri di velluto con cammeo che portava al collo.
Non è l'unico sapore che mi torna in mente; per esempio la pizza al padellino che compravamo mamma e io prima di andare in montagna, quando andavo alle elementari. Nella sua carta oleata, rigorosamente margherita, insieme a una lattina di birra e a una bibita gassata per me. Non ne mangio più, preferisco quella al mattone, ma ogni volta che penso alle nostre gite in maggiolino mi torna in mente quel sapore bruciacchiato e unto, la pasta che resta spugnosa e l'olio rosso che campeggia sulla carta. Oppure le pause pranzo quando andavo a Leumann con mamma, in una trattoria per camionisti e ogni volta ordinavo pasta in bianco: burro e parmigiano - ancora uno dei miei piatti preferiti. E la mia passione sfrenata per la pasta al pesto, che ho costretto a cucinare per mesi a pranzo e cena, altrimenti non mangiavo. Sono sapori che ancora mi rendono felice. Come il petto di pollo impanato, sottile sottile, che era l'ultima risorsa di famiglia per stimolare il mio appetito quasi inesistente. O i grissini "pucciati" nella Nutella, credo di averne mangiati a chili...

Allo stesso modo gli eventi negativi possono legarsi a determinati cibi e farceli odiare per sempre.
Come i Pavesini, che mi hanno portato dopo l'operazione alle tonsille - a quattro anni - e che non mangio se non sotto minaccia. Non so se prima mi piacevano, non lo ricordo. So che dopo il trauma della pre anestesia, che mi ha agitata e terrorizzata, una volta sveglia ho detestato le prime cose che mi hanno portato: i ghiaccioli arcobaleno e i Pavesini.
Forse erano sgradevoli a causa dell'anestesia, forse non li avevo mai amati troppo, però non riesco a guardarli con simpatia nemmeno ora che di anni ne sono passati parecchi.
Come la pasta col pomodoro, mangiata ogni sera a casa del fidanzato psicopatico. Tutto sempre affogato in un mare di pomodoro passato con al massimo una foglia di basilico, leggermente acido e indigeribile. Se vedo la pasta al sugo mi viene mal di stomaco in automatico.

Poi ci sono le aspettative deluse: la cosa peggiore.
Quei cibi che ti sembrano una cosa e per qualche motivo non rispettano le premesse. Se ti capitano da piccola sono veri e propri choc. Per esempio a me piacevano da morire i ricoperti al cioccolato. Parlo sempre di quando ero piccola, molto piccola. Addentare la copertura e i suoi pezzetti croccanti di nocciola per arrivare al gelato e sotto al cuore di cioccolato... mmmhhh...
Era una di quelle estati in cui mamma mi faceva andare a Castiglioncello con la tata un mese prima di raggiungerci. L'alloggio al pianterreno col giardino, il pergolato e la ghiaia. L'anno in cui ho scoperto che Montgomery Clift era morto da un pezzo anche se io potevo vederlo giovane e in salute in televisione. Quell'estate volevo un ricoperto al giorno. Ogni pomeriggio era una delizia.
Così quel giorno andai con la tata al bar a comprare il gelato. Tornammo a casa in fretta e io scartai il gelato assaporando il mescolarsi rapido di gelato alla vaniglia e cuore al cioccolato.
Non fu così. Per errore avevamo comprato la versione con l'interno all'amarena. Non me lo aspettavo. Un morso deciso e la bocca invasa dal sapore della frutta, che già detestavo all'epoca. Poi quel sapore in particolare, dolce e amaro insieme... Inutile raccontare la fine del povero ricoperto all'amarena.
Quello che però è rimasto è il sospetto che ogni ricoperto nasconda una terribile sorpresa, per cui ancora oggi non mangio ricoperti con l'aspetto di quel singolo gelato sbagliato. Non mangio nemmeno le amarene, la marmellata di ciliegie, qualsiasi dolce o yogurt o gelato che abbia l'amarena dentro.
Anche se sono convinta che alcuni alimenti che rifiutiamo li detestiamo perché in qualche modo ci fanno male - o ce ne faranno - penso che anche ciò che mangiamo resti in noi e si leghi a ciò che siamo, ciò che vorremmo essere e che non vogliamo più avere addosso. Come i vestiti e i tagli di capelli, come il ristorante in cui andavamo un tempo con il nostro ex.
Come quella canzone che ogni volta ci porta alle lacrime...

12.6.16

Speciale Sette Stanze - parte 2

Speravate che me ne fossi dimenticata, vero? Invece no. Insisto.

Siccome sono contenta per l'arrivo del cartaceo, non posso non ricordare quando la pubblicazione non era nemmeno prevista. Perché in un "ambiente" in cui le attese sono infinite - e ti permettono di scrivere e scrivere romanzi tra una pubblicazione e l'altra - a volte ti tornano in mente le risposte e le soddisfazioni che ti arrivano da ogni lavoro.

Ormai lo sapete, in "Sette stanze" c'è un tizio che vomita e c'è una giovane cameriera. Si tratta di un romanzo sentimentale e introspettivo, si tratta di una vita da ricostruire, come una casa, una stanza per volta.

Qui di seguito gli ultimi otto giudizi ricevuti per le prime 24 pagine di "Sette stanze" nell'edizione 2014 di IoScrittore...




Giudizio n°8 - Voto 7

Il personaggio principale mi ha colpito molto. Anton è un protagonista forte, a tratti anche cinico e burbero ma, si puo' leggermente intravedere in queste poche pagine, una sfumatura dolce e sensibile. Dietro ad un uomo tutto ad un pezzo, vi si nasconde un' anima fragile dal passato complicato e difficile. Questa storia pecca forse di originalità, considerato che, spesso veniamo a conoscenza di persone che, dopo un passato triste o complicato e oscuro, provano a migliorarsi e a pentirsi. Anton a parere mio, cambierà sicuramente, dopo aver svelato tutti i suoi scheletri nell'armadio, grazie all'amore che scoprirà avere per la ragazza che incontrerà. Ti consiglierei, considerato che, prende molto e coinvolge abbastanza, di rivedere la sinossi. E' a tratti, un pò ripetitiva: sottolinei tanto il lato oscuro del passato di Anton. Rivedilo e sistemalo per bene.

Certe volte mi spiazza l'essere giudicata da aspiranti scrittori con un italiano "creativo". Perché poi di questi voti c'è chi tiene conto e non controlla che a giudicare un mio scritto, anche dal punto di vista grammaticale, ci sia qualcuno che non si esprime granché bene. Comunque: devo riscrivere la sinossi (che non ho conservato) il romanzo non si sa. Poco originale, ma considero che ne ha lette solo ventiquattro pagine e non sa il come...


Giudizio n° 9 - Voto 7

Buona impostazione del racconto: coinvolgente. L'incipit termina lasciando nel lettore la gustosa curiosità di come possa evolvere il romanzo. Il protagonista "Anton Eastman" ,scimmiottato dal personaggio "Edward Lewis" interpretato da Richard Gere nel film "Pretty Woman", cinico e spietato uomo d'affari della City londinese, rientra in quel classico che tanto piace al pubblico femminile del bello ,ricco e potente che nell'immaginario collettivo ha tutto; invece nel bel Anton qualcosa di grosso viene a turbarlo fino al punto di distruggere perfino la sua stessa esistenza....... Scorrevole lo stile dello scritto, semplice di facile apprendimento. Buon uso del virgolettato e grammaticamente corretto. Trovo ripetitivo gli "era" e gli "aveva". La frase: odorato di profumo di bucato aleggiava per casa, la trovo in contraddizione nella descrizione fatta della stessa come luogo chiuso, buio, polveroso, inabitato; poi riferito alla governante Maria nella frase: ne aveva fatte negli anni, credo sia da intendere: ne aveva viste negli anni. Avrei, infine, dato un nome alla città di mare dove si svolgono i fatti, forse l'autore lo mette nel proseguio del romanzo. 

A parte la difficile scimmiottatura da parte di Richard Gere (visto come "sta scritto" nel commento), il piacere dell'essere di facile apprendimento pur essendo pieno di verbi è inenarrabile. Al di là di tutto, la casa è disabitata e una persona passa due volte a settimana più per abitudine che per fare pulizia, cosa che comunque fa come chiunque abbia a cuore un luogo. Qualche volta si lavano i teli che coprono i mobili, qualche volta si tolgono le ragnatele. La signora Maria è lì da quando Anton era piccolo... E, nella frase "ne aveva fatte, negli anni" il soggetto era "telefonate", sottinteso lì, ma scritto bello evidente nella frase precedente. A volte basta leggere. Sì, la città non era essenziale, non all'inizio. Infatti la si scopre dopo e continua a non essere fondamentale.


Giudizio n° 10 - Voto 6,33

Anton non mi cattura piuttosto m'infastidisce!! E' un personaggio spento, forse ha qualcosa da nascondere. Scappa dal suo futuro ritrovando rifugio in un passato che aveva snobbato....Ma che dire...fai casini e scappi... oppure ti sei rotto i coglioni di vivere da riccone e sfruttare il mondo e adesso che lo hai fatto vuoi tornare nella vecchia casa di mamma.. .. Ma che personaggio è? Comunque arriva...qualcosa arriva e si comincia a delineare...anche perché se ne parlo in maniera infastidita significa che qualcosa è arrivato. C'è poca originalità nella storia.

Colpito. Anton non deve essere simpatico e non lo è. Nemmeno dopo è proprio il massimo. Non ho mai pensato che la storia in sé fosse originale. Lo sono in qualche modo i personaggi, la storia che c'è sotto e che nell'incipit non si può vedere. 


Giudizio n° 11 - Voto 4

Scritto sospeso - non compare mai il nome del luogo - e pervaso da imprecisioni - il protagonista entra in acqua al mattino e ne esce al tramonto (?) - che riconfermano continuamente la sensazione di inconsistenza. A questo si uniscono toni altisonanti ("Impotente, distrutto, solo") e melodrammatici (come nel paragone tra protagonista e bicchiere, "opachi e sopravvissuti"). In opposizione, un eccesso descrittivo e un uso abbondante di espressioni precostituite e immagini note, gettano trama e protagonista in rigidi cliché che collidono con le inesattezze che rendono lo scritto fluttuante (che lavoro fa il protagonista?). Nel complesso, è un lavoro ancora poco armonico. 

Aridaje con il nome del luogo. Ma se fosse New York, o Bali, o Tunisi? Cosa cambierebbe nel "sentire" del protagonista? Melodrammatico, altisonante, descrittivo. Sono colpevole. Ma non c'è un rigido cliché, in realtà. E il lavoro del protagonista si scopre nel resto del romanzo, come la città, come il suo oscuro segreto, come i segreti dei suoi genitori e della signora Maria... Per quel che riguarda poi il protagonista che entra in acqua al mattino e ne esce al tramonto, bastava leggere. In quel punto Anton si sveglia a casa di sua madre che il sole è già alto in cielo (ergo non è in spiaggia), percorre a piedi e senza fretta i dodici chilometri che lo separano dal mare (a passo regolare sarebbero 12x12,5 minuti a Km, quindi circa due ore e mezza), resta a lungo su un muretto a guardare il mare poi si immerge sperando di riuscire a lasciarsi andare quel tanto da annegare ma non ce la fa. Non è che va a divertirsi, è confuso, disperato e stanco. Quando si rende conto che non si lascerà morire in quel modo esce dall'acqua e il sole sta scendendo. Mi pare che, non essendo estate, si possa fare. Comunque ok.


Giudizio n° 12 - Voto 6,67

C'è un'aria molto tetra in questa storia, in fondo è l'aria che tira tutte le volte che ci ritroviamo a fare i conti con una coscienza che ha bisogno di rimettere a posto dei tasselli prima di tornare a brillare della luce di cui è fatta. Un uomo duro che inizia a far entrare luce dentro se stesso dalle crepe che proprio lui ha prodotto. Storie che hanno molto da comunicare, sia a chi ha già intrapreso un percorso di auto consapevolezza che a chi non se ne lascia sfiorare; le parole lette non possiamo dimenticarle, archiviarle si.

Un enorme boh? Almeno dal punto di vista letterario. Poi, per il resto, avrò comunicato qualcosa?


Giudizio n° 13 - Voto 6,33

La scrittura ha un buon ritmo e buoni spunti, tuttavia spesso fanno capolino alcuni luoghi comuni tanto nella descrizione dei personaggi quanto nello stile espositivo. 

Pulito, chiaro, corretto. Almeno utile a migliorare il romanzo.


Giudizio n° 14 - Voto 2,33

Che noia tutti questi personaggi che si svegliano una mattina, aprono la finestra, hanno un brivido di angoscia e fumando una sigaretta guardano al futuro immediato di una giornata che cambierà loro la vita! Tutti così adesso gli incipit? Già visto e già letto in almeno cinque incipit, questo testo ha anche lo svantaggio di non essere scritto in maniera coerente. Prima il flash sul protagonista (o personaggio principale) poi in cinque righe la storia passata (e infodump come se non ci fosse un domani). Quindi di nuovo il senso di smarrimento e infine la spiegazione di quando era iniziato il tutto (tutto? tutto cosa?) Il testo è scritto in maniera disorganica, come se l'autore volesse scrivere qualcosa ma non sapesse né bene cosa né, soprattutto, a quale aspetto di questa "cosa" dare maggiore importanza e coerenza. Dispiace molto ma testo negativo su tutta la linea. Si fatica in maniera incredibile ad arrivare alla terza pagina. 

Ok, qui non so da dove iniziare. Il protagonista - o personaggio principale che dir si voglia - non si sveglia una mattina e apre la finestra. Certo, una mattina si rende conto che l'ha fatta grossa (e non si sa cosa fino a ben più avanti) una volta di troppo e scappa. Senza prospettive e senza un minimo di amor proprio. Ma certo dopo aver letto ben cinque incipit diversi con lo stesso protagonista non si può andare oltre la terza pagina. Disorganico? Introspezione, il protagonista ha una vita a pezzi e non sa se farla finita o meno. Ovvio che un minimo di spiegazioni vanno date nell'immediato, credo. Altrimenti come la spieghi la disperazione? Non la spieghi? Poi come con la storia della città (come se i romanzi dovessero iniziare con "Torino, esterno giorno") se la spieghi è perché l'hai accennata, se non lo fai è perché non ne parli. E tutto, il tutto cosa, è iniziato almeno quaranta anni prima. Costruzione, distruzione e ricostruzione di un uomo. Ma certo non sta tutto nelle prime tre pagine che hai letto...


Giudizio n° 15 - Voto 6,67

Il linguaggio utilizzato è semplice, ma riesce lo stesso a tenere alta l'attenzione del lettore. Bisognerebbe ripulire l'incipit dalle ripetizioni (es. "mare grigio-azzurro" / il mare che "respira"), dai luoghi comuni e dalle frasi fatte (es. "...qualcosa gli si era rotto dentro" / "era scappato da Londra e dal lavoro in un lampo"), e incongruenze di fatti e immagini (la casa "polverosa e scura" cozza con quella della donna delle pulizie che la pulisce due volte a settimana e per di più senza che nessuno la sporchi visto che è disabitata!). Il malessere del personaggio principale si coglie tutto ma, a mio avviso, le retate in bagno per vomitare l'alcol ingerito sono eccessive. Nel complesso è un incipit più che sufficiente, suscita la voglia di proseguire la lettura.

Sono più che sicura che questo giudizio lo abbia scritto un uomo: una donna sa che anche una casa disabitata si sporca in un attimo e che può benissimo essere polverosa e scura anche se passi due volte a settimana a dare un'occhiata. L'ho già detto nella puntata precedente, credo. Le ripetizioni, quando c'erano, le ho sistemate e le frasi fatte qualche volta ho scelto di lasciarle lì. Scelte di scrittrice da sottoscala, probabilmente. Ma l'incipit comunque suscita la voglia di proseguire... 


Ok, abbiamo finito. Io mi sono divertita a rispondere, senza alcuna incazzatura. Beh, forse per il 2,33. Non per altro ma perché non è un voto da dare a chi ha almeno la capacità di usare un italiano corretto. Io stessa, partecipando, ho letto degli strafalcioni mostruosi ma credo di non aver mai dato meno di 4. Alla fine ho sempre cercato di motivare ogni voto con riferimenti a frasi e passaggi. Certo no perché altri incipit erano simili. Probabilmente il mio prossimo romanzo inizierà con "era una notte buia e tempestosa" (cit.)