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8.4.22

Crossover post

 Tornano in mente scene di film e ti chiedi se sia il caso di scrivere un post, cominci a pensare a cosa dire poi ti rendi conto che le tematiche che incontri hanno a che fare con tre "filoni" diversi dei tuoi post.

C'è il nuovo "cineteca personale" visto che si tratta di un film, ma anche qualcosa che riguarda "l'analisi illogica" e perché no anche "singolare femminile" quindi che fare?

Come nella migliore tradizione dei serial tv: un post crossover in cui mettere un po' di questo e un po' di quello, sparso e condito. Quindi eccomi qui. Voglio parlare di Staying Alive, un altro di quei film che ho visto e rivisto fino alla noia stavolta a causa del tema e della presenza del mio mito dell'epoca: Cynthia Rhodes. Lei, la ballerina bionda più snodata dell'universo, presente in tutti i film a tema danza del periodo, mai scelta come protagonista assoluta ma indimenticabile. 



Partendo dal tag "cineteca" vi posso dire che Staying Alive è un film "tamarro" con un protagonista e un regista altrettanto "tamarri" da cui non ci si può aspettare chissà cosa. Un John Travolta muscoloso e sudaticcio alle prese con audizione e spettacolo che potrebbe essere la svolta della sua carriera di ballerino arriva fino a un pelo dal riuscirci e manda in vacca il tutto perché non riesce a non fare lo "sborone". Nel frattempo scatta inevitabile la storia d'amore/non amore/perché no che fa da sottofondo all'esibizione muscolare del Tony Manero versione professional. Belle per gli appassionati le scene di ballo, molto azzeccata la colonna sonora in cui compare anche la suddetta Cynthia Rhodes, Frank Stallone e i Bee Gees. Lo consiglio solo se siete appassionati del genere, altrimenti è tafazzismo puro. Siccome però io lo amo vi butto lì un paio di link e fate voi.


Ovviamente, e qui passiamo a "l'analisi illogica del testo", il caro Tony ha una fidanzata/ migliore amica (proprio lei) con cui condivide la passione per la danza e la fatica dei mille lavoretti in attesa della svolta. Jackie è la compagna ideale, bella, brava, disponibile, dolcissima. Quella che risponde al telefono nel cuore della notte perché sa che è lui a chiamare. Come non amarla? Il prototipo della fidanzata perfetta, che soffre in un angolo mentre lui tenta un "salto di qualità" anche dal punto di vista delle relazioni. La fortunata "altra" è nientemeno che la prima ballerina dello show per cui si stanno preparando, una ricca borghese snob che ha imparato come muoversi in quell'ambiente. Detestabile, per certi versi, ogni qualvolta la si paragoni a Jackie. Tra lei e Tony scatta qualcosa ma sono troppe le differenze e ben presto i due entrano in conflitto, con Jackie che osserva da lontano. Inutile dire che a un certo punto Tony tornerà da lei e che in un qualche modo tutto si aggiusterà. Ma a ben pensarci, la trappola qual è?

Lasciamo perdere la storia e osserviamo i personaggi. Da una parte c'è Jackie, la fidanzata perfetta pronta a riaccogliere Tony in nome dell'amore, del rapporto classico, stabile e rassicurante. Dall'altra c'è una donna emancipata che non ha "bisogno" di un uomo accanto e che fa le sue scelte sempre e solo per sé stessa ed è solida e determinata (anche un tantino egocentrica e isterica ma nel film ci sta). Ovvio che da un punto di vista prettamente romantico viene facile immedesimarsi con Jackie, che al culmine della crisi se la canta in lacrime mentre Tony tenta un rientro al volo...


Ma poi...

Ma chi lo vuole un fidanzato come Tony? Chi?

Laura, sicuramente meno simpatica, cinica e disincantata lo liquida con un "tutti usano tutti" ma non ci crede nemmeno lei. O mi piace pensarlo. Perché fino a un certo punto le cose tra loro sembravano quasi funzionare, solo che le differenze erano troppe. Difficile costruire qualcosa con qualcuno così lontano. Estrazione sociale, cultura, frequentazioni, ambizioni e consapevolezza. Lei sa chi è e quanto può chiedere alla vita (ma da un certo punto di vista anche Jackie conosce i propri limiti - se parliamo soprattutto di carriera artistica), approfitta della sua fortuna e cerca di sfruttare ogni opportunità, che non significa "usare" le persone ma di sicuro non si lega a chi non le è affine. Soprattutto a un tamarro instabile e presuntuoso che, per carità, è pure simpatico ma è come una bomba a orologeria.

Ecco, potendo leggere tra le righe credo che in Staying Alive la lotta di classe si giochi molto dal punto di vista sentimentale. Da un lato il protagonista "buono", che si fa da sé e che lavora duro, con la fidanzata perfetta che lo ama per quello che è, che ha un'immensa botta di culo lavorativa e la sciupa - sì, certo, il film finisce prima di averne la certezza ma... - ; dall'altro ci sono i "ricchi" e le star, quelli che si comportano da stronzi solo perché non fanno girare il loro mondo intorno al sorriso di Tony Manero. O ai suoi muscoli lucidi di sudore. 



E, considerazione da "singolare femminile", l'immedesimarsi in Jackie per una donna non è del tutto sano. Lei è una visione maschile prima di essere tutto il resto. Quello che dovrebbe essere una donna nella mente di chi ha scritto questa storia e di chi l'ha diretta (quindi sempre lui, Sly), quello che ci è stato insegnato, quello che vorrebbero in molti. Non avrei mai pensato di dirlo, ma a questo punto ben venga quella stronza di Laura, che stronza non è...

12.8.21

L'analisi illogica del testo 15 - Mondo cannibale

 Vi direte, ancora horror...

Vi dirò: in parte, ma mai peggio del mondo in cui viviamo.

Ho iniziato la prima quarantena con gli zombie. Da una parte erano già nell'aria (l'anno scorso ho dato il via alla visione di "Fear the walking dead") e pur non essendo mai stata un'appassionata del morto vivente in generale, alla fine come il buon Romero, trovo una certa somiglianza tra il mondo in cui viviamo e una qualsiasi storia di zombie. 


Restando per ora fuori dal testo, che horror non è, la visione di zombie che affollano il centro commerciale  o che vengono distratti dai fuochi d'artificio, l'idea di un virus arrivato da chissà dove che fa risvegliare i morti diciamo che può ricordarci la nostra attualità. Ora io non sono un'esperta di zombie, ho sempre avuto una certa predilezione per i vampiri, ma questi "cannibali" hanno innescato in me una serie di riflessioni. 


Il virus, la massa, le nostre abitudini, i comportamenti indotti da necessità e da abili manipolazioni, l'impossibilità di uscire da un circolo vizioso che ci lega stretti, il sistema consumista, i falsi miti. L'illusione di avere un potere decisionale, di poter governare la nostra vita come ci piace e non come siamo obbligati a fare fin dalla nascita. L'obbligo a stare nella media. Al nostro posto senza scalpitare, facendo il nostro dovere e godendoci il piccolo premio che ne deriva. Dagli zombi siamo passati a una sorta di "Matrix", in cui fungiamo da batterie umane che alimentano un sistema esterno, felici di stare nel nostro limbo. Allo stesso tempo mi è tornato in mente anche "Essi vivono" e la sua serie di messaggi subliminali volti a tenere a bada una società intera affinché sia produttiva fino a farla consumare. 



Certo, è il nostro sistema a renderci così. Necessario e inevitabile che si debba produrre e consumare, anche se la corsa ci costa più di quanto ci gratifichi. Più di quanto buona parte di noi possa farlo, almeno, mentre una piccolissima parte si gode i frutti del nostro lavoro. In questo ultimo anno ho come l'impressione che la forbice che distanzia le due parti si sia ingigantita e che la pandemia ci abbia impoveriti, spaventati e resi ancora più "schiavi" del sistema. Che non può cambiare senza stravolgimenti e che probabilmente non cambierà nemmeno stavolta, lasciandoci ancor più alla mercé dei pochi che hanno il potere di decidere per noi. 

Le immagini degli alieni del film di Carpenter, delle human factory di "Matrix" e quelle degli zombie messe insieme dipingono una parte della nostra realtà. La nostra evoluzione. Vittime di illusioni, di falsi dei e  pronti a divorarci l'un l'altro. Oggetti, prede, meccanismi.


Poi, finalmente, sono tornata a Sonmi.

Ricordo di aver guardato "Cloud Atlas" con lo stupore negli occhi. Il film, più che il romanzo da cui è tratto, per la sua trasposizione che ne semplifica la visione d'insieme. Ricordo l'immediata sensazione che dietro alle "mangerie" di Papa Song ci fosse lo specchio della nostra condizione. Non tanto in quanto cloni, ma più per il nostro destino - della maggiorparte di noi che lo si voglia o meno - di vittime sacrificali di un sistema. Nati per lavorare tanto quanto i polli da batteria sono nati per farsi mangiare. Illusi, continuamente imbottiti di stimoli a consumare, di modelli cui conformarsi, di ideali di uguaglianza e libertà che mai raggiungeremo. Siamo, come tutte le Sonmi, destinati a lavorare, a produrre, a consumare e poi a diventare inutili. Numeri, braccia, gambe, energie da spremere finché ne resta. Il premio, l'illusione di riceverne infine uno che valga la fatica, sembra venirci ricordato ripetutamente. Cose tipo "un giorno, se ti impegni, anche tu puoi diventare questo" se da una parte sono uno stimolo al miglioramento personale, dall'altra ci illudono che valga per tutti mentre è chiaro che le nostre fatiche non sono tutte uguali e che non necessariamente tutto si può ottenere solo con l'impegno. Ché a volte una botta di culo è necessaria, perché non siamo tutti uguali.

Allo stesso tempo, non solo siamo obbligati a lavorare come automi per reggere il peso del sistema non importa come - e le morti sul lavoro che si contano ancora e sempre ne sono purtroppo un segno - per i pochi che ne gioveranno di più - e la gestione delle grandi industrie negli ultimi anni, impostata più sul punto di vista dell'economia che della qualità (e del prodotto, e della vita del lavoratore) è cosa ben evidente - ma siamo indotti a una sorta di cannibalismo tra noi, come succede con le Sonmi che vengono ritirate a fine carriera. In una costante "lotta tra poveri", in cui siamo spinti a incolpare chi sta peggio di noi per ciò che a noi non arriva come se fossero loro a portarcelo via, siamo come cannibali che si nutrono dei propri simili senza accorgerci dei tizi che da sopra ai grattacieli ci osservano mangiando caviale e aragosta  godendo dello spettacolo manco fossimo gladiatori in un'arena. 

Non so descrivere meglio l'immagine che ho in mente della nostra società negli ultimi anni. Forse è sempre stato così e il mio software si è danneggiato solo ora permettendomi di vedere oltre. Forse ho inconsapevolmente inghiottito la pillola rossa di Morpheus - perché mai lo avrei fatto di proposito - e ora mi è più chiaro il mio ruolo di "non eletta" ma di semplice "forza lavoro" in un mondo in cui non ho alcun potere né possibilità di scegliere, checché se ne dica. 



Il volto di Sonmi 451 quando scopre che per tutta la vita si è nutrita letteralmente dei suoi simili mentre aspettava di poter ricevere finalmente la sua ricompensa dice tutto. E se è vero che tutto è connesso - e lo è - rendersi conto per tempo di ciò che stiamo facendo sarebbe decisamente meglio. 


6.1.21

L'analisi illogica del testo (senza testo) 14 - La forza e la magia

 Avevo già parlato, a caldo, delle mi impressioni sulla nuova trilogia - all'epoca appena iniziata - di Star Wars in un post qui.


Dopo aver visto il primo della serie J.J./Disney, ho evitato di spendere i soldi per andare al cinema e mi sono accontentata della versione in dvd appena reperibile a un buon prezzo. Il secondo, e dopo qualche tempo infine il terzo. Quello che forse concluderà la storia. Quello che, forse, salva l'ultima trilogia.


Per i ragazzi della mia generazione, per una buona parte di essi almeno, la saga di Guerre stellari ha rappresentato molto. Non solo a livello tecnico, ché all'epoca non eravamo tutti in grado di capire la magia del cinema e degli effetti speciali, ma anche per un modo di intendere la narrazione e il sogno, la sospensione dell'incredulità più totale cui avessimo assistito fino a quel momento, la meraviglia, la spiritualità un po' spiccia ma intensa che conteneva. Per me, bambina, è stato davvero un colpo di fulmine. Immagino che lo stesso effetto lo abbia avuto Matrix, qualche annetto dopo.

Non del tutto priva di difetti e incongruenze, già dall'inizio la prima saga  aveva il pregio di farle dimenticare tutte. Certo, a risentirle ora le mille ripetizioni di "c'è un conflitto in te" fanno quasi venire l'orticaria. Chi di noi non vive un costante conflitto tra "bene" e "male"? Tra ciò che ci piacerebbe e ciò che dobbiamo fare? Nei sentimenti che proviamo quotidianamente? Insomma, se sei il prescelto in una cavolo di guerra per salvare la galassia, vorrai mica scamparti la maledetta crisi di coscienza? Il problema di sentirlo ripetere millemila volte in nove film è più che altro un rischio di scadere in una semplice e ridicola macchietta. In questo, almeno, l'ultima serie ha un minimo di autoironia che strizza l'occhio al pubblico più giovane che sicuramente risente meno dell'effetto nostalgia e prende meno sul serio il percorso di un Jedi* - qui sbrigato in un paio di allenamenti nella foresta e nel tentativo di incontrare i fantasmi dei maestri miseramente fallito fino quasi alla fine. 

Da fan della vecchia guardia mi sono spesso domandata - e già lo accennavo nel post linkato sopra - perché, con tutte le possibilità che un universo così immenso potevano offrire (e che invece in qualche modo sta cercando di sfruttare George Lucas con gli spin off), perché offrire una ripetizione aggiornata della prima trilogia ricorrendo anche al fantomatico Imperatore di sempre se non per attirare noialtri anziani appassionati? Perché tra la prima e l'ultima continuano a esserci troppe somiglianze tanto da renderle quasi uguali nonostante le apparenze. 

Unico tratto distintivo - a parte l'autoironia che nella prima trilogia era dote del contrabbandiere Solo - è la faccenda del legame tra Rey e Ben, che invece di essere gemelli di nascita sono, diciamo "gemelli nella forza", cosa che come altri spunti interessanti viene liquidata con l'utilizzo dei suddetti come batteria vitale. E, al netto di mille ammiccamenti, la mancanza di una storia d'amore (nuova).

E questo trono?



E il novello quasi cattivo Kylo Ren che al pari di suo nonno è perennemente imbronciato e altrettanto capriccioso e infantile pur  nascondendo così un enorme ego da bambino ferito, utilissimo per lasciare aperta la porta al lato oscuro ma alquanto ridicolo a vedersi?

In quanto al titolo dell'ultimo episodio, che dire? Perché "l'ascesa di Skywalker" quando il solo e unico Skywalker è sempre Luke? E se era inteso come famiglia, perché non "degli"? 


Ma, diciamolo, forse io sono invecchiata.

Forse col meccanismo del prescelto, con il percorso spirituale che non è uguale per tutti, con il conflitto padre-figlio e con quello col maestro, con la lotta tra il bene e il male, con l'ambivalenza dei protagonisti (mai del tutto buoni,  mai del tutto cattivi), con le storie d'amore mal riuscite (mai dichiarate o mai vissute) e con tutte le trappole narrative tra archetipi, cliché e varie... beh, forse ci ho già fatto i conti abbastanza. 

Sull'estetica dei personaggi non vorrei dilungarmi, da tempo trovo brutti gli attori che altri trovano bellissimi e alla fine non è più importante (visto che per me IV, V e VI restano l'unica vera trilogia) perché la bellezza, in fondo, poco ha a che fare con la bravura. 


Quindi che dire? Continuo a pensare che la Forza non sia protagonista di questa trilogia come sembrava essere nella prima, penso comunque che la magia del cinema, sebbene sia difficile che io guardi un film con lo stupore di quella prima volta, la si può percepire e che quindi alla fine - anche per amore - la trilogia la salvo. Sperando che sia l'ultima, ché la prossima volta sarò troppo vecchia per fare una critica intelligente.




*Sul percorso di un Jedi, come sull'attuale scarsa resistenza a tutto ciò che non è immediatamente "godibile", sulla civiltà del "tutto e subito" e del divertimento a tutti i costi ci sarebbe da fare un discorso assai più lungo; se nella prima trilogia l'addestramento di Luke aveva preso quasi tutto il secondo episodio, il successivo - in ordine di uscita - di Anakin era già stato quasi del tutto saltato, ora è davvero inesistente un po' perché Rey sa già tutto (a questo punto poteva essere autogenerata come Anakin in versione 2.0) e un po' perché a uno spettatore giovane la cosa sarebbe di certo sembrata noiosa... 

6.5.20

L'analisi illogica del testo 13 - Quarantena

Dal primo giorno di quarantena avevo in mente questo racconto di King (sì, lo so, sempre lui) ma non sapevo ancora perché e forse non lo so nemmeno adesso.
Sono molto affezionata alla serie della Torre Nera, che permea ogni altro lavoro di King come traccia sotterranea non sempre percepibile se non si è letta una quantità sufficiente dei suoi lavori. Questo racconto, "Le piccole sorelle di Eluria" è parte della storia di Roland Deschain anche se può essere letto indipendentemente. Fa parte della raccolta "Tutto è fatidico" (S&K, 2002) ma risale al 1997 ed è collocabile all'inizio del percorso di Roland, prima quindi del primo libro della serie.



Perché mi è venuto in mente? Bella domanda.
Mentre tornavo a casa dopo l'ultimo giorno di lavoro, l'atmosfera intorno a me era molto cambiata. Fino al giorno prima era tutto abbastanza normale ma quella sera, mentre camminavo verso casa, l'ululato continuo delle ambulanze mi aveva dato l'impressione di trovarmi altrove. Il vento, poche macchine, la luce che calava e la gente un po' più curva del solito che rientrava a casa. Non so, sarà stata la desolazione che ho sentito addosso ma il paesaggio western è arrivato subito dopo.
Quel west poco sano, di un mondo che è andato avanti, una dimensione parallela che si regge su energie che noi non comprendiamo. Quell'aria sabbiosa, densa, che soffoca il respiro. E l'abbandono della città di Eluria, fatiscente e densa di morte, in cui attendono cose che un tempo erano uomini; mutanti lenti e dal colorito malsano, né zombie né vivi come erano un tempo... E l'aggressione, e quei morti che cercano di prendersi il vivo. La massa contro il singolo in una lotta impari, la resa dolorosa.

Poi la tenda d'ospedale, la luce che l'avvolge, la sensazione d'essere sospesi. Quelle inquietanti religiose e il loro cibo drogato, e gli insetti che cantano. L'idea che a salvare la vita sia l'uomo Gesù che così poco piace alle Sorelle. E un finto fratello che la menzogna non protegge abbastanza, e il tradimento di uno dei mutanti e quello della prescelta. Il popolo e le istituzioni e in mezzo Roland; ferito, confuso dalla droga, a tratti innamorato di Sorella Jenna, inorridito da ciò che ha intorno. Non salvezza ma morte certa, e una morte sporca e spiacevole del tutto priva di onore. E l'orrore cui è costretto a non poter porre termine, per sé e per gli altri ricoverati. Un'attesa lenta nel dormiveglia e furiosa nella speranza di uscirne presto, e vivo.

Ed ecco, quando tutto sembra perduto l'occasione arriva e pare ci sia un orizzonte sicuro al di là delle colline di Eluria, per lui e per Jenna - che tutto perde del suo mondo e del suo futuro assicurato - e per un randagio sopravvissuto e macilento che per un po' li segue. Ma non può esistere un lieto fine, non con quelle premesse, non per Roland che ancora deve vedere tanto di quel mondo, che ancora deve partire per la sua ricerca e che da tanto tempo non ha tempo per l'amore...

Ecco, forse ho capito che non c'era niente da capire. Forse questo racconto è semplicemente un racconto di quarantena, di desolazione e di sofferenza, di solitudine e di paura per il futuro. Per ognuno ha una sfaccettatura differente, questo momento. Ed è bello sapere che nelle pagine di un anziano e meraviglioso scrittore c'è già tutto il mondo. Il nostro e l'altro.
C'è la vita con tutta la sua meraviglia e l'orrore. C'è quel senso di impotenza di fronte al ka, al destino, al futuro, che ci appartiene. C'è la storia dell'uomo. E non è questione di genere letterario.

10.4.20

Ciò che si muove dentro, un'analisi ancor più illogica senza il testo 12

Stavo cercando una foto per l'ennesima sfida su Facebook, cosa che di solito non faccio ma che - un po' come mettermi a prendere il sole sul mio mini terrazzo - in questo periodo mi fa passare un po' del tempo immersa in cose che amo.
Stavolta riguarda i 10 film (ma contemporaneamente ne sto facendo una che si occupa di libri) che in qualche modo mi hanno toccata. La prima considerazione, cercando le foto giuste, è stata che finora i film cui ho pensato sono tutti di fantascienza e fin qui ci sta (sono "Star Wars" - il primo storico, quindi l'episodio 4 e "Blade Runner", per poi arrivare al terzo che cercavo appunto stamattina). Non ho mai avuto dubbi su cosa mi ha catturata fin dal primo sguardo.
Poi ho scelto il film che mi ha stimolata di più tra quelli della sua serie, perché tra i tre che si salvano è davvero difficile trovare quello giusto: tutti sono gran film, ognuno con caratteristiche differenti, scelte registiche particolari e spunti di riflessione diversi.


Ho sempre amato "Alien".
Forse perché ho subito il fascino del proibito (quando è uscito nelle sale io ero troppo piccola e ho invidiato i miei cugini poco più grandi di me per averlo visto al cinema mentre io l'ho sempre visto in tv), forse perché poi era un mostro bellissimo - le linee di Giger, quell'armonia particolare che richiamano, la simbologia fallica, anche - e spaventoso. L'ho amato nel film originale di Scott, claustrofobico e molto "freddo"; l'ho amato nel sequel di Cameron così macho e sudaticcio; l'ho amato nel terzo episodio di Fincher, di nuovo claustrofobico e più intimo; l'ho amato meno nel quarto capitolo più per la mancanza di estetica del "mostro" finale che per altro.

Per alcune persone, il mostro del film rappresenta il cancro, la malattia che cresce in te e che ti uccide. Io non l'ho mai visto così, mentre è più facile vederlo come il lato primitivo nascosto in noi. Quella rabbia che vien fuori dallo stomaco e che distrugge ogni cosa non gli somigli. Una specie di "Es" primordiale, l'istinto puro, il lato cacciatore e omicida della nostra personalità, quello che a volte sembra governare la gente negli ultimi anni. Lo avevo detto in un vecchio post, qui. Non ho sviluppato l'idea ma all'epoca mi sembrava convincente più della malattia.
Però per me "Alien" è un'altra cosa ancora, più profonda. L'idea di questo semi parassita che necessita di un corpo altro per crescere, per poi venirne fuori letale e velenoso mi ha da sempre fatto pensare alla maternità. Lo so che sembra strano associare una creatura tanto pericolosa a un qualcosa di simile, in molti mi hanno fatto notare che il mio istinto di maternità non è proprio così spiccato, però oggi, cercando una foto per il contest ne ho riviste molte e mi pare che il rapporto con la maternità, con la figura materna e con l'istinto protettivo che si ha nei confronti delle madri sia più che evidente in tutti i film.


Cominciamo dal modo in cui si viene infettati: cosa sono i parassiti "stringifaccia" se non delle specie di spermatozoi  che volano verso un ospite e impiantano la vita? Ci somigliano anche e il loro unico scopo è, appunto, portare a termine una fecondazione, dopodiché si staccano e muoiono. Da lì, un piccolo vermicello cresce nell'addome di un ospite, per poi uscirne in modo molto violento e spiacevole e diventare un individuo a sé. Nel terzo episodio, poi, scopriremo che a seconda dell'ospite in cui l'alieno cresce, il DNA cambia assumendo anche le caratteristiche della creatura che lo ha portato a maturazione. Però esce, nasce proprio - non come una malattia che resta nascosta il più possibile e distrugge l'organismo da dentro - e nel nascere "termina" il suo creatore.


Nel secondo film, il tema della maternità è trattato in due filoni contemporaneamente: da una parte Rilpey trova la piccola Newt e il suo istinto materno la porta a proteggere la bambina a ogni costo; dall'altra c'è la Regina Madre degli xenomorfi, che entra in conflitto con Ripley che nel salvare Newt distrugge le uova col lanciafiamme. Il suo istinto materno si scontra con quello umano fino alla fine tragica sia dell'equipaggio che della Regina stessa, in un inseguimento e in una lotta tra le due madri che ricorda quello animale.
Succede poi che Ripley, nel terzo film, si ritrovi a essere lei stessa ospite di una Madre e che per questo motivo nessuno degli xenomorfi presenti sul pianeta prigione la attacca. La scena finale del suicidio di Ripley la vede trattenere al petto la Regina neonata mentre si lancia nelle fiamme in un gesto che sicuramente al di là del trattenerla per ucciderla ha un non so che di materno in sé.




Nel quarto episodio, i cloni di Ripley hanno DNA alieno e la creatura "nuova" ha un volto quasi umano (molto quasi) e l'ultima Ripley è di fatto riconosciuta dall'ibrido come la sua vera madre (mentre l'ultima Regina Madre ormai non depone più le uova ma partorisce direttamente).
Ad alimentare l'idea, dal punto di vista estetico, c'e la forma doppiamente fallica che Giger ha dato agli xenomorfi, in cui non solo la testa può ricordare quella del sesso maschile ma anche la "lingua" dentata che scatta a penetrare la vittima.
Poi sicuramente io avrò da andare ancora dalla psicologa, ma l'analisi mi pare sensata.
A voi la palla.

21.3.20

L'analisi illogica del testo 11 - La grotta e la paura

In questi giorni è come se i miei vecchi classici tornassero a titillarmi i pensieri. Così, prima di finire in cassa integrazione e chiusa in casa - dove peraltro sto benissimo da sempre - mi era già venuto in mente un racconto di King (ma devo ancora capire perché, altrimenti che analisi del piffero sarebbe?) che sto rileggendo ora.
Ora, però, al di là di tutto mi è tornata in mente una scena ben precisa de "L'Impero colpisce ancora" che ho sia in dvd che in versione libro e che mi pare faccia da specchio a una situazione che mi pare di leggere in giro di frequente.
La cosa parte da qui:
Luke faceva progressi, e lo sapeva.
Correva attraverso la giungla - con Yoda appollaiato sul collo - e scavalcava con l'agilità di un'antilope il fogliame e le radici disseminati nell'acquitrino.
Aveva incominciato finalmente a liberarsi dell'orgoglio. Si sentiva più leggero, schiuso completamente all'afflusso della Forza. Quando il minuscolo istruttore gli lanciò una barra d'argento sopra la testa, il giovane reagì fulmineamente. In un attimo, si voltò e tranciò la barra in quattro segmenti, prima che cadesse al suolo. Compiaciuto, Yoda sorrise. "Quattro questa volta! La Forza tu senti."
Ma luke non gli diede ascolto. All'improvviso aveva percepito qualcosa di pericoloso, di malefico. "C'è qualcosa che non va" disse. "Sento pericolo... morte." Si guardò intorno, cercando di scorgere ciò che irradiava quella sensazione potentissima. Si voltò e scorse un albero enorme e nodoso, con la corteccia annerita e scrostata. La base era circondata da un piccolo stagno, e le radici gigantesche formavano l'apertura d'una cavità buia e sinistra." (Donald Glut, L'Impero colpisce ancora, Mondadori P. 120)


La prova che lo aspetta è nota ai più. Entrare nella grotta e affrontare quello che vi troverà, qualsiasi cosa sia. Ed è così che la grotta, quel posto così oscuro, funziona. Un test importante, che determinerà la maturità del suo allievo, che gli chiede:
"Cosa c'è là dentro?"
"Solo ciò che tu porti con te."
 Come chiunque di noi in questi giorni. Chiusi in casa per decreto o per necessità, con tutto questo vuoto intorno che rischia di farci impazzire, siamo come Luke che entra nella grotta e affronta questo rito di passaggio. Soli, con solo quello che "ci portiamo dietro" a farci compagnia, o a proteggerci, o a distruggerci a seconda di ciò che è.
Lo stile di vita, le necessità, le priorità sia economiche che spirituali. La paura.
Del contagio, del prolungarsi delle restrizioni, dell'impatto sul lavoro di ciascuno e di quanto accadrà quando tutto sarà finito. Di non poter riavere la propria vita. Forse anche senza pensare davvero se era quella che desideravamo o se siamo stati inghiottiti dal vortice dei ritmi quotidiani tanto da dimenticare chi siamo.



E sì, mentre camminiamo nel buio della nostra grotta, il cuore in gola sembra soffocare il nostro respiro giorno dopo giorno. Perché siamo entrati con troppe cose e ora pesano, pesano troppo. Non siamo abituati a questo, non lo siamo quasi mai nel momento in cui capitano le cose.
Ed è così che se entriamo in questa grotta armati per difenderci, ci troveremo di fronte tutti i nostri demoni, tutte le incertezze di questa vita e del futuro. Ci troveremo a non dormire la notte, a indebolirci, a urlare contro quelli che stanno in strada senza pensare che hanno la stessa paura che abbiamo noi, o forse no.
Ma contro chi stiamo lottando se non contro noi stessi perché abbiamo paura che tutto quello che ora ci manca sia la nostra identità? E, una volta accesa la nostra spada laser, una volta battuto il "nemico", siamo sicuri che il volto che vedremo non sia il nostro?

20.1.20

L'analisi illogica del testo 10 - Uomini bassi in soprabito giallo

Ted rise, una risata spontanea e solare che fece prendere coscienza a Bobby del suo grande disagio. "Non intendevo bassi di statura", precisò. "Uso 'basso' alla maniera di Dickens per intendere persone dall'aria alquanto stupida... e alquanto pericolosa. Il tipo di individui che troveresti a giocare a dadi nei vicoli, per esempio, a passarsi una bottiglia di liquore nascosto in un sacchetto di carta durante la partita. Il tipo di individui che si appoggiano a un palo del telefono e fischiano alle donne che passano dall'altra parte della strada mentre si puliscono il collo con fazzoletti che non sono mai veramente puliti. Individui che considerano eleganti i cappelli con la piuma nella fascia. Individui che danno l'impressione di avere tutte le risposte a tutte le domande più stupide della vita. Non mi sto spiegando molto bene, vero? C'è niente di quel che ho detto che evoca in te qualche ricordo, un'idea?"

Chi di noi non ha perfettamente idea del tipo di persona descritto qui sopra? Uomini bassi in soprabito giallo è il titolo del primo capitolo di Cuori in Atlantide di Stephen King. A tratti uno dei miei preferiti per la chiarezza delle immagini e per la poesia che racchiudono.
Io ho quasi la certezza di essermi specializzata in questo tipo di "incontri". Uomini che sono tali solo per una questione genetica e di appartenenza a una specie. Qualcosa che ricorda le faine di Roger Rabbit, sempre a caccia di vittime facili e arroganti da far schifo.
Sono quei personaggi che anche se si tratta del verso giusto in cui girare il caffè, si fermano a spiegarti la vita e che sono talmente presi da se stessi e dalle proprie convinzioni da passare sopra al prossimo con un rullo compressore senza battere ciglio.
Sono quelli che si insinuano nella vostra vita per diventarne padroni. Sono quelli a cui piace usare le debolezze dell'altro come arma per controllarlo, sono abituati alla menzogna e si divertono a vedervi annaspare nella salamoia. Quelli che ti raccontano che non sanno distinguere un sì da un no o che ti suggeriscono che l'unica preoccupazione che una donna dovrebbe avere è di risultare "scopabile" agli occhi di un uomo, o che già solo una persona debba sentirsi onorata per averli accanto e non dovrebbe desiderare nulla di più nella vita. Quelli che sono pronti a svuotarti di ogni energia.
Come succede spesso, un romanzo classificato come horror ci mostra quali siano gli "umani" pericolosi.

Pensavo di dire mille cose, in questo post. Invece no. Solo di fare attenzione.
Fateci attenzione quando scambiate due innocue chiacchiere con qualcuno: forse stanno cercando voi come in Cuori in Atlantide cercavano Ted Brautigan. Sicuramente non vogliono il vostro bene, ma cercheranno di usarvi per arrivare dove vogliono e, sappiatelo, sono davvero bravi a farlo. Non si sfugge a lungo alla loro caccia, a meno di affinare l'intuito e avere ottimi amici accanto. 

28.4.16

L'analisi illogica del testo 9 - La cosa assurda della vita

La cosa assurda della vita è che dobbiamo morire.
Tralasciamo il fatto che non credo che la morte sia una cosa definitiva se non per un certo corpo specifico e un certo "essere" una creatura piuttosto che un'altra; che non mi importa se l'energia che ha creato quello che io chiamo "me" si ri-formerà per creare una quercia o un gatto.
Dico sempre che la vita è una sola per volta e non mi interessa se sono stata Cleopatra o un elefante nella mia vita precedente, che quel che conta è qui e ora e che quel che sarà, sarà.
Il problema è che oggi, qui, è come se morire fosse una cosa innaturale. Come se non si dovesse fare, un tabù. Ci spaventa a tal punto da non volerla accettare, eppure ci tocca. E non è che c'è una scadenza prestabilita, come se a morire dovessero essere solo gli anziani - ma solo perché ancora non si è arrivati a un progresso tale da impedirlo pure a loro - o alla gente cattiva.
Purtroppo no. La morte arriva un po' quando le pare e non sta a guardare il curriculum. Sembra brutto e cinico da parte mia, parlare di questo argomento ora. Eppure sono stanca di sentire retoriche insistenti su quanto sia terribile una certa morte.
Eh no, non è una certa morte a essere terribile: lo è tutta, ed è assolutamente naturale comunque. Una cosa che ci può succedere in ogni momento e che non necessariamente è diversa da quella morte che capita dall'altra parte del pianeta. Una cosa che non ha un vero senso se non  quello di essere la fine di una certa forma di noi. Ed è giusto perché per noi è assurda che ci fa paura.
Al di là del dolore della perdita, che comprendo e che non posso non rispettare (lo ho provato anche io, più volte), non c'è un senso da cercare che serva a placare la mente o a farci accettare la cosa.
Ma si muore. A venti come a quaranta, a tre come a novanta, a quindici come a settantuno.
Ed è assurdo fare distinzioni su una o sull'altra. Il dolore provocato a chi resta è enorme in ogni caso. Non esiste una morte "utile". Esiste solo la morte. Che può essere stupida, orribile, beffarda, o semplicemente assurda.
Lunedì mi è tornato alla mente un racconto di Stephen King. So che è un autore ricorrente nelle mie analisi illogiche, ma spesso è il più bravo a farmi pensare alle cose. Nella raccolta "Tutto è fatidico" ci sono alcune perle, tra cui il racconto "Pranzo al Gotham Cafè" in cui la morte assurda ha il volto (e il coltello da cucina) del maitre di un ristorante di classe. Così il pranzo tra due ex coniugi e l'avvocato della donna, già difficile di per sé, si trasforma in un incubo. Rapido, insensato e terribile.

"Attento!" urlai a Humboldt, e da un tavolo contro la parete un uomo smilzo con gli occhiali senza montatura lanciò un grido, lasciando cadere sulla tovaglia frammenti scuri di cibo masticato.
Humboldt non sembrò sentire né il mio urlo né quello dell'uomo. Guardava il maitre aggrottando la fronte con fare minaccioso. "Non aspettarti di rivedermi qui dentro se questo è il modo..."
"Iiiiiii! IIIIIIIII!" gridò il maitre, e lanciò un fendente nell'aria. Fece un suono sommesso, come una frase sussurrata, e il punto e a capo fu il rumore della lama che si conficcava nella guancia destra di William Humboldt. Dalla ferita sgorgò un getto violento di goccioline di sangue che decorarono la tovaglia di puntini, con un motivo a ventaglio. Vidi con chiarezza (e non lo scorderò mai) una goccia di sangue rosso vivo cadere nell'acqua del mio bicchiere e scendere verso il fondo lasciandosi dietro un filamento rosato, come fosse una coda. Sembrava un girino sanguinante"
(Tutto è fatidico, Sperling & Kupfer 2002, pag 384)

Rapido, insensato, terribile.
Come nella realtà. Se ci penso su, mi torna in mente la volta in cui, in tangenziale a Torino abbiamo incontrato il classico tizio contro mano. Che a raccontarlo non ci si crede, ma è successo. Quel mattino me ne stavo seduta al mio posto di passeggera e guardavo fuori come sempre. Davanti a noi un tir rallentava mentre nel prato alla mia destra un gruppo di operai vestiti di arancione correva verso l'asfalto. Inserita la freccia, mio marito ha effettuato il cambio di corsia e stava accelerando per sorpassare il camion quando davanti a noi si è materializzato l'impensabile: un puntino rosso sulla nostra stessa corsia sembrava avvicinarsi invece di mantenere la distanza o allontanarsi. Il tempo di rientrare nella corsia da cui provenivamo e quel puntino ci passava accanto. Il tizio al volante, per niente spaventato, guidava tranquillo mantenendo la sua destra e viaggiando contromano sulla corsia di sorpasso. Ecco, se avessimo iniziato a superare il tir e ci fossimo trovati affiancati a esso, probabilmente non sarei qui a scriverlo.
Quello che mi è passato per la testa in quel momento era qualcosa tipo "ma che cazz..." e mi è sembrato assurdo, incredibile. Idiota. Però è successo.
Gli incidenti succedono in continuazione.

Io credo che sia giusto rimanere turbati davanti agli incidenti e alle morti assurde. Credo sia giusto soffrire per conoscenti e sconosciuti che perdono la vita quando non ci sembra la loro ora. Credo sia umano, ma che sia altrettanto fondamentale ricordare che non esiste un'età giusta per morire, che non sempre succede in un modo "adatto" alle nostre aspettative e che invece di farci tanta retorica su dovremmo pensare a quanta gente di cui non sappiamo nulla muore tanto quanto quella che vediamo al telegiornale. Ai bambini che muoiono di fame o di Aids in Africa e nel terzo mondo, a quelli che annegano nel Mediterraneo - che siano adulti o bambini non cambia - a quelli che sono vittime di guerre e attentati in paesi di cui non ci importa granché. A quelli che muoiono per mano di altri dopo grandi sofferenze, a quelli che magari vediamo dormire per strada ogni giorno finché non li vediamo più. Credo che sia importante riappacificarci con la morte. Per vivere meglio.

27.12.15

Una analisi illogica senza testo (e priva di spoiler)

La risposta è no.
Nel buio della sala dell'Ideal, poco dopo i miei otto anni, quando vidi entrare Dart Vader, nero nel fumo bianco dei folgoratori, rimasi senza fiato. Da quel momento in poi, per anni, ho visto e rivisto Star Wars prima al cinema, poi in tv, vhs, dvd un numero incalcolabile di volte, tanto che avrei potuto recitarlo al contrario senza sbagliare una battuta. Poi, ovvio, sono cresciuta. Cioè, no.
Non potevo crescere abbandonando quel mondo, che fa e farà parte di me in quella esatta versione del 1977; dimenticando la meraviglia di quegli effetti speciali, di quell'universo creato con un'immaginazione che oggi non esiste più.
Ho difeso per tutta la vita quel film e quella versione, anche discutendo con i miei professori all'università, privi di fantasia e spenti, che non comprendevano la ricchezza di ciò che ci vedevo. La magia. La Forza.
Tutto, nella prima trilogia, è pervaso dalla Forza. Non solo perché ne parlano, non solo per le evidenti ripetizioni che già creavano un effetto "ridondanza" nei due sequel, ma che lì facevano parte di un linguaggio in qualche modo sia nuovo che "di culto"; nella prima trilogia la Forza è tangibile al di là dei semplici effetti speciali. C'è, e si sente, si immagina, le si dà un significato quasi New Age, ma c'è.
Archetipi, certo. Una fantascienza che è in qualche modo un fantasy; il bene e il male, la lotta tra padre e figlio, il saggio maestro, il potere soprannaturale, armi speciali, la missione.
Una fantascienza che era diversa dai mondi creati da "Spazio 1999" fino a quel momento: non più quegli ambienti puliti, nuovi, impersonali - per non parlare delle scenografie improbabili e comunque bellissime di Star Trek - ma dei luoghi e delle attrezzature "vissute", che in qualche modo apparivano familiari e veri. Non una sola umanità a confronto con altre civiltà ma decine, centinaia di razze e specie diverse più o meno pacificamente conviventi.
Questo film ha condizionato il mio modo di percepire il mondo, nel bene e nel male; mi ha aiutata a credere nella magia della vita e del cinema. Niente è stato più appagante dello scoprire i trucchi utilizzati per quella versione. La Morte nera che esplode in un mare di scintille non ha niente a che vedere con l'esplosione perfetta e, di nuovo, impersonale della versione rimasterizzata uscita nel '97.
No, non ho apprezzato i "ritocchi" apportati da Lucas - pur essendo appassionata di effetti speciali, quelli fatti al computer non mi sembrano belli quanto gli originali - e continuo a vedere la versione vecchia appena posso.
Poi sono arrivati "L'impero colpisce ancora" e "Il ritorno dello Jedi". Stessa magia, con qualche ripetizione e qualche ingenuità, forse - o forse ero io a percepirle laddove anni prima non le avrei viste - ma ancora potenti.
A confronto con la "vecchia" trilogia, la seconda già sfigura. Ma ci sono ancora in parte le vecchie ambientazioni, c'è un futuro conosciuto che aspettava il suo passato e la Forza, che ormai conosciamo, appare nel momento in cui comincia la decadenza. Come fosse scontata, c'è e si manifesta senza "intaccare" l'immaginario che le si è creato intorno. C'è una magia di costumi e di nuovi mondi; personaggi da amare e il piccolo Anakin che da piccolo tesoruccio molto dotato diventa un adolescente capriccioso e arrogante e un adulto poco cresciuto con evidenti problemi di comprendonio. Che forse a non spiegarne l'evoluzione gli si faceva un piacere. In ogni caso, nonostante si noti la grande differenza tra le due trilogie, sia per profondità che per costi di produzione, non si può non legarsi anche a questa favola.
I sei episodi stanno tutti in bella mostra nella colonna porta dvd di casa. Almeno una volta l'anno si fanno un giro nel lettore e mi riportano a quella prima volta al cinema, bambina.
Quindi veniamo a oggi. No, a due giorni fa.
Quando sono entrata, priva di grandi aspettative, al cinema. Sì, perché J.J. è un genio. Questo lo so. Solo che tra mito e genio vince il mito, per me.
Il nuovo Star Wars è un film ben confezionato, buon ritmo, begli effetti, il ritorno dei protagonisti della prima trilogia studiato apposta per attirare i "vecchi" fan, qualche nuova arma. Il 3D...
Se non avessi mai visto il primo/quarto episodio, se non sapessi niente dei film precedenti, se non li sapessi a memoria potrei dire che il film mi è piaciuto. Ed è così che cercherò di considerarlo: come un film a parte. Nonostante non capisca perché, con un universo di possibilità al mondo abbiano dovuto far tornare i tre anzianotti invece di raccontare altro; nonostante io trovi delle somiglianze inquietanti tra il nuovo "male supremo" e Gollum; nonostante la bruttezza infinita dei protagonisti maschili; nonostante la trama pressoché ripetuta di primo e settimo... lo accetto.
Priva di grandi aspettative perché sapevo che avrei trovato un film "attuale", un blockbuster assoluto, qualcosa di altamente spettacolare e veloce. Una pellicola di J.J. lo è praticamente sempre. Perché lui è davvero bravo: a fare il suo lavoro, a portare la gente al cinema, a stupire.
Eppure se mi chiedete se mi è piaciuto l'episodio VII non posso che rispondere no. Se fosse stato un film qualunque mi sarebbe anche piaciuto. Questo l'ho trovato privo della magia, dell'immaginazione, della novità, della vita che accompagnava la prima trilogia. Privo della Forza.
E senza la Forza non c'è storia.

7.12.15

La donna che dovremmo essere - Singolare Femminile 2/l'analisi illogica del testo 2bis

(Post doppio a tema unico)
Tutta la sera che mi gira in testa una frase che ho copiato su un post it senza segnare da dove veniva. L'ho riconosciuta subito, in realtà, ma volevo essere certa. Così ho aspettato che il kindolo si ricaricasse e sono andata a cercare la pagina esatta. Devo per forza estrarne altre parti, perché quella frase, anche se significativa, da sola non basta.
Quando ho letto il romanzo di Silvia Longo ne sono rimasta folgorata, per la sua voce, per quel modo sottile ed educato di dirti le cose senza mai eccedere o sparire sotto al peso di una storia che vuole narrare.
Foto: Matteo Malagutti
Quello che ho subito sentito è che il suo modo di raccontare una sola donna, Viola, è in realtà il modo di raccontare noi tutte. Il nostro modo di amare restando spesso un passo indietro. Non rispetto al successo del nostro uomo, indietro nella nostra vita. Come fosse meno importante della sua, o di quella di un figlio. Questo dare incondizionato, che si chiede alla "madre" - che però è madre anche per il compagno, non solo per i figli, ed è madre anche per il padre - che si chiede come fosse naturale, tanto che a un certo punto lo diventa. Questo farsi carico di ogni respiro dell'altro. Adattarsi a tutto per lui. Rinunciare a sé, per lui.
Ecco, credo che questo dare non sia naturale affatto. Credo lo sia in certi casi e in certe alchimie e che in altri contesti diventi una prigione. Gabbia in cui si trova Viola, perfettamente inadeguata all'idea che lei stessa ha di ciò che dovrebbe essere.
Contorto, femminile. Un luogo in cui a noi donne capita di finire senza riuscire a farne a meno. Avere quel ruolo di "madre". Come se il mondo intero volesse questo da noi.
Invece, come capita a Viola, questo ruolo scatena un senso di rabbia e impotenza che è capace di stritolare una vita intera e farle vestire panni non suoi. Fino alla liberazione, che è dolorosa e traumatica, che la priva di un ruolo costruito in anni di limature. Liberazione che Viola stessa desidera segretamente sentendosi in colpa e punendosi con un peso da portare che si fa insostenibile davvero nel momento in cui si trova sola con sé, e con Mauro.
Come un suo doppio, quest'ultimo, un io dialogante che la mette al confronto con tutte le sue contraddizioni di donna "madre" che rivuole per sé il ruolo di donna "femmina" , rimasto nascosto per tutti gli anni in cui ha seguito quella che "doveva" essere la sua strada. Metodica, come l'uomo che ha scelto, Viola ha lavorato per anni al suo stesso smantellamento quando si trova davanti la vita - finalmente - senza rinnegare un solo attimo d'amore ma riconoscendo tutto il non-amore che ha vissuto. Soprattutto nei suoi stessi confronti, riversandolo sulla figura di Federico per poi specchiarcisi.

"Oppure sì, ci amavamo, ma non era il genere di amore che serviva all'altro."

Perché il problema di questa donna che ci siamo cucite addosso è che ci impedisce di essere ciò che siamo. Ci rende succubi, o violente, o represse, o infedeli, o frustrate, depresse, tristi, grasse. Ci fa rifugiare in personaggi di film o libri, illudere che la vita vera sia questa.
Poi qualcosa accade e noi ci risvegliamo, se accade davvero, e non sappiamo più chi siamo. Abbiamo paura perfino di respirare. Ci sentiamo in colpa se ci rendiamo conto di non essere quello che gli altri hanno sempre creduto che fossimo. Ci sentiamo "in difetto" pensando all'amore che abbiamo dato ogni giorno senza che fosse vero amore.
Un amore fatto non solo di non detto, perché a volte anche spiegarsi non basta e a volte nemmeno noi sappiamo che c'è un altro modo di vivere le cose. Un amore fatto di non visto e non vissuto, di non compreso perché in qualche modo dato per scontato. Anche senza volerlo, ed è questo il senso di quel "serviva all'altro". Un amore fatto di gentilezze e regali, ma anche di invisibilità di fronte alle necessità del partner. Invisibilità cui noi spesso ci prestiamo senza porci domande. O facendoci quelle sbagliate.
Perché non è un non-amore, è semplicemente un amore che non fa crescere. Che non fa bene a entrambi, che permette di reiterare gli stessi errori all'infinito e di crogiolarsi nelle proprie paure, illusioni, sicurezze. Un amore comodo, in qualche modo, finché non comincia a stare stretto davvero.

"Alla fine avevo cominciato a immaginare una vita senza di lui, che in qualche modo si concludesse la nostra convivenza. E nello stesso tempo mi sentivo colpevole di desiderare la libertà, la mancanza totale di obblighi, una vita da spendere a piacimento solo con le mie risorse, in base alle mie necessità. Una vita mia, finalmente."

Contorto, femminile. Il romanzo di Silvia è un ritratto che si adatta a ogni donna, ché almeno una volta nella vita ci si ritrova a farsi le stesse domande di Viola. Almeno una. E la risposta è vita, quella che ti sa stupire quando meno te lo aspetti e nei modi meno "comodi". La vita fa sempre un po' male prima di fare bene ed è il confronto con noi stesse, con la realtà, con l'altro-sconosciuto-noi che ci fa crescere e diventare le donne che dovremmo essere e non più quelle che il mondo ha pensato per noi. Donne non incapaci d'amore, ma capaci di amare nel modo giusto.
Capaci di sciogliere nodi interiori portati per secoli. Per vite intere. Capaci di usare il tempo al meglio, di non perdere una battuta. "Il tempo tagliato" non è la storia di Viola che ha perso il marito, né di lei che ha trovato un giovane nuovo amore. Non la storia di una fuga che è tuffo all'interno di un sé. Tutto questo solo per portare Viola a quello che non si è mai permessa di essere.

Quale frase ho trascritto? Quale ho riconosciuto come la voce di Viola e di molte donne?
"Ma c'è una cosa che voglio dirti. Anche senza amore, è per amore che l'ho fatto. Dall'inizio alla fine. Come una missione, per avere un senso. Perché nessuno soffrisse. A parte me."
Ecco, forse dovrebbe essere diverso il senso che ci diamo. Il nostro non è "quel" dare e non è tanto questione di non ricevere in cambio, ma di ricevere la cosa giusta. Per tutte le persone coinvolte. Prima che il tempo finisca senza averlo danzato fino all'ultima nota, l'amore.

9.4.15

L'analisi illogica del testo 8 - Il mostro dagli occhi verdi

Da qualche tempo mi tornano in mente due figure che per me sono state istruttive: Carmen e Otello. Perché una parte di me è vittima del mostro dagli occhi verdi di cui parla Shakespeare e una ha imparato a fare distinzioni. Forse una terza parte sa che è meglio non giocare con i sentimenti.
Gli esempi letterari non sono positivi, ma ci sono diversi aspetti da considerare prima di arrivare a certi estremi.

Primo: è vero. La gelosia è raccontata da Shakespeare in modo preciso. Come una malattia, comincia a insinuarsi nei pensieri e da quel momento qualsiasi segno sarà un segno nefasto. Un sorriso, un ritardo, un messaggio che non arriva, qualsiasi scusa, il telefono occupato, un piccolo cambio di abitudini.
Se è vero che in amore la fiducia è fondamentale, una volta contaminata da qualsiasi minima prova di un possibile tradimento (perché poi non c'è bisogno di esserne certi), per il geloso sarà impossibile ristabilire un equilibrio. Diventa un'ossessione. E a suo modo uccide.
"Dubitare una sola volta equivale ad avere deciso. - dice Otello - Se ho poi il dubbio, voglio la prova. E se c'è la prova non rimane che dire subito addio all'amore, e alla gelosia."
(Atto III, Scena III)
Consuma dentro. Distrugge ogni cosa e non c'è modo di scappare. Mai più.
Una volta che il tarlo c'è, non si scappa. Non c'è bisogno di un motivo. Ogni cosa viene sconvolta dallo sguardo del mostro.
"Non si è gelosi per un motivo. - Afferma Emilia, moglie di Iago - Si è gelosi perché si è gelosi." (Atto III, Scena IV)
Secondo: non si tratta sempre di "possesso". Può esserlo, in parte. Se si pensa all'oggetto dell'amore come a un oggetto, appunto, è facile che il vedercelo scappare di mano sia più o meno come se ci rubassero un giocattolo. Questione di insicurezza per qualcuno, di territorio per qualcun altro. Certo se si è insicuri il tormento è maggiore, mentre per la faccenda del "territorio" basta mostrare i muscoli e si sistema tutto. Insomma, se qualcuno prova a toccare le mie Barbie io estraggo il lanciafiamme e tutto si sistema. Se una ragazzetta si avvicina al mio fidanzato la incontro fuori dalla birreria e le dò una regolata. Già visto, quando un giovane disturbato mi faceva sentire sempre in competizione col mondo.
Solo che l'amore non è competizione e usare il lanciafiamme non ti fa stare meglio. Almeno non me.
Questo l'ho imparato. Non c'è possesso che tenga. O ti si ama o non ti si ama. O ti si ama in modo diverso, e allora competere non ha senso. Una volta riconosciuto il proprio valore si può ammettere di non essere amati abbastanza, o di non suscitare desiderio, o di essere comunque una persona diversa da qualsiasi altra. Non si può far correre un cavallo con un levriero. Ognuno ha il suo posto, e se qualcuno prova a farti competere questo non l'ha capito a fondo.
Gelosia e possesso, ovvero la tragica fine di Desdemona e di Carmen. La prima uccisa dall'ossessione di Otello e la seconda dalla smania di possesso di un militare, Jose, che non può dividerla con un altro.
"Difendetevi dalla gelosia, mio signore! - Afferma infido Iago - è un mostro dagli occhi verdi, che odia il cibo di cui si pasce. Felice il cornuto che, conscio della propria sorte, non ama colei che lo tradisce! Che vita d'inferno invece per chi ama e dubita, sospetta, e nel contempo adora." (Atto III, Scena III)
Mentre nel caso di Otello non esiste un contendente reale, in quello di Carmen è l'esistenza di un triangolo amoroso a scatenare la follia. Sempre di follia si tratta, certo. Il femminicidio non è cosa nuova.

Terzo e ultimo: Una delle impressioni che ho avuto, leggendo qua e là, è che la gelosia in senso stretto sia più una prerogativa femminile - noi, sempre attente ai dettagli che potrebbero darci ragione - mentre il possesso sia più una caratteristica maschile. Tanto è vero che una delle tattiche femminili per "incastrare" un possibile partner è sempre stata quella di farlo ingelosire, cosa che spesso nelle donne ha un effetto contrario. Poi magari sto generalizzando. Sicuramente lo sto facendo.
Io sono come Otello, però. Di gelosia soffro, mi consumo e uccido l'amore. Per poi morire io. E rinascere.
Rinascere sempre.
Più grandi, più forti. Come ogni volta che un virus ci assale. La febbre si alza, si delira per un poco e poi...

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7.3.15

L'analisi illogica del testo 7 - Col risciacquo non funziona

Ci sono quei film che in qualche modo ti restano addosso, non tanto per l'immensa profondità che ti mostrano ma proprio per quella enorme verità che ti raccontano con uno sberleffo. Prendete per esempio "She devil - Lei, il diavolo". La famosissima scrittrice di romanzi rosa Mary Fisher (che veste di rosa, vive in una casa rosa, ha una vita rosa) ruba il marito a una signora bruttina ma determinata con il risultato, tra le altre cose, di mandare all'aria la sua carriera. Perché a un certo punto scrive un romanzo che si intitola "Amore al risciacquo" suscitando lo sdegno della sua editrice. Un romanzo il cui protagonista mascile si chiama Bob - "e chi amerebbe mai un... Bob!?!" le dice mentre cercano di mangiare qualcosa al loro solito tavolo - ed è un uomo normale.

Dunque, in questi anni mi è capitato più di una volta di incontrare libri che mi lasciavano insieme divertita e carica di interrogativi. Come si poteva essere donne evolute e appassionarsi allo stesso tempo di romanzi come quelli della serie della "Confraternita del Pugnale Nero"? Che io poi leggo di vampiri e può succedere che incappi in puttanate - ops, francesismo - ne sono consapevole e continuo imperterrita.
Davvero ci piace l'uomo superfigo, grande, grosso, ricco, famoso, potente, bellissimo, duro (in ogni senso, rischiando di citare un noto cantante romano), macho, superdotato e a tratti violento? No, perché a leggere certi romanzi pare che l'uomo un po' più sotto a questi standard non regga.
Allora ecco i "confratelli" le cui avventure ammontano a 12 tomi per ora, dei quali ne ho letti tre.
Una stirpe di vampiri guerrieri che a giudicare dall'aspetto soffrono di gigantismo, oltre ad andare in giro vestiti o da ninja sadomaso o da gangster griffati in una cittadina americana che quasi non fa caso a certe cose. Ovviamente ricchi, ovviamente provvisti di poteri particolari, ovviamente duri e tormentati, molto machi e almeno i primi tre di loro ovviamente superdotati. Degli omoni, ma nemmeno umani poi in realtà, che occupano il tempo combattendo degli albini morti che odorano di borotalco oppure accoppiandosi con la loro prescelta, da cui traggono anche il nutrimento (no, questi non succhiano solo umani e se lo fanno è più o meno come se mangiassero una merendina ipocalorica). Facendo tremare i muri, impazzire le femmine e le lettrici. Questa la sostanza. Che vista così sembra anche peggio di quello che è. Eppure questa saga conta un numero di fanciulle seguaci che sono pazze dei fratelli e che li amano uno a uno per la singolare storia d'amore che ogni volume contiene. E io a domandarmi: "perché"?
Per lo stesso motivo per cui "Amore al risciacquo" non funziona. Perché, almeno in un libro o per il breve spazio di un'illusione a noi piace pensare a un uomo "speciale" e non a "Bob". Certo, poi si corre il rischio di cercare delle qualità introvabili anche nella realtà ma questo è un altro problema. Fatto sta che se una si vuole svagare in modo romantico tocca che lo svago sia romanticamente esagerato. Non credo valga solo per i "confratelli", penso che ci sia questo tarlo in generale, per cui il protagonista della favola dev'essere proprio uno speciale. Non più semplicemente il Principe Azzurro - ormai la nobiltà non riempie lo spettro di sfumature (oh, cielo, ho detto sfumature - e l'ho pure ripetuto) necessarie a essere un super figo - ma un essere al limite dell'umano se non decisamente soprannaturale. Che si tratti di un miliardario o di un vampiro cavernicolo nei modi, l'importante è che non sia normale.
Probabilmente si tratta della solita sindrome di Cenerentola che si ripete mille volte anche dopo Pretty Woman. "Io voglio la favola", diceva lì Julia Roberts.
Ho il forte dubbio che la vogliamo un po' tutte e che un "Bob" non potrà mai farci lo stesso effetto di un "Dottor Bollore", quali che siano le nostre aspettative reali di incontrarne uno nella vita. Perché, come dicevo circa un anno fa in un altro post non collegato a un libro, un "Bob" ci girerà per casa in pantofole e pigiama e a volte a noi l'immagine non piace. Un "Bob" avrà mutande e calze da lavare, cene da cucinare, farà pure la pipì schizzando ovunque intorno alla tazza e di certo la prospettiva non ci alletta granché. Preferiremmo un vampiro miliardario, con servitù, con poteri impensabili, eccitante e aggressivo, sovradimensionato in tutto.
Ma davvero il risciacquo non funziona?
Davvero vogliamo la favola?
Fa così schifo la nostra vita?
Così tanto da "innamorarci" di personaggi di un libro che se li incontrassimo sul serio scapperemmo senza pensarci un attimo. Così tanto da piangere alla fine di un libro? Perché un conto è leggere per svago, altro è quello che vedo scrivere da altre donne che sembrano impazzite mentre parlano di questi personaggi.
Ma di come ci sentiamo noi donne...

26.1.15

L'analisi illogica del testo 6 - Quando il mostro è dentro di te

Ho un ricordo chiarissimo di quando mamma e io andavamo in montagna a Jovenceaux - no, non è il villaggio di Asterix - e dormivamo insieme nel lettone matrimoniale dopo aver letto qualche pagina. Non ero grandissima, all'epoca, e leggevo ancora Topolino, oltre a divorare i Tex e gli Zagor di mamma. Ci sono sempre piaciuti i fumetti, a dire il vero, e non leggevamo solo questi tre.
Spesso lei leggeva Lanciostory. Ora non venite a dirmi che non erano letture da bambini, tanto non mi sono mai sentita troppo piccola per leggere alcunché. Che poi certe letture abbiano lasciato un segno sui miei gusti - dubbi - in fatto di abbigliamento e di disegno è anche vero. Ma voi tenete presente che da mio padre leggevo - oddio, leggevo forse no - Playboy e poi passiamo oltre.



A parte la mia passione per la fantascienza e per il fantasy, almeno disegnato, c'era questo "racconto" che mi è rimasto impresso fino a oggi. Forse perché tendenzialmente insonne, forse perché a modo suo era un horror pur non mostrando morti o mostri o altro, che al confronto Dylan Dog è spaventoso.
Purtroppo non ricordo titolo o autore, so solo che era in bianco e nero e che ancora ci penso. Provo a raccontarlo, poi vediamo.
Quello che ricordo è che c'era una specie di coprifuoco e che tutti dovevano andare a letto a una certa ora e tenere le luci spente perché c'era un pericoloso mostro che albergava in alcuni individui e che solo rispettando certe regole si poteva evitarlo. E c'era questa donna insonne, che aveva paura.  Nel buio le si vedevano solo gli occhi e lei pensava: "devo dormire", "se sto sveglia rischio", "potrebbe essere lui" (riferendosi al marito sdraiato accanto a lei), "se mi sente mi uccide"... e via dicendo, vignetta dopo vignetta. Sempre più tesa, sempre più agitata. Sempre più convinta che il mostro si nasconda dentro all'uomo che ha a fianco. Finché lui non le chiede timidamente "sei sveglia?" e lei si trasforma nel mostro.
Ecco.
Qui dentro c'è tutto, mostro compreso. C'è soprattutto la paura dell'altro. Potrebbe essere un mostro, certo. Soprattutto se è diverso da me; anzi, più è diverso e più potrebbe nascondere la sua vera natura. E più la paura cresce, più gli scenari diventano terribili. Soffocano quasi.
E noi sempre alla ricerca di un mostro, ovvio. Sempre alla ricerca di qualcosa di esterno di cui avere paura. Fino a quando noi stessi non ci trasformiamo in quello che abbiamo cercato per tutto il tempo. Perché è tutto più facile se il mostro è l'altro, è meglio se la colpa non è nostra, è liberatorio non guardarsi dentro.
Come la paura sia dominante in noi, questo è spaventoso. Ci condiziona a tal punto da renderci mostri. Non solo, più abbiamo paura di qualcosa e più sarà probabile che questa cosa ci capiti.  Perché poi la vita è buffa. (e qui basterebbe accennare a "Ironic" di Alanis Morrissette per un catalogo di esempi degno di nota)
Ma la cosa che mi ha colpita di più in questa storia a fumetti è che per tutto il tempo il pensiero ossessivo di questa donna le ha impedito di "vivere", cioè di dormire accanto a suo marito e svegliarsi con lui il mattino dopo, cioè di addormentarsi e sognare magari qualcosa di meglio rispetto a una realtà in cui esistono mostri che ti aggrediscono di notte se non dormi - e qui una mia collega avrebbe riportato il parallelismo "se sei una brava ragazza nessuno ti stupra".
Ecco, anche questo. Un mondo dove se non rispetti certe regole rischi che venga fuori il mostro... Non è inquietantemente vero? (passatemi l'avverbio, che lo so che non si usa mai quando si vuole scrivere)
O un mondo in cui il mostro alla fine sei tu, che continui a guardare nel buio terrorizzata e non ti rendi conto di cosa ti succede dentro. Muori, ti trasformi, diventi l'altro. Senza consapevolezza, senza scampo.
Un mondo, vero, in cui ognuno di noi alla fine cela qualcosa dentro di sé. Una "personalità" che farebbe a pugni con la morale comune, o un carattere meno accogliente di quanto possa apparire, o una grande ipocrisia, o un odio viscerale per l'umanità. Che ne so.
Qualcosa che non si vuole vedere o non si desidera affrontare, preferendo dormire sonni tranquilli. Continuando a spostare l'attenzione verso i "difetti" degli altri.
Lo so, ho detto di tutto. D'altra parte questa è "analisi illogica", non certo una critica seria. Sono riflessioni, sfumature, suggestioni. Credo che avere paura sia una delle peggiori "malattie", ci impedisce di essere ciò che siamo, di vivere in pace, di sognare in modo libero. Sì, la paura è la gabbia più oscura in cui abitare.
Questo lo penso in un mondo in cui tutti continuano a dirmi che devo avere paura.
Mi perdoneranno gli amici che hanno già letto questo mio pensiero su Facebook, ma lo riporto qui sotto, perché ci credo e perché voglio ricordarmelo.
Mia madre mi ha insegnato che si sopravvive a tutto e che ci si rialza da qualsiasi caduta. Lo ha fatto con mille esempi e mai con le parole. Io con lei ho imparato a cadere e a perdere, e a rialzarmi e a ricominciare da capo con tutti gli acciacchi del caso. Per questo non voglio avere paura anche se tutti intorno a me mi dicono che dovrei averne, anche se vedo tanto odio, tanto livore e tanto male ovunque guardi. Il mio "rifugiarmi" nel bello, nell'inutile e nell'altrove a molti può sembrare un segno di leggerezza, come se non volessi usare bene il mio tempo. Come se incantarmi a guardare il cielo significasse che non vedo in terra.
Sembra che io non prenda una posizione, invece la mia è ben chiara. Io mi rifiuto di cedere al brutto, anche se so che esiste. Così voglio vivere, libera e piena di cose belle, migliorando quanto posso e cercando di evitare la rabbia - ne ho avuta tanta e non è servita a nulla, mai - e limitare gli errori anche se nessuno di noi ne è esente.
Non sono in guerra, mai lo sarò. Se anche morissi per mano di altri, nessuno mi toglierà un solo "centimetro" di vita.

E mi sono appena auto-citata. Ho esagerato, lo so.
Tutto questo per un fumetto letto alle elementari. Sono matta.
Per le puntate precedenti basta seguire l'etichetta "l'analisi illogica del testo", se vi va.

16.1.15

L'analisi illogica del testo 5 - Cicatrici e ombre

Ci sono eventi nella vita che ci lasciano un segno. Correggo, tutti gli eventi ci lasciano un segno.
Quelli che lasciano le cicatrici sono quelli che ci capitano quando siamo indifesi e, se devo dirla tutta, le cose peggiori ci capitano sempre quando non abbiamo dietro il machete.
Molto spesso siamo in grado di sopravvivere. Ci ricuciamo i lembi e ripartiamo zoppicando per poi procedere guardinghi affinché non ci capiti più una cosa simile.
Poi c'è il karma e il fatto che tendiamo a ripetere - purtroppo - gli stessi errori anche inconsapevolmente, ma questa è un'altra storia.
Quello che è chiaro leggendo "Domani sarà un giorno perfetto" di Carlo Deffenu, è che i sopravvissuti si riconoscono tra loro. In qualche modo, che sia uno sguardo o un modo di fare, come se le cicatrici si vedessero anche se non ci sono. Non solo si riconoscono, ma a volte si aiutano a guarire. Quando si può.
Non importa l'età o la provenienza.

I personaggi di Carlo hanno vissuto ognuno un trauma e come capita spesso hanno creato un loro "talismano" contro le ombre che da quel momento li accompagnano. Chi, come il non più giovane Dumas, si rinchiude in un mondo fatto di fotografie e di chat rimpiangendo un amore perduto per sempre; chi, come il giovane Denis, riempie barattoli di mosche e rifiuta di uscire di casa per paura di essere diverso; chi come Polar abbandona la vita "normale" e si confina in strada con i suoi cani. Chi, come la piccola Danette, tiene al di fuori del suo cerchio magico (fatto di disegni) ombre che hanno una vera consistenza.
Perché - e Stephen King ce lo ha detto per bene in "It" - certe volte i bambini vedono cose che gli adulti non possono vedere. Perché all'immaginazione si aggiunge un qualcosa che rende tangibili gli orrori che si cerca di dimenticare, che dà loro un potere imprevedibile e incredibile. Tanto che a volte un adulto fatica a credere che i mostri esistano - eppure, crescendo, dovrebbero saperlo che i mostri ci sono eccome (meravigliosa rimozione) - e non sono in grado di ascoltare.
Perché le ombre esistono e sono in grado di cambiarci la vita, di scardinare il senso delle cose e di farci fare cose terribili. Ogni trauma ha le sue ombre.
Ce le portiamo dietro finché possiamo, le riconosciamo quando sono negli occhi di altri e riusciamo a combatterle a lungo. Una vita intera, a volte. Qualche anno o qualche mese se non riusciamo a uscire dalla loro influenza.
Così è per chi subisce un abuso, per chi vive un'esperienza disperante, per chi perde l'amore della sua vita e per chi in qualche modo si scopre fallibile.
"Non si può domare il diavolo che ti morde il cuore e la ragione. Tutti abbiamo il nostro diavolo che scalpita e lucida le corna. Polar lo sa bene. Se svelasse a qualcuno cosa si nasconde sotto gli stracci del barbone che chiede l'elemosina al semaforo, forse non verrebbe creduto. Difficile cambiare la prospettiva senza aprire un profondo smarrimento in chi ti ascolta."
Le solitudini dei sopravvissuti sono spesso paura di leggere quello smarrimento. Molto meglio dipingersi il proprio talismano e proteggersi quanto più si riesce a farlo, anche se dalla vita è difficile proteggersi senza impazzire. Soli sempre, anche quando si lotta insieme. Perché ognuno ha il suo demone diverso, per quanto simili possano essere i traumi da cui ha origine. In fondo anche tra sopravvissuti si fatica a comprendere quali siano le entità che perseguitano l'altro.
"Denis non sa cosa sta succedendo a Danette, ha solo deciso di aiutarla perché non vuole ferirla: per questo ha spento il computer e si è tenuto per sé tutte le scoperte che ha fatto. Danette non è malata e non è pazza. C'è molto di più dentro i suoi occhi tristi. C'è tanta luce e tanto amore incompreso. Lo ha sentito come se lei lo avesse toccato davvero al centro del cuore con le sue piccole dita." 
Solo un susseguirsi di comportamenti bizzarri, cambiamenti improvvisi e di paure assurde. O, ancora, il rinchiudersi in una routine sempre uguale, evitando di "cambiare percorso" per non incappare nel mostro che ci divora.
Le cicatrici fanno male e ci segnano per la vita. Le ombre sono in grado di distruggerla.
Per questo, ogni volta che guardando negli occhi una persona incontro un sopravvissuto sento la necessità di un contatto più profondo. Per aiutarci a capire il demone e a creare un cerchio magico più grande che non ci faccia sentire soli e sporchi, e cattivi, e falliti, inutili o persi.

Se volete la recensione di "Domani sarà un giorno perfetto" la trovate su Recinzioni Selvagge.
Per le puntate precedenti delle mie analisi illogiche o cliccate sull'etichetta (detta tag) apposita oppure, se siete pigrissimi:
1) Da certe cose non si torna indietro
2) Il tempo atmosferico del lutto
3) Eros o Thanatos
4) Ciò che pare normale


28.11.14

L'analisi illogica del testo 4 - Ciò che pare normale

Riflettevo oggi su quanto a volte le persone più mostruose siano in realtà quelle che appaiono più normali.
Frase fatta, forse, simile a quel "sembrava tanto un bravo ragazzo" che dicono i vicini di casa dei serial killer. A me piacciono le prime impressioni, sono istintiva e ho una specie di sesto senso - il più delle volte - che mi fa fidare o meno delle persone che incontro. Non le parole, non gli abiti. Qualcosa che non so definire.
Mi è capitato di discutere in casa riguardo ad alcuni personaggi della politica che "a pelle" non mi sono mai piaciuti. Non che gli altri mi piacciano di più, ma mi fanno meno paura.
Poi, a proposito di paura, mi è tornato in mente Stephen King e in particolare un suo racconto contenuto in "A volte ritornano" e che in sei pagine di numero mostra quanto spesso le cose non siano come ci appaiono. Prima vi parlo del racconto, poi vi dico la mia.

Il racconto in questione è "L'uomo che amava i fiori" ed è ambientato a New York nel maggio del '63. Un giovane cammina sorridente, lo notano tutti, sembra bello e innamorato. Compra un mazzo di fiori, facendosi consigliare dal fioraio e contagiandolo con una specie di buonumore nostalgico (che cosa sia esattamente il buonumore nostalgico non lo so, ma potete immaginarvelo come vi pare), portando un sorriso a chiunque lo osservi così bello, giovane e innamorato. Innamorato. In effetti lo sembra anche a me che leggo.
Finalmente incontra una ragazza, la sua ragazza - pensiamo - e qualcosa comincia a non tornare. Succede così:
Si mise a camminare più lentamente, guardando l'orologio. Mancava un quarto alle otto e Norma doveva essere ormai...
Poi la scorse, che avanzava verso di lui dal cortile, con indosso calzoni di tela blu e una camicetta alla marinara che gli diede quasi una stretta al cuore. Era sempre una sorpresa vederla per la prima volta, era sempre un dolcissimo choc: sembrava così giovane.
In meno di una pagina quello che sembrava un perfetto innamorato carino, gentile, sorridente, diventa un assassino folle (o un folle assassino, più english) che prende a martellate in faccia la donna appena incontrata senza alcun motivo se non la totale pazzia per poi tornare apparentemente normale in poche righe e dare di nuovo l'impressione di esserlo: normale, innamorato e felice.
Una coppia di coniugi di mezz'età sedeva sui gradini di casa, all'esterno. lo guardarono passare, la testa un po' piegata da un lato, lo sguardo perduto nella distanza, un mezzo sorriso sulle labbra. Dopo che era passato, la donna disse: "Com'è che tu non l'hai più quell'aria lì?"
"Eh?"
"Niente," disse lei, ma rimase a guardare il giovane vestito di grigio sparire nella tenebra della notte ormai fonda e intanto pensava che, se c'era qualcosa di più bello della primavera, era l'amore giovane.
Devo ammettere che al di là del sorriso che King riesce a strappare nelle situazioni più impensabili, questa sensazione di follia travestita da normalità rende l'idea di quello che mi terrorizza.
La gente normale, quella "troppo normale". Quelli troppo gentili, troppo educati, troppo formali, troppo simpatici - ma in modo troppo misurato - nascondono un killer o comunque un che di pericoloso.
A me vengono i brividi solo a pensarci, ai "bravi ragazzi". Mi spaventano più delle macchiette, più degli eccessivi. Niente nomi e cognomi, che non servono. Ma più sembrano normali, più lungo la mia schiena corre un brivido. Non so cosa aspettarmi da uno che porta un mazzo di fiori e un mezzo sorriso, in giacca e camicia mettendo a proprio agio chiunque incontri. Proprio no.
Ora, questo post sarà breve. Il consiglio di leggere questa raccolta di Stephen King è implicito, credo che il Re dia il meglio di sé in queste pagine (meraviglioso il racconto del baubau, e altri che non elenco). Anche se a tradurre non è Tullio Dobner, la lettura è decisamente gradevole. Da brivido.

Puntate precedenti:
1 - Da certe cose non si torna indietro
2 - Il tempo atmosferico del lutto
3 - Eros o Tanathos