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3.6.25

Come sempre

 Come sempre mi sono persa, mi sono rinchiusa nelle mie piccole ossessioni perché non avevo voglia - e ancora ne ho poca - di condividere e di raccontare di nuovo quello che mi passa per la testa.

In questi anni, diciamo gli ultimi due, ho perso pezzetti di vita e ancora ne sto perdendo. Persone care e non - ma in qualche modo legate a me - sia per una fisiologica disconnessione che per un fatto di generazione. Una volta c'erano gli amici che si sposavano, poi i battesimi, le cresime e i primi acciacchi, poi le persone, come è normale che sia, hanno iniziato a morire intorno a me. Capita a tutti, lo so. Non mi stupisce. 

Quel che mi fa strano è che io non trovi le parole. Per consolare, per sostenere, per dimostrare amicizia. E senza parole sono ancora più persa, io che ci giocavo a lungo, perché mi sento inutile e un po' vigliacca. Perché capisco qual è il viaggio e non so come salutare chi sta partendo, con dolore o rabbia, o entrambe le cose, e paura, e domande cui non esiste risposta. 

Cosa posso dire io a chi oggi sa di aver finito il tempo? Io che da anni continuo a ripetere che non ne abbiamo poi così tanto e che ogni giorno, ogni maledetto istante che perdiamo dietro a corse inutili e discussioni, e sogni lontani, e fatiche costanti che non portano mai a nulla; ogni istante che perdiamo è uno spreco immenso. 

Cosa posso dire io a qualcuno che si sente scivolare altrove senza sapere dove sta andando e con l'angoscia di non poter restare più a lungo con le persone che ama? Cosa posso dire che non suoni come stupida retorica o un ancor più insensato ottimismo, o una falsa speranza? Cosa posso dire, o fare, quando non ho nemmeno le parole per descrivere quello che sento? 

Sto perdendo un amico. Lo so dal primo ricovero e dal primo ricovero non ho più potuto vederlo perché mi sento inadeguata e perché di certo non ha bisogno di vedere proprio me, perché non sono nessuno. Perché il suo tempo è più importante di me. Perché io son fatta di parole ma le parole le ho perse tutte. 

Mi mancherà. No, non ci vedevamo spesso e non era di quelle persone che sentivo regolarmente ma quando capitava lui sapeva di me e io di lui e si stava bene. E ci si beveva una birra da qualche parte e ci si prendeva in giro per la passione per la scrittura o per "quella volta che..." e quel "ti ricordi quando?"

Mi mancherà per i suoi messaggi criptici e le sue foto sciocche, e per quelle belle. E per i sorrisi che sa regalare alla nostra amica e per i casini e per tutte le volte che ha abbozzato quando qualcuno alzava la voce. Per la pigrizia e per la forza con cui ha cresciuto i suoi ragazzi finora, portandoli ovunque e curandoli sempre. Per la mitezza forzata, per un fegato che ha assorbito tanto e forse troppo nervoso senza un'esplosione di rabbia, senza una reazione violenta nemmeno quando forse meritava. Per il suo tirare avanti un po' come il nostro comune tirare avanti, pensando che poi, appena sarà possibile...

Mi mancherà per il suo impegno, bizzarro e tardivo. Mi mancherà per tutte le volte che poi alla fine non siamo riusciti a combinare perché ognuno rincorreva la propria vita e ora è tardi. Mi mancherà per tutto il tempo che non abbiamo avuto da dedicarci perché non c'è tempo per tutto. Perché ce lo rubano, perché lo perdiamo, perché alla fine siamo un pochino tutti alla mercé di una vita che non abbiamo potuto scegliere completamente e che cerchiamo di vivere meglio che possiamo.

Mi mancherà perché gli voglio bene. Profondamente e "comunquemente", nonostante tutto.

Può darsi, credo, che ci vedremo di là ovunque sia e in qualsiasi momento sarà. Ma ci sentiremo a lungo, nonostante il cambio di dimensione e di forma, come se fossimo sempre vicini.

5.8.24

Ombre


 

Ci sono state mattine, negli ultimi anni, in cui l'unico motivo per cui mi alzavo dal letto e affrontavo la giornata era che così facendo avrei reso felice Martina poiché avrebbe potuto giocare ai giardini coi suoi amici quadrupedi. Del resto non mi importava niente. Spesso lo facevo buttandomi addosso le prime cose che capitavano e non mi lavavo nemmeno. Andavo, con lei contenta e saltellante che mi tirava lungo tutto il tragitto che io non avevo voglia di fare.

Non era la prima volta e non posso garantire che sarà l'ultima. Stavolta però sapevo di non poterne uscire da sola e, invece di resistere stoicamente come il mio orgoglio leonino di solito impone, ho accettato i farmaci che la mia terapista consigliava da un po'. Un anno e mezzo e ancora sono lì che li prendo, per fortuna scalando. 

Sono le mie ombre, il mio portarmi addosso pesi in continuazione, la fatica reiterata di fare cose che non sempre ho voglia di fare - come tutti - sentendone ogni giorno di più e non sapendo come risolvere la situazione. Il mio attaccarmi ad amori impossibili come la danza e la pole, come se potessero rendermi altro da ciò che sono.

Il fatto è che io già sono altro. I milioni di cose che ho imparato su di me e ancora imparo. Sempre però a sentirmi rinchiusa in un guscio non mio. In lotta perenne con metà di me. E no, non è cambiato molto nel tempo. Continuo a sentire il limite e il peso in un modo che forse non è del tutto realistico ma è mio.


Sono tendenzialmente depressa. E non c'è bisogno di motivi particolari, sono così da sempre - e anche ansiosa, volendo, ma quello lo riesco a controllare un pochino di più.  Fare i conti con le proprie ombre è una cosa che capita spesso e a volte conoscerle un poco aiuta a far trascorrere meno tempo nel limbo che provocano. 

Quando tiro avanti senza prendere fiato, quando abbozzo perché non posso farne a meno, quando le delusioni - vere o presunte che siano - si accumulano nei miei pensieri io vado in overload e dopo un po' di tempo mi perdo. Comincio a perdere "gli anni", i ricordi si fanno confusi, le cose tornano in maniera ossessiva a colpirmi e cado. 


Oggi compio 55 anni. Sono felice nonostante tutto. Cerco ancora una vita che mi sia meno ostile, magari prima o poi troverò la mia isola deserta e mi sottrarrò al mondo. Che non significa nulla di male - una volta Facebook mi ha bloccato un post che diceva più o meno lo stesso come se stessi meditando il suicidio (ma non è il mio genere di cosa) - solo evitare che questo mondo mi distrugga dentro. 

Perché sono foresta e il mio ecosistema lo devo proteggere.

P.S: le foto sono mie, che nel frattempo evolvo.

1.7.24

Io e non più io

 Avrei bisogno di scrivere, ché di cose ne son successe a iosa.

Ma non sono più io, o forse non lo sono mai stata più d'ora. O forse ancora sono in attesa di riconoscermi nuovamente e di trovare la strada per esprimere i miei pensieri che non sia più limitata dalla mia idea di me stessa.

Sembro confusa ma non è così.

Non ho più le parole, le sto cercando. O semplicemente attendo che arrivino da sole quando sarà il momento, perché forzare le cose non è nella mia natura.

In questi mesi ho capito molto e ancora ne ho da investigare...

Ho tolto il palo da casa, faccio pirouettes inaspettate, mi trovo a sorridere. No, non è passato tutto ma è cambiato. Non so se ora sono pronta ma lo sarò.



2.3.24

L'importanza di essere "Ernesta"

Quando ero piccola. la sera, guardavo le luci degli aerei in cielo e speravo che fossero astronavi che venissero a portarmi via. Non avevo idea del perché ma mi sono sempre sentita fuori posto e l'unica fantasiosa idea che mi veniva in mente era quella di essere qui per sbaglio. Una specie di H-7-25 il cui Bud Spencer era mia madre.

Più avanti ricordo di aver trascorso pomeriggi a disegnare improbabili e orrende tavole di fumetti in cui mettevo in atto una sorta di fan fiction dei miei telefilm preferiti essendo consapevole di non avere alcuna possibilità di descrivere ciò che vedevo in parole. Allora mi rifugiavo in queste mille storie in cui si nascondeva una piccola parte di me.

Poi ho conosciuto il pattinaggio artistico su ghiaccio e l'idea di quella leggerezza mi ha travolto. Per questo e per un altro motivo ho scelto la danza: mi toglieva l'idea del peso della materia e allo stesso tempo mi permetteva di essere altro da me.

Mi rendo conto che per tutta la vita questo è stato il mio desiderio più grande. Travestimenti, storie inventate sempre più complesse, la ricerca di un modo per diventare "fumetto" io stessa. In questo, per anni, la danza ha funzionato benissimo. Avevo l'illusione di non esserci io su quel palco e questo mi dava un senso di libertà infinito. Potevo essere chiunque, potevo sbagliare e non essere io a pagare (non ho mai temuto tanto le punizioni altrui quanto quelle che da sola mi infliggevo, ed erano tante), potevo risplendere senza sentirne la colpa. Io che ho imparato a sparire fin da piccola per non disturbare e che ancora oggi preferisco non apparire mai del tutto.

Sembra un controsenso, me ne rendo conto. Cantare e ballare su di un palco è tutto tranne che sparire ma finché l'illusione ha retto io non ho mai pensato di essere lì, sotto i riflettori. C'era un fiore, c'era un nobile cavaliere, c'era una specie di invasata di aerobica, una tigre, un ragazzo di Parigi, una damigella d'onore, una zingara, una teppista e via dicendo. Era come se riuscissi a scindere le cose, e ce l'ho fatta per un po'.
Credo in parte abbia funzionato così anche con la pole dance, tanto coinvolgente da farmi sentire bella, attraente, sicura e forte regalandomi momenti di pura magia per poi farmi cozzare con tutto ciò che avrei voluto poter essere e non sono. E non sarò mai.

Sono entrata in gioco io, con la mia insicurezza, con la certezza di non essere mai abbastanza brava, con le aspettative irrealistiche di sempre ed è crollato tutto. E io sono crollata ancora trascinandomi dietro molto di ciò cui tenevo. Molto di quello che avevo costruito. Vero è che la mia vita doveva cambiare e che non avrei retto molto comunque anche continuando a "correre" per essere quel che volevo. Ero e sono troppo stanca.

Certo, invecchio. Certo, lavoro. Certo, ho una casa e due animali. Certo ho commissioni, incombenze, piccoli guai con le tubature, qualche acciacco. Certo ho persone che voglio vedere, ho parenti che non stanno bene, ho insomma tutto quello che buona parte delle donne della mia età si porta addosso. Lamentarsene è stupido ma cercare di corrermi dietro senza darmi tregua mi ha stremata. 
Quindi tocca ricominciare da capo ed è quello che sto facendo da qualche tempo a questa parte.
 
Ritrovare il piacere di fare le cose, riuscire a non forzare la vita, ascoltarmi. Per questo sono in silenzio da un po'. Ho iniziato qui tanti di quei post che poi non aveva senso finire, o che per ora non ne ha. Ho iniziato tanti di quei romanzi che non basterebbe una vita a finire, ho tanta di quella vernice che potrei colorare un mondo intero. Ma non voglio stupire gli altri, vorrei stupirmi io. Essere e non aspettarmi altro. Trasparire da ciò che faccio senza paura di non essere abbastanza. Essere una me stessa onesta.

Non devo per forza essere la migliore ma devo esserne convinta io.

E intanto per diventare fumetto ormai c'è l'intelligenza artificiale e una quantità di applicazioni che non devo fare altro che divertirmi...

Tornare bambina, anzi diventarlo.  Non credo di esserlo mai concessa... 

28.12.23

Dita mozzate sul campo di battaglia

Mi sono ricordata da poco di essermi rotta un dito facendo pole. Niente di che, in ogni caso se fossi andata in ospedale mi avrebbero solo steccato l'anulare facendomi cazziare pure sul lavoro, quindi ho fatto che mettere la mano nel ghiaccio e dimenticare l'accaduto. 


Non ci ho pensato più e in effetti neanche mi ricordo cosa stessi provando a fare, ché tanto in uno sport tutto lividi ed escoriazioni capita quasi ogni giorno di rimediare una botta e alla lunga non ci si fa più caso.

Io poi ho la pelle delicata e ciò fa di me una pazza masochista scriteriata. Ma al cuore non si comanda, così come da copione ho continuato a lavorarci sopra (al dito) fino a non sentire più il fastidio. 

Non è stata di sicuro la prima volta e nemmeno l'ultima che mi facevo danni a pole. Come quando cercando di farmi fare un video da Ilenia con la seconda "butterfly extended" della mia vita ma essendo stanca dalla lezione appena finita ho sbagliato a dare la spinta e mi sono trovata con il palo che girava più del previsto, ho sentito che perdevo la presa e sono volata di ginocchia sulle piastrelle da una certa altezza e a volte mi sembra ancora di sentirle scricchiolare. Ed era solo il primo anno... Più che altro è che ogni volta che voglio fare la "sborona" e vantarmi dei risultati ottenuti finisco per distruggermi.

Mi sono stirata, contratta, infiammato tendini e muscoli, rotta unghie e staccata nei dalla schiena ma non ho mollato mai per il dolore. Ho imparato a non farmi video da pubblicare, solo frammenti che potevo cancellare dopo aver estratto una o due immagini, ché tutte le volte che volevo dimostrare qualcosa agli altri finivo per farmi male. Non fisicamente.

Mi sono chiesta più volte perché continuare senza mai trovare una risposta e soprattutto continuando a soffrire mentre scivolavo giù. La depressione è una gran brutta bestia, soprattutto quando non ti accorgi che arriva. Così, dopo lo stop tra Covid e ernia - più protrusione lì accanto - tornare è stato ancora più doloroso che restare lontana. Non c'era più niente. Nessuna soddisfazione, nessuna "famiglia", pochi volti noti, la vergogna costante di guardarmi allo specchio e non trovarmi più. Ancora.

Sommando impressioni e coincidenze tra questo abbandono e il primo abbandono alla danza ho capito che c'era un nesso e che avrei dovuto lavorare diversamente su me stessa per venirne fuori - se mai ne uscirò del tutto. Ho smesso di ballare per una ferita, è vero. Ma più di ogni altra cosa ho smesso di farlo perché mi volevo punire e in qualche modo è successo anche con la pole. 

Sono di quelle persone che non "possono" stare bene, non che non lo desiderino ma che non vogliono concederselo mai del tutto. Metti per paura della delusione in caso qualcosa andasse storto, metti per l'ansia da prestazione, metti per le continue esperienze negative che ho avuto ogni volta che mi sentivo a posto dov'ero. Non il brutto anatroccolo che sono ma splendido cigno. Ecco, di essere cigno non me lo sono mai perdonato, né concesso del tutto. Sono quella del "mai abbastanza", che vorrebbe esser meglio di così ma poi per millesima motivi mai si sposta da dov'è. Perché è meglio il dolore certo di quello sconosciuto. Perché fino a un certo punto la mia testa vede solo quello: dolore. Disapprovazione, disappunto, disistima, inadeguatezza. Non razionalmente, ché sarebbe troppo semplice reagire, ma più sommerso in profondità fin da quando, da piccina e ragazzina, mi si ricordava che ero sì brava ma non abbastanza da "spiccare il volo" per quanti sforzi facessi. Non abbastanza brava a ballare, a scrivere, a cantare, a dipingere. Non abbastanza bella, non abbastanza interessante, non abbastanza tutto.

E no, non voglio piangere su questa cosa perché temo di averci già perso fin troppo tempo. Ho perso pezzi di me ovunque tentando di cambiare questa mia sensazione, pretendendo da me stessa una perfezione impossibile pur senza fare grossi sforzi. E no, senza lavoro non si arriva da nessuna parte nemmeno se si è dotati, figuriamoci se si arriva in ritardo sui tempi massimi o se si seguono gli impulsi di una mente bacata.

Hai voglia a farti mozzare dita e arti nel tentativo di riuscire in qualcosa se non ci credi nemmeno tu. E non è un lavoro facile mettersi lì ogni volta che si vorrebbe fare un passo e ripetersi che ne vale la pena: uscire, provare, sbagliare e riprovare. Cancellare le aspettative e godersi le proprie qualità.

Dite che si può, piano piano?



4.6.23

Come Penelope

Scrivo, cancello, scrivo.

Riordino le idee, mi pare una str..zata, ci ripenso.

Scrivo, abbandono, sbuffo.



Mesi in cui la mia attività alla tastiera funziona così. Almeno leggo. Sì, sempre le solite scemenze e solo su Kindle, ma leggo. Cerco di capire cosa voglio fare, perché in questo momento tutto è confuso.

Io, esperta in perdite, ho iniziato a ragionare sul lutto. Non solo quello classico, un po' come era mia intenzione da tempo. Visto che devo ricominciare da ciò che conosco e che non c'è verso di terminare il seguito de "Gli attimi in cui Dio è musica" - no, non è scritto al presente e non parla di danza e siccome anche questo è doloroso non c'è verso davvero di procedere - ho iniziato a raccogliere le idee per un altro episodio di questa serie, più personale e più introspettiva.

Nel frattempo ogni tanto riapro la pagina di "Area 3-13" su Wattpad e vedo che ho roba in sospeso anche lì (dovevo fare un'aggiunta con personaggi in ordine di apparizione e collegamenti tra loro, ma è un lavoro che... vabbè), e i lavori che ci sono insieme a questo romanzo. "La catena di Joy" ha avuto un inaspettato numero di visite e mi piacerebbe continuarlo, ma...

La riscrittura di "Nuovi soli" dopo un iniziale partenza razzo ha incontrato un muro. Non è la paura della pagina bianca ma la mia solita difficoltà a ripetere strade già percorse, seppure questa nuova versione è nuova sul serio.

La correzione di "Tutto accade..." è ferma da anni.

Diciamo che niente accade.

Tutto ciò che si muove riguarda lutto, perdita, influenza di mille situazioni sulla vita, sulle relazioni, sul benessere. In più c'è la fatica a chiedere informazioni a chi potrebbe rispondere ma che per farlo dovrebbe riaprire la mente a cose accadute oltre cinquant'anni fa. Quindi, boh.

Faccio e disfaccio. Disfatta.

La verità è che non me l'ha prescritto il medico di scrivere.

Mi piaceva molto, mi è piaciuto fino a un certo punto poi è diventato pesante. Forse non ho voglia di andare oltre alle mie storie. Forse queste piacciono solo a me e a pochi altri. Forse sbaglio i contenuti, ma sono le uniche cose di cui mi importa e non saprei scrivere altro. Quindi è un lutto anche questo, a modo suo. Un cercare il modo di continuare senza "l'idea" di ciò che avrebbe potuto essere.

Probabilmente è vero il fatto dello zodiaco o magari sono io che sono la solita cazzona. Non porto mai a termine qualcosa, soprattutto quando ho fatto fatica ad arrivare fino a un certo punto, come se solo le cose che vengono facili fossero da prendere in considerazione. In fin dei conti sono sempre stata pigra e ancora lo sono. Così nella mia testa le mie storie vagano, si completano, finiscono, poi creano altre storie che le completano e via. Ma perché fare lo sforzo di scrivere se nemmeno le persone più vicine si appassionano a ciò che scrivo? Scrivere per me? Io le mie storie le so, tutte, a memoria. E non l'ho sempre fatto senza inseguire mode, tendenze, manierismi, senza inseguire i possibili lettori e i loro gusti? Ne conosco di gente che ci riesce.

Eppure inseguo gli autori che creano saghe infinite, che siano assurde o meno, pur di non lasciare i loro mondi e i loro personaggi e nel mio cuore mi piacerebbe riuscire in una simile impresa. Ma il tempo è poco, le cose che amo sono tante e so per certo di non voler scegliere cosa lasciare indietro. Non voglio più ossessioni.

Una volta il mio monaco (non quello di Wendy) mi ha detto che il mio "vento" poteva portare incidenti e disastri ma che se l'avessi lasciato sopire non avrei più creato come prima. Non lo sento quasi più e dopo tanti anni di inquietudine e lacrime quasi non mi spiace. Può essere l'ennesima fase, può essere che io trovi una forma di equilibrio diversa, può darsi che sia cresciuta - o invecchiata - di colpo.

Sono solo troppo stanca di alti e bassi e di sforzarmi di tenere il passo con me stessa.  

16.1.23

Lo zodiaco contro

 Anni fa leggendo una interpretazione del mio tema di nascita ho imparato che la mia Luna in Toro mi avrebbe dato un guizzo artistico - forse in ambito musicale ma non per forza - che difficilmente si sarebbe tramutato in qualcosa di concreto.

Sì, in effetti ho passato una decina di anni della mia vita a studiare danza e qualche altro a studiare canto e recitazione e nessuna di queste cose ha mai dato i frutti sperati anche se per lungo tempo ho cercato di imparare il più possibile e - almeno per la danza - ho lottato con tutte le mie forze per poi mollare all'improvviso, non senza un valido motivo. O più di uno.

La danza non è stata l'unica cosa. Col tempo ho apprezzato pittura, disegno e fotografia imparando a cavarmela osservando il lavoro degli altri e cercando di imitarlo per poi farlo mio. Anche qui i miei risultati non sono sempre stati memorabili ma l'arte richiede tempo e col passare degli anni questo viene meno. Lavoro, famiglia, incombenze di ogni tipo prendono il sopravvento e il resto non può che essere qualcosa a cui dedicare attimi soltanto.

Poi c'è stata la scrittura.

Ho sempre scritto, fin da quando ho preso coscienza del mio amore per le storie. Certo, ci è voluto del tempo per imparare a farlo in modo utile e sono abbastanza sicura di non farlo così male. Sono bravina, miglioro, sono sicura che migliorerò ancora. Ma anche qui non ho avuto i risultati sperati e anche se come me - e meglio di me - ci sono decine di migliaia di autori che condividono la mia stessa frustrazione, mi rendo conto che è stato bello impegnarsi in questi anni ma non ho più voglia di investire ogni energia nel tentativo di farmi pubblicare "bene". L'ultimo romanzo che ho pubblicato con editore è "Addio a Bodhgaya" e a oggi - che è stato ripubblicato in una specie di self publishing alla chiusura della casa editrice. Ma è stato sette anni fa.



"Il gioco dei vampiri" l'ho pubblicato da me, per divertimento. Come mi ero divertita a scriverlo, così ho deciso di fare un esperimento senza investirci più del dovuto, perché non era il "mio genere" e non mi interessava essere conosciuta per aver scritto un romanzo hard. Il self non è una passeggiata ma lascia una libertà maggiore. Anche le poesie di "L'universo è amore e sangue" e i racconti sparsi di "Presenze" sono self e francamente non ho mai nemmeno controllato i resoconti delle vendite perché sapevo che sarebbero state quasi zero.




Il progetto serio, quello su cui avrei investito, però, non ha chances. Presentato a due agenzie non ha subito critiche pesanti ma nemmeno è risultato abbastanza interessante e ormai l'ho finito da una vita. L'ho scritto una vita fa. Per quanto mi renda conto della sua validità non avrei nessun motivo per mettermi di nuovo a lavorarci sopra per renderlo accettabile agli editori. Un romanzo "vecchio" scritto in modo "vecchio" perché ormai io sono altro. Quindi, da inizio anno trovate la prima parte di "Area 3-13" su Wattpad leggibile gratuitamente in attesa di caricare le altre due parti del romanzo.



Ne parlerò ancora, ne parlerò fino alla nausea perché ci credo ma siccome l'importante non è tanto riuscire a vendere poche centinaia di copie quanto farsi leggere dalle persone e condividere la propria storia sperando di emozionare o divertire o colpire qualcuno. Per questo scrivo, per raccontare. 

Il resto non è più importante.

Pubblicare non lo è, inseguire un destino non mio non lo è. Non riconoscere quando è il momento di accettare che una cosa non è per noi non fa che prolungare l'agonia.

Forse ho davvero quel guizzo artistico, lo so che non sono priva di questo "tocco" ma non sarò mai abbastanza determinata perché non ho quella fame. Allora basta ossessioni. 

Una volta scrivere mi rendeva felice, ma se smettesse di farlo cosa potrei scrivere se non "cose morte"?  

30.11.22

Di nuvole e silenzi

 


Di nuvole e silenzi

 mi sono nutrita, 

e di sussurri forti 

e di mani strette sulla pelle nuda. 

Di parole e sguardi, 

di ossessioni condivise, 

di continue ispirazioni. 

E ora viene la vita 

e non basta 

a colmare gli spazi; 

nel sottosuolo 

mi uccidono il cuore. 

Viene dicembre. 

La luce muore, 

poi ricomincia il mondo. 



Credo sia uno dei periodi più faticosi degli ultimi anni. Ho messo in discussione ogni aspetto della mia vita, perché non ero felice. L'ho fatto e continuo a farlo perché mi sento persa. Ho questa sensazione di aver perso la via una volta che ho perso il desiderio di danzare, come se - ed è terribilmente vero - dal movimento dipendesse ogni parte della mia vita.

Così, anche se con la scrittura sembrava che tutto procedesse ugualmente, a un certo punto mi sono trovata senza parole. Motivazione, interesse, ispirazione. Ho provato con tutti i miei espedienti ma non ho riscontrato alcun miglioramento.

Ma...

Una persona importante mi ha detto che scrivo meglio quando parlo di cose che fanno parte della mia esperienza - non necessariamente biografia, comunque.

Una persona saggia mi ha detto che quando sono in stallo è inutile insistere con quel progetto ed è molto meglio aprirne uno completamente nuovo. Almeno per un po'.

Una persona molto speciale mi ha detto di ricordarmi che valgo e che sono capace.

Quindi, ora che tutto quello che vorrei fare è stare a letto nel buio della stanza come un tempo oppure annebbiare la mente con decine di dvd in una sorta di "film therapy" volta a farmi piangere ogni lacrima che ho in corpo per sbarazzarmi di tutte queste emozioni orribili, ora che sento di non averne...

... ecco che con una matita e un post-it viola inizio a trovare parole.

Parole che non so se hanno un senso, parole che non ho idea se potranno mai diventare "qualcosa" o se resteranno sparse come mille altre. Ma sono parole che escono e che quindi mi fanno bene, ora che mi sento ancora sul fondo di un pozzo che impedisce al movimento di compiersi. 

E chissà, magari un giorno avrò anche voglia di accendere della musica e accennare un passo o due.


5.11.22

Forse avevano ragione loro

Devo ammetterlo: è un periodo difficile per me.

Forse la stanchezza, forse l'età che avanza con i suoi primi acciacchi. Forse l'essere costantemente esposta a tutto, soprattutto alla rabbia degli altri, alle loro delusioni, alle convinzioni gridate al vento, alla necessità di dire la propria sempre e soprattutto con l'arroganza del proprio punto di vista.

Dev'essere stato a fine maggio, una domenica pomeriggio, quando ho cominciato a pensare di essere circondata da mostri. Non so spiegare esattamente quale circuito impazzito della mia mente abbia messo insieme il concetto, ma guardavo le persone intorno a me e le vedevo "brutte", vecchie e spente, con sorrisi grottesschi dipinti in volto ma ormai trasformate. Quello che si vedeva da fuori era forse - lombrosianamente - ciò che trasmettevano da dentro.


Sì, insomma. Un po' come trovarmi in un film horror, in una sorta di "the walking dead" in cui travestita da zombie attraversavo indenne la piazza gremita di morti. 

Andando avanti ho iniziato a diventare insofferente rispetto a molte di queste persone, infastidita da qualsiasi manifestazione venisse da loro, anche innocua. Mi sono sentita sempre più "sola" tra gente che non mi somiglia affatto, esclusa da qualsiasi possibilità di dialogo - non che gli altri non ci provassero, ero io che non avevo più voglia di ascoltare certi discorsi che continuo a trovare insensati, notizie assurde che un tempo avrebbero occupato pagine di giornaletti di infima categoria spacciate per notizie vere etc. - perchè come fuori sincrono rispetto alla realtà che percepiscono gli altri.

Certo, più avanti sono scoppiate liti. Poi ho chiuso rapporti, poi ho iniziato a chiudermi io e continuo a farlo. Stanca e sempre più inorridita dal livello in cui si è arrivati a esprimersi, che per me rasenta l'inciviltà. Rifiutare un dialogo se dall'altra parte non si intravede una possibilità di intesa - non di arrivare utopisticamente ad avere lo stesso punto di vista ma anche solo di parlare la stessa lingua - non è arroganza. È mero sopravvivere. Evitare di sprecare energie utili.

Il fatto è che poi continui a guardare le stesse persone e le vedi "felici", unite, realizzate, forse "vincenti". Ora, io non sono mai stata una fanatica della teoria delle persone "vincenti" o "perdenti", per me le persone sono solo persone - ognuna con i suoi pregi e difetti, carattere e storia - tutte ugualmente rispettabili finché sono rispettose del prossimo; difficile per me dare del "vincente" a qualcuno. Non credo nel successo, non nel denaro e difficilmente in status symbol. Solo che...

Anni fa stavo guardando un film - horror per cambiare - in cui un virus trasformava buona parte della popolazione in zombie (dev'essere una costante della mia vita, ormai: non più vampiri ma zombie...) mentre gli altri diventavano... Mostri. Credo fosse "28 giorni dopo", il titolo. Insomma, mi aveva colpito il fatto che le persone non infette fossero di fatto diventate peggio di quelle trasformate loro malgrado in bestie affamate prive di qualsiasi capacità di pensiero. Crudeli, sadiche e prive di compassione. A quel tempo mi chedevo se non ci fosse da augurarsi di beccarselo, il virus, per evitare di diventare dei mostri consapevoli. Perchè per me il metro di giudizio era quello: la capacità di distinguere. Maledetta consapevolezza.




Ed ecco che, complice la stanchezza e una punta di depressione che ne consegue, mi sorge la domanda: "e se avessero sempre avuto ragione loro?"

In definitiva, oggi, a cinquantatrè anni, mi trovo a chiedermi chi sono.


20.10.22

Tanto non lo pubblica nessuno

«Tanto non te lo pubblica nessuno...» L'ultimo commento.

Non che non lo sapessi. È da quando l'ho finito che lo so. Perché è troppo lungo, pieno di personaggi, troppo onirico, strano, quasi un fumetto. Un romanzo caotico e diverso. Troppo tutto, come sempre, senza un genere o un'etichetta precisi.




Lo so da quando abbiamo fatto l'editing, Natascia Cortesi e io, e ho capito che bisogna fare i conti con il pubblico. Loro vogliono un posto specifico, un luogo riconoscibile e meticolosamente descritto, una data precisa altrimenti non riescono a collocarsi nella storia. Non vogliono "affidarsi", vogliono certezze e io non ne ho. "Area 3-13" non aveva né un luogo né un tempo, è sempre stato sospeso in uno spazio che era solo suo. Apolide e universalmente possibile. Poteva essere qualsiasi città, in questo presente o in un futuro ma con determinati paesaggi senza i quali non sarebbe mai stato scritto come l'ho visto. Perché io l'ho visto, tutto, scena per scena a partire dal primo sogno. Perché da lì arriva, da un sogno. Per questo è così complesso. Non aveva una collocazione, per me bastava ma l'ho corretto. Che non sia mai, deve diventare un prodotto. Deve essere accattivante e fruibile, lasciare nella comfort zone il lettore.

Lo so perché nonostante tutto ha ancora troppe pagine e troppe voci. Non ho potuto sopirle. E mi sono chiesta se fosse giusto farlo, visto che la storia è anche loro. Ogni personaggio che vi compare c'è per un motivo ed è necessario che si esprima per capire come mai è finito lì. Perché ognuno ha la sua storia, le sue debolezze e per questo non si può pensare che sia un soggetto inutile.

Lo so perché lo hanno letto due agenti abbastanza importanti e sebbene abbiano rifiutato di rappresentarlo - per i suddetti motivi anche, ma ciascuno per un motivo suo e personale senza mai dirmi che ho scritto una ciofeca, cosa che credo avrebbero fatto se lo fosse stata - hanno invece ammesso che era un lavoro ben fatto per vari motivi, perfettibile sicuramente ma non adatto a loro. E sono certa che sulla loro professionalità nessuno possa dire nulla, per cui eccomi qui.

«Tanto non te lo pubblica nessuno...»

Dovrei scrivere di ciò che conosco, come suggeriscono i saggi e le scuole di scrittura.

Beh, io conosco le storie e conosco i sogni. Conosco i mostri, soprattutto quelli che fanno di tutto per sembrare normali, per attirarti vicino e succhiarti via la vita. Conosco la sensazione di non essere al proprio posto da nessuna parte, il desiderio di seguire la propria natura e la preoccupazione che questa cosa faccia soffrire - o morire - qualcuno. Conosco le trappole della vita, alcune almeno. Conosco la ricerca della verità e so che a volte saperla non cambia le cose. Conosco l'impotenza, l'essere intrappolati in un mondo in cui non decidi nulla e fai la tua parte come richiesto per poi decidere di fare di testa tua e affrontare le conseguenze, ma vivere. So che tra quanti si ritengono normali ci sono migliaia di mostri.
So che nessun mostro è mostro al cento per cento e che ognuno di noi ha in sé bene e male, che a volte non è facile riconoscerlo e che si sbaglia strada tante volte ma il nostro cuore sa dove vogliamo stare.
Ed è di questo che parla il mio romanzo. Lo fa con toni cupi e con atmosfere da fine del mondo perché l'idea mi è arrivata in sogno ed è come se quel sogno avesse continuato a tormentarmi anche da sveglia finché non l'ho scritto. Non ero nemmeno sicura di farcela, a dirla tutta. Non avevo una trama o un finale, o un'idea anche solo vaga di cosa stessi facendo, solo immagini.

E ora? Sarà mia cura pubblicarlo da me. In ebook per i più, in qualche copia cartacea contata per i pochi affezionati come sempre. Non appena avrò trovato una copertina ed avrò il tempo di buttarlo in un formato adeguato. Non posso lasciarlo dov'è.

Scrivere ancora? Certo. Ma senza cambiare rotta. Non importa se non mi pubblicherà nessuno. Non voglio inseguire chimere, la vita è troppo breve e io faccio l'operaia per vivere.  



3.7.22

Quel che conosco

Io conosco la rabbia. 


La conosco molto bene.

E sono preoccupata, perché la vedo serpeggiare in decine di commenti sui social.

Commenti, giudizi, insulti gratuiti.

Mancanza totale di empatia e di rispetto. Si sputa veleno. Si agisce come i re del mondo.

Mi fa paura. Molta.

Poi tante parole inutili per sembrare umani, pacifici, educati, inclusivi. Tante parole che non si possono più usare nel nome di un fantomatico politically correct. Cioè non posso più vincere un "mongolino d'oro" perché offensivo ma posso insultare liberamente chiunque non si comporti come ci aggrada. Come la società impone. Bella gente. Sorrisi fasulli su Instagram, veleno ovunque si possa giudicare.

Apparenza. Vero. 

E sotto questa rabbia.

Magari perché sotto sotto ciascuno sa di che pasta è fatto.



22.4.22

Pensieri dell'anno passato


 Questi tempi ci hanno insegnato a covare rabbia, non buoni sentimenti. Quelli li lasciamo agli arcobaleni colorati dai bambini e agli inguaribili ottimisti. Ho idea che per alcuni la chiusura non abbia che accelerato il processo, prima contenuto da un minimo di contatto sociale (non social, perché qui di leoni da tastiera che nel quotidiano mai oserebbero alzare la voce ce ne sono eccome) che fa da filtro ai nostri comportamenti. Sovrastrutture culturali che ora tendono a cedere e che, chiusi nell'Io come siamo, ci fanno sentire ancor più isolati. Chi ha fatto o sta facendo un percorso spirituale non ne è del tutto immune ma si spera più consapevole, perché una volta riconosciuto il mostro è più facile rimetterlo al suo posto.

Siamo più che mai "noi contro il mondo" ed è grave più del virus che in casa ci ha chiusi così a lungo.

Non è uguale per tutti, non può esserlo. A me ha portato pace, questa cosa, e il desiderio di avere in futuro una vita migliore che comprenda rispetto per me stessa e per gli altri, un ritmo più adatto e un senso del dovere meno presente. La voglia di smettere di rincorrere una vita che non mi aspetta e che mi pretende costantemente iper-performante, iperattiva e soprattutto consumatrice passiva di qualsivoglia prodotto. Ci hanno insegnato a essere sempre in competizione e questo non è bene, perché ci isola. Non esiste un "altro" da combattere, esiste un Io che si è fatto riempire di idee confuse sulla vita e sulla morte, sulla nostra natura. 

Non ne usciremo migliori, se continuiamo a prendercela con chiunque tranne che con i responsabili e non ammettiamo che i responsabili di ogni cosa siamo noi per primi, quando pur di non pensare cerchiamo qualcuno fuori cui delegare anche il nostro destino per poi seppellirlo se quel destino non ci piace.

24.2.22

Quel che non ti fortifica ti uccide...

 



Sì, lo so, dovrebbe essere il contrario.

Ma non siete stanchi di dover essere forti a ogni costo? Di dover dimostrare che qualsiasi cosa succeda reggete il colpo? Che non solo state in piedi nella tempesta ma che quasi quasi come il tenente Dan di Forrest Gump vi arrampicate sulla cima dell'albero per mostrare il dito medio al Creatore?

Beh, io sì. Da tempo.

Tutta questa smania di essere superiori, sempre pronti, sempre giovani, performanti, col fisico giusto, con la mente sempre tesa all'obbiettivo, resilienti e anche un poco grati se la vita ci ha preso a randellate sui denti io non la reggo. Alla fine è un dover sempre essere qualcuno che non si è, un doversi negare i momenti di dolore, di debolezza, di paura per dimostrare al mondo (ma sotto sotto siamo convinti che serva pure a noi avere una mente sempre concentrata su quello che vogliamo ottenere) che ce la facciamo.

É che poi diventa difficile essere sé stessi così. E che forse al mondo non importa un fico secco se ce la facciamo o meno, se esistiamo o meno. Se ci godiamo il viaggio o siamo lanciati in una folle corsa verso la morte (che alla fine è lì che andiamo, comunque) come il treno Blaine della saga della Torre Nera di King (appare in "Terre Desolate" e nel mio preferito "La Sfera del Buio"). Who cares?

Che poi è vero che ciò che non ti ammazza ti rende più forte ma chi è tanto scemo da dire "guarda, in vita mia ho preso solo mazzate e vedi come sono tosto"? Io, almeno, di tante mazzate avrei fatto volentieri senza. Sì, sono ancora qui e ho il mio bel caratterino  - ma ce l'avevo già da piccola e sono sicura che sarei stata simpatica lo stesso - e di certo non sono morta ma giuro che le mazzate qualche conseguenza la lasciano. Come le piccole sofferenze o i disagi prolungati nel tempo, le situazioni che non riusciamo ad affrontare o che fingiamo di sostenere benissimo (non importa se lo facciamo con gli altri o solo con noi stessi, alla fine tutto lavora dentro allo stesso modo), le arrabbiature e le umiliazioni. Che già ce ne sono tante di piccole cose che possono guastarci il viaggio, di quelle grosse purtroppo ce ne capitano ma ben venga il poter affermare: "sto di merda".

Quando ho iniziato la terapia ho passato le prime sedute a raccontare la mia vita alla psicologa. Lei ha preso appunti, ha aspettato che tirassi fuori gli eventi (avremmo discusso dopo di come mi faceva sentire ciascuno e degli effetti collaterali che ancora mi porto dietro a strascico) per poi dirmi: "caspita, lei ha vissuto in una vita sola il triplo delle cose che di solito vivono i miei pazienti, mi stupisco che sia anche un minimo equilibrata" (e al tempo non lo ero granché). Ecco, io ho fatto un po' da punching ball per tutta la vita e a forza di mazzate qualche neurone mi si è rintronato. Certo, non sono morta ma sono in analisi da una vita e ancora oggi mi rendo conto di quanto ogni evento abbia condizionato quelli successivi, in certi casi in modo disastroso, in altri solo un tantino bizzarri.

Non voglio fare elenchi, ognuno di noi ha passato i suoi guai ma credo che il continuare ad affrontare la vita gridando "Questa è Sparta" quando dentro siamo in grado di sopravvivere giusto a Gardaland sia dannoso per la salute. E sì, quel che non ti uccide ti fortifica, ma a furia di sanguinare muori ugualmente. Forse è meglio proteggersi il più possibile (e si può fare vivendo qui e ora e non proiettati in un qualcosa che forse non ci sarà mai o che non sarà mai più) e coltivare quel minimo di saggezza e consapevolezza per rendersi conto delle ferite che sanguinano e farsi curare in tempo.


9.5.21

Ingrasso per legittima difesa

 Gli ultimi tre anni non sono stati semplici.

Ho fatto alcune scelte pur non avendo certezza alcuna di riuscire a farcela, ho avuto problemi di tendinite prima e di ernia del disco ora che mi hanno tenuta e mi tengono lontano dallo sport che amo, ho curato e perso un cane che amavo alla follia, ho lavorato molto stancandomi più del dovuto, ho passato due mesi da sola in casa  (salvo le uscite con il suddetto cane), ho fatto i conti con l'età che avanza, ho ridiscusso la natura di molti miei rapporti, ho continuato la psicoterapia. Ho preso farmaci, a volte ancora ne prendo. 

Mi sono resa conto di avere ripreso a mangiare "contro il mondo".

E sono ingrassata, tanto.

Non voglio farne un problema puramente estetico, anche se alla fine lo diventa comunque. Per quanto ci si astenga dal seguire mode e modelli assurdi, questi ci danzano davanti come il bimbo fantasma di Ally McBeal e non c'è modo di esserne completamente distanti. 



È un problema se per praticare il tuo sport devi sollevare il tuo peso con le braccia, o tenerti con l'interno di un gomito o di un ginocchio e i tuoi muscoli non sono allenati abbastanza per farlo. Diventa un problema se vuoi muoverti in un certo modo, come facevi anche solo tre anni fa, appunto.

Chi mi conosce sa che ho avuto problemi di oscillazione di peso fin dalla prima depressione. All'epoca frequentavo le medie e mi sentivo talmente distante dalle persone che avevo intorno che il vuoto che si era creato ha iniziato a fagocitare cibo senza un bisogno effettivo. La passione per la danza mi ha poi riportata senza il minimo sacrificio - e questo va detto, perché in quegli anni non mi sono mai sottoposta a diete né ho mai fatto un'ossessione del mio essere un pochino più rotonda degli altri - a essere normopeso e abbastanza carina. 

Dopo qualche anno, però, a seguito di altri eventi stressanti tra cui il fidanzato psicopatico del post precedente, nel momento in cui cadevo nella seconda crisi depressiva ho ricominciato a mangiare in modo scomposto. L'ho fatto - e ovviamente la terapia fatta in seguito mi è servita a capire - da una parte perché mi detestavo e dall'altra per sparire agli occhi del mondo. Per non essere più sexy, desiderabile, carina. Per non attirare attenzioni sgradite e per punirmi per essere stata così sciocca da pensare di avere un "potere" decisionale che non avevo. Per proteggermi, sostanzialmente.

Poi ancora un periodo di benessere, poi una terza crisi che mi ha portata oltre gli 85 kg. Con una fatica enorme e con l'aiuto della terapia, più avanti, ho perso di nuovo parte del peso e, una volta sistemata la fonte principale di stress del momento sono tornata a un peso che per la mia altezza era più che adeguato. Avevo sì alti e bassi ma sembrava tutto sotto controllo.

Poi di nuovo su. Nuove tensioni, altri problemi e nonostante lo sport praticato con costanza ho ripreso a ingrassare. Stavolta la dieta tentata non è servita a nulla e, anche se molto più lentamente di prima ho cominciato a lievitare. E non è che non mi rendessi conto della cosa, o del fatto che a ogni segnale di stress la prima reazione fosse di nuovo andare a mangiare qualcosa, solo che ho lasciato di nuovo che andasse così e lo so che sto solo cercando di sparire un'altra volta alla vista del mondo.



Quindi ingrasso per legittima difesa ma non ho ancora capito da chi o cosa mi difendo. Perché non credo sia il mondo il problema esattamente come mangiare non è la soluzione. E mi sento ancora indifesa se pur sapendo come funziona il meccanismo non riesco a togliermene. Perché non servirà fare l'ennesima dieta - che poi non funzionano mai come devono - e perdere peso se poi non smetto di ricascarci.

Solo che per una volta, e una volta per tutte, vorrei vincere io e avere il mio posto nel mondo senza pensare di dovermi difendere ancora - anche se dovrò difendermi in ogni caso. 

Vorrei smettere di aprire il frigo ogni volta che una frase mi fa sentire a disagio, ogni volta che devo reprimere un moto di rabbia, ogni volta che mi detesto perché non riesco a reagire. Vorrei smettere di sentirmi in difficoltà a dire no, di non pensare a chi sono e cosa voglio, di vedermi diversa da chi voglio essere. Vorrei smettere di nascondermi, di fare le stesse cose di un tempo, di sentirmi soffocare.

Di riempire i vuoti che non ci sono con cose che mi fanno male. Di lasciare che qualcosa crei vuoti inesistenti da riempire. 

18.2.21

Un brindisi a te

Non c'è mai stato un giorno facile con te.

Nemmeno uno, nemmeno quando mi sono impegnata davvero.

Eppure ti ho amato tanto, e ti amo ancora anche se non so quanto. 

Come in molte relazioni sfasate non riesco a capire se il mio amore lo devo al fatto che da te non avrò mai niente in cambio o se è perché mi fai sentire inadeguata molto spesso e adoro farmi male. 

Non so se devo insistere.

Non so perché dovrei. So che in sei anni ho ricominciato da capo più volte mettendomi in gioco senza mai lamentarmi. 

Ho incontrato tantissime persone che altrimenti non avrei conosciuto, grazie a te. Alcune le ho perse di vista, altre inaspettatamente mi hanno accolta nel loro cuore e confortata nei momenti più brutti. 

So che con te ho sognato di volare, so che con te l'ho fatto. So che ho osato, che ho cercato di raccontare chi sono e che a un certo punto non ho più avuto le parole. Non le ho ancora.

Ho solo una collezione di false partenze, di tentativi non riusciti, di idee mai completate.

E la sensazione che con te non devo mollare, non stavolta. 

Quando ero giovane avevo una passione simile, un fuoco sacro che mi guidava. Un dolore l'ha spento e io ho smesso di vivere. Ora no, ora non posso. Ho poco tempo e ho voglia di vivere.

Voglio decidere in che modo. Voglio capire chi sono. Voglio scegliere che posto hai.

Voglio amarti davvero o smettere di farlo, davvero.



18.1.21

Riflessioni sparse in un campo minato

 Prima di ogni altra cosa voglio dire che lo so che sono fortunata.

Ho una casa, innanzitutto. Ho la possibilità di contattare gli affetti tramite web e telefono, anche se vivo sola. Ho un lavoro che nonostante i due mesi di cassa integrazione della primavera scorsa - i cui soldi sono arrivati con la calma e la lentezza di un bradipo in letargo, posto che vadano in letargo ma rende bene l'idea - ha ripreso a girare non senza fatica. Quella che era stata la preoccupazione principale del primo periodo di chiusure forzate ha lasciato il posto ad altre, forse meno immediate ma non meno importanti. 

Io non ho mai sofferto la solitudine e non è esattamente solitudine quella che ho sentito. Certo, non poter vedere la dolce metà, non poter frequentare la scuola di pole, non avere la possibilità di trascorrere una serata con le amiche di sempre o gli "amici del sabato sera" alla lunga hanno pesato sul mio umore, ma almeno all'epoca ero abbastanza sicura che le cose sarebbero cambiate. Non speravo nemmeno che tornassero come prima, e se avete frequentato questo blog lo sapete, ma dopo aver avuto lo spazio e il tempo per pensare a come avrei voluto vivere  ero decisa a iniziare a farlo.

Invece no. Da una parte perché c'era l'ansia generale di dover recuperare tutto il tempo "perduto" che ci ha fatto correre - volenti o nolenti - ancor più di prima e non concedendoci in cambio niente più di ciò che avevamo; dall'altra perché si è fatta sempre più chiara l'idea che non era finita affatto e che prima o poi sarebbe stato il momento di richiudere ogni cosa. 

Così i progetti che alla prima volta avevo iniziato a mettere in moto si sono congelati. Io mi sono bloccata. Di nuovo, e peggio.

Ci sono persone che sono abituate a pianificare, a scrivere scalette e rispettarle, a decidere con largo anticipo tutto ciò che desiderano. Io sono istintiva, come artista - se mi passate il termine - non riesco a produrre molto se non vivo. Le cose che mi ispirano arrivano spesso da "fuori": da un sorriso rubato per strada a un gesto, a una voce o un tramonto intenso, ogni istante può suggerirmi le parole per il mio prossimo romanzo o uno spunto per una coreo di pole, o la linea per un disegno. Anche solo limitare il mio sguardo sul mondo mi toglie aria al cervello.

Ma c'è di più. 

Non sono mai stata una persona con progetti a lungo termine, con obiettivi e scadenze, non mi è mai piaciuto fare programmi: mi fa sentire ingabbiata in qualcosa - anche se non è vero - senza possibilità di uscirne. Non che lo sia diventata nell'ultimo anno, ma almeno prima c'erano miliardi di possibilità ogni giorno e questa cosa io non la sento più. 

È come se mi avessero tolto la possibilità di progettare. Di alzarmi con la motivazione per fare qualcosa in più che andare a lavorare e tornare a casa già stanca. Di immaginare, svegliandomi, che la sera a pole potrei tentare questa o quella figura, chiedendo a Nat di aiutarmi o aiutando qualcuna delle mie amiche a fare qualcosa. Di chiedere a Marisa se dopo lezione le va una birretta, o un panino. Di stare fuori dalla fermata della metro a cantare le sigle dei cartoni animati anni '80, anche se non abbiamo assolutamente più l'età. Non solo, è come se con tutto il resto compresa la motivazione a scrivere si fosse spenta in un grosso "a che pro?";  come non ci fosse più niente da dire, o da immaginare, se non un infinito ripetersi di settimane al lavoro e poi casa. Come se la vita fosse già tutta lì e non mi dovessi più aspettare altro. 

E per me, dicevo, va ancora di lusso. Perché più andiamo avanti e più sento amici e conoscenti che perdono speranza e passione, e voglia di lottare ancora, perché ora sembra tutto inutile. Tutto ciò che si è fatto finora nella speranza di costruire qualcosa e tutto ciò che si desiderava aggiungere a quel progetto di vita. Perché alcune persone hanno avuto il coraggio di lanciarsi, investire, faticare e indebitarsi nella certezza di poter fare qualcosa di davvero loro e ora tutto è fermo, tutto è in bilico, tutto rischia di crollare da un momento all'altro.

Come se vivessimo cristallizzati nel tempo, senza possibilità di "fare". Di vivere. 

Ecco, io mi spavento un po' quando mi sento così vuota dentro. Se non posso nemmeno immaginare un domani, oggi è un giorno sprecato. E pur avendo in mente tante storie da scrivere, pur avendo voglia di allenarmi, pur volendo ancora creare io mi fermo, lo sguardo fisso e il pensiero assente, e non riesco a smuovermi da qui. Come se mi avessero portato via il futuro, un boccone per volta. 

Lo dico con tutto il rispetto per chi sta peggio di me e chi mi conosce sa benissimo che non sono mai stata cieca o sorda alle sofferenze altrui; lo dico con rispetto perché leggo e ho letto le vostre storie, le vostre esperienze. Lo dico sapendo che ci sono state cose terribili in questo anno. 

Ma ho paura che ce ne saranno ancora, e non direttamente legate al virus. 

26.10.20

Fuori dalla ruota

 Forse dovrei riprendere il Prozac.

Rassegnarmi.

Fare il mio lavoro di bravo criceto, produrre e tornare a casa nel carro bestiame come dovrei fare secondo il sistema. Dimenticare i sogni, i desideri e le poche cose che mi fanno andare avanti. Annebbiarmi.

Spegnermi.



Alla fine non è una cosa nuova, l'essere solo un numero. Lo so da tempo e l'unica cosa che mi ha salvata è stata la mia capacità di sognare e di aggrapparmi a ciò che vedevo di bello e leggero. Diverso da me.

Mi sono illusa di poterne stare fuori, di galleggiare nelle mie mille cose fino a quando il mio obbligo nella grande ruota della società non fosse finito. E poi è arrivato quest'anno.

Non lo nego: il lockdown mi è servito per pubblicare il romanzo che altrimenti non avrei pubblicato. Avevo deciso di non farlo più. Può essere perché in fondo non amo mettermi in gioco sul serio e dopo i primi libri pubblicati ci voleva un vero salto di qualità, che implica un lavoro extra, un impegno maggiore mentre per me scrivere è facile, pure troppo, e io sono pigra e insicura.

Ma chiusa in casa con le mie parole in testa è stato semplice. Ho lasciato tutto il carico che aveva dentro e ho sorriso pensando a che facce avrebbero fatto i lettori. Scrivere "Il gioco dei vampiri" è stato facile, divertente. Fluido e liberatorio. Rileggerlo mi ha resa consapevole di quanto di più io possa fare ma a oggi non ho la forza di compiere il salto. 

La forza che ho sempre avuto finora era data dal tempo che passavo fuori dalla ruota. All'aperto, con gli amici, in palestra. Non più del necessario, mai in mezzo alla gente - non mi è mai piaciuto - e in modo quasi religioso. Ma ora...

E sì, sto parlando solo di me. Ma tra le persone cui voglio bene ci sono alcune che di sport ci vivono, come di arte, come di ristorazione e le vedo colme di una disperazione sempre più grande, come quella che sento io e mi chiedo fino a che punto dovremo essere schiavi di questo sistema in cui il profitto e la produttività contano più del benessere psicofisico della maggior parte degli individui che lo compongono a beneficio di pochi e vuoti, cinici mostri.


14.5.20

Noi e loro

Il mondo ci vuole contrapposti.
La nostra mente ci vuole contrapposti.
La nostra paura ci vuole contrapposti.


Ci siamo noi e ci sono loro.
Ci sono io e c'è chi è altro da me. C'è ciò che è mio, c'è cosa riguarda solo me.
Ci sono io, gli altri sono un problema.


Anni di buddismo mi hanno insegnato che nella vita tutto è interconnesso.
Allora qual è il punto?
La paura.
Solo la paura è in grado di governare così bene la sensazione di divisione dal mondo. Io non so spiegare, non ho le parole, non ho conoscenza. Non ho un testo cui appigliarmi. Ma vedo.

Questa paura che hanno usato contro di noi per anni sta facendo effetto. Ci guardiamo tutti con diffidenza, puntiamo il dito, allontaniamo.
Non siamo più disposti a vivere.
Non siamo più capaci di restare da soli eppure mai come ora ho respirato tanta distanza dagli altri che diciamo mancarci.
Non è così che deve funzionare.

Il meccanismo serve a sopravvivere, a far sopravvivere un Io. Ma tanti Io non fanno un Noi da tempo. Tanti Io restano separati e negano il mondo.
Quanto odio, quanta rabbia, quanta paura.
Come siamo finiti quaggiù?

29.3.20

Comunicare, vincere...

Ricevo stamattina una newsletter cui sono abbonata.
Ne scorro il testo, salto tutti i link cui mi rimanda e chiudo.
Mi rendo conto che, se già da tempo ho qualche problema con le "comunicazioni importanti" che tentano di vendermi qualcosa o di istruirmi a seguire il loro metodo per essere vincente.
Io non voglio essere vincente, questo è chiaro a chiunque mi frequenti.

Poi ripenso alla mail.
Comincia con una sorta di aggiornamento sulla situazione riguardo al virus, come per mettere in evidenza l'empatia dell'autore e farmi sentire che anche lui è qui. Coinvolto, presente e attento. Tre righe dopo mi scrive dell'argomento della newsletter e mi sottolinea più volte quanto sia importante quello che mi sta dicendo, ma io sono ancora disturbata dalle prime righe.
Mi torna subito in mente un post di "Talento e felicità", un team di persone che conosco bene e che si occupano di consulenze di carriera  (se volete seguirle su Instagram), in cui si parla di parole di plastica, ovvero quelle parole e quei modi di comunicare che sono diventati uno standard e che non necessariamente comunicano qualcosa. La formalità, la forma invece della sostanza.
Quello che mi ha sempre dato fastidio, come con le pubblicità, è questo tentativo di coinvolgere le mie viscere per farmi agire secondo un fine. Ora capisco che sia normale, se vuoi vendermi un prodotto, che tu me lo faccia percepire come assolutamente necessario. Altrimenti potrei non desiderarlo, ovvio. Capisco anche che ci siano studi approfonditi su come arrivare a questo scopo e che sia uso comune in politica, in pubblicità, sui social; siamo esposti ogni giorno a questo modo di comunicare e spesso cerchiamo di usarlo anche noi per "venderci".



No, non che io mi venda. Ma ho una pagina Facebook pubblica in cui promuovo i miei libri (ma non solo) e certe volte mi chiedo se dovrei adeguarmi anche io al sistema. Cioè, io vorrei vendere libri ma non mi piace affatto l'idea di dover usare come paravento la situazione emotiva di chi mi legge.
Ognuno di noi ha dei problemi, ognuno affronta ogni giorno delle difficoltà, che siano personali, di lavoro, di relazione, di soldi, di desideri irrealizzati, di frustrazione per non essere chi si vorrebbe.
Quando si vive una situazione che fa sentire a disagio è normale diventare vulnerabili ed è su questo che molta della comunicazione attuale si fonda. Farci avere paura, farci crescere un bisogno, farci seguire il loro modello per tenerci buoni. Funziona così da sempre.

Il gioco del mondo è creare uno status, scatenare una crisi per innescare il panico, ristabilire uno status simile al precedente ma con maggiori vantaggi per sé, aspettando che il panico diventi dolore, perché nessuno ama il dolore.

Questo lo pensavo cinque anni fa. All'epoca era dovuto a una lite con risvolto psicologico - io tendo a frequentare manipolatori, sto cercando di smettere e il primo passo è sempre e fondamentalmente accorgersi del meccanismo - ma, appena formulato il pensiero, mi è sembrato applicabile alla realtà del nostro mondo.
Così è ovvio che tutti gli spot urlati "contro" chi ci sta togliendo il poco che abbiamo (ma davvero abbiamo così poco?), contro chi minaccia il nostro status, contro chi o cosa non importa basta che sia  un "altro da noi"; tutti questi spot io li patisco. Mi fanno rabbia, certo, ma più verso chi li fa che verso le persone cui sono rivolti. Ovvio anche che mi faccia rabbia vedere molti seguire questo schema per paura di perdere qualcosa. Perché, e siamo alle solite, è troppo facile guardare fuori da sé e trovare il nemico.
Non nego che, nel momento in cui sono partite le attuali restrizioni, io abbia pensato a un tentativo di scatenare una crisi generale per poi trarne vantaggio. Probabilmente è anche così. Il Dio Denaro continua a governarci e trovarci tutti con le pezze al culo non farà che farci adeguare a lavorare anche di più per meno soldi di prima - perché non ci sono, dicono, quando in realtà ci sono sempre delle soluzioni - o impedirci di vivere "come prima", come se prima vivessimo bene e non strozzati da un giogo che ci impedisce di realizzarci.

Cosa c'entra con la newsletter?
Ecco, è il modo. Questo volermi convincere che si è preoccupati per la situazione prima di ogni cosa. Probabilmente è così che ti insegnano nelle scuole di web marketing. Non ne ho frequentate ma, visto che lo schema sembra sempre lo stesso in qualsiasi contenuto volto a farmi acquistare un bene o un prodotto, anche qui mi è sembrato "vuoto".
Se sono iscritta alla tua newsletter è perché mi interessa conoscere i tuoi contenuti, non farmi aggiornare da te sulla salute del mondo. Per questo esisterebbero i giornali o i canali specifici che (stendiamo un velo anche qui) dovrebbero informarmi senza cercare di vendermi alcunché - nemmeno una visione del mondo. Allora se mi vuoi sembrare più umano, o almeno più normale, lascia che siano loro a occuparsi del virus; lascia che io mi informi come e dove desidero senza cercare di farmi vedere che sei umano, Stai facendo il tuo lavoro: la newsletter mi serve per essere aggiornata rispetto a quello. Che tu sia profondamente colpito dalla situazione di paese non mi riguarda e se ti pare puoi condividerla con chi hai accanto materialmente.
Se mi sono iscritta alla tua newsletter è perché mi interessa la tua competenza, poi spero anche che tu sia umano ma non è da tre righe in una mail che me lo dimostri. Le parole sono importanti (cit.), mi piacerebbe che fossero usate meglio anche da chi mi circonda.
Perché sono stufa di essere trattata come una stupida, qui come altrove; sentirmi dire di cosa ho bisogno e cosa mi farebbe bene, sentirmi raccontare quanto sono bravi loro a fare qualsiasi cosa - compreso l'essere umani - e farmi mettere nella posizione di obbedire al diktat perché altrimenti non vinco.

Sapete che c'è? Io non vinco, non me ne frega niente. 

28.12.17

Ciò che resta di un anno difficile

Stavo scrivendo l'ennesimo romanzo, poco fa. Manca un capitolo e un pezzo, poi sarò a quota tre romanzi inediti pronti nel cassetto - o nel cassetto virtuale, meglio - che non ho voglia di pubblicare.
Il romanzo mi piace, come entrambi i precedenti. Non mi è costato un grandissimo sforzo, questo no, anzi forse è il romanzo con cui mi sono divertita di più. Ho già i prossimi in pista, comunque. Per questo sto dedicando buona parte del tempo libero a finirlo. Credo sia il suo tempo.


Non è stato un anno facile, questo. Non è successo niente di drammatico ma tante cose da cambiare hanno iniziato a premere e tante cose che mancano a farsi sentire più forte. Un anno in cui scrivere è stato estremamente difficile, quindi ben venga il progetto di cui sopra che almeno mi ha allietato i momenti peggiori.
La pole ha avuto i suoi alti e bassi. Come ogni attività, soprattutto essendo legata a fisico e umore. So di non essere stata sempre al massimo e di aver anche migliorato di parecchio le mie capacità. A volte, però, non è stato sufficiente a far andare tutto per il verso giusto. C'è da dire che dopo novembre ho avuto parecchi problemi con il polso destro - quello che mi regge di più - e che rinunciare all'ultima gara dell'anno non è stata una pessima idea. Inutile farsi male ulteriormente. Quindi sono pronta a ripartire, anche se non mi sono ancora fermata, con le migliori intenzioni. So che ci sono mille cose da migliorare perché il mio metodo di fare solo le cose che mi sono più facili ed evitare sforzi eccessivi più per pigrizia che per prudenza mi pare non possa produrre più di quello che ho adesso. E non mi basta.

Sì, forse è una cosa che dovrei applicare alla vita in generale, anche se spesso "improvvisare" mi riesce meglio che fare cose provate e riprovate fino alla nausea. Perché poi quel "non mi basta" si applica ovunque. Lavoro, casa, scrittura, pole... Tutto così difficile e pesante, quest'anno.

E forse dovrei proprio lasciare la mia "comfort zone" per cominciare a vivere davvero.
Ecco che poi mi ripiombano addosso i vecchi post, aiutata dalla memoria inesorabile di Facebook, in cui riflessioni si aggiungono ad altre riflessioni e io...
Niente, io mi sto chiudendo in un piccolo bozzolo pronta a rinascere presto con tutte le rotelle a posto. Forse.