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9.11.25

Visioni

 Sono passati mesi.

Ho avuto il mio da fare, ovvio. Nonostante io detesti i cambiamenti sapevo che era arrivato il momento, soprattutto di stare bene. Così da giugno me o sono ripetuto spesso, che ora potevo stare bene. Che ogni tanto me lo devo dire da sola perché non è mai stata una cosa automatica.

E ho pensato spesso alle mie storie perché non avevo tempo per scrivere, e ogni volta che ne avevo un briciolo di voglia - e so che non è stata una cosa frequente negli ultimi anni - me le raccontavo da capo e mi dicevo che tutto sommato non erano così orrende e magari valeva la pena di riprenderle in mano anche solo per finirle in modo soddisfacente. Non ho mai pensato di ricominciare a cercare un editore o a fare seriamente la cosa, solo mettermi lì e dare loro la forma giusta. Esserne felice io, anche se conoscendomi immagino sarà cosa assai ardua.

Poi ho pensato a "Nuovi Soli", perché ne avevo bisogno, di un punto di vista diverso da quello dei miei anni passati. Anche solo di un panorama che non mi costringesse a ballare tra una griglia e un balcone troppo stretto. Avevo bisogno di un nuovo nido in cui smettere di pensare "le cose vecchie" e trovare il mio equilibrio in un posto in cui non c'erano ricordi e fantasmi. E pensando ai personaggi di "Nuovi Soli" mi è capitato di trovare analogie tra la storia che ho scritto mille volte e la mia vita.

Così, mentre lavoravo per trasferirmi in una casa piena di mobili bianchi mi è tornato in mente che in un'altra delle mie storie la protagonista vive per un periodo in una casa il cui arredamento è completamente bianco, poi ad altre delle mie storie - escludendo le note autobiografiche - per concludere che in molte di esse ci sono elementi che mi si sono presentati nella realtà molto tempo dopo l'idea del romanzo. Che poi l'idea del romanzo per me è sempre partita da una sorta di visione, un'immagine o una scena che improvvisamente mi invadeva la mente e da cui partivo con la fase creativa.

Non è che le storie che ci inventiamo sono in realtà visioni di un futuro che può accadere e su cui ricamiamo sopra altro perché non le capiamo? Se fossimo effettivamente in grado di prevedere parte del nostro futuro ma non abbastanza "connessi" da riconoscerne le immagini? Se fosse tutto leggibile?

Boh?

12.9.24

La zia matta



 Ricordo di aver odiato la parola "ennesima" un giorno, credo in quarta elementare, dopo aver dato in escandescenze con la mia solita "crisi isterica". Così le chiamavano, allora, le mie reazioni eccessive - e ne avevo parecchie - a stimoli diversi e a volte praticamente inesistenti.

Ricordo di aver litigato con diversi miei compagni perché non capivo come facessero a divertirsi inventandosi scherzi stupidi da fare ad altri. In realtà li odiavo perché ridevano e lo facevano apertamente mentre io al massimo sorridevo.

Ricordo che mia madre raccontava di me che dondolavo avanti e indietro nel seggiolone tanto forte da attraversare la cucina a forza di spinte. E so di aver fatto lo stesso fino a dopo il matrimonio stando seduta a gambe conserte sul divano, con la musica accesa.

Lo stesso costante movimento lo facevo nel letto, da destra a sinistra e ritorno, per ore tanto da annodarmi i capelli in modo disastroso. La notte prima di dormire e il pomeriggio quando tornavo da scuola alle medie e potevo restare al buio e con la musica accesa. Anche questo è durato a lungo, soprattutto nei periodi difficili.

Stare ferma in aula era una tortura, stare ferma era impossibile. E stare attenta, soprattutto quando le materie non riuscivano a colpirmi abbastanza. E fare i compiti, e studiare. Dovevo farlo dondolando i piedi o la testa a tempo di musica.

Ho sempre saputo di essere "strana", diversa dagli altri che sembravano così spensierati mentre io ero pesante dentro. Ho sempre cercato di controllare i miei eccessi. Ho usato la fantasia, inventando avventure e forme da disegnare per scappare a quel senso di soffocamento che la vita mi dava. Probabilmente se fossi nata al giorno d'oggi mi avrebbero riempita di farmaci e soppresso ogni mia stranezza insieme alla mia vitalità.

Quando è arrivata la danza è stata passione immediata, visto che potevo coniugare il mio bisogno di movimento con la creatività che la musica si portava dietro. Vedere letteralmente coreografie nella mia testa, costumi e luci, ogni passo e ogni pirouette.

Per tutti gli anni in cui ho danzato non mi sono limitata alle 4/5 ore di lezione al giorno. Io tornavo a casa e ballavo, anche tutta la sera - quando non facevo headbanging sul divano - oppure andavo in discoteca quattro sere a settimana, con o senza permesso, a volte arrivando lì presto e uscendo come Cenerentola mezz'ora prima del mio orario limite. Certo, ritardavo spesso, ma correvo dalla piazza fino a casa come se non avessi fatto niente tutto il giorno. E ancora, una volta a letto, la musica accesa di sottofondo a muovere le braccia in port de bras illuminati dalla luce esterna - ché i soldi per la ristrutturazione erano finiti prima di poter pensare a persiane e tapparelle e non ho mai amato le tende.

E poi ancora la necessità di controllare ogni cosa al minimo particolare. Tanto che se c'era un cambio di programma qualsiasi io andavo in crisi. Fosse stato anche solo scoprire che c'era un invito a cena inaspettato.

Ho imparato a proteggermi creandomi una vita "tutta uguale", a prova di sorprese, per poi capire che lì dentro stavo soffocando. Per questo senso di ipossia son finita, millemila anni fa, in analisi. Ero troppo stanca di controllare cose che mi sfuggivano di mano continuamente. Stanca dentro, perché fisicamente non lo ero quasi mai abbastanza. 

Ho iniziato a scrivere più delle mie solite poesie, quelle sciocche che scrivevo fin dalle elementari o quelle più serie - ma per qualcuno mai abbastanza adulte - e l'ho fatto per raccontare ad altri le storie che mi avevano tenuta in vita, perché lì dentro c'era qualcosa di me. Facendolo mi sono resa conto che avevo bisogno di storie nuove come quello che sapevo di me. Ho iniziato con piccole cose, mentre lavoravo ad altro e ad altro ancora. Ma le storie nuove sono ancora da scrivere, perché sono in parte nella mia mente e in parte su questo pc. Non so nemmeno se riuscirò a metterle giù davvero. Perché la vita è breve e ora che mi spaventa un pochino meno cerco di viverla meglio, restandoci dentro, qui e ora. Senza aspettare "Il" giorno, "Il" momento.



Quella parte di me dalle reazioni scomposte fa capolino ogni tanto, ma a parte un mio compleanno di qualche anno fa in cui ho distrutto bicchieri, oggetti e muri urlando e ruggendo non ho più fatto danni. Faccio 7 chilometri a piedi ogni giorno, più un po' di palestra, oltre al lavoro e non dondolo più.

Sono inquieta come sempre ma la cosa è gestibile. Sono "la zia matta" e non c'è niente di più vero. Sono quella con le scarpe improbabili, con i capelli di ogni colore, quella che fa tutte le scelte sbagliate - no, dai, non tutte - quella che si presenta a cena con le corna da renna in testa, che conosce a memoria le battute dei film più assurdi e le parole di mille canzoni, che guarda ancora i cartoni animati e si rifà ogni anno la maratona Harry Potter (e quella del Signore degli Anelli, dello Hobbit e Star Wars), quella che a Natale regala lampade fatte con barattoli di Nutella e minuscole luci Led, quella che storpia le canzoni adattando il testo a ciò che sta facendo - che sia raccogliere la cacca del cane o cucire un lenzuolo speciale - quella che esce a fotografare le nuvole e gli arcobaleni. Sono quella che balla in salotto quando nessuno la guarda...


P.S: So che sembrano parole a casaccio ma no. Sono solo troppe cose insieme.

5.8.24

Ombre


 

Ci sono state mattine, negli ultimi anni, in cui l'unico motivo per cui mi alzavo dal letto e affrontavo la giornata era che così facendo avrei reso felice Martina poiché avrebbe potuto giocare ai giardini coi suoi amici quadrupedi. Del resto non mi importava niente. Spesso lo facevo buttandomi addosso le prime cose che capitavano e non mi lavavo nemmeno. Andavo, con lei contenta e saltellante che mi tirava lungo tutto il tragitto che io non avevo voglia di fare.

Non era la prima volta e non posso garantire che sarà l'ultima. Stavolta però sapevo di non poterne uscire da sola e, invece di resistere stoicamente come il mio orgoglio leonino di solito impone, ho accettato i farmaci che la mia terapista consigliava da un po'. Un anno e mezzo e ancora sono lì che li prendo, per fortuna scalando. 

Sono le mie ombre, il mio portarmi addosso pesi in continuazione, la fatica reiterata di fare cose che non sempre ho voglia di fare - come tutti - sentendone ogni giorno di più e non sapendo come risolvere la situazione. Il mio attaccarmi ad amori impossibili come la danza e la pole, come se potessero rendermi altro da ciò che sono.

Il fatto è che io già sono altro. I milioni di cose che ho imparato su di me e ancora imparo. Sempre però a sentirmi rinchiusa in un guscio non mio. In lotta perenne con metà di me. E no, non è cambiato molto nel tempo. Continuo a sentire il limite e il peso in un modo che forse non è del tutto realistico ma è mio.


Sono tendenzialmente depressa. E non c'è bisogno di motivi particolari, sono così da sempre - e anche ansiosa, volendo, ma quello lo riesco a controllare un pochino di più.  Fare i conti con le proprie ombre è una cosa che capita spesso e a volte conoscerle un poco aiuta a far trascorrere meno tempo nel limbo che provocano. 

Quando tiro avanti senza prendere fiato, quando abbozzo perché non posso farne a meno, quando le delusioni - vere o presunte che siano - si accumulano nei miei pensieri io vado in overload e dopo un po' di tempo mi perdo. Comincio a perdere "gli anni", i ricordi si fanno confusi, le cose tornano in maniera ossessiva a colpirmi e cado. 


Oggi compio 55 anni. Sono felice nonostante tutto. Cerco ancora una vita che mi sia meno ostile, magari prima o poi troverò la mia isola deserta e mi sottrarrò al mondo. Che non significa nulla di male - una volta Facebook mi ha bloccato un post che diceva più o meno lo stesso come se stessi meditando il suicidio (ma non è il mio genere di cosa) - solo evitare che questo mondo mi distrugga dentro. 

Perché sono foresta e il mio ecosistema lo devo proteggere.

P.S: le foto sono mie, che nel frattempo evolvo.

1.7.24

Io e non più io

 Avrei bisogno di scrivere, ché di cose ne son successe a iosa.

Ma non sono più io, o forse non lo sono mai stata più d'ora. O forse ancora sono in attesa di riconoscermi nuovamente e di trovare la strada per esprimere i miei pensieri che non sia più limitata dalla mia idea di me stessa.

Sembro confusa ma non è così.

Non ho più le parole, le sto cercando. O semplicemente attendo che arrivino da sole quando sarà il momento, perché forzare le cose non è nella mia natura.

In questi mesi ho capito molto e ancora ne ho da investigare...

Ho tolto il palo da casa, faccio pirouettes inaspettate, mi trovo a sorridere. No, non è passato tutto ma è cambiato. Non so se ora sono pronta ma lo sarò.



2.3.24

L'importanza di essere "Ernesta"

Quando ero piccola. la sera, guardavo le luci degli aerei in cielo e speravo che fossero astronavi che venissero a portarmi via. Non avevo idea del perché ma mi sono sempre sentita fuori posto e l'unica fantasiosa idea che mi veniva in mente era quella di essere qui per sbaglio. Una specie di H-7-25 il cui Bud Spencer era mia madre.

Più avanti ricordo di aver trascorso pomeriggi a disegnare improbabili e orrende tavole di fumetti in cui mettevo in atto una sorta di fan fiction dei miei telefilm preferiti essendo consapevole di non avere alcuna possibilità di descrivere ciò che vedevo in parole. Allora mi rifugiavo in queste mille storie in cui si nascondeva una piccola parte di me.

Poi ho conosciuto il pattinaggio artistico su ghiaccio e l'idea di quella leggerezza mi ha travolto. Per questo e per un altro motivo ho scelto la danza: mi toglieva l'idea del peso della materia e allo stesso tempo mi permetteva di essere altro da me.

Mi rendo conto che per tutta la vita questo è stato il mio desiderio più grande. Travestimenti, storie inventate sempre più complesse, la ricerca di un modo per diventare "fumetto" io stessa. In questo, per anni, la danza ha funzionato benissimo. Avevo l'illusione di non esserci io su quel palco e questo mi dava un senso di libertà infinito. Potevo essere chiunque, potevo sbagliare e non essere io a pagare (non ho mai temuto tanto le punizioni altrui quanto quelle che da sola mi infliggevo, ed erano tante), potevo risplendere senza sentirne la colpa. Io che ho imparato a sparire fin da piccola per non disturbare e che ancora oggi preferisco non apparire mai del tutto.

Sembra un controsenso, me ne rendo conto. Cantare e ballare su di un palco è tutto tranne che sparire ma finché l'illusione ha retto io non ho mai pensato di essere lì, sotto i riflettori. C'era un fiore, c'era un nobile cavaliere, c'era una specie di invasata di aerobica, una tigre, un ragazzo di Parigi, una damigella d'onore, una zingara, una teppista e via dicendo. Era come se riuscissi a scindere le cose, e ce l'ho fatta per un po'.
Credo in parte abbia funzionato così anche con la pole dance, tanto coinvolgente da farmi sentire bella, attraente, sicura e forte regalandomi momenti di pura magia per poi farmi cozzare con tutto ciò che avrei voluto poter essere e non sono. E non sarò mai.

Sono entrata in gioco io, con la mia insicurezza, con la certezza di non essere mai abbastanza brava, con le aspettative irrealistiche di sempre ed è crollato tutto. E io sono crollata ancora trascinandomi dietro molto di ciò cui tenevo. Molto di quello che avevo costruito. Vero è che la mia vita doveva cambiare e che non avrei retto molto comunque anche continuando a "correre" per essere quel che volevo. Ero e sono troppo stanca.

Certo, invecchio. Certo, lavoro. Certo, ho una casa e due animali. Certo ho commissioni, incombenze, piccoli guai con le tubature, qualche acciacco. Certo ho persone che voglio vedere, ho parenti che non stanno bene, ho insomma tutto quello che buona parte delle donne della mia età si porta addosso. Lamentarsene è stupido ma cercare di corrermi dietro senza darmi tregua mi ha stremata. 
Quindi tocca ricominciare da capo ed è quello che sto facendo da qualche tempo a questa parte.
 
Ritrovare il piacere di fare le cose, riuscire a non forzare la vita, ascoltarmi. Per questo sono in silenzio da un po'. Ho iniziato qui tanti di quei post che poi non aveva senso finire, o che per ora non ne ha. Ho iniziato tanti di quei romanzi che non basterebbe una vita a finire, ho tanta di quella vernice che potrei colorare un mondo intero. Ma non voglio stupire gli altri, vorrei stupirmi io. Essere e non aspettarmi altro. Trasparire da ciò che faccio senza paura di non essere abbastanza. Essere una me stessa onesta.

Non devo per forza essere la migliore ma devo esserne convinta io.

E intanto per diventare fumetto ormai c'è l'intelligenza artificiale e una quantità di applicazioni che non devo fare altro che divertirmi...

Tornare bambina, anzi diventarlo.  Non credo di esserlo mai concessa... 

1.1.24

Il romanzo che non doveva uscire

 Io avevo rinunciato, davvero.


L'ho messo su Wattpad affinché lo leggesse chi ci inciampava nella rete senza aspettative particolari e in effetti dalla scorsa primavera le visualizzazioni non sono state molte. Ho detto alle persone che lo aspettavano che lo avrebbero trovato lì ma in diversi casi ho riscontrato qualche difficoltà a interagire su una piattaforma da parte dei miei "fedelissimi" poco avvezzi al digitale.

Poi ho ceduto alla tentazione del Black Friday e ho usato le royalties mai richieste degli altri romanzi per pubblicare con uno sconto immenso sia in cartaceo che in digitale. Come d'abitudine ne ho ordinato qualche copia per le persone che solitamente vogliono dedica e autografo e attendo che esca l'ebook per iniziare a mettere almeno i link in giro come sempre.

Avevo rinunciato da tempo, consapevole che si tratta di un romanzo poco commerciale. Lo sapevo scrivendolo e lo hanno confermato le due diverse agenzie che l'hanno valutato. Ne ho già parlato più di una volta e non ho voglia di ripetere ancora. Il mondo dei libri non è semplice o lineare, non basta essere più bravi o più originali. Essendo un prodotto da vendere deve adattarsi al mercato e io al mercato non ho mai pensato più di tanto. A me piace raccontare storie, tutto qui. Mai pensato di farne una professione o di guadagnarci il pane. 

So che l'impressione è che io me la canti e me la suoni, ma ho fatto questa cosa solo perché qualcuno ci teneva a tenere in mano una copia "tangibile" del lavoro. Come ogni volta ne parlerò il minimo necessario e vedrò se continuare a scrivere o meno, finché mi divertirà e nel modo in cui mi divertirà. 

Ho una marea di progetti in sospeso, poca voglia di investire il mio tempo in un modo unico e soprattutto poco tempo. L'anno passato mi ha dato sempre più conferma che il tempo è in assoluto la cosa più preziosa che abbiamo e passarlo col magone o con tensione o ansia è un grande spreco. Ci sono mille cose  che dobbiamo affrontare quotidianamente, spesso controvoglia o per dovere. Il tempo che avanza è sacro.





Così, se avete qualche curiosità riguardo ad "Area 3-13" ora potete trovarlo anche in forma fisica e presto in versione digitale da scaricare sui vostri lettori. Come sempre se lo acquistate mi fa piacere una recensione o una condivisione. L'unica cosa che è fondamentale per un romanzo è essere letto, quindi visto. Siccome io ne posso parlare solo bene (pur conoscendo i suoi limiti) è l'unica cosa che potete fare se vi è piaciuto. Parlarne.

Questa "edizione" esce senza prefazioni, indici, sommari e soprattutto senza ringraziamenti, anche se avrei dovuto aggiungere alcune persone che mi hanno aiutata a capire che cos'era questo romanzo, visto che l'ho scritto tutto senza prendere un appunto e l'ho fatto mentre scrivevo altre storie. L'editing di Natascia Cortesi mi ha fatto comprendere che avevo scritto una storia che non aveva falle o stranezze, coi suoi colpi di scena, con le sue esagerazioni e con moltissime scene "cinematografiche" e decisamente oniriche. Le valutazioni di due professionisti del settore, le persone che hanno curiosato finora tra le righe di questa lunghissima storia, chi c'è stato pur non leggendola mai tutta. L'ho pubblicata com'era. Perché so che vuole essere letta e che dal mio punto di vista ne vale la pena, senza fronzoli.

E così, se vi desta un minimo di curiosità leggetela e parlatene se vi è piaciuta. Fatelo anche se non vi è piaciuta, che male non fa. 

28.12.23

Dita mozzate sul campo di battaglia

Mi sono ricordata da poco di essermi rotta un dito facendo pole. Niente di che, in ogni caso se fossi andata in ospedale mi avrebbero solo steccato l'anulare facendomi cazziare pure sul lavoro, quindi ho fatto che mettere la mano nel ghiaccio e dimenticare l'accaduto. 


Non ci ho pensato più e in effetti neanche mi ricordo cosa stessi provando a fare, ché tanto in uno sport tutto lividi ed escoriazioni capita quasi ogni giorno di rimediare una botta e alla lunga non ci si fa più caso.

Io poi ho la pelle delicata e ciò fa di me una pazza masochista scriteriata. Ma al cuore non si comanda, così come da copione ho continuato a lavorarci sopra (al dito) fino a non sentire più il fastidio. 

Non è stata di sicuro la prima volta e nemmeno l'ultima che mi facevo danni a pole. Come quando cercando di farmi fare un video da Ilenia con la seconda "butterfly extended" della mia vita ma essendo stanca dalla lezione appena finita ho sbagliato a dare la spinta e mi sono trovata con il palo che girava più del previsto, ho sentito che perdevo la presa e sono volata di ginocchia sulle piastrelle da una certa altezza e a volte mi sembra ancora di sentirle scricchiolare. Ed era solo il primo anno... Più che altro è che ogni volta che voglio fare la "sborona" e vantarmi dei risultati ottenuti finisco per distruggermi.

Mi sono stirata, contratta, infiammato tendini e muscoli, rotta unghie e staccata nei dalla schiena ma non ho mollato mai per il dolore. Ho imparato a non farmi video da pubblicare, solo frammenti che potevo cancellare dopo aver estratto una o due immagini, ché tutte le volte che volevo dimostrare qualcosa agli altri finivo per farmi male. Non fisicamente.

Mi sono chiesta più volte perché continuare senza mai trovare una risposta e soprattutto continuando a soffrire mentre scivolavo giù. La depressione è una gran brutta bestia, soprattutto quando non ti accorgi che arriva. Così, dopo lo stop tra Covid e ernia - più protrusione lì accanto - tornare è stato ancora più doloroso che restare lontana. Non c'era più niente. Nessuna soddisfazione, nessuna "famiglia", pochi volti noti, la vergogna costante di guardarmi allo specchio e non trovarmi più. Ancora.

Sommando impressioni e coincidenze tra questo abbandono e il primo abbandono alla danza ho capito che c'era un nesso e che avrei dovuto lavorare diversamente su me stessa per venirne fuori - se mai ne uscirò del tutto. Ho smesso di ballare per una ferita, è vero. Ma più di ogni altra cosa ho smesso di farlo perché mi volevo punire e in qualche modo è successo anche con la pole. 

Sono di quelle persone che non "possono" stare bene, non che non lo desiderino ma che non vogliono concederselo mai del tutto. Metti per paura della delusione in caso qualcosa andasse storto, metti per l'ansia da prestazione, metti per le continue esperienze negative che ho avuto ogni volta che mi sentivo a posto dov'ero. Non il brutto anatroccolo che sono ma splendido cigno. Ecco, di essere cigno non me lo sono mai perdonato, né concesso del tutto. Sono quella del "mai abbastanza", che vorrebbe esser meglio di così ma poi per millesima motivi mai si sposta da dov'è. Perché è meglio il dolore certo di quello sconosciuto. Perché fino a un certo punto la mia testa vede solo quello: dolore. Disapprovazione, disappunto, disistima, inadeguatezza. Non razionalmente, ché sarebbe troppo semplice reagire, ma più sommerso in profondità fin da quando, da piccina e ragazzina, mi si ricordava che ero sì brava ma non abbastanza da "spiccare il volo" per quanti sforzi facessi. Non abbastanza brava a ballare, a scrivere, a cantare, a dipingere. Non abbastanza bella, non abbastanza interessante, non abbastanza tutto.

E no, non voglio piangere su questa cosa perché temo di averci già perso fin troppo tempo. Ho perso pezzi di me ovunque tentando di cambiare questa mia sensazione, pretendendo da me stessa una perfezione impossibile pur senza fare grossi sforzi. E no, senza lavoro non si arriva da nessuna parte nemmeno se si è dotati, figuriamoci se si arriva in ritardo sui tempi massimi o se si seguono gli impulsi di una mente bacata.

Hai voglia a farti mozzare dita e arti nel tentativo di riuscire in qualcosa se non ci credi nemmeno tu. E non è un lavoro facile mettersi lì ogni volta che si vorrebbe fare un passo e ripetersi che ne vale la pena: uscire, provare, sbagliare e riprovare. Cancellare le aspettative e godersi le proprie qualità.

Dite che si può, piano piano?



10.10.23

Tre piccole cose perfette

Non scrivo da tempo, presa da tanti pensieri e dal tentativo di perdonare me stessa per non essermi mai stata amica. Per non sapermi creare una giusta aspettativa nelle cose che faccio, sempre o quasi delusa dal mio rendimento anche quando so bene di non essermi impegnata. È che spesso mi trovo a cercare un modo di esprimermi ma tutto ciò che vorrei fare è fuori dalla mia portata. O quasi.







Non si tratta mai di essere più brava degli altri, piuttosto di essere abbastanza brava da poter dire ciò che ho dentro con "le parole" adatte. E non è così semplice. 

Ci ho provato con la danza, un tempo lontano. Non che non abbia funzionato in qualche modo, solo che ero troppo arrabbiata e in balia delle mie paure (adolescenza, la chiamano) e ho potuto fare poco. Ci ho provato con la scrittura. Ho scritto alcune delle storie che volevo raccontare e altre cose che son venute da sole. So per certo di non essere una schiappa come so che già solo in famiglia ci sono almeno due persone che scrivono decisamente meglio di me (e lo confermerebbe uno Strega, se potesse confermare qualcosa) ma anche qui non ho mai voluto essere in classifica, solo essere letta. Qui il processo è troppo lungo o poco immediato e anche se forse nella scrittura sono abbastanza felice di me alla fine torno al movimento.

A Tersicore. Lei.




Perché al di là di tutto sono le linee disegnate dal movimento, come le scie delle luci nelle foto con esposizione lunga, a trasmettermi di più. Ed è per questo che anche la pole per me ha assunto una importanza enorme. Come a suo tempo la danza, con risultati differenti ma con una comprensione maggiore di quello che per me è perfetto. Come le performance in questi tre video diversi. Ognuna di queste ha armonia, eleganza e potenza. Sono enormemente differenti tra loro ma dimostrano che non è solo una questione di elementi eseguiti in modo impeccabile. È arte. Carattere, forza.                              Trasmettere qualcosa.



Almeno con gli anni ho imparato che la perfezione è diversa per ciascuno di noi. Che le aspettative sono un'altra cosa e sono quelle che ci rovinano il viaggio. Che va benissimo essere arrabbiati se questo porta a creare e non distruggere. Che spesso siamo i nostri peggiori giudici e carnefici senza considerare il nostro e l'altrui percorso. Che a forza di avere modelli - spesso inarrivabili - saremo sempre prigionieri della visione di un altro.

Questo lo so, ora mi appresto a farlo entrare nella mia vita.


13.6.23

Cometa

La canzone che avevano composto per me era orribile, almeno secondo i miei gusti.
Poi immagino che in qualche modo non sarebbe andata bene anche fosse stata meravigliosa.
Niente di testo e melodia sembrava appartenermi, ma poteva qualcosa farlo davvero? Avevo appena compiuto diciotto anni e non sapevo niente di niente anche se ero convinta del contrario.

Già dal provino improvvisato in discoteca, una sera che il loro gruppo suonava lì, poco prima dell'apertura. Mi hanno mandata sul palco e mi hanno detto canta qualcosa ma ero abituata con le basi e non al live, soprattutto ero terrorizzata.
Perché mi abbiano dato corda posso solo supporlo: prendere soldi e avere una ragazza in più in scuderia per riempire vuoti.
 
In sala d'incisione andò tutto al contrario rispetto alle previsioni: un disastro in italiano, molto meglio in inglese tanto da registrare un brano praticamente buono alla prima, fatta eccezione per i cori. 
Poi quella canzone da portare al concorso. Quel testo assurdo e quella melodia finta, non mi veniva proprio. C'era quel "ce la farò, sono sicura" che mi si strozzava in gola e tutto sembrava talmente moscio che avevo solo voglia di piangere. Nemmeno a riscriverla in inglese avrebbe funzionato.

E io sognavo il palco, la musica, le luci ma forse non ero sicura per niente a dispetto di qualsiasi aspettativa avessi creato nella mia mente e in quella degli altri. 
Quarta a un concorso invisibile, tempo e liti furibonde, e mamma non capiva che cantavo più volentieri le canzoni degli altri concorrenti, e quel fidanzato psicopatico che avevo mi tormentava ogni giorno per paura che spiccassi il volo. Ma quale volo?

Avevo esordito che nemmeno avevo diciassette anni, la voce potente ma acerba e nessuna preparazione. «Sì, brava ma non abbastanza matura,» mi aveva fatto il prezzo mio padre. E come mai avrei potuto esserlo se non ci provavo neanche?
Ma poi, provarci significava fare playback con la voce di un'altra donna truccata quasi al suo stesso modo per sostituirla a un capodanno idiota? Significava diventare marionetta? Significava perdere la fiamma?

Poi, ancora, è successo qualcosa nella mia testa e piano piano ho rifiutato tutto. Serate, spettacoli, inviti. Urlavo dentro ma non avrei più cantato. Volevo solo spegnermi e non sognare più. Non ho più saputo usare la voce.
E ne ho, ne ho ancora.

Ma non potevo. Non è la mia cosa. Non il mio talento. Però ancora sogno.
Io sto bene quando sparisco, quando non mi guarda nessuno. Sono un topo.
Un'ombra, un alito di vento nella furia prima del temporale.
Dovevo esserlo, il temporale. La mia occasione mancata numero uno: lasciarmi esplodere.

Essere.

4.6.23

Come Penelope

Scrivo, cancello, scrivo.

Riordino le idee, mi pare una str..zata, ci ripenso.

Scrivo, abbandono, sbuffo.



Mesi in cui la mia attività alla tastiera funziona così. Almeno leggo. Sì, sempre le solite scemenze e solo su Kindle, ma leggo. Cerco di capire cosa voglio fare, perché in questo momento tutto è confuso.

Io, esperta in perdite, ho iniziato a ragionare sul lutto. Non solo quello classico, un po' come era mia intenzione da tempo. Visto che devo ricominciare da ciò che conosco e che non c'è verso di terminare il seguito de "Gli attimi in cui Dio è musica" - no, non è scritto al presente e non parla di danza e siccome anche questo è doloroso non c'è verso davvero di procedere - ho iniziato a raccogliere le idee per un altro episodio di questa serie, più personale e più introspettiva.

Nel frattempo ogni tanto riapro la pagina di "Area 3-13" su Wattpad e vedo che ho roba in sospeso anche lì (dovevo fare un'aggiunta con personaggi in ordine di apparizione e collegamenti tra loro, ma è un lavoro che... vabbè), e i lavori che ci sono insieme a questo romanzo. "La catena di Joy" ha avuto un inaspettato numero di visite e mi piacerebbe continuarlo, ma...

La riscrittura di "Nuovi soli" dopo un iniziale partenza razzo ha incontrato un muro. Non è la paura della pagina bianca ma la mia solita difficoltà a ripetere strade già percorse, seppure questa nuova versione è nuova sul serio.

La correzione di "Tutto accade..." è ferma da anni.

Diciamo che niente accade.

Tutto ciò che si muove riguarda lutto, perdita, influenza di mille situazioni sulla vita, sulle relazioni, sul benessere. In più c'è la fatica a chiedere informazioni a chi potrebbe rispondere ma che per farlo dovrebbe riaprire la mente a cose accadute oltre cinquant'anni fa. Quindi, boh.

Faccio e disfaccio. Disfatta.

La verità è che non me l'ha prescritto il medico di scrivere.

Mi piaceva molto, mi è piaciuto fino a un certo punto poi è diventato pesante. Forse non ho voglia di andare oltre alle mie storie. Forse queste piacciono solo a me e a pochi altri. Forse sbaglio i contenuti, ma sono le uniche cose di cui mi importa e non saprei scrivere altro. Quindi è un lutto anche questo, a modo suo. Un cercare il modo di continuare senza "l'idea" di ciò che avrebbe potuto essere.

Probabilmente è vero il fatto dello zodiaco o magari sono io che sono la solita cazzona. Non porto mai a termine qualcosa, soprattutto quando ho fatto fatica ad arrivare fino a un certo punto, come se solo le cose che vengono facili fossero da prendere in considerazione. In fin dei conti sono sempre stata pigra e ancora lo sono. Così nella mia testa le mie storie vagano, si completano, finiscono, poi creano altre storie che le completano e via. Ma perché fare lo sforzo di scrivere se nemmeno le persone più vicine si appassionano a ciò che scrivo? Scrivere per me? Io le mie storie le so, tutte, a memoria. E non l'ho sempre fatto senza inseguire mode, tendenze, manierismi, senza inseguire i possibili lettori e i loro gusti? Ne conosco di gente che ci riesce.

Eppure inseguo gli autori che creano saghe infinite, che siano assurde o meno, pur di non lasciare i loro mondi e i loro personaggi e nel mio cuore mi piacerebbe riuscire in una simile impresa. Ma il tempo è poco, le cose che amo sono tante e so per certo di non voler scegliere cosa lasciare indietro. Non voglio più ossessioni.

Una volta il mio monaco (non quello di Wendy) mi ha detto che il mio "vento" poteva portare incidenti e disastri ma che se l'avessi lasciato sopire non avrei più creato come prima. Non lo sento quasi più e dopo tanti anni di inquietudine e lacrime quasi non mi spiace. Può essere l'ennesima fase, può essere che io trovi una forma di equilibrio diversa, può darsi che sia cresciuta - o invecchiata - di colpo.

Sono solo troppo stanca di alti e bassi e di sforzarmi di tenere il passo con me stessa.  

10.5.23

Finalmente

 Da qualche giorno è completo su wattpad il mio romanzo "cruccio": Area 3-13.

Scriverlo è stato abbastanza facile, anche se nel frattempo ho scritto di tutto. 

L'idea di fondo, un'atmosfera intensa e tanta musica. Poi, ovviamente, tutto è cresciuto a dismisura e mi sono trovata con un malloppo che supera le trecento pagine e come sempre non ha un genere ben preciso. L'ho sempre visto come un "fumetto" d'azione un pochino pulp. Tra Blade e La Cosa, o Extreme Measures e Aliens - scontro finale. Un misto di cose che amo, come l'ambientazione indefinita e post apocalittica.

Oltre a non sapere dove andavo a parare, come sempre, a mano a mano che scrivevo mi rendevo conto di due cose:
1) era esattamente come volevo scriverlo,
2) era pieno di personaggi che volevano dire la loro e di sotto-storie che spuntavano da ogni dove e più andavo avanti peggio era,
3) era bello e lo è,
4) non sarebbe stato un romanzo appetibile.
Lo so, avevo detto due.

Appena terminato ho voluto chiedere un parere a una professionista, che ha letto e mi ha aiutata a correggere le pagine interminabili, trovando che comunque aveva un senso, una bella storia complessa e ben formulata, con qualche errore di forma. Così dopo l'editing ne ho stampate tre copie e le ho inviate a case editrici selezionate in precedenza. Ovviamente non ho mai avuto risposta, come immaginavo.
Dopo un primo momento di sconforto ho pensato di rivolgermi a un altro professionista del settore e alla sua agenzia per una scheda di lettura e sperando in una proposta di rappresentanza. Nella sua risposta lunga e articolata ho trovato le ragioni del suo rifiuto. Anche se il romanzo era ben scritto, con colpi di scena e un intreccio sensato, ma la sua agenzia cercava romanzi diversi. La mia storia sarebbe stata interessante se fosse stata ambientata in Italia.

Però non potevo farlo. Non era quello che avevo "visto" io.

Qualche anno dopo, dopo aver lasciato il manoscritto nella sua cartella, ho voluto provare a chiedere un terzo parere - un po' come dal medico - e anche questa volta sebbene fosse un romanzo ben fatto e "completo" ho incassato un rifiuto. Tutti motivi validi e comprensibili. Troppo lungo, troppi personaggi, troppa carne al fuoco e troppo sesso. Che è necessario alla storia ma non rientra nel genere di lavori che questa agenzia sceglie di rappresentare. Con un bellissimo scambio di mail, però, mi ha incoraggiata ad andare avanti e se non avessi trovato un editore avrei dovuto pubblicarla in self, perché meritava di uscire. Era inutile, secondo questa donna che stimo e seguo da anni, snaturare un lavoro così complesso, rivederlo a lungo per rientrare nei criteri richiesti per poi non avere ancora la certezza che a qualcuno potesse interessare.
I libri sono merce, sono soggetti a scelte di mercato, ai gusti dei lettori, alla coerenza con la propria linea editoriale e mille altre cose che non conosco ma che comprendo.

Ci ho pensato a lunghissimo, valutando il rischio di pubblicarlo come "Il gioco dei vampiri" per poi non venderne che qualche copia. Non ho la capacità di creare strategie di marketing e non ho tempo per fare i milioni di cose che servono, né la voglia di rompere le palle ad amici e conoscenti con post e pubblicità continue. Poi ho scelto Wattpad. 

Ho usato Wattpad per altri lavori - gli spin off e qualche racconto, più un romanzo sul nascere e qualche bozza - e mi piace il fatto di essere lì, scrivere le mie cose e lasciare che gli altri le scoprano. Con gli altri lavori - uno soprattutto - ha funzionato e il fatto di non dover obbligare qualcuno ad acquistare un romanzo così lungo e particolare mi è sembrato adeguato. 
Così vi ammorbo qui, come sempre.
In qualche modo cercherò di farvi entrare nel mio mondo, non ne sono certa ma sono sicura di ciò che ho scritto.
"Area 3-13" è una storia che vale la pena di leggere...

Lo trovate qui, nel suo splendore: AREA 3-13 

23.4.23

Sulla soglia dei 54

Non ho mai pensato di essere bella, non come avrei voluto essere comunque.

Per anni ho combattuto con i miei limiti, con le aspettative esagerate, con modelli irraggiungibili, con il corpo che "pesa", con il mio desiderio di essere vista e amata, con la tendenza alla dipendenza - cosa non rara in famiglia - e all'autodistruzione. Con la depressione e con l'ansia.

Con ferite mai del tutto curate, con l'arte di farmi scivolare addosso cose che in realtà finivano per peggiorare l'opinione già pessima che avevo di me. In parte. E l'orgoglio, la vanità, la rabbia di non poter desiderare, volere, ottenere.

«Ha bisogno di coccole, poverina.»

Non corrispondere mai, né a chi vorresti né a cosa vorrebbero gli altri: sentirsi alieni, sempre. Desiderare, lottare e allo stesso tempo non sentirsi adeguate, in grado di farcela. Sapere di avere delle qualità ma oscillare continuamente tra possibilità e impossibilità. Essere pietrificate dal terrore di non farcela, perché non farcela è la conferma di quel pensiero sottile che dice "non ce la puoi fare".

Credere sempre a chi ti sottostima, mai a chi crede in te, tanto da sospettare che dietro a ogni complimento ci sia un tentativo di "prenderti qualcosa". Il desiderio di rivalsa, forte. E la critica severa, per poi cadere nella superbia nei momenti "su".

Anni di alti e bassi, anni di voglia di morire per smettere di sentirmi così, anni di rancore folle che mi consumava dentro. E io che cercavo equilibrio e leggerezza. Che cercavo qualcuno di obbiettivo nei miei confronti - infatti appena ho potuto ho pagato una psichiatra - che mi aiutasse a capire chi sono e dove sbaglio sempre.

Perché è vero che sbaglio, probabilmente non nelle cose in cui temo di sbagliare ma la vita è un tantino beffarda con tutti noi, no?

«Ci credo che è stanca - ha detto una volta la psy - ha vissuto cose che normalmente non si vivono in tre vite "comuni".»

Ed è vero. Ho lottato con unghie e denti ogni volta che era necessario nonostante la mia "debolezza". Sono senza pelle sotto a una corazza di grasso. Eppure...

Non sono mai stata quello che volevo essere. A volte ci sono andata vicino, a volte ho mandato in vacca tutto quanto appena tornavano i pensieri oscuri. A volte mi sono punita per cose che non ho fatto. Non ho creduto in me fino in fondo, soprattutto perché non sapevo essere del tutto me stessa. Spesso non mi sono amata come avrei dovuto e non ho accettato l'amore degli altri perché non mi ritenevo degna, o sentivo il peso delle loro proiezioni. Non ho dimenticato chi mi ha ferito e porto dentro di me chi mi ha dato tanto. Sempre.

Ho tenuto dentro troppe cose: sensazioni, disagi, malesseri, sogni. Non volevo "disturbare", così mi hanno insegnato; mai disturbare gli adulti, e io bambina non ho mai smesso di sentirmi piccola di fronte alle esigenze o ai desideri altrui, tanto da cancellare ogni traccia di me pur di non farmi mandare a letto, come quando restavo nascosta sotto al mobile nel salotto dei miei nonni per poter vedere un po' di televisione in più oltre il mio orario.

Sono Laura, la sorellina piccola dei miei sogni. Quella che ha paura e ha bisogno di rassicurazioni.

Sono Luisa, la sorella di mezzo maniaca del controllo e giudice incontentabile.

Sono Clara, la sorella adolescente che ha dentro solo rabbia, tanto da bruciare.

Sono Paola e ancora la mia voce si sente poco, ma c'è.

E ora, sulla soglia dei 54, comincio a capire chi sono e quanta strada ho fatto anche perdendomi nell'oscurità. Certe volte mi trovo pure bella nonostante i segni dell'età che avanza. Certe volte so che ce la posso fare.

14.3.23

Una favola senza senso

 C'era una volta un re senza memoria che governava una terra senza tempo dove tutto si confondeva e niente se ne andava via davvero.


Egli aveva sposato una regina senza vergogna che non faceva che mentire a se stessa e agli altri per nascondere le sue paure.

Dalla finestra del castello senza torri, la principessa senza sorriso sognava di vedere un mondo senza guerra e senza morti. Ma sapeva che era solo utopia. 

C'era un principe senza un regno che cercava di trovare un senso alla sua delusione e uno stregone senza più poteri che ripeteva invano i suoi incantesimi nella speranza di tornare nel suo mondo.

E una donna senza testa che inventava parole nuove senza saperlo, e due sorelle senza un'anima che sognavano di avere ancora la loro servitù. 

Sul campo di battaglia un cavaliere senza un braccio scendeva da cavallo a raccogliere i suoi pezzi, mentre un erede senza colpe cresceva in un mondo di mostri. 

E un uomo buono lavorava senza sosta per amore dei suoi cari mentre il mondo intorno sembrava esplodere. E una veggente senza una sfera magica che interrogava oracoli per scoprire il proprio destino, e una dama senza cuore che osservava questo mondo come non ne avesse mai fatto parte. 

E alla fine di questa storia c'era una sirena senza più marinai da sedurre che nuotava in un mare senza confini e una nave senza motori né vele partiva da questa terra senza nome per un viaggio senza ritorno. 

19.1.23

Mentre il mondo intorno non si accorge che sto gridando

 Ti sto dicendo addio

con un inchino profondo,

e grazie. 

Di tutti i sogni, 

degli incubi 

e le ferite indecenti;

dei mille sorrisi, 

delle tante lacrime 

e le migliaia di parole. 

Sono senza dei, 

senza famiglia, 

senza patria;

senza cuore, 

senza testa 

ma sono umana. 

Ti sto dicendo addio 

mia ossessione, 

mia musa. 

E nonostante i tuoi sforzi 

per imbrigliarmi l'anima 

sono ancora libera. 

O di nuovo 

o non lo sono mai stata, 

nè lo sarò. 

Non ho pelle, 

non ho pace, 

non ho difese. 

Non un posto, 

nè un destino 

ma ancora respiro. 

Ti sto dicendo addio 

perché non è più vita 

ma una lenta e inesorabile 

piccola morte 

e io non ho più voglia

di soffrire. 

Nè voglia, 

nè forza, 

nè fiato;

non più un singolo

istante 

di questo... 



3.1.23

Su e giù

 


Sto facendo su e giù

con altri pensieri. 

Un panda sul pigiama,

torta sullo stomaco.

Prima non c'eri, 

non vale. Vattene via. 

Ho voglia di indossarti,

di portarti dentro, 

di mandarti al diavolo. 

Di essere perfida, 

di non essere io, 

di dimenticare,

di ricordare solo sorrisi. 

Colori abbastanza diluiti,

soffia per vedere.

Ho voglia di gridare,

di gridare.

Sono muta. 

30.12.22

Il solito post di capodanno

Qualche settimana fa prima di entrare in laboratorio per l'ennesima giornata di lavoro sono passata al bar per il solito caffè. Ho fatto come sempre due chiacchiere con Christian - pima era Massimo, ma le cose cambiano - dandogli appuntamento per il solito caffè della pausa pranzo. Gesti che ripeto ogni giorno lavorativo da anni, come mille altri.
A pranzo, però, la porta del bar era chiusa pur essendo tutto acceso e all'apparenza normale e fuori dalla porta c'era un piccolo gruppo di clienti affezionati (o abituali) che diceva di aver trovato chiuso già da metà mattina e che di Christian non c'era traccia. Qualcuno di loro ha chiamato il proprietario del locale per avere notizie ma fino a quel punto nessuno sapeva nulla. 
Il giorno dopo ho saputo che Christian aveva avuto una piccola ischemia - piccola per fortuna - e che non sentendosi bene aveva chiuso la porta e si era messo un attimo giù nel locale, per riposare quei dieci minuti. Invece non si era svegliato, o meglio era lì nel retro semi cosciente che non riusciva a muoversi né a comunicare mentre a distanza di una vetrina c'era il mondo.



Qualche giorno fa una mia amica ha postato su Facebook - luogo che frequento sempre meno ma che ancora mi tiene collegata a persone che non posso frequentare per distanza e vita - una lunga riflessione sul tempo e su quanto ne siamo "schiavi" pur essendo il tempo un concetto e non una cosa tangibile. Secondo la filosofia buddista l'unico tempo che esiste è il presente, perché è l'unico in cui viviamo, o "siamo". Per il resto il tempo o è storia o è fantasia. Eppure, appunto, ne siamo schiavi.
Ci manca, corre, lo ipotechiamo, lo vendiamo, ne perdiamo dietro a qualcosa che vorremmo ma che al momento non è alla nostra portata, lo programmiamo come se fosse sempre disponibile. Invece no.
Ci frega a volte la faccenda del "cosa vuoi fare da grande?", che ci porta a proiettare nel futuro aspettative di realizzazione o felicità che potrebbero o non potrebbero diventare la nostra realtà. Il più delle volte non lo diventano e le aspettative si trasformano in frustrazioni e  delusioni. A volte in rabbia.



In questi ultimi anni sono stata molto arrabbiata, lo ammetto. Ho lottato per costruirmi una vita nuova e per tutto quello che ho fatto ho ottenuto bellissimi risultati. Una parte di questa vita è meravigliosa ed è più simile a me di quanto lo fosse, che so, un lustro fa. Eppure le solite aspettative fetenti hanno avvelenato una parte di questo periodo. Sicuramente non ho fatto abbastanza per "inseguire" i miei sogni, perché in fondo lo so di essere un'adorabile cazzona, ma le esperienze che ho fatto non sono state all'altezza dei miei sogni e mi hanno lasciato un tocco di amarezza che fatica a scivolare via. Ho lavorato tanto e sodo pensando che un giorno avrei visto spuntare una pianta da ogni seme gettato, come dovrebbe essere. Invece ho solo qualche rametto in più e la fatica fatta mi sembra troppa. 
Mi sento come se avessi perso tempo sognando che so di diventare un'insegnante di pole - o anche solo di riuscire a fare qualcosa lì che mi desse soddisfazioni oltre che lividi. Oppure con la scrittura, dove so di non essere del tutto incapace e di poter almeno raccontare storie, e dove invece mi rendo conto che le mie storie non interessano a quasi nessuno e che in qualche modo "scrivo vecchio" non inseguendo criteri ormai divenuti norma. E così via, tanto da dubitare di avere o meno un talento, uno qualsiasi, pur riconoscendomi parecchie qualità.
Ecco, in questi anni mi sono sentita spesso come ingabbiata - sì, in una gabbia d'oro, ma non basta - in un mondo che non mi poteva rispecchiare abbastanza. Dove il bellissimo ambiente che mi sono creata intorno non era sufficiente per farmi sentire soddisfatta. Di me, forse, ma più che altro della mia vita. Sento di avere un mondo interiore che preme e che fatica a uscire. Sento esplodere la voglia di ridere, di vivere per davvero nel presente senza rifugiarmi in sogni e futuri lontani. 
Perché il tempo non esiste.
Perché il tempo è adesso.
Perché nessuno di noi può sapere quanto ce n'è.
Perché niente deve avere il potere di rubarcelo.
Perché c'è solo il presente e tocca dargli un valore.
Perché è ora di vivere.


Tra poco più di un giorno inizia un nuovo anno. Questo è stato in qualche modo devastante. Ho lasciato tanto dietro di me, volente o nolente. Certe volte è necessario per poter proseguire un viaggio. Non restare ancorati a sé e all'idea di sé. Avere fame.
Se posso farmi un augurio per questo nuovo anno è di ritrovare la curiosità, di uscire dalla comfort zone qualche volta in più e di godere di ogni attimo senza aspettare di avere l'occasione giusta. Senza dipendere dal tempo. Perché di tempo non ce n'è. 



30.11.22

Di nuvole e silenzi

 


Di nuvole e silenzi

 mi sono nutrita, 

e di sussurri forti 

e di mani strette sulla pelle nuda. 

Di parole e sguardi, 

di ossessioni condivise, 

di continue ispirazioni. 

E ora viene la vita 

e non basta 

a colmare gli spazi; 

nel sottosuolo 

mi uccidono il cuore. 

Viene dicembre. 

La luce muore, 

poi ricomincia il mondo. 



Credo sia uno dei periodi più faticosi degli ultimi anni. Ho messo in discussione ogni aspetto della mia vita, perché non ero felice. L'ho fatto e continuo a farlo perché mi sento persa. Ho questa sensazione di aver perso la via una volta che ho perso il desiderio di danzare, come se - ed è terribilmente vero - dal movimento dipendesse ogni parte della mia vita.

Così, anche se con la scrittura sembrava che tutto procedesse ugualmente, a un certo punto mi sono trovata senza parole. Motivazione, interesse, ispirazione. Ho provato con tutti i miei espedienti ma non ho riscontrato alcun miglioramento.

Ma...

Una persona importante mi ha detto che scrivo meglio quando parlo di cose che fanno parte della mia esperienza - non necessariamente biografia, comunque.

Una persona saggia mi ha detto che quando sono in stallo è inutile insistere con quel progetto ed è molto meglio aprirne uno completamente nuovo. Almeno per un po'.

Una persona molto speciale mi ha detto di ricordarmi che valgo e che sono capace.

Quindi, ora che tutto quello che vorrei fare è stare a letto nel buio della stanza come un tempo oppure annebbiare la mente con decine di dvd in una sorta di "film therapy" volta a farmi piangere ogni lacrima che ho in corpo per sbarazzarmi di tutte queste emozioni orribili, ora che sento di non averne...

... ecco che con una matita e un post-it viola inizio a trovare parole.

Parole che non so se hanno un senso, parole che non ho idea se potranno mai diventare "qualcosa" o se resteranno sparse come mille altre. Ma sono parole che escono e che quindi mi fanno bene, ora che mi sento ancora sul fondo di un pozzo che impedisce al movimento di compiersi. 

E chissà, magari un giorno avrò anche voglia di accendere della musica e accennare un passo o due.


5.11.22

Forse avevano ragione loro

Devo ammetterlo: è un periodo difficile per me.

Forse la stanchezza, forse l'età che avanza con i suoi primi acciacchi. Forse l'essere costantemente esposta a tutto, soprattutto alla rabbia degli altri, alle loro delusioni, alle convinzioni gridate al vento, alla necessità di dire la propria sempre e soprattutto con l'arroganza del proprio punto di vista.

Dev'essere stato a fine maggio, una domenica pomeriggio, quando ho cominciato a pensare di essere circondata da mostri. Non so spiegare esattamente quale circuito impazzito della mia mente abbia messo insieme il concetto, ma guardavo le persone intorno a me e le vedevo "brutte", vecchie e spente, con sorrisi grottesschi dipinti in volto ma ormai trasformate. Quello che si vedeva da fuori era forse - lombrosianamente - ciò che trasmettevano da dentro.


Sì, insomma. Un po' come trovarmi in un film horror, in una sorta di "the walking dead" in cui travestita da zombie attraversavo indenne la piazza gremita di morti. 

Andando avanti ho iniziato a diventare insofferente rispetto a molte di queste persone, infastidita da qualsiasi manifestazione venisse da loro, anche innocua. Mi sono sentita sempre più "sola" tra gente che non mi somiglia affatto, esclusa da qualsiasi possibilità di dialogo - non che gli altri non ci provassero, ero io che non avevo più voglia di ascoltare certi discorsi che continuo a trovare insensati, notizie assurde che un tempo avrebbero occupato pagine di giornaletti di infima categoria spacciate per notizie vere etc. - perchè come fuori sincrono rispetto alla realtà che percepiscono gli altri.

Certo, più avanti sono scoppiate liti. Poi ho chiuso rapporti, poi ho iniziato a chiudermi io e continuo a farlo. Stanca e sempre più inorridita dal livello in cui si è arrivati a esprimersi, che per me rasenta l'inciviltà. Rifiutare un dialogo se dall'altra parte non si intravede una possibilità di intesa - non di arrivare utopisticamente ad avere lo stesso punto di vista ma anche solo di parlare la stessa lingua - non è arroganza. È mero sopravvivere. Evitare di sprecare energie utili.

Il fatto è che poi continui a guardare le stesse persone e le vedi "felici", unite, realizzate, forse "vincenti". Ora, io non sono mai stata una fanatica della teoria delle persone "vincenti" o "perdenti", per me le persone sono solo persone - ognuna con i suoi pregi e difetti, carattere e storia - tutte ugualmente rispettabili finché sono rispettose del prossimo; difficile per me dare del "vincente" a qualcuno. Non credo nel successo, non nel denaro e difficilmente in status symbol. Solo che...

Anni fa stavo guardando un film - horror per cambiare - in cui un virus trasformava buona parte della popolazione in zombie (dev'essere una costante della mia vita, ormai: non più vampiri ma zombie...) mentre gli altri diventavano... Mostri. Credo fosse "28 giorni dopo", il titolo. Insomma, mi aveva colpito il fatto che le persone non infette fossero di fatto diventate peggio di quelle trasformate loro malgrado in bestie affamate prive di qualsiasi capacità di pensiero. Crudeli, sadiche e prive di compassione. A quel tempo mi chedevo se non ci fosse da augurarsi di beccarselo, il virus, per evitare di diventare dei mostri consapevoli. Perchè per me il metro di giudizio era quello: la capacità di distinguere. Maledetta consapevolezza.




Ed ecco che, complice la stanchezza e una punta di depressione che ne consegue, mi sorge la domanda: "e se avessero sempre avuto ragione loro?"

In definitiva, oggi, a cinquantatrè anni, mi trovo a chiedermi chi sono.