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10.10.23

Tre piccole cose perfette

Non scrivo da tempo, presa da tanti pensieri e dal tentativo di perdonare me stessa per non essermi mai stata amica. Per non sapermi creare una giusta aspettativa nelle cose che faccio, sempre o quasi delusa dal mio rendimento anche quando so bene di non essermi impegnata. È che spesso mi trovo a cercare un modo di esprimermi ma tutto ciò che vorrei fare è fuori dalla mia portata. O quasi.







Non si tratta mai di essere più brava degli altri, piuttosto di essere abbastanza brava da poter dire ciò che ho dentro con "le parole" adatte. E non è così semplice. 

Ci ho provato con la danza, un tempo lontano. Non che non abbia funzionato in qualche modo, solo che ero troppo arrabbiata e in balia delle mie paure (adolescenza, la chiamano) e ho potuto fare poco. Ci ho provato con la scrittura. Ho scritto alcune delle storie che volevo raccontare e altre cose che son venute da sole. So per certo di non essere una schiappa come so che già solo in famiglia ci sono almeno due persone che scrivono decisamente meglio di me (e lo confermerebbe uno Strega, se potesse confermare qualcosa) ma anche qui non ho mai voluto essere in classifica, solo essere letta. Qui il processo è troppo lungo o poco immediato e anche se forse nella scrittura sono abbastanza felice di me alla fine torno al movimento.

A Tersicore. Lei.




Perché al di là di tutto sono le linee disegnate dal movimento, come le scie delle luci nelle foto con esposizione lunga, a trasmettermi di più. Ed è per questo che anche la pole per me ha assunto una importanza enorme. Come a suo tempo la danza, con risultati differenti ma con una comprensione maggiore di quello che per me è perfetto. Come le performance in questi tre video diversi. Ognuna di queste ha armonia, eleganza e potenza. Sono enormemente differenti tra loro ma dimostrano che non è solo una questione di elementi eseguiti in modo impeccabile. È arte. Carattere, forza.                              Trasmettere qualcosa.



Almeno con gli anni ho imparato che la perfezione è diversa per ciascuno di noi. Che le aspettative sono un'altra cosa e sono quelle che ci rovinano il viaggio. Che va benissimo essere arrabbiati se questo porta a creare e non distruggere. Che spesso siamo i nostri peggiori giudici e carnefici senza considerare il nostro e l'altrui percorso. Che a forza di avere modelli - spesso inarrivabili - saremo sempre prigionieri della visione di un altro.

Questo lo so, ora mi appresto a farlo entrare nella mia vita.


23.4.22

Foresta

Avevo mille cose in mente.

Era di amore e di attenzione, era di come a volte la poesia non sembra più far parte di quello che viviamo e invece se ne sta lì, nascosta sotto le foglie secche del nostro giardino. Noi non curiamo granché questo posto, è vero. Le mille incombenze di ogni giorno, le brutte notizie che ci arrivano nonostante tutto, le tante brutture che ci vedono impotenti e tristi ci impediscono di prestare più attenzione a noi stessi. 





Amarsi dovrebbe voler dire ascoltare i piccoli segnali prima che diventino un problema. Il dolorino che da occasionale diventa fisso, l'acufene che all'improvviso si fa più importante, l'ansia che ci accompagna col sonno e che diventa attacco di panico. Il malessere sottile che diventa la fine di un amore.

Nell'altro post parlavo di quelle piccole cose che anche se non "ci ammazzano" non ci fanno bene. So per esperienza che anche solo una piccola frustrazione, se continuativa, può rovinare una marea di sforzi e risultati ottenuti. So che a un certo punto passa la voglia di provare. E sì, sto parlando di amore e di come a un certo punto ci si accorge che quello che si sta vivendo non va bene per noi. Per mille motivi diversi. Per tutti i segnali non colti o per aver sottovalutato l'impatto che potevano avere nel tempo.


E sì, sto parlando di amore e di come se non si curano i più minuscoli dettagli fuori sincrono ci si perda definitivamente.  Ed è vero che le più grandi passioni finiscono senza botti, senza grosse esplosioni. Finiscono. Nemmeno si trasformano. Altre, invece, crescono a discapito di ogni difficoltà e giusto perché nutrite di ascolto e di attenzione si trasformano in qualcosa di più grande e se possibile più bello.



Non credo sia questione di fortuna. Credo che in ogni cosa ci siano semi e germogli che con il giusto terreno hanno il nutrimento che manca loro. Ci sono parole che sono germogli, non promesse, non fonti di sicurezza. Solo germogli. Il bello in tutto questo è che lì esistono infinite possibilità. Non si tratta nemmeno di decidere, le cose arrivano da sole e da sole se ne vanno ma meritano l'attenzione. La giusta dose d'acqua e di fertilizzante, la luce e l'eliminazione delle foglie secche. E tanta aria e spazio per respirare, perché senza aria non c'è vita.

Ma soprattutto imparare ad amarsi e ascoltarsi, il conoscere già le risposte che non si vogliono avere. Lasciar morire parte dei rami per far crescere gli altri non significa perdere. Amare sé stessi, prima di ogni altra cosa. Prima di chiedere amore e di fingere di darne, ché se non si sa cosa sia il bene proprio non si può desiderare l'altrui. Sapere che ciò che di noi marcisce e muore può esser vita per qualcun altro. 



Essere foresta. Non singolo albero, non un solo pezzetto di giardino curato all'inglese. Foresta. Pullulare di vita e lasciare che ogni cosa faccia il suo corso senza che questo muti o limiti il proprio essere. E amarsi, e amare. Sì, sto parlando ancora d'amore...

22.1.21

Confessioni di una mente poco geniale

 A quasi 49 anni ho fatto il mio primo - e probabilmente ultimo - Pole Theatre.


L'ho fatto poco convinta, è vero. Ho mandato il video entry come avevo già fatto per altre gare, ma ho mandato il video fatto al cellulare da una mia amica del saggio di Natale quasi del tutto improvvisato e ripreso in un bad angle assoluto. Ho fatto il meno possibile per partecipare eppure mi hanno scelta. A quel punto non potevo più tirarmi indietro, così ho dovuto partecipare. 

Nel bel mezzo di una crisi, tra l'altro, in cui niente di ciò che facevo mi piaceva più. Non come ballavo, non come mi vedevo, non ciò che scrivevo. L'idea per la coreografia mi è venuta subito, comunque, come accadeva ancora all'epoca. Idea, brano, costume, qualche combinazione di passi...


Contrariamente al mio solito ho anche fatto qualche prova, pur saltando quasi sempre una parte della coreografia con l'idea di perfezionarla all'ultimo momento. Per due motivi, soprattutto: paura e vergogna. Bizzarro, perché la parte più difficile mi era venuta al primo colpo alla prima prova - anche se non era perfetta - e con un buon numero di prove avrei fatto quel trick a occhi chiusi e invece no, alla fine non l'ho nemmeno tentato; l'idea di provare davanti alle mie compagne mi provocava un tale disagio che ho preferito cazzeggiare, come sempre, aspettando i pochi momenti in cui ero sola per provare qualcosa. 

Non sono forte, non ho una gran resistenza e la mia flessibilità rasenta il livello "tronco centenario". Avrei dovuto allenarmi meglio, chiedere aiuto a Natalya (la mia insegnante, il capo) e rischiare di sentirmi prendere a male parole, di faticare oltre ogni mio limite e di dover cambiare tutto, proprio tutto, della mia coreografia. Avrei dovuto affrontare la gara veramente. Perché ho mille difetti e non sono una poler eccezionale ma non sono malaccio, solo non mi impegno. 

Ho fatto il mio primo Pole Theatre a quasi 49 anni.


A dispetto dell'età e della mia cazzonaggine estrema sono stata selezionata per farlo, tra decine di persone. Avrei dovuto avere un minimo di maturità in più. Invece, per paura e vergogna che erano frutto della mia crisi non solo non ho affrontato la cosa seriamente ma ho ulteriormente peggiorato la mia autostima facendo di tutto per arrivare ultima. Non che la classifica sia veramente il punto: probabilmente sarei arrivata ultima anche impegnandomi di più, ma almeno ci avrei provato. Davvero.

Su quel palco, alla fine, dopo aver perso la presa di ginocchio sul fisso - ed evitato il trick incriminato - ho dovuto improvvisare quasi tutta la coreografia, con le braccia che tremavano per lo sforzo e per la paura di cadere, arrivando alla parte finale talmente stanca da scegliere di non fare l'ultima spaccata, che certo non avrebbe salvato la gara ma il mio benessere psicologico sì.

Ho fatto il mio Pole Theatre a un mese dai 49. C'è gente con la metà dei miei anni che ci ha provato e dall'Australia hanno scelto me col mio video sghembo. Posso pensare che mi abbiano scelta perché in fondo ci vuole qualcuno che arrivi ultimo, ma non so se è questa la storia che mi voglio raccontare.




31.12.20

Buoni propositi e cattive intenzioni

Non sono mai stata brava a chiedere.

Non sono mai stata capace di metter giù, nero su bianco, obbiettivi e scalette. Sono incostante - la mia amica Krizia suggerirebbe di dire sono stata incostante, perché non bisogna fissare definizioni che poi ci rimandano a dare un'immagine di noi stessi fissa e immutabile invece di aprire la mente verso nuove modalità - e istintiva, seguo comunque la sensazione del momento e niente, nessun obbiettivo resta fisso per più di un nanosecondo nella mia mente.

Se vogliamo, in carenza di passione speciale, nessun tipo di obbiettivo mi pare abbastanza importante da dedicarci più di tanto e se invece la passione c'è, il tempo già lo dedico a quella, quindi perché inseguire sempre qualcosa? Ho poi la stramaledetta abitudine alla bastiancontrarietà (perdonate il neologismo non petaloso) per cui se mi impongo di fare qualcosa di specifico, riesco immediatamente a fare tutt'altro anche se non necessario. Indi per cui non ho più tentato l'impresa di scrivere un elenco di cose che non farò perché mi distraggo o mi boicotto da sola.


Non che io non desideri cose, eh. Li vedo anche io i post su Instagram dei miei riferimenti nella pole e mi ripeto sempre "oh, che bello, ora lo provo", poi salvo il video e non provo mai più quella figura anche se sul momento morirei pur di avere la mia foto in quella posizione lì. Anche se vorrei quell'apertura, quel fisico, quella leggerezza, quel saper volare in modo fluido, mentre io cado, rotolo, mi aggrappo - il più delle volte, perché ho anche i giorni sì - sempre con i miei 135° di spaccata. Sono sempre stata pigra, una volta almeno avevo solo la danza da fare tutto il tempo che volevo, ora ho lavoro, casa e un'età che mi fanno stancare a sufficienza e non ho più voglia di rincorrere le cose.

Quindi?

Siccome con i buoni propositi non funziona dovrei dedicarmi alle cattive intenzioni. Tipo tornare a vivere, non appena la situazione globale lo permetterà e soprattutto dopo aver concesso tutta la mia attenzione alla "canappia" tumorata che pian piano se ne sta andando. 

Tornare a pole, appena possibile con un rinnovato abbonamento open in modo da restare fuori casa e non avere mai più una vita sociale al di fuori dello sport. Vedere se riesco anche a fare danza, perché mi manca. Tornare a scrivere senza strafare, lasciando la parte sadica di me a sfogarsi altrove. Terminare gli incompiuti e fare come un tempo. Mandarli al buon vecchio Fabio che mi porta pure bene ma che non ama il mio fantasy. Smettere di non crederci.



Fare in gran segreto le cose che finora non ho osato fare e sentirmi libera da giudizi e pregiudizi miei e altrui. Sondare, capire, curare, crescere.

Ma soprattutto tornare a pole, a vivere. Perché una certa Anna, in un file nel cassetto, ha bisogno di arrivare a fare una figura particolare, che sarà metafora della sua vita da personaggio e che libererà me da un'ossessione in più.

Tremate.

Della maggior parte di queste cose non avrete notizie mai. E non vi dispiacerà.


(Le foto sono provini del fantastico genio del male Yuri Bote, scatti grezzi. Non vi dico quanto ho pianto nel riceverli e quanto mi sento idiota in questo momento, tanto a chi importa?)

27.9.20

Inadeguatezza

Ho smesso di ballare, anni fa, perché all'improvviso mi sono sentita inadeguata. 

Non era questione di esserlo davvero o di quel che pensavano gli altri: di colpo lo ero. O mi ci sentivo, o comunque ho pensato che tutti quelli che mi avevano detto che non ce l'avrei mai fatta - e che io ho impiegato ogni energia a contraddire - di colpo avessero ragione. Probabilmente non l'avevano, perché dall'altra parte avevo diverse persone che mi dicevano il contrario, ma non è mai quello che pensano gli altri a fare la differenza. È solo che in un attimo è cambiato tutto, dentro di me.

Le motivazioni sono molteplici. Da una parte sicuramente è un problema di insicurezza che per un periodo è sparita sotto il controllo dell'adolescente incazzata che ero, tutta tesa a dar battaglia a un mondo che vedevo nemico e ingiusto. Quella ragazza decisa è sparita di colpo dopo un'esperienza disgustosa, rendendosi conto di non avere una corazza abbastanza dura, di non avere il controllo su niente, di non avere la natura di un caterpillar. Nel turbinio di pensieri confusi del momento, l'idea di non meritare il mio stesso sogno e anzi di meritarmi una punizione per aver osato tanto ha preso il sopravvento.

C'è anche il rapporto complicato con il corpo e con l'immagine che arriva dallo specchio. Facile sognare, ma ciò che poi ci torna rivedendoci è altra cosa. Ho sempre pensato al mio corpo come a una presenza ostile, un peso inutile, una zavorra che mi impediva di "volare". Questo anche quando non avevo problemi di peso o di cellulite. Il primo amore della mia vita - decisamente platonico - è stato il pattinaggio artistico su ghiaccio. Amavo la leggerezza che traspariva da quei movimenti, i costumi sospesi nell'aria e il vento tra i capelli... So che in realtà, come ogni cosa, pattinare, saltare e volare implicano uno sforzo muscolare non indifferente ma da bambina ero estasiata dall'idea di non avere un peso, di non avere limiti fisici o qualcosa che mi tenesse al suolo. Ecco, nella mia ansia di leggerezza il corpo è sempre stato un altro nemico e come tale mi si è spesso rivoltato contro. Le mie oscillazioni costanti, l'incapacità di gestire emozioni in modo consapevole, il desiderio - perché no - di farmi male. Ricordarmi che non mi piaccio, ogni tanto, fa parte del mio modo perverso di punire la mia imperfezione. Non mi sono mai concessa un errore e tutti quelli che ho fatto - non importa se per colpa mia o di altri - o che ho considerato tali, io li ho sempre pagati per auto-tassazione.

Allora sì, ho smesso di ballare perché ho commesso un errore e di colpo mi sono ricordata di quanto non fossi meritevole, di quanto avessero ragione i miei detrattori, di quanto fossero illusi o interessati i miei "fan" e di quanto fossi stupida e sporca. Inadeguata ai miei sogni.

Poi sono cresciuta.

Qualche anno fa ho incontrato la pole dance. Immagino che se qualcuno di voi mi segue da un po' già lo sappia. Sei anni, per la precisione. Anni in cui ho ripreso a lavorare "sul" corpo. Non solo per una questione di allenamento o di sex appeal, era una cosa più profonda che andava a toccare giù giù il punto esatto da cui partono le insicurezze. Capire, osservare il proprio corpo mentre esegue figure, mentre balla, un lavoro allo specchio e con altre donne, tutte diverse per fisico, età, capacità atletiche e artistiche. Dopo un paio d'anni stavo da dio. Davvero. Lezioni, saggi, esibizioni, gare... Una cosa che alcuni non avrebbero mai pensato e pur non essendo particolarmente magra o "figa", senza problemi.

È stata una palestra importante per l'autostima e, come per la danza, una vera a propria passione. Quasi una droga. Mi è servita in un momento di decisioni difficili, in un momento di crisi personale, lavorativa e in un certo senso esistenziale. Mi è servita molto, perché ha occupato i miei pensieri e il mio corpo mentre io "andavo avanti" e crescevo una nuova versione di me. In questa versione di me ho capito che non sono una nullità, che sono in grado di fare cose che non pensavo e che nonostante tutto - il mondo continua a non essere un gran posto, le delusioni esistono, gli ideali non salvano dall'avvento della realtà, niente è separato e niente è eterno così com'è - sono contenta di me. Lo sono.

Ma ancora una volta è successo qualcosa e io sono quasi tre anni che cerco l'errore. Improvvisamente, in questo mio nuovo e più adulto percorso, mi sono sentita inadeguata. 

Ero nella sala superiore del Female Arts Studio a Modena, a prepararmi per la mia ennesima gara. Una gara di exotic a cui si partecipa con selezione e a cui l'anno prima non avevo avuto accesso. Ero lì con una bella coreografia della mia insegnante Natalya Ryzhikh che mi aveva già fatto ottenere un settimo posto tra gli amatori in un'altra gara internazionale (Exotic Moon, una garanzia), quindi non particolarmente in ansia per l'esibizione. Chi mi conosce sa che non sono animale da competizione, di solito mi accontento di fare il mio pezzo al meglio e va come va. Ero pronta col mio costume, truccata e in fase di riscaldamento. Sola - in mezzo alle altre millemila concorrenti - con le mie borse e la valigia accanto. Ho alzato gli occhi allo specchio e in quel preciso momento ecco che è tornato il mio demone. Mi sono vista e mi sono sentita fuori luogo, sbagliata, quasi ridicola. Non perché più in carne di altre, non perché più vecchia o peggio truccata o che ne so. Chi frequenta le gare di exotic lo sa che è tanto spettacolo e che c'è di tutto un po', e soprattutto lì niente sembra eccessivo. Quindi, oltre al fatto che nessuno mi ha detto o fatto nulla che potesse farmi sentire così, non avevo nessun motivo per sentirmi in quel modo. Ma mi ci sono sentita. È stato un attimo, eh. Scacciato via il pensiero ho fatto tutto quello che dovevo ma una volta tornata alla mia vita normale la sensazione è rimasta. Fuori luogo, sbagliata, quasi ridicola. Poi ho iniziato a non guardare lo specchio, poi a non riprendere più le prove, poi a non gareggiare e non esibirmi, poi a sentirmi incapace di muovere anche solo un passo nel modo giusto. Non è reale, lo so. È tutto nella mia testa, ma mi sta bloccando e il desiderio di smettere ogni cosa si fa sentire. Come allora.

Solo che stavolta la conosco, la bestia. Sì, sto cercando di capire cosa abbia scatenato di nuovo questo meccanismo. Perché nel frattempo ho preso dieci chili, ho avuto una tendinite, ho mal di schiena, il soffio al cuore e avendo sospeso per infortunio ora al palo sono una ciofeca come avessi appena iniziato. E la tentazione di mollare è costante; la rabbia, il dolore, la sensazione di aver sbagliato tutto e ancora sbagliare... Può essere iniscurezza, in fondo ora sono una cinquantenne in un mondo di ventenni, può essere depressione, può essere un milione di cose ma non voglio smettere anche questa cosa. Perché smettere di ballare mi ha uccisa già una volta e non voglio morire più. Ci ho messo una vita a capire cosa era successo allora e ci ho messo tanto per riprendermi, ho elaborato e accettato ciò che ho vissuto. Sono cambiata, mi sento diversa, non ho più la rabbia di quei giorni e nemmeno la voglia di farmi male, ma ho bisogno di capire perché non voglio perdere un'altra vita nel rimettere insieme i pezzi. 

Vorrei smettere questa inutile battaglia con la mia inadeguatezza, perché è tempo sprecato. Perché nessuno di noi è inadeguato solo che è facile sentircisi. Abbiamo modelli sotto il naso tutti i giorni cui dovremmo adeguarci per sentirci "vincenti" ma poi, anche quando abbiamo vent'anni e pesiamo 48 kg e niente potrebbe fermarci, in realtà cerchiamo una perfezione che non esiste, un corpo che non esiste, una bravura che magari non è la nostra. Possibile che non riusciamo a essere semplicemente ciò che siamo senza tutte queste idee assurde nella testa? Io non lo so, voi ci riuscite?

11.5.18

O tutto o niente, si va al Pole Theatre...

Eccomi,
avevo detto che quest'anno non avrei gareggiato: troppe cose da sistemare in generale nella vita di ogni giorno per mettermi a pensare a coreografie, costumi e simili. L'urgenza di risolvere, prima che sia tardi.

Nel bel mezzo della ristrutturazione della mia vita mi lascio convincere dalle P.I.C. (partners in crime) e invio un video per partecipare a una gara internazionale di pole. All'ultimo momento, poco convinta, maledicendole via WhatsApp nel frattempo.

Ora non voglio fare "quella che si trova lì per caso", come mi viene rimproverato a volte quando adotto un low profile troppo low. Il video mandato è quello dell'ultimo saggio, semi improvvisato - e dalle mie faccette, a conoscermi, si vede - ripreso dall'I-Phone di Antonella in un "bad angle" assoluto (l'inquadratura che rende meno, quasi di lato e un po' di sguincio) e con la musica un po' così. La descrizione di quello che avrei ballato alla gara buttata giù senza grandi particolari.
Via.
Non solo sicura di non entrare in gara, ma anche certa di fare una figura tremenda con le due star australiane che avrebbero fatto la selezione. Invece, anche se non ho ancora letto la mia valutazione, mi hanno presa. No, non posso dire che non so perché. Qualcosa di me l'ho imparata e lo so che sono io a non essere mai soddisfatta di me e che invece agli altri piaccio anche così.
Magari non da vincere una gara, magari non da costruirci una carriera a quasi cinquant'anni, magari giusto perché faccio un paio di cose più di un'altra - e mille meno, anche, ma ho deciso di concentrarmi su quello che ho e non più su quello che manca - o semplicemente perché ho la faccia simpatica; però piaccio. E quindi tiè, vado al Pole Theatre Italy.




Superata la selezione mi tocca pensare davvero alla coreografia, ai costumi, al trucco e agli effetti speciali... Mi tocca concentrarmi per un mese e mezzo, mentre faccio mille altre cose, mentre disfo e ricostruisco la mia vita, mentre partecipo all'organizzazione (e alla pulizia dei pali) di Exotic Moon, preparo il saggio e cerco casa, mentre lavoro e vado a lezione, mentre impazzisco dietro a faccende burocratiche tipo ottenere la nuova carta d'identità elettronica in meno di tre mesi...

E tremo al pensiero di Shimmy che guarda il mio video del saggio e mi vede fare quelle facce, e al pensiero di Anna Nikulina che farà da giudice... E mi sento orgogliosa di me e allo stesso tempo una cretina - perché sì - e probabilmente sarò in questa nuvoletta ancora per un po'.
Confusa.
Perché quattro anni fa, quando ho iniziato, ho visto un video di Shimmy (questo) e mi sono innamorata; perché al mio primo Exotic Moon ho visto ballare dal vivo la Nikulina (qui) e ho pensato che fosse aliena, perché ogni giorno vedo persone normali fare cose eccezionali in questo sport e far parte di loro, in qualche modo, mi fa sentire speciale. Perché sono quattro anni che ho una serie immensa di "sorelle" che adoro. Perché perfino da Modena, appena sono usciti i nomi, mi sono arrivati messaggi pieni di cuoricini e di complimenti. Perché questa piccola e strabiliante avventura la vivrò con Valentina, Maria, Stella e con Alessia e Giulia di Modena. E le mie P.I.C. del cuore, e tutte le girls della scuola, e Natalya - che ringrazio sempre e sempre di più - che mi osserva lavorare e mi lascia fare, immagino soddisfatta.
Intanto oggi so' disfatta io...


2.12.17

L'immagine e io

Il fotografo è il top.
Lo shooting organizzato dalla scuola è un vero e proprio evento. Il pacchetto comprende cinque scatti elaborati con photoshop, ma ovviamente le foto scattate sono almeno dieci volte tanto. Lui scatta, fa una prima selezione e manda i provini da cui scegliere le foto che ti piacciono di più.
Il suo suggerimento è di guardare il viso, l'espressione, la posizione e di non badare a cellulite, rotolini e inestetismi perché a quelli ci lavora lui.
Ore passate a spulciare immagini ingrandite per scegliere quelle in cui magari sorrido, quelle in cui la posizione del piede mi piace di più, in cui la luce fa un effetto particolare. Non una cosa semplice, se si è ipercritici... e io lo sono. Poi scelgo.
Poi le riguardo. In una ho un'espressione adorabile. Allora gli scrivo.
"Senti, - gli dico - anche se la posizione non mi piace, vorrei anche questa foto. Puoi lavorarci su?"
"Non posso cambiarti la posa, ma posso cambiarti il corpo." Mi risponde.
E io...
"Grazie, ma non ho bisogno di sembrare tanto diversa da quello che sono."

Una pazza, probabilmente.

Poi volevo aggiungere che alla mia età posso gestire il fatto di non essere perfetta e amarmi lo stesso così come sono, ma ho taciuto. Adoro anche solo i suoi provini, in bassa risoluzione e col watermark bello presente. Saranno foto ritoccate, le altre. Quelle da guardare nei momenti di scarsa autostima.

E ricordo che un tempo, fotografata con un make up professionale, ho odiato quelle immagini con tutta me stessa perché non mi ci riconoscevo. E mi sento bene, oggi, con il mio corpo non perfetto, con la mia cellulite e qualche rotolino in più.
Poi, a dirla tutta, la foto a cui tenevo di più in assoluto (oltre a quelle di Carmen, il cane poler più dolce del mondo) è quella con le mie amiche, fatta di straforo, e di cui ringrazio immensamente Yuri Bote perché siamo proprio noi, quelle lì.

C'è poco che mi renda più felice di essere me...





17.11.17

Sono qui

L'anno scorso, stessa storia ma con un piccolo particolare diverso.
L'anno scorso ero qui per lei, credo la più brava e meritevole di noi per mille motivi diversi che forse stanno solo in quanto le voglio bene.
Che comunque ha vinto e, anche se l'avventura era iniziata con motivazioni diverse - perché volevo partecipare anche io ma non mi hanno selezionata - sono stata felicissima di essere tra il pubblico in quel momento. Valentina è una ragazza speciale e io, che questa volta sono in gara, spero di fare del mio meglio perché sia fiera di me pure lei (che comunque ha visto fino all'ultima prova - e mi ha dato del granchietto - e che so che mi sarà vicino domani). Ecco.


Non è stato facile arrivare fin qui. Un anno complicato, questo, sotto mille punti di vista. Un anno che comunque mi ha dato delle soddisfazioni e che prelude a un cambiamento ulteriore che aspetto da tempo. Averne la forza.
Quindi sono qui. A Modena. Oggi prove e domani...
C'è da dire che già a partire dal viaggio, sola, in treno, il mio umore era alle stelle. Lettore mp3 alle orecchie, canzoni cantate sottovoce (quasi come un tempo) e voglia irresistibile di ballare - sì, in treno, in una prima classe non affollata ma accanto a un giornalista del tg3 diretto chissà dove tra Torino e Lecce - con un'emozione da sedicenne addosso.
Mi mancava, mi mancavo io. Che invece sono arrivata in anticipo alla stazione, che non ho svaligiato Tezenis per scrupolo, che invece ho fatto una spesa alimentare dopo l'arrivo per non mangiare "dimmerda" e in giro da sola, che poi ho finito per acquistare articoli di cartoleria che mi dureranno dodici anni, e che sto facendo pian pianino tutto quel che devo per arrivare alla gara di domani. Compreso pensare al cibo per le belve che mi aspettano a casa e per cui ho fatto un ordine in corsa.
Ora, ecco... Oggi si prova. Domani si fa.
Poi ci sono mille altre cose che vorrei dire, che vorrei elaborare meglio. Perché anche ora non smetto di farlo, nonostante tutto. Nonostante me. 

18.10.17

Energia

Non ho mai avuto il physique du role.
Quando mi sono iscritta al corso di danza professionale ero già troppo grande, in ogni senso. L'età ovviamente, avrei dovuto iniziare con la sbarra a cinque o sei anni e non a undici, la corporatura e le doti necessarie. Tutto over size.
Gli insegnanti mi vedevano arrivare e mi guardavano come per dirmi che avrei fatto meglio a fare un altro sport, certo non danza classica.
Certo non la ballerina professionista.


Le mie amiche e compagne erano quasi tutte più magre, con collo lungo e spaccate perfette. Io arrancavo, certo, ma dopo qualche anno a farmi il c**o seguendo un doppio corso invece di uno singolo, ero una delle poche a ricordarmi a memoria le coreografie di più di una parte per volta, o a distanza di mesi, o anni. Non sarei mai diventata una star, ma una buona professionista sì.
Solo che invece di pensare ai miei punti di forza, e ne avevo, mi sono sempre concentrata sulle mie mancanze.

Qualche anno fa parlavo con un amico che mi ha conosciuta all'epoca e mi sono resa conto che l'immagine che avevo di me non era esattamente quella che vedevano gli altri.
Delusa per il fatto di non poter mai colmare quel divario - "troppo grassa, troppo seno, poco elastica" - ho sempre pensato a me come a una mascotte che quelle brave si portavano dietro e non mi sono nemmeno accorta dei miei cambiamenti. Né dell'energia che avevo.
Ero convinta, per esempio, di trarre energia dal rapporto con la mia amica Raffaella - energia che in parte buttavo nella lotta estenuante col mondo per convincerlo della mia esistenza - mentre quell'energia era la mia.

Ci è voluto un amico a farmelo capire. Eppure allora al mattino lavoravo in negozio con mia madre, il pomeriggio mi sparavo tre lezioni da un'ora e mezza di danza e la sera, tre o quattro volte a settimana, riuscivo ancora ad andare a ballare in discoteca (o a insegnare, il poco che ho avuto modo di fare; o a esibirmi dove potevo), o cantare, o inventare coreografie nella mia stanza. E pensavo di essere una "mollacciona"...

Poi ho iniziato a fare pole.
Ovviamente non ho il physique du role. Sono massiccia, ho molto seno (e da quando ho smesso con la danza è pure aumentato), non sono flessibile e soprattutto non ho l'età. Insomma, se cercate immagini di pole dancers di sicuro non sono come me. Per dirla tutta sono perfino alta (anche se ci sono alcune atlete più alte di me, sicuramente), tanto che nelle foto a fine workshop con la maggiorparte delle insegnanti con cui ho lavorato, io sembro sempre il doppio di loro.
E me le immagino, quando mi vedono arrivare - quasi cinquantenne, sovrappeso e leggermente fuori luogo - e non sapendo niente di me danno per scontate un sacco di cose. Sì, perché io poi non li dimostro i miei anni e di certo loro non immaginano quanta fatica io faccia, a volte. Loro vedono una trentacinquenne cicciotta che nemmeno fa le spaccate o si inarca in un ponte e che fa uno sforzo immane per seguire le altre ragazze.

Stavolta, però, ho imparato a non guardare - entro un certo limite - quello che mi manca e a concentrarmi su quello che sono. Ci sono alcune figure che probabilmente non farò mai (non ho voglia di farmi male tentando contorsionismi che non sarei riuscita a fare nemmeno a sedici anni) e figure che per le mie caratteristiche sono più congeniali. Probabilmente non  eseguirò mai un "Rainbow Marchenko" e sarò felice ugualmente, perché posso fare mille altre cose che mi vengono meglio. Così posso esibirmi ugualmente, ballare, senza disperarmi per quello che non ho.
Le ragazze con cui studio spesso mi dicono di ammirarmi. Per passione, costanza, sforzo, miglioramenti, per quello che so fare. Quest'anno mi è capitato di ricevere i complimenti di due ottimi atleti della pole con cui ho avuto il piacere di imparare. Non me lo aspettavo, perché non capita spesso e di certo non pensavo di sentirmi dire che sono una brava ballerina alla mia età - e semi distrutta su tacco 17, dopo una gara e dopo un workshop - tanto che ci ho messo un po', entrambe le volte, a metabolizzare.

E poi mi accorgo di quanta energia ci metto, di quanta ne vedono gli altri e mi domando cosa avrei potuto fare a sedici, venti anni, con l'energia di allora, se non mi fossi preoccupata di non avere l'immagine giusta, di non avere doti eccezionali e se mi fossi semplicemente concentrata su quello che potevo dare. Quanto tempo sprechiamo a cercare di essere "vincenti" secondo i canoni altrui? Non sarebbe più vincente essere ciò che siamo, ma esserlo al 100%?

2.7.17

Discorso sul corpo e sul piacersi

Da qualche tempo sembro sparita ma non è così.
Sono a dieta, felicemente. Niente sacrifici insopportabili, il programma giusto, il supporto degli integratori giusti e un po' di movimento - cosa che già facevo.


Il fatto di prendermi cura del mio corpo, però, ha stimolato una serie di riflessioni. Perché, bombardati come siamo da immagini e modelli cui adattarci, finiamo per non piacerci mai visto che non siamo perfetti. Così ho iniziato, su Facebook, a riflettere sul mio rapporto con il mio corpo. Post che riporto qui per chi non mi frequenta lì.



Riflessione numero 1:


Ho sempre avuto problemi con il mio corpo. Non è mai stata una questione di peso, che fossero 48 o 84 kg non è mai stato fondamentale. Era proprio la dimensione fisica, quell'occupare spazio, quel sentire la fatica di muovere anche solo un dito, quel dover rientrare in canoni (prima o poi tocca a tutti sentirsi troppo grasso, troppo magro, troppo basso, troppo morbida o troppo poco). Era una lotta continua tra il desiderio di essere solo spirito e la fatica di convivere con la carne. Non sono mai stata vittima di disturbi alimentari, non nel senso canonico, ma comunque ho sempre avuto quella "fame nervosa" che compensa i malumori e quel circolo vizioso che porta a punire il corpo per supposti errori dell'anima. Difficile guardarmi allo specchio, che fossi magra o grassa. Non mi sarei mai piaciuta.
Invece no. Ho scoperto che posso essere diversa. L'ho scoperto a 45 anni - tardi, direte, ma non è mai troppo tardi finché batte il cuore - e la pole dance è stata parte integrante di questo ricominciare a vivere. Mi ha costretta a vedermi. Vedermi davvero. A convivere con le mie debolezze in attesa di cambiarle in qualcosa di diverso e a osservare il mio corpo, a sentirlo, come non facevo da secoli.
Sono entrata al Turin Pole Dance Studio da 45enne molliccia e imbacuccata in un abbigliamento inadatto (ne parlavo ieri con le partners in crime) e nessuno avrebbe mai pensato che avrei resistito. Ho avuto mille difficoltà, ne ho e ne avrò ancora, ma ho imparato. Grazie al sostegno di Natalya Ryzhikh e di tutte le ragazze che in questi anni ho incontrato. Ho fatto la mia prima gara (da cui arriva questa foto), poi la seconda, poi la terza e la quarta. Sono già iscritta alla quinta e sto preparandomi per la sesta, in contemporanea.
Il mio corpo? Lo guardo con amore, lo vedo più armonioso, più forte, più sensuale, più bello e soprattutto più leggero. Ginnastica, dieta e un minimo di happyness inside. Sono quasi tre anni e posso dire "I'm feeling good."
Riflessione numero 2:


A diciotto anni ero così. Sei-sette ore di allenamento al giorno, alimentazione sballata e minima; 48 kg e l'idea di non essere magra abbastanza.
Dopo è successo di tutto e mi sono trovata a 35 anni a pesare quasi 86 kg, causa principale la depressione e il fatto di essere una ex sportiva. Non c'era modo di perdere peso. Non che volessi tornare come nelle vecchie foto, ma avere il giusto equilibrio tra ciò che ho dentro e ciò che mi porto addosso.
Allora da poco ho deciso che voglio diventare ciò che sono anche a partire dal corpo.
Sportiva di ritorno, ho bisogno di un corpo adatto a ciò che amo fare. Forte, armonioso e che rispecchi la persona che sono dentro. Perché sono stufa di dover essere quello che altri hanno deciso per me (come decidono di che colore devo vestirmi e quanto devono essere alti i miei tacchi), voglio essere semplicemente me stessa.
Ora vi chiederete, se avete letto fin qui, perché insisto sul corpo. Sembra superficiale ma non lo è. Un corpo sano funziona meglio, rende bene e aiuta a invecchiare senza troppi casini. Un corpo bello aiuta e basta (inutile negarlo, aiuta l'autostima e facilita la socializzazione; sbagliato ma vero). Il corpo è quello che ci serve per rapportarci col mondo. Perfino il mio maestro afferma che per cambiare la mente occorre cambiare il corpo - e iniziare ad ascoltarlo, ad amarlo e non a usarlo in modo improprio. Quindi...
Ho scelto me. Voglio stare bene e sto facendo ogni giorno un passo per rendermi più felice.

P.s: tra un mese e qualche giorno sono 48 (anni), sarà questa l'urgenza, e per fortuna non sono 86 kg da un po' (benedetti momenti felici)
 Da qui in poi il percorso è nelle mie mani. 
Credo che piacersi sia un lavoro complicato per alcuni di noi... 

14.4.17

Here we go again...

La mia prima volta è stata un pesce d'aprile fa. L'italian Pole Dance Contest di Modena è stato un piccolo grande passo nella mia avventura di "sportiva tardiva" o "sportiva di ritorno", come preferite. La mia prima gara, un battesimo del fuoco che mi ha lasciato una gran voglia di fare. Di fare meglio - ovviamente - di fare di più, andare avanti nonostante i lividi e la fatica.


Se la prima volta è stata complessa per motivi fisici soprattutto, questa mia seconda prova capita in un momento difficile - parecchio - in cui tutto sembra crollarmi attorno e vedo pochi spiragli di luce ancora lontani. Non va, tutto tranne la pole - che comunque mi affatica parecchio.




Ora il viaggio è iniziato in treno, il tempo di alzare la testa dopo aver preso il tablet (volevo scrivere, ma tra una chiacchiera e un messaggio WhatsApp o Messenger il tempo dedicato alla scrittura è stato poco) e mi è apparso davanti il solito vecchio paesaggio confuso dalla nebbia... Treno, nebbia, campagna e mi sono trovata ancora a pensare ai tempi in cui "pendolavo" tra Torino e Pinerolo e a mille cose annesse. Tra cui il desiderio di ballare, di ballare di più.





Poi le amiche, diverse e meravigliose, con cui condivido l'avventura dall'inizio. Tra dubbi, prove, crisi e lacrime. Con la paura di non farcela e di aver fatto un passo più lungo della gamba. Poi la nostra Natalya che ha sempre dimostrato fiducia nelle nostre capacità. Tanta. Tanto che siamo qui senza di lei e che siamo abbastanza tranquille. Poi la nostra Stella - che l'anno scorso era nel nostro gruppo - che è arrivata stasera a fare le prove con le sue allieve ed è stato bellissimo riabbracciarla dopo un po' di tempo che non ci si vedeva. E domani sarà di nuovo lì a fare il tifo per noi e per le sue giovani promesse.


Poi nuove conoscenze da ogni dove, persone che sono lì a provare come noi e con gli stessi dubbi. Insomma, siamo quasi pronte. E domani, almeno per noi tre, l'avventura avrà luogo in diretta streaming. Da Modena, in teoria per tutto il weekend lungo, per noi finirà domani sera. Ma dalle nostre faccine si vede già che è un successo fin d'ora.

20.3.17

Due pali e un'anima

Stamattina facevo colazione e chiacchieravo con Massimo, il mio barista quotidiano (che poi ne ho altri del weekend e delle occasioni speciali), che mi ha vista stanca pur essendo lunedì.
Gli ho spiegato che sto preparando un paio di gare di pole, come l'anno scorso, e che mi sto allenando parecchio - più dell'anno scorso, in effetti - per questo motivo. Ecco che nel suo sguardo è apparsa subito una serie di interrogativi. Mi conosce da tempo, sa che non sono una ragazzina, che scrivo, che lavoro eppure non comprende questa cosa della pole, semplicemente perché non sa cos'è.

Ai più viene facile collegarlo con la lap dance e con lo strip tease. Che poi non c'è niente di male ma non sono esattamente discipline sportive, sebbene abbiano comunque un minimo di "arte" anche queste attività.
Diciamo che lui non mi ci vede, a fare strip tease. E l'immagine della signora di mezza età un po' rotondetta che fa gare di pole dance lo lascia perplesso.

Non è facile spiegare, in effetti. Perché poi a un profano che assiste a un'esibizione di exotic certo non viene in mente uno sport (o meglio, è possibile che gliene venga in mente un altro), eppure noialtre non ci vediamo niente di strano.
Perché poi mica gli puoi dire che non è sensuale, questa cosa. Non puoi dire che è solo uno sport come la ginnastica artistica, anche se la fatica e l'allenamento ci si avvicinano molto. E non è un fattore di costumi o tacchi.
Allora io ci provo a modo mio, a spiegare.
A spiegare perché è necessario fare una prova del palco, per esempio. Perché non va bene fare le prove solo sul tuo solito palo. Perché c'è differenza tra quelli che abbiamo a scuola e quelli della gara - o delle gare - perché esiste un palco, perché le dimensioni del palco sono importanti.
E che quelli che compongono la giuria non sono cuochi e personaggi televisivi, ma campioni più o meno noti nell'ambito della pole, professionisti in grado di fare cose che noi umani...

Insomma, non è esattamente "ballando con le stelle". Sono gare sportive in cui contano mille dettagli, perché non è solo la qualità della figura eseguita ma anche l'originalità della combinazione di movimenti, il costume, la presenza in scena. Conta la fluidità del movimento, la grazia con cui si eseguono passaggi faticosissimi. Conta ogni piccola cosa.
E non è che a partecipare siano le ragazze dei peggiori bar di Caracas, ma tra noi insospettabili si aggirano laureate, diplomati, insegnanti, commesse, avvocati e medici. E ci sono bambine e bambini, e ci sono i double. E, sì, ci sono uomini.

Non è facile, perché poi a chi arriva "da fuori" non sembra così faticoso, a volte. Non sono in grado di giudicare l'esecuzione più o meno come io non saprei avere occhio per un "fuori gioco" pur sapendo che cos'è. Insomma, si vede una bella ragazza appesa a testa in giù e non si pensa a quanta fatica stia facendo a tenersi con il collo del piede e un'ascella mentre esegue una spaccata.
L'incognita del "grip" - la presa della pelle sul palo, che consente di eseguire le figure senza spiaccicarsi al suolo - che varia a seconda del clima, della stagione, del locale, del materiale del palo, del proprio sudore, della propria alimentazione. L'incognita dello "spin", ovvero di quanta energia occorre a seconda del palo per avere una rotazione costante ed eseguire la propria combinazione.
Insomma, uno da fuori vede lo spettacolo - che in parte è ciò che conta - ma non sempre coglie il resto.
A volte mi rendo conto che parlerei per ore di questo.

Non c'è niente da fare, è che mi piace. Come ogni volta che qualcosa ci appassiona, finiamo per riempire la testa agli altri, magari senza dirgli le cose essenziali, tutte tese a fare distinzione tra quello che si pratica nei night (che poi volendo si potrebbe anche fare pole dance seriamente nei night ma a chi interesserebbe?) perché si teme di fare una brutta impressione con gli amici. Perché di pregiudizi ce ne sono tanti, pure troppi, soprattutto se si pratica uno sport e si è donne.
Che poi che male c'è a essere sensuali non lo so. Ma si vede che non siamo ancora pronti. E non si vede solo da questo.
  

11.3.17

Occorre ingannare la mente

A volte la paura mi paralizza.

Non che io non riesca a muovermi, ma sapendo a cosa vado incontro a volte non ho voglia di farlo. Diciamolo: chi ha voglia di insistere nel fare una cosa fino ad avere lividi e calli, e vesciche? Una pazza, o una ballerina. O una pole dancer.
Per questo, quando devo mettermi lì a provare una nuova posizione - cosa per cui è quasi assicurato almeno un livido - è probabile che io debba ingannare la mente e il corpo. Perché sapere che mi farò male mi impedisce di provarci seriamente.
Ma non è di pole che voglio parlare.

A volte la paura mi paralizza.

Perché mi aspetto qualcosa e quel qualcosa potrebbe non arrivare, non essere come immaginavo, deludermi, ferirmi. Perché per quanto io tenti di essere consapevole la mia tendenza è immaginare di non poter arrivare dove voglio, anche. Per cui inutile tentare, meglio lasciare che tutto si perda in niente pur di non subire la cocente sconfitta. Meglio inventare una scusa qualsiasi, meglio restare qui ferma in un angolo a soffocare.
Come per pole, quando imparo la teoria ma non la metto in pratica. Studio e ripasso ogni cosa, so quali sono i punti d'appoggio e le leve, so quale movimento devo fare, quale sforzo comporta. La so spiegare alle mie compagne, tecnica e precisa, ma non eseguo la figura e vivo a metà.

A volte la paura mi paralizza.

Non oso. Non esco dalle mie certezze e incolpo gli altri della mia sfortuna, del mio essere infelice e incompresa. Mi lagno, cerco conforto e resto dove sono: infelice, con il mio dolore, con le mie paure che non cambiano mai.

E ora che me ne rendo conto, non è il caso che mi muova? Non è il caso che cominci a pensare a me in modo differente? A ingannare la parte di me che mi vuole piegata e impaurita, dipendente dalle conferme del mondo, sempre bloccata nel mio angolino? Non è il caso che cominci a pensare a me come meritevole di felicità e come a una persona completa? Non è il momento di fare tre passi veloci e lanciare la gamba, sicura che la mano agganciata al palo mi sorreggerà?
C’è un momento in cui è necessario saltare, come una piccola Indiana Jones che salta nel vuoto e trova una passerella invisibile verso il Graal. Convincersi che si può fare, si può amare, si può dare, si può volare anche senza la conferma del mondo.

Che poi al mondo che gli importa se tu te ne resti nell'angolo o se spicchi il volo in un azzurro accecante? Niente. Importa solo a te, a me. A chi si lascia bloccare da quella parte demoniaca che non vuole essere felice. Ci vuole poco, in realtà basta crederci. Illudersi che tutto sia possibile finché non lo diventa.
Finché non si diventa quello che si vuole essere davvero.
Finché non vediamo ciò che sembra invisibile...

9.1.17

How I met the pole...

Lo ammetto: nella mia mente perversa c'è sempre stato un posticino in cui sensualità e provocazione la facevano da padrone. In quel posticino, anche quando ancora non sapevo che cosa fosse, "il palo" ha spesso visitato la mia fantasia. Qui era ancora collegato alla lap dance: un semplice simbolo fallico cui delle pseudo ballerine dedicavano le attenzioni portando dei maschi a immaginare chissà quali performances. Un attrezzo che poco aveva a che fare con sport e arte, insomma.
E ancora qualche anno fa, anche se la pole dance stava iniziando a prendere piede, il collegamento veniva facile.


Quindi, appena ho scoperto che c'era la possibilità di imparare questa disciplina, mi sono detta che non avrei potuto fare un corso di pole. Alla mia età? Nella mia scarsa forma fisica? Ho sparso la voce tra le amiche un po' più giovani e abituate alla palestra e mi sono rassegnata. Per un po'.
Poi, due anni e mezzo fa, su Facebook ho letto che la Turin Pole Dance Studio faceva delle prove gratuite e ho deciso che non era importante se ero "vecchia", se ero "grassa" e non facevo sport da tempo: almeno la prova l'avrei fatta. Non ho più smesso.
Ah, non che non ci abbia pensato.
Ho passato i primi mesi a non riuscire a fare che la metà delle cose che mi venivano mostrate e quello che facevo non era esattamente aggraziato o sensuale. Avevo cercato dei video su Youtube e il primo che ho visto, oltre a farmi innamorare ancora di più, mi faceva sentire decisamente inadeguata.


Quarantacinque anni, sovrappeso, non credevo di avere una sola possibilità. Nemmeno di riuscire a salire semplicemente sul palo. Anche Natalya, la mia insegnante, pensava che avrei mollato. Invece, oltre a raddoppiare la frequenza, ho anche abbandonato la classe delle "over" e mi sono mischiata con le ragazze. Se da una parte era stimolante, dall'altra ho avuto qualche difficoltà iniziale ad accettare il fatto che imparavo più lentamente e che ad alcune cose sarei arrivata forse nella prossima vita.
Però ho continuato. E continuo.
A settembre facevo la mia prova, a gennaio la prima vera salita fino in cima. Lenta, goffa e affaticata.
Poi il resto. Un po' per volta, iniziando anche a capire come eseguire le posizioni anche quando non ci riuscivo (ora sono un mostro, in teoria; per la pratica continuo con i miei tempi), osservando e aiutando chi riusciva prima di me.
Ho fatto molti anni di danza, so che posso contare sulla forza delle gambe. So che le braccia sono ancora deboli e che la mia schiena fatica molto a piegarsi: che la cervicale - mia compagna da quando ho avuto un incidente in macchina, nel 1989 - non mi permette alcuni sforzi, che sono ancora troppo pesante. Ma posso migliorare.

Ho deciso che ho tempo per diventare molto brava. Posso gareggiare finché mi reggo in piedi e ci sono delle meravigliose signore over 60 che fanno la loro figura alle competizioni internazionali.
Quindi, perché no?
Intanto continuo ad allenarmi, tra pole ed exotic, almeno tre volte a settimana. E questo, anche, mi rende felice. Anche quando non mi sento brava per niente.

24.12.16

La mia verità

Quando ho sentito per la prima volta questa canzone ho pensato fosse la mia. Non mi piace la voce e non mi piace forse nemmeno la musica ma quello che dice mi ha toccato. Perché un tempo mi sentivo così. Come racconta lui.

Avevo bisogno di ballare per stare bene. Per sentirmi bella, più forte. 
Era un modo per sognare, per credere davvero di venirne fuori. Probabilmente senza quel sogno sarei morta. Mi sarei persa. 
A quel tempo era facile credere agli altri, o alla vocina, o a quello che pensavo di me. Ballare era la mia ancora di salvezza. 
Infatti, quando per un attimo le voci hanno avuto il sopravvento, ho smesso di farlo e sono crollata. 
La mia verità è che ho ancora bisogno di ballare, anche se sono cambiata molto in questi anni. Il contatto con il mio corpo, il costante guardarmi allo specchio - anche se cerco di guardare altrove, prima o poi mi vedo - il cercare di nuovo il movimento perfetto (sebbene la perfezione non sia di questo mondo), lo studiare passo dopo passo... Questo mi fa bene, mi fa concentrare sulla parte migliore di me nonostante quella peggiore. Che è lì, nello specchio.

Ora non mi resta che tornare a farlo, davvero, insieme alla pole. Che tanto è danza lo stesso. E credo che fosse proprio qui che dovevo arrivare. Il mio sogno, la mia "perversione". 
Ma aggiungere quello che per anni mi ha reso felice, quello che magari non mi avrebbe fatto diventare famosa - e mai lo farà - ma ho imparato con dedizione a amore... 
La mia verità è che voglio ballare, che sono stufa di occhi rossi quando è sera. 
Voglio tornare a essere felice.

31.7.16

Il mio regalo di compleanno numero due

Venerdì pomeriggio mi sono concessa il mio secondo auto-regalo di compleanno.
Tre workshop di seguito con Daria Che (o Chebotova che dir si voglia), star russa dell'exotic pole dance.
Inizio alle 18 con "Exotic style", novanta minuti di sudore coreografato su palo fisso. Una fatica come raramente ho provato in vita mia. Bello, stile da imparare - Daria ha il suo, particolare - gli anni che si fanno sentire minuto dopo minuto. Piccolina, lei, se la vedi senza tacchi e in incognito mai penseresti che sia in grado di fare certe cose con tutta quella energia.
Fisicamente è la metà di me (ci va pochino) e anche a età secondo me ne faccio due e mezza. Ma io ostento indifferenza e cerco di seguire tutto. E ce la faccio, anche se ogni tanto una capocciata nel palo la prendo e se proprio le mosse alla Bruce Lee non sono il mio forte. Sì, insomma, Natalya mi dice sempre che devo scegliere musiche lente e non stancarmi troppo; un motivo Che... (non ho resistito, scusate) un motivo c'è - tanto si pronuncia uguale...
Nei miei leggins mimetici, con ginocchiere enormi e tacco 15 ho affrontato dignitosamente le evoluzioni per tutta la lezione.

Verso le 19,30 si parte con "Choreography by Daria", altre evoluzioni sul fisso, niente di altamente acrobatico ma tra il caldo e l'età comincio a cedere. Il polso destro, nonostante la polsiera ben salda, non regge così bene, mi si aprono i calli su dita e palmo, ho un colore che si avvicina al melanzana. Bello, cose che mai avrei pensato di riuscire a fare, anche se ogni volta più affannata. Alla fine cedo e le ultime due prove le salto e le registro solamente col cellulare.
Vedere Daria eseguire i suoi movimenti fa capire quanta strada abbiamo ancora da fare (anche se un paio di elementi promettono decisamente bene) e quanto alla fine ognuna di noi abbia un suo stile nell'eseguire la stessa coreografia, pur tentando di imitare il suo. Rivedo il video e ti prometti di riprovarci, magari un sabato mattina di practice time. Finché non sarà tutto fluido e naturale, come lo è per lei.

Per le 21 sono morta. E sta per iniziare la lezione più difficile. A questo punto abbandoniamo momentaneamente i tacchi e ci addentriamo nel mondo acrobatico di Daria, con i suoi "Exotic Elements".
Qui ho un attimo di sgomento.

Non sono preparata, né flessibile, né forte abbastanza. E sono stanca, sudata e dolorante. Polso, mano, crampi a polpacci e tiranervi ai piedi. Faccio qualche video, poi provo a imbastire il movimento. Daria mi vede in difficoltà e cerca di capire cosa fare per farmi lavorare come le altre, che almeno ci provano. Qualcosa faccio, più di quanto avrei potuto immaginare. Ma davvero, con le lacrime agli occhi (e qui rivendico il mio diritto di donna a piangere nei momenti complicati) più di così non posso. Non ce la faccio. A stare in verticale su una mano sola, tra l'altro saltandoci all'indietro, proprio no. Forse tra qualche anno, forse la prossima vita.
Però la adoro. Lei, il suo modo di ballare, di insegnare, di ridere quando sbaglia. Di aiutarti, o di ignorarti quando serve.

Tornerà in Italia a Novembre, forse sarebbe da fare un pensierino e rivederla, tentare di nuovo un tris oppure semplicemente fare la parte difficile e allenarsi nel frattempo per poterci provare davvero.
Chissà?

3.7.16

Ancora un saggio, emozioni non da poco.

Un anno, è già passato un anno dal mio primo saggio di pole dance. Sembra una vita: un anno di lezioni due o tre volte alla settimana, un anno in cui ho fatto entrare due gare e altri due mini-saggi, un anno in cui molto e molto poco è cambiato.

Rispetto all'anno scorso ho provato molto meno la coreografia e si vede, o meglio io lo vedo, ma i movimenti sono più fluidi comunque. Sono più sicura, ovviamente; non so se sono più brava. Se il primo saggio ha rappresentato una sfida - movimenti appena acquisiti e ansia da prestazione - questo vede il consolidamento di figure note e qualche piccola novità eseguita "in piccolo". Un po' per il caldo, un po' per stanchezza, non ho voluto esagerare. Ho viaggiato al minimo, valutando secondo per secondo quanto potevo fare senza farmi male. Alla fine era una festa, non era una gara.

Sono stata io ad aprire le danze, per così dire. Dopo di me, in ordine di "anzianità" scolastica, le mie compagne di viaggio di quest'anno.


Bello vedere il primo saggio di Alessia e Federica, che hanno preparato un pezzo in coppia. Bello perché le ho viste provare ogni sabato mattina e ridere e scherzare sempre, sia quando le figure riuscivano sia quando - per dirla con Alessia - "meglio se questa posizione la raggiungo di schiena, così non mi vedono l'espressione di dolore sul viso".
Loro, che hanno iniziato a settembre, hanno fisici differenti e una "storia di pole" diversa. La passione comune. Entrambe hanno accompagnato "il capo" Natalya sul palco di Roma per il Pole Theatre Italia (che Nat ha vinto nella categoria Classique) facendole da corpo di ballo insieme a Maria, Valentina e Giulia; in più Federica ha partecipato a Exotic Moon insieme a me. Il prossimo anno saremo tutte a Modena in gara nella stessa categoria.


Il trio birichino del corso intermedio, composto da Claudia, Christel e Sara, ha presentato un pezzo degno della categoria Comedy del Pole Theatre: un'infermiera, una studentessa e una colf in versione sexy che volteggiavano a gamba lunga (e che gambe) sulla musica dei Queen. Smorfie, gag e tanta energia mentre si alternavano in pezzi da solista o ancheggiavano in sincrono. Per dire che la pole non è solo essere femminili, ma anche saper ridere della propria carica sensuale e dei cliché che "rincorrono" questo sport.
Probabilmente non c'è cosa che dia più fastidio a una polerina di essere sempre considerata una stripper o una lap dancer. La differenza c'è. La cosa divertente è il poter giocare un ruolo per quei pochi minuti e poi tornare a casa come eravamo prima ma col sorriso sulle labbra.
Tra loro anche Claudia ha partecipato a Exotic Moon.







Prima esibizione da solista per Valentina, anche lei tra le nuove leve, fluida e sinuosa. Carica di energia, con una coreografia che riuniva tutte le "difficoltà" della pole: flessibilità, flow movement, handstand, forza e tecnica. Veloce, spiritosa e molto "danzerina". Una esibizione che poteva stare bene anche sui tacchi, che indossiamo insieme il sabato mattina, ma che aveva il suo perché anche senza, anzi.
Dall'alto della mia "veneranda" età, mi piace molto notare i progressi di chi ha iniziato la pole quasi all'età giusta, ogni settimana mentre noi ci scaldavamo, loro - le fanciulle - imparavano queste cose con una certa facilità (io poi certe posizioni temo che non le farò mai in questa vita, ma non demordo). Le si guarda, si ripassano alcune basi che a forza di tentare le figure più difficili si dimenticano un po', si capisce meglio il movimento, si studia come migliorarsi.
D'accordo, ognuno ha i suoi tempi, ognuno le sue caratteristiche fisiche e psicologiche. Nessuna di noi è uguale all'altra e nessuna impara in batteria. Ognuna mantiene il suo stile e c'è chi certe cose le ha innate e chi no e ci deve lavorare.
Quello che mi piace, qui, è che tutte le mie compagne di avventura sono bravissime, dalle novelline alle ragazze dell'avanzato.




Poi è stato il turno di Maria, che dopo aver vinto nell'intermedio a Modena e aver ottenuto un ottimo secondo posto all'Exotic Moon, ha improvvisato un pezzo nel suo completino marca Bembo. Con le sue linee, le spaccate, la naturalezza con cui si muove tra il palo fisso e lo spin, capelli al vento e sorriso sicuro. Non lo voleva fare, fino all'ultimo. Invece è stata fantastica come sempre. Dal suo cavallo di battaglia, il suo nomignolo ora è "Mary Jade", alla combinazione appena imparata. Dannatamente brava e adorabile.
Ora tocca vedere l'anno prossimo in cui saremo una marea di ragazze nello stesso corso e quello dopo, in cui loro andranno avanti come dei treni e io resterò un po' indietro come sempre. Meraviglie dell'età, temo. Grandissimi stimoli a crescere.











Il primo saggio di Silvia, che ha aspettato tanto, provando la sua coreografia e allenandosi sempre con tutta se stessa. Un bellissimo mix di forza e di grazia, linee lunghissime e sguardo dolce. Atletica e sempre bella da guardare. Aveva una fan di eccezione, possibile che tra qualche anno la piccoletta che la guardava estasiata si avvicinerà al palo con la stessa curiosità di ieri sera. Silvia, con cui faccio lezione regolarmente da quasi subito e che mi stupisce sempre per la facilità con cui arriva a fare le cose più complicate. Passerà altrettanto rapidamente per lei, il tempo tra questo e il prossimo saggio?









La prima delle veterane, una Silvia più bionda del corso avanzato, ha tentato una sfida: restare sul palo per tutta la durata del brano compiendo evoluzioni continue tra forza e flessibilità. Qualche intoppo iniziale prima della sua partenza poi, in completino leopardato, ha fatto di tutto senza scendere dal palo spin anche quando avrebbe dovuto spingersi con una mano. Come ognuna di noi non è affatto contenta della sua performance, ma ci siamo sgolate tutte per farle sentire il nostro entusiasmo.
Diciamo che rispetto all'anno precedente è stato un saggio che era più una festa tra noi, non affollato e poco caotico. Tanto il casino lo facciamo benissimo noi. Alcune delle ragazze tra il pubblico non hanno partecipato per mancanza di tempo, preparare una coreografia richiede un minimo di impegno e non sempre si riesce a far combaciare ogni cosa. Però erano lì a fare il tifo per noi e a incoraggiarci tutte. A fare festa, appunto.








La prima allieva di Natalya, le "gambe più lunghe della scuola", l'ultima a esibirsi è Margaret, anche lei con una improvvisazione. Anche lei secondo posto a Exotic Moon per la categoria semi-professionisti, ci ha fatto vedere alcuni dei suoi passaggi migliori, facendoli sembrare facili, con le sue spaccate e la sua flessibilità da ginnasta. Senza esagerazioni, nel suo stile, con il sorriso delicato che la contraddistingue.
Resto sempre a bocca aperta mentre la guardo fare cose che mi sembrano impossibili, scalza o con il tacco 20 - come se le servissero centimetri di gamba - tenendosi per un gomito o appoggiandosi su un'orecchio.
Siamo quasi una famiglia, alla fine. Da quando sono arrivata ho visto le mie compagne abbandonare pian piano, chi per un motivo e chi per un altro. Quelle che restano si stringono tra loro, si sostengono e aiutano senza risparmiare energia. Non importa di che corso siano.









Ovviamente a chiudere la serata è stata Natalya, che ha improvvisato una coreografia sulle note di una canzone russa. Morbida, sinuosa e con la sua innata eleganza. Da urlo, come sempre. Per tutto l'anno, agosto compreso, ci ha fatto allenare, ha spiegato passaggi, incoraggiato ognuna di noi a continuare nonostante la fatica o i momentanei insuccessi. Per noi che la conosciamo, che la vediamo allenarsi per le gare, che sappiamo quanta forza di volontà ci vuole a mettersi lì ogni giorno nonostante tutto, Natalya resta un esempio impareggiabile. Grazie a lei e alle ragazze con cui condivido questo viaggio, io sono qui che continuo a imparare. Noi siamo qui. Ed è bellissimo.



24.5.16

Esserci, a Exotic Moon...

Ebbene sì, l'ho rifatto.
Stavolta con tacco 17, corsetto e capelli posticci. Consapevole che sarei arrivata ultima fin dall'iscrizione. Consapevole che il mio mito sarebbe stato al tavolo della giuria, che le altre partecipanti alla mia categoria avrebbero avuto dalla loro parte l'età e la forza. Che miglioro ogni giorno e a ogni gara, ma non sarò mai come loro. Il che non mi scoccia nemmeno, a dire il vero.

Non che non l'abbia presa sul serio. Comunque ho prenotato minimo un'ora di "practice time" a settimana e ho aggiunto una lezione fissa di exotic - quella specialità della pole dance che prevede tacchi e movenze sensuali - oltre alle mie solite due settimanali. Ho aumentato le sessioni di addominali, scelto una canzone che mi facesse emozionare, cercato il look giusto. Sulla musica mi sa che dovrò lavorare ancora, perché anche stavolta pare che io cantassi durante l'esibizione, ma di quasi tutto il resto sono soddisfatta. Il fatto è che mi sono ripetuta la coreografia in mente per così tanto tempo che non l'ho mai provata con la musica, perché ci stava e ci sta tutta. Non ho mostrato i progressi a Natalya, che ha organizzato la gara e che ha comunque riso la prima volta che sono arrivata a lezione con la coda di cavallo lunga 70 cm. ben piazzata sui miei capelli corti. Mi ha sempre detto di far crescere i capelli per ballare, l'ho accontentata.



Foto: Alessandro Altavilla
Ho partecipato insieme alle mie amiche, ci siamo allenate e abbiamo riso, ci siamo sostenute fino all'ultimo momento e anche dopo. Siamo una bella squadra, noi. Poi c'è chi vince e chi si piazza meno bene, e ci sono io che parto sapendo di perdere. Il fatto è che non mi dispiace. Non sono mai stata una persona competitiva. Penso, al massimo, di essere competitiva-passiva, ovvero che non mi importa di essere la migliore, ma se una persona riesce a fare una cosa, allora devo riuscirci anche io. Non vale per tutto, sono anche di una pigrizia vergognosa. Ci sono cose che non mi passa nemmeno per la testa di fare: troppo sforzo e dolore fisico. Ma vale per molte delle "figure" che le mie amiche più giovani fanno e io sono ancora troppo pesante e debole per fare.
In ogni caso parto consapevole di quello che posso fare. Che è un vantaggio dell'età.
Parto sapendo che ci sarà sempre un "ultimo" in ogni gara. Sapendo che non voglio addosso l'ansia di arrivare al podio perché non è mai contro gli altri che gareggio.

Anche stavolta è toccato a me aprire la gara. La prima a esibirsi, come a Pole Position. Credo che col tempo mi ci abituerò. Come a non provare i pali prima dell'esibizione. L'altra volta per paura di farmi male vista la contrattura, questa volta per non stressarmi troppo. Tanto alla fine va come va.
Infatti il dee-jay ha fatto partire la musica che non ero ancora a posto e ho dovuto recuperare quell'attimo di "incredulità", non partire come avrei dovuto e cercare di non andare nel pallone e bruciarmi il pezzo. La seconda sorpresa è stato il palo spin che non girava quanto quello a cui sono abituata, il che mi ha portata a improvvisare qualcosa una prima volta e a sfiorare il disastro la seconda. Ma ho finito. Ho fatto il mio pezzo, più o meno come l'avevo in testa arrivando sana alla fine, con ancora la forza di uscire, senza scivolare (un attimo di incertezza nello scendere dal palo dopo la fine del brano), mediamente soddisfatta di me. Che dal saggio di Natale non ero più molto sicura di essere in grado di finire un'esibizione senza farmi male o morire a mezzo minuto dalla fine. Invece ho finito, salutato, sono andata a bere in camerino e mi sono vista le altre ragazze con tutta la pace e la tranquillità di chi non ha paura di vederne una più brava.

Foto: Alessandro Altavilla

Mi è piaciuto molto, tutto. Soprattutto "travestirmi" con i capelli lunghi e giocare con un corpo che ho spesso maltrattato e non amato. Fare la sexy senza sentirmi fuori posto. Vedere lo spettacolo da dietro le quinte - ehm, no, da dietro la tenda di Swarovski - e godermi il contatto con tante e bravissime atlete. Vedere due delle mie amiche sul podio e chi si era rifugiata in camerino a piangere essere una delle migliori in classifica. Ed essere riconosciuta da Arianna Candido, che era tra i giudici all'Italian Pole Dance Contest e che stavolta gareggiava nella categoria Professional. Il che significa che magari casco anche, magari non sono "er mejo", ma lascio un segno.
Per me non conta vincere. Non ho l'età nemmeno per pensare allo sforzo della competizione. Per me conta essere lì, con loro. Con quelle che poi vincono e con quelle che no. Con quelle che ce la mettono tutta e anche di più. perché essere anche solo l'ultima di loro mi fa sentire bene. Esserci. Basta.