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12.9.24

La zia matta



 Ricordo di aver odiato la parola "ennesima" un giorno, credo in quarta elementare, dopo aver dato in escandescenze con la mia solita "crisi isterica". Così le chiamavano, allora, le mie reazioni eccessive - e ne avevo parecchie - a stimoli diversi e a volte praticamente inesistenti.

Ricordo di aver litigato con diversi miei compagni perché non capivo come facessero a divertirsi inventandosi scherzi stupidi da fare ad altri. In realtà li odiavo perché ridevano e lo facevano apertamente mentre io al massimo sorridevo.

Ricordo che mia madre raccontava di me che dondolavo avanti e indietro nel seggiolone tanto forte da attraversare la cucina a forza di spinte. E so di aver fatto lo stesso fino a dopo il matrimonio stando seduta a gambe conserte sul divano, con la musica accesa.

Lo stesso costante movimento lo facevo nel letto, da destra a sinistra e ritorno, per ore tanto da annodarmi i capelli in modo disastroso. La notte prima di dormire e il pomeriggio quando tornavo da scuola alle medie e potevo restare al buio e con la musica accesa. Anche questo è durato a lungo, soprattutto nei periodi difficili.

Stare ferma in aula era una tortura, stare ferma era impossibile. E stare attenta, soprattutto quando le materie non riuscivano a colpirmi abbastanza. E fare i compiti, e studiare. Dovevo farlo dondolando i piedi o la testa a tempo di musica.

Ho sempre saputo di essere "strana", diversa dagli altri che sembravano così spensierati mentre io ero pesante dentro. Ho sempre cercato di controllare i miei eccessi. Ho usato la fantasia, inventando avventure e forme da disegnare per scappare a quel senso di soffocamento che la vita mi dava. Probabilmente se fossi nata al giorno d'oggi mi avrebbero riempita di farmaci e soppresso ogni mia stranezza insieme alla mia vitalità.

Quando è arrivata la danza è stata passione immediata, visto che potevo coniugare il mio bisogno di movimento con la creatività che la musica si portava dietro. Vedere letteralmente coreografie nella mia testa, costumi e luci, ogni passo e ogni pirouette.

Per tutti gli anni in cui ho danzato non mi sono limitata alle 4/5 ore di lezione al giorno. Io tornavo a casa e ballavo, anche tutta la sera - quando non facevo headbanging sul divano - oppure andavo in discoteca quattro sere a settimana, con o senza permesso, a volte arrivando lì presto e uscendo come Cenerentola mezz'ora prima del mio orario limite. Certo, ritardavo spesso, ma correvo dalla piazza fino a casa come se non avessi fatto niente tutto il giorno. E ancora, una volta a letto, la musica accesa di sottofondo a muovere le braccia in port de bras illuminati dalla luce esterna - ché i soldi per la ristrutturazione erano finiti prima di poter pensare a persiane e tapparelle e non ho mai amato le tende.

E poi ancora la necessità di controllare ogni cosa al minimo particolare. Tanto che se c'era un cambio di programma qualsiasi io andavo in crisi. Fosse stato anche solo scoprire che c'era un invito a cena inaspettato.

Ho imparato a proteggermi creandomi una vita "tutta uguale", a prova di sorprese, per poi capire che lì dentro stavo soffocando. Per questo senso di ipossia son finita, millemila anni fa, in analisi. Ero troppo stanca di controllare cose che mi sfuggivano di mano continuamente. Stanca dentro, perché fisicamente non lo ero quasi mai abbastanza. 

Ho iniziato a scrivere più delle mie solite poesie, quelle sciocche che scrivevo fin dalle elementari o quelle più serie - ma per qualcuno mai abbastanza adulte - e l'ho fatto per raccontare ad altri le storie che mi avevano tenuta in vita, perché lì dentro c'era qualcosa di me. Facendolo mi sono resa conto che avevo bisogno di storie nuove come quello che sapevo di me. Ho iniziato con piccole cose, mentre lavoravo ad altro e ad altro ancora. Ma le storie nuove sono ancora da scrivere, perché sono in parte nella mia mente e in parte su questo pc. Non so nemmeno se riuscirò a metterle giù davvero. Perché la vita è breve e ora che mi spaventa un pochino meno cerco di viverla meglio, restandoci dentro, qui e ora. Senza aspettare "Il" giorno, "Il" momento.



Quella parte di me dalle reazioni scomposte fa capolino ogni tanto, ma a parte un mio compleanno di qualche anno fa in cui ho distrutto bicchieri, oggetti e muri urlando e ruggendo non ho più fatto danni. Faccio 7 chilometri a piedi ogni giorno, più un po' di palestra, oltre al lavoro e non dondolo più.

Sono inquieta come sempre ma la cosa è gestibile. Sono "la zia matta" e non c'è niente di più vero. Sono quella con le scarpe improbabili, con i capelli di ogni colore, quella che fa tutte le scelte sbagliate - no, dai, non tutte - quella che si presenta a cena con le corna da renna in testa, che conosce a memoria le battute dei film più assurdi e le parole di mille canzoni, che guarda ancora i cartoni animati e si rifà ogni anno la maratona Harry Potter (e quella del Signore degli Anelli, dello Hobbit e Star Wars), quella che a Natale regala lampade fatte con barattoli di Nutella e minuscole luci Led, quella che storpia le canzoni adattando il testo a ciò che sta facendo - che sia raccogliere la cacca del cane o cucire un lenzuolo speciale - quella che esce a fotografare le nuvole e gli arcobaleni. Sono quella che balla in salotto quando nessuno la guarda...


P.S: So che sembrano parole a casaccio ma no. Sono solo troppe cose insieme.

13.6.23

Cometa

La canzone che avevano composto per me era orribile, almeno secondo i miei gusti.
Poi immagino che in qualche modo non sarebbe andata bene anche fosse stata meravigliosa.
Niente di testo e melodia sembrava appartenermi, ma poteva qualcosa farlo davvero? Avevo appena compiuto diciotto anni e non sapevo niente di niente anche se ero convinta del contrario.

Già dal provino improvvisato in discoteca, una sera che il loro gruppo suonava lì, poco prima dell'apertura. Mi hanno mandata sul palco e mi hanno detto canta qualcosa ma ero abituata con le basi e non al live, soprattutto ero terrorizzata.
Perché mi abbiano dato corda posso solo supporlo: prendere soldi e avere una ragazza in più in scuderia per riempire vuoti.
 
In sala d'incisione andò tutto al contrario rispetto alle previsioni: un disastro in italiano, molto meglio in inglese tanto da registrare un brano praticamente buono alla prima, fatta eccezione per i cori. 
Poi quella canzone da portare al concorso. Quel testo assurdo e quella melodia finta, non mi veniva proprio. C'era quel "ce la farò, sono sicura" che mi si strozzava in gola e tutto sembrava talmente moscio che avevo solo voglia di piangere. Nemmeno a riscriverla in inglese avrebbe funzionato.

E io sognavo il palco, la musica, le luci ma forse non ero sicura per niente a dispetto di qualsiasi aspettativa avessi creato nella mia mente e in quella degli altri. 
Quarta a un concorso invisibile, tempo e liti furibonde, e mamma non capiva che cantavo più volentieri le canzoni degli altri concorrenti, e quel fidanzato psicopatico che avevo mi tormentava ogni giorno per paura che spiccassi il volo. Ma quale volo?

Avevo esordito che nemmeno avevo diciassette anni, la voce potente ma acerba e nessuna preparazione. «Sì, brava ma non abbastanza matura,» mi aveva fatto il prezzo mio padre. E come mai avrei potuto esserlo se non ci provavo neanche?
Ma poi, provarci significava fare playback con la voce di un'altra donna truccata quasi al suo stesso modo per sostituirla a un capodanno idiota? Significava diventare marionetta? Significava perdere la fiamma?

Poi, ancora, è successo qualcosa nella mia testa e piano piano ho rifiutato tutto. Serate, spettacoli, inviti. Urlavo dentro ma non avrei più cantato. Volevo solo spegnermi e non sognare più. Non ho più saputo usare la voce.
E ne ho, ne ho ancora.

Ma non potevo. Non è la mia cosa. Non il mio talento. Però ancora sogno.
Io sto bene quando sparisco, quando non mi guarda nessuno. Sono un topo.
Un'ombra, un alito di vento nella furia prima del temporale.
Dovevo esserlo, il temporale. La mia occasione mancata numero uno: lasciarmi esplodere.

Essere.

19.8.22

Sorellanze

 Ultimamente mi hanno fatto notare che non parlo mai di mia sorella. Ho promesso a un amico che avrei scritto un post ed è ora di farlo.

Sono figlia unica, in un certo senso. Lo sono per nascita e credo anche per carattere ma da un certo punto della mia vita in poi sono diventata improvvisamente (e in un caso lo sono ancora) una sorella.

La persona che chiamo "mia sorella" è la ragazza che mia mamma ha avuto in affidamento quando io ero in seconda o terza media. Lei è rimasta con noi anche dopo la maggiore età e in un certo qual senso siamo cresciute insieme. Il nostro rapporto non è mai stato facile, come non era stata facile la sua vita prima di incontrare la bizzarra famiglia della sottoscritta. 

Quello che in pochi sanno è che prima di lei c'è stata una "quasi sorella" che non abbiamo fatto in tempo ad aiutare. Arrivata dalle suore presso cui andavo a scuola dopo aver cambiato mille istituti, probabilmente figlia di una prostituta e con un fratello più grande, L aveva capelli scuri e mossi e occhi verdissimi, la voce roca e un fisico massiccio. Il suo viso ricordava quello di Madonna (Luoiseveronicamente parlando), compresa la fessura tra gli incisivi (diastema, il termine tecnico) e il comportamento eccessivo. 


L era possessiva nei miei confronti e quando c'erano altre persone non mi mollava un attimo mentre quando stavamo insieme a casa mia c'era più di un'affinità tra noi. Era piacevole parlare, lei aveva visto molte cose che non avevo visto io ed era fin troppo smaliziata per reggere dalle suore. Ricordo che non è rimasta nemmeno un anno, cacciata dall'istituto come da quelli precedenti senza possibilità di appello. Con mia madre siamo anche andate a trovarla nel nuovo istituto, insistendo non poco (che essendo tutto tranne che parenti non avevamo mica diritto di vederla) e so che se solo avesse potuto mia madre l'avrebbe aiutata ancora. Le avevamo promesso di tornare ma poi ci avevano detto che l'avrebbero spostata di nuovo e non abbiamo più saputo niente di lei. A pensarci ancora oggi mi viene da sorridere al pensiero dei suoi racconti e mi sento triste al pensiero che l'abbiamo come abbandonata dopo che lei ci si era aggrappata con tutta la sua irruenza. L probabilmente è la sorella che avrei voluto in realtà, anche se con il suo carattere aggressivo mi aveva creato non pochi problemi con le compagne, come se già non avessi fatto difficoltà a sopravvivere lì. 

La sorella che mi è "rimasta", invece, era uno scricciolo di ragazzina che voleva una madre che non aveva mai sentito vicina e che vedeva in me un ostacolo. Una specie di furetto che sopravvive per puro istinto a qualsiasi schianto della vita - non senza ripercussioni comunque - e che per non affogare è capace di tirare a fondo gli altri pur non facendolo con cattiveria. 

Non siamo mai andate d'accordo, anche se spesso ci siamo coperte a vicenda quando c'era da rientrare tardi, un tantino brille o dopo averne combinata una. Negli anni, però, il suo atteggiamento nei miei confronti si è inasprito con manifestazioni di cattiveria che a volte ho anche ricambiato - non sono una santa - ma che alla lunga hanno rovinato qualsiasi rapporto potessimo avere. Oltre tutto era testarda e pasticciona e anche se mi ha sempre accusata di non essere in grado a sopravvivere senza l'aiuto di qualcuno alla fine è sempre stata lei a mettersi in casini sempre più grandi senza accettare un consiglio utile da nessuno e finendo come molti "figli fragili" con l'essere quella che chiedeva costantemente denaro e non si rimetteva mai in pari.

Fatto sta che ho lasciato andare anche lei e che ogni tanto mi sento in colpa per aver abbandonato entrambe al loro destino, intenzionalmente o meno. È che certe volte funziona così, la vita. Ci si trova, ci si perde, ci si lascia. A volte ci si ritrova e spesso no. Inevitabile. 

Che poi spesso accade tra sorelle e fratelli di sangue di perdersi di vista e basta, di chiudere rapporti e non volerne più sapere. Però...

22.5.22

Rumori di fondo


Sono cresciuta guardando Torino dall'alto.

Non è un vanto, forse nemmeno una fortuna. Ognuno ha le proprie origini e ciascuno di noi deve farci i conti in qualche modo, distanziandosi quanto più è possibile per poi tornare in qualche modo a casa. Non la stessa, probabilmente, perché il viaggio che facciamo è unico e irreversibile.


Facciamo tanti sforzi, a volte, per allontanarci dalle nostre radici. Mia madre ha certo sofferto le sue, tentando per tutta la vita di scrollarsele di dosso per poi ricaderci dentro suo malgrado, ogni volta un pochino di meno ma comunque facendolo. I limiti di una donna nata in un periodo non semplice, in una famiglia "bene" di cui mal sopportava le regole e le apparenze, con il suo ambiente in qualche modo stimolante e ostile. Si è ribellata, poi ha chinato la testa, poi ha cercato di dimostrare al mondo che era in grado di sostenere le sue convinzioni a ogni costo. Così ha passato la vita a faticare - chissà poi se inutilmente - e a mostrare a me come avrei dovuto vivere. Certo noi siamo sempre state diverse, io non ho mai amato né i limiti né la fatica e ho imparato forse tardi che non avrei mai potuto vivere come lei.

Ma sono nata lì. Con le mie due famiglie - materna e paterna - della Torino bene, con un prozio ambasciatore e una cugina di secondo grado baronessa (due nomi e quattro cognomi), con nonne educate a conversare in tre lingue diverse - magari del nulla ma in tre lingue - e l'ossessione per l'origine (lo status sociale). La villa in collina, le case al mare o in montagna, gli amici un pochino snob, le scuole private, la posizione futura, le vacanze all'estero, un "buon" matrimonio, natale con i tuoi, gli inviti obbligatori, il bon ton, una pacata reazione anche alle peggio cose, quel tantino di ipocrisia e formalità a pacchi. Poi, ovvio, tutto è svanito in un attimo e in una fideiussione firmata da un nonno prima ancora che io avessi il tempo di rendermi conto di ciò che avrei dovuto essere per restare nel mio personaggio. E allora l'attimo è diventato occasione per prendere le distanze volta per volta da tutto ciò che non sentivo mio, per crescere con sovrastrutture differenti, per sperimentare e conoscere altro da ciò che avrei dovuto.

Sono sempre stata "fuori posto" e finché ero giovane non mi rendevo conto di cosa fosse quel rumore di fondo che mi infastidiva sia quando frequentavo persone molto più simili alla mia famiglia, sia quando erano persone di tutt'altra estrazione sociale. Un sentirmi diversa che non mi legava mai a nessuno e che mi spingeva a essere curiosa di trovare finalmente un posto mio. Uno in cui non mi si chiedesse di fingere o di sminuirmi. In cui essere libera.

Non è stato uno choc comprendere che il motivo di tanta distanza era lo sradicamento.

Perché a tutto puoi mentire tranne che al sangue e sebbene io sia totalmente diversa dalla persona che avrei dovuto essere non posso dire che questo sangue non abbia casa in questo corpo. E non mi concede tregua, perché se è vero che sono abituata a non giudicare e ad ammirare ciò che è diverso da me è vero anche che poi possono entrare nel mio cuore le persone che un minimo del mio background ce l'hanno. Non perché possano capirmi meglio - non capita spesso una vera e profonda comunione - ma perché io sono una maledetta snob. Perché in fondo mi sento una lontana parente di quella che dovevo diventare e forse sotto sotto intorno ai novant'anni lo diventerò.

Intanto continuo a ridere in chiesa, a detestare le formalità, a contestare le regole altrui, a cercare di vivere per quello che sono anche se mi complica la vita. Continuo a credere in cose un po' troppo "hippy" o estreme e mai nelle presunte verità altrui. Continuo a vedere il mondo con occhi diversi anche se meno curiosi di un tempo. Comprendo le parole di Roy Batty perché dentro di me sono anziana e stanca di combattere per dimostrare che ho ragione - ma poi sarà importante?

Mi siedo coi vecchi alle riunioni di famiglia, troppo stanca per unirmi ai giovani in piscina.

18.11.16

Nebbia


Ci sono punti, nel nulla, che non ricordavo. È da tanto che non viaggio in treno. Mi ero dimenticata delle distese velate dell’inverno. Quei colori appassiti, il gelo sugli arbusti che costeggiano i binari. Gli strati sovrapposti di alberi sempre più sbiaditi.


Un tempo era il mio mondo, un paio di ore al giorno. Diverso, sì, ma sempre uguale.
La ultima volta che ho raggiunto Modena in treno ero quasi bambina, quasi adulta. Andavo a trovare mio padre, che allora ci viveva. Il “Treccia Bianca” non lo avevano ancora inventato e la giornata mi era sembrata lunghissima tra una stazione e l’altra. Potevo contare solo su un piccolo walkman, un paio di nastri nella borsa. Bagaglio leggero, anche allora.

In quel viaggio, come forse accade a ogni viaggio che si fa da soli, mi era sembrato di ricominciare. Cosa, non saprei. In definitiva la mia vita era un disastro. Avevo smesso di ballare, il mio unico sogno, avevo lasciato un fidanzato psicopatico, speravo di essere uscita da un tunnel da cui, invece, non ero uscita. Perché le cose non sono mai come sembrano.
Mio fratello era piccolo, ricordo di aver scritto poesie mentre lui dormiva nella stanza accanto alla mia, sentendo il suo respiro nel silenzio della notte fuori città. Avevamo girato il centro a piedi, era freddo anche allora, e in un negozio lì avevo comprato una gonna pantalone che ho amato per anni e una casacca tutta bottoni e sonagli che mi ha accompagnata in decine di serate in discoteca.

Anche allora avevo indosso degli stivali. Erano i “camperos” di Mara, neri e a punta leggermente squadrata. Li aveva lasciati a casa mia, li ho usati – come il suo pigiama e altri capi, come lei ha tenuto e usato i miei – per almeno un anno prima di incontrarla ancora. Usavamo così, tra noi. Non c’era un gran concetto di proprietà; ci si scambiava un po’ tutto. A volte troppo. Ma con le amiche si fa così.

È buffo come la nebbia stimoli i pensieri. Forse l’assenza di cose “vere” da guardare induce ad approfondire altrove. Ombre di case e alberi, cavi che corrono e si perdono nel vuoto. Dettagli più nitidi che richiamano a uno squallore tutto umano. Cartacce, rifiuti, bidoni, tutto dove esistono insediamenti umani è più triste ancora della nebbia.

Questa volta sono qui per altri motivi. La danza c’entra ancora. Non del tutto mia, o almeno solo in parte. Io vengo a imparare e a guardare Valentina. Che è così simile a quel che ero, che potevo essere un tempo, che non mi sono data il modo di diventare. Bella e fragile, in quel senso buono degli artisti, perfezionista e insicura. Perché alla fine se si vuole la perfezione non si può  essere sicuri. Non c’è mai quella certezza. E se c’è, è spavalderia bella e buona. Ma non è il suo caso.

E sono ancora io, nella nebbia, persa tra un ricordo e un rimpianto. Come se dopo questo viaggio in treno cambiasse la vita, come allora, mentre invece non cambia – se non impercettibilmente, se non come deve essere, col tempo suo – non ricomincia. Va solo avanti. Dritta sui suoi binari.
Biglietto pagato, ci si siede e si guarda fuori. Fino alla meta.

12.11.16

Abbracci

Giovanni si avvicina: stiamo scherzando sotto ai portici insieme a tutti gli altri.
Siamo nell'inverno del 1989, ho addosso la mia giacca viola e nera, fa freddo. A Pinerolo, poi, siamo quasi in montagna.
Giocando, Giovanni infila una mano nella tasca del mio giubbotto per prendere la mia.
Non so perché, ma reagisco malissimo. Lui non capisce, io non capisco. Il mio fidanzato dell'epoca nemmeno, ma non ha mai capito granché. Non se non gli serviva per ferirmi.
Si limita a sorridere, felice che la sua ragazza "metta a posto" un amico.

http://www.marcochiuchiarelli.com/

Non ci ho fatto caso a lungo.
Però oggi so che tendo a mantenere una distanza fisica tra me e gli altri, soprattutto se non sono persone che hanno con me un rapporto "fisico" - dove per fisico intendo persone che per motivi vari hanno bisogno di un contatto più ravvicinato, per esempio le compagne di pole dance con cui siamo abituate ad aiutarci a vicenda - o affettivo. Non mi lascio abbracciare, o toccare, volentieri.

A meno che non sia un certo modo di toccare o abbracciare tipico degli ambienti sportivi. Sono cresciuta tra ballerini e di certo il contatto fisico in questo caso non l'ho mai percepito come invasivo.
Invece, per il resto, e ci faccio caso da poco, la prossimità fisica mi infastidisce.
Forse perché prima non frequentavo molta gente, chiusa nel mio bozzolo a scrivere e a infarcirmi di telefilm; forse perché ora la mia vita si sta aprendo e il contatto è necessario.
In ogni caso mi lascio avvicinare da poche persone.
E ora credo di sapere perché, ma non è il momento di pensarci.
Solo, quanto arrivano in profondità certe cose...
Per quanto si elabori, è sempre uno scoprire un tassello in più della stessa storia: la tua.

14.3.15

Lezioni

Sono arrivata a studiare danza in ritardo, per vari motivi che ho spiegato nel tempo. Ero in seconda media quando ho capito che volevo quello. Robusta, goffa, poco dotata. Innamorata.
Era il mio sogno e, per lungo tempo, è stato il mio unico sfogo. La fuga dalla realtà e la sola maniera che avevo per consumare la rabbia e l'energia che mi bruciavano dentro.
Alla fine delle medie ho scelto di seguire la mia passione e mi sono iscritta a un corso "professionale": lezioni quasi ogni giorno e non solo di classica. Il maestro Cantello mi guardava trotterellare dietro alle altre nel tentativo di mettermi in pari, doppie lezioni di classica - una con l'intermedio e una con l'avanzato - buffi tentativi di danza moderna e l'amore istantaneo per il jazz.

Proprio dalla danza jazz mi arrivò uno smacco clamoroso, dopo qualche mese passato a massacrarmi di esercizi per non sembrare completamente fuori luogo. Origliare casualmente la conversazione tra il coreografo jazz Tony Lardge, poi diventato il MIO maestro, e la direttrice della scuola mi procurò un gran mal di fegato. Lui stava dicendo che non mi voleva nel saggio di fine anno con le altre ragazze. Non ero all'altezza, non ero brava abbastanza, lo avrebbero visto tutti.
Abituata alla logica di "io pago, quindi ho diritto a fare il saggio" me la sono presa tantissimo per quella insindacabile esclusione. Con tutti gli sforzi che avevo fatto, come poteva umiliarmi così?
L'anno successivo ero molto arrabbiata con Tony, ma fare quel secondo anno con lui - e tutti quelli che sono venuti dopo, sfociati in una proposta che non avrei dovuto rifiutare - mi ha insegnato che aveva ragione e che non avrei mai più dubitato di lui.
Davvero, il primo anno non ero in grado. Avevo già fatto molto, ma non abbastanza. Nessun saggio avrebbe potuto farmi "brillare" più del dovuto. Ho imparato che non basta volere una cosa, che bisogna lavorare e se una volta non basta bisogna riprovare. Due, tre, quattro, dieci. Mille volte. Sempre cercando un qualcosa di più, sempre dando il massimo. Le gratificazioni facili non mi avrebbero resa una ballerina migliore.
Le gratificazioni facili non rendono una persona migliore.
Solo quello che si guadagna davvero fa crescere. Il che non significa ammazzarsi o sacrificarsi in modo insensato. Significa semplicemente lavorare. Se non sul corpo, sulla parola, sulla mente, sul cuore.
Se il lavoro lo fai, prima o poi i risultati arrivano.
Poi magari decidi che non era così importante, perché anche questo capita. Ma almeno hai la soddisfazione di esserci riuscita con il tuo impegno, solo con quello.
Questa, insieme ad altre, è stata una delle lezioni di Tony Lardge. Che ora sta in Austria e si occupa di progetti meravigliosi...

24.1.15

Il prezzo da pagare

Poi, di colpo, mi viene in mente che dormivamo nella stireria.
Mamma e io, in casa dei nonni. La casa dove abbiamo vissuto quando ero piccola, prima delle elementari. Un appartamento al secondo piano in via Collegno, con il salone con bow window e un enorme lampadario con gocce di cristallo. In quella casa c'era la stanza della bisnonna, ricca di velluti e di piccoli animali di ceramica o vetro. I miei nonni avevano la loro camera, grande e comoda. Poi c'era lo studio del nonno, in cui credo di non essere mai entrata. Il salone, la cucina e il bagno.
E la stireria.
Pareti bianche, un letto singolo con secondo letto estraibile in metallo rosso, un armadio bianco e il tavolo da stiro. Niente altro. Non un oggetto, un quadro, un mobile, che segnalasse che quella era camera nostra. Nemmeno la stanza degli ospiti, perché in quella stanza il tavolo da stiro era sempre pronto e non la si poteva scambiare per altro.
Non ci avevo pensato fino a stamattina.
Non sto a dire quanto tempo è passato, non è difficile da immaginare. Pensavo a quanto la famiglia sia un "posto" particolare in ognuno di noi. Quante cose, anche piccole, ci sfuggono o ci sono sfuggite.
Non ho mai fatto caso al luogo in cui dormivamo. Pensavo alla casa che abbiamo poi avuto in via Peyron e ai colori accesi alle pareti, ai quadri, agli oggetti, ai libri. Era "casa nostra" per davvero.
E pensavo ai silenzi di mia madre e al suo non parlarmi della famiglia. Poche cose, tutte riguardo al suo spirito ribelle. Poche cose, molto dolore. Lei che scappava dalla finestra per andare a ballare, lei che lavorava in pasticceria per infastidire i suoi coetanei della "Torino bene", lei che si era innamorata di un artista, lei che con una figlia se ne era tornata a casa dei suoi. Il massimo sfregio, credo.
Quello che ci ha confinate in stireria, almeno per un po', fino a quando il prezzo non è stato pagato.

23.9.14

Come non ho iniziato a danzare


Stavo guardando la televisione, ai tempi di via Peyron.
I pattinatori scivolavano sul ghiaccio con i loro costumi impreziositi di paillettes e trasparenze sublimi che svolazzavano pieni d'aria. Era quello che volevo dalla vita: scivolare leggera e vedere i vestiti volare.
Ché io, leggera, non lo ero. Di dentro, più che di fuori.
Ma a quel tempo le scuole di pattinaggio non erano tante e nemmeno alla portata di una donna sola che lavorava per mantenersi con la figlia seienne. C'era la danza, quella classica, che mi avrebbe anche fatta entrare in un ambiente consono alla mia "provenienza". E c'era la scuola. Quella seria, col pianista.
Quella a cui mamma mi ha iscritta. Tutto il mio abbigliamento rosa confetto, meglio noto come rosa Porselli in quanto tonalità che da sola definisce la danza.
E io avevo paura di andare, perché non ho mai socializzato bene e perché quel rigore mi disturbava. La donna col bastone, quella di cui parla anche "Contraddanza" di Chiara Simonetti, quelle bimbe tutte uguali, la classe cupa, sbarra e specchi... Non mi faceva sentire bene, ma per mia madre l'avrei superata quella paura. Con lei accanto, o per farle un piacere. Ancora non lo so.
Ma il primo giorno ad accompagnarmi era mio padre e non sono entrata.
Non ci sono riuscita. Non per paura, non credo.
Io volevo farlo con mia madre, non con lui, quel passo. Come altre volte ho voluto fare o fare da sola.
Perché a volte è importante quello che fai, altre volte è importante come lo fai, altre ancora chi hai o vuoi con te mentre lo fai. Ci sono prove per cui non c'è la compagnia giusta, prove per cui se non c'è esattamente la persona di cui abbiamo bisogno siamo sicuri di non farcela; prove per cui occorre andare soli, anche.
Ci sono mostri a forma di signora col bastone a cui occorre fare una pernacchia.
Ci sono tanti momenti nella vita in cui la persona giusta a fianco aiuta a spernacchiare meglio.
E c'è il mio carattere di cacca. Il mio rivalermi contro il mondo anche quando questo significa togliere a me stessa delle possibilità. Per principio, anche, che è una cosa stupida.
Volevo il mio feticcio, il mio acchiappasogni, e non sono andata a fare una cosa per cui anni dopo ho dovuto sputare sangue a imparare, tardi.
Ma ho la testa che ho, e non è cambiata di molto.

14.6.14

Mondiali

Stasera pensavo al mio rapporto con il calcio e con quella porzione di calcio che spesso mette d'accordo tutti, almeno per breve tempo.
Io ho memoria solo di due mondiali, e temo di averne persi tanti e tanti vivendoli senza alcun interesse.
Il 1982...
Una sera, in giardino in collina. Il buio che si fa strada sostituendosi al giorno. Non so chi gioca contro l'Italia, non mi interessa. Ho 13 anni e preferisco guardare il cielo stellato d'estate e le luci della città là sotto...
Seduta su prato appena umido, le gambe raccolte al petto, osservo i gialli, i rossi e i bianchi che mi brillano davanti in quella distesa piatta costellata di luce artificiale. Torino è magnifica.
C'è un silenzio innaturale tutto intorno. L'estate porta inevitabilmente un vociare che rimbalza lungo la collina, cosa che in questa serata non si sente... C'è attesa. La quiete prima del boato. All'unisono, un grido. E di nuovo attesa, poco dopo. E ancora...
L'immagine resta incisa nella memoria, senza un senso preciso di appartenenza o di orgoglio. No, immagine di quiete e di una gioia non mia, passeggera, mentre contemplo la notte.
Il 1990...
Altra storia. Mondiali in casa, sogni crollati e una storia che non ha ali. Noi, dopo la partita, la città piena di gente in festa. Bandiere, schiamazzi, spintoni. Eccessi di vita che non comprendo e che mi lasciano indifferente, con la mia sofferenza che preme insolente su ogni ferita vecchia e nuova. Non sono felice e non lo sarò a lungo. Ma soprattutto non quella notte, non per le bandiere che mi sventolano davanti e non per l'uomo che mi stringe la mano - che mi perdoni, non l'ho mai amato - non per la vita che mi si prospetta.
Eppure andiamo, vagando, la città con noi. In attesa di un treno per il mare, all'alba. Per addormentarsi su di una spiaggia in Liguria, sotto al sole, coperti con gli asciugamani per non bruciare...
E niente, nessuna emozione. Solo queste bandiere al vento e il vociare forte. Solo il vuoto senza fondo che mi divorava dentro. Il pensiero di non valere niente e di non meritare gioia.
E la gioia che osserva da lontano aspettando un cenno.
Oggi...
Non me ne importa niente dei campi di calcio. Mi perdo in un abbraccio e nel guardare fuori il panorama. E la gioia è lì, sottopelle, in attesa di esplodere forte. Ma c'è...

7.5.14

Briciole



L'idiota alla radio dice "piccole dita appiccicose".
Normalmente una frase del genere non mi provocherebbe alcuna commozione.
Invece oggi rivedo manine, le mie, paffutelle e agitose davanti al mio naso. (sì, ho scritto "agitose" e l'ho fatto apposta)
Manine sporche di cibo; conoscendomi, qualcosa di dolce.
E, più avanti, vedo un libro aperto. Forse il mio amato "Guerre Stellari", o un Asimov, o i fumetti di Asterix. Immersa nella lettura tanto da non sentire nemmeno più l'esistenza del mondo circostante, spesso mangiavo con il libro in mano anche prima dei 10 anni.
La colazione preparata dalla nonna, che sarà pure stata una ex alcolista ma che con me ci ha saputo fare: pane, burro e zucchero.
E libri che ancora ne portano il profumo, aprendoli.
E giorni e notti a inseguire storie, dopo che la nonna e mamma me ne hanno svelato il fascino. A leggere tutto quello che trovavo per casa, senza che ci fosse un limite alla mia fame. Da "Radici" a "La laguna azzurra", da "Christiana F." a "Paul et Virginie", da "Playboy" a "Il figlio di Tarzan", da "Tex" a "Nella foresta dei gorilla giganti". Nessuno a dirmi no. Leggevo l'enciclopedia, il dizionario e le scatole dei Frosties. Le confezioni dei detersivi, le istruzioni dell'Ape del giardiniere.
E libri di magia nera, e manuali Wiccan degli albori. E troppe domande ma anche troppe risposte, troppo presto.
Poi ho smesso. Di leggere, soprattutto. Fino a venti, forse ventuno anni. Se non fosse stato per Stephen King e "Pet Sematary", e "It", forse non avrei ripreso. Troppa vita.
Troppe cose sfuggite via come i granelli di zucchero profumati di burro che ho poi trovato nei ricordi, sfogliandomi come un libro per capire chi ero diventata.
Piccole dita appiccicose.
Le briciole minuscole e infinite che ci lasciamo dietro. Quelle che un giorno ci fanno ritrovare la strada di casa, come le pagine di una buona storia, come le parole ascoltate prendendo sonno.
E la voglia di risentire quel profumo, ancora. Come una carezza.

12.11.13

Poi

Poi c'era quella giovane coppia, in montagna.
Senza figli, carini, gentili. Entrambi trentenni, o giù di lì.
Sono stati accolti come fossero mascotte, dolce e tenera coppia. Lei aveva i capelli mossi, grano bruciato. Grandi occhi espressivi, ma labbra sottili. Mani nervose, abiti aderenti e vaporosi allo stesso tempo.
Lui era alto, con i capelli neri.
Gli piaceva giocare con noi, con i bambini del condominio. E a noi piaceva lui. Come fosse uno di noi. Si faceva la guerra all'altro condominio, si passeggiava; a turno poi ci faceva guidare l'auto seduti sulle sue gambe. E a noi piaceva.
Oh, come ridevamo. E battevamo le mani, ridendo e cantando.
Poi non c'erano più.
E una sera, a casa di lei, le lacrime silenziose e il bisbigliare, e qualcosa nell'aria.
Ce li siamo scordati, o abbiamo finto.
Ma qualcosa è successo e a chiudere gli occhi lo abbiam perso per sempre.
E ora non c'è più.
O c'è più di prima, per contrappasso.
Quel che non appare scivola sotto alla superficie.
Non so.
Ma ricordo di aver tolto le mani dal volante.

10.11.13

Case passate

Un tempo vivevo qui. Secondo piano, dalla pianta all'angolo e poco più in là. Non a lungo, prima di trasferirci a Milano. Era l'alloggio dei nonni, con bisnonna inclusa. Mamma e io dormivamo nella stireria, un letto singolo con altro singolo estraibile. Senza cose nostre. La finestra tra i due balconi.
Non è stato un brutto periodo, tutto sommato. Escluso l'asilo, s'intende. Ma è durato poco.
Periodo di tante cose da imparare, di Caroselli guardati prima di andare a nanna, di colori a olio e pennelli, e tele.
Periodo di pastiglie di zucchero colorate e di tavolette di cioccolata con l'orso, di carbone di zucchero a carnevale, di costumi da Minnie e adesivi dei formaggini Mio.
Poi Milano, anche lì non siamo rimaste tanto, per fortuna. E nemmeno una foto.

8.11.13

Nino

Nino era arrivato in macchina dalla Spagna, senza fermarsi, per vederla ancora una volta. Sentendo l'auto che si fermava davanti al cancello metallico dipinto di verde, mi ero avvicinata e l'avevo aperto. Non ero così sorpresa di vederlo, nonostante fossero passati almeno otto anni dall'ultima volta. Avevo, anzi, pensato a lui giusto qualche giorno prima, domandandomi che fine avesse fatto. Lui e suo figlio. Lui e i nostri progetti.
Nino era sceso dall'auto, scalzo. Indossava pantaloni con i tasconi color sabbia, e una casacca verde militare; la barba da fare sul suo viso a sessant'anni suonati. Aveva ancora il fascino di un tempo, un po' stropicciato e caldo. Come solo un artista può essere.
Era venuto per lei e lei era uscita, quando le ho detto chi c'era. Ma non l'aveva invitato a entrare e anche lui non aveva insistito. Era stanco.
Triste e umiliato, ancora.
A sedici anni, coi miei 50 kg, con gli usurai alle porte e i debiti non miei sulle spalle, non ho chiesto. Non chiedevo mai, all'epoca. Ma avrei dovuto.
Cos'era successo? Che era stato del loro amore? Perché mia madre non è rimasta con lui? Perché non mi ha portata via?
Nino era stato il suo primo amore, ma non era bastato tutto quello che avevano lottato insieme a farli diventare "uno".
Nino era stato importante anche per me. E ho continuato a chiedermi, tardi, perché?
Per ritrovare il sapore di queste parole provate a leggere "La stanza", uno dei racconti gratuiti nella pagina qui accanto...

5.9.13

La casa violata

Sotto casa manca l'auto, ma lo sapevamo. Flavia ce lo ha detto al telefono quando ancora eravamo a Dusseldorf. Arriviamo preparati, almeno in teoria.
Un pacco di biscotti del mulino bianco giace svuotato accanto alla porta del piano terra. Non c'è voluto molto per convincere Ringo a chiudere un occhio; d'altra parte non è mai stato esattamente un cane da guardia. E, come si può immaginare, ognuno ha il suo prezzo. Quattro etti di biscotti, 30 denari, non cambia. Non manca nulla in quella zona della casa, certo non me li vedo i ladri che si portano via le scorte di passata di pomodoro o il pane secco per la pappa del cane. O i panni da stirare, anche.
Il vetro della porta finestra in cucina è ancora rotto. Sono passati da lì, andando a colpo sicuro a recidere i cavi dell'antifurto direttamente nel suo loculo nascosto. Sapevano dove trovarlo, così come sapevano cosa portare via. Mancano solo gli oggetti di valore, due quadri, una statuina d'avorio, qualche gioiello, un orologio da tavola antico e la sua copertura di vetro a campana. Oggetti sparsi che sono stati selezionati, caricati in auto e portati via.
Tutto in breve tempo. Senza particolari sfregi tranne un disordine non familiare e l'odore di estranei nelle stanze. Perché l'odore io lo sento. Una invasione sgradevole.
Penso a cosa possono aver fatto mentre non c'eravamo. Penso alle mani nei cassetti alla ricerca di qualche nascondiglio prevedibile. Le mani nella nostra biancheria, sulle nostre maniglie, sulla superficie di ogni mobile. Ancora non immagino cose peggiori, più intime. Non ne ho l'età.
Non hanno trovato l'argenteria, quella che la nonna aveva un tempo nascosto nell'armadio degli stracci sul balcone e che nessuno di noi ha mai spostato (segno, tra l'altro, di quanto sia utile per noi l'argenteria in generale) e che quindi ci resta.
Il poliziotto in borghese che ci fa le domande è giovane e di bell'aspetto. Comincio a farci caso, almeno quello, senza malizia. Noi i sospetti li abbiamo, ma non possiamo dire molto perché non ci sono prove. Quindi facciamo nomi, indicando chi ha installato l'antifurto o l'assicuratore che ha le schede di ogni oggetto mancante e torniamo alla nostra vita di sempre.
Non ho paura, comunque. So che non torneranno. Sono arrabbiata per gli orecchini di oro e acquamarina che non ho più. Accetto ciò che capita con calma quasi innaturale.
Non posso fare altro, non ho mai potuto e non potrò in futuro. E non mi importa, se non per quel singolo paio di orecchini. Gli oggetti vanno e vengono, le auto pure. Ringo è ancora vivo e la casa non ha subito danni gravi. Alla fine resta solo la sgradevole sensazione che qualcuno abbia vissuto ore in casa mia, tra le mie cose senza permesso. Anche se ho solo undici anni a queste cose ci tengo.
Molto.

16.8.13

Melia

Allargo le braccia alla luna piena, lasciando per un attimo il mio appiglio.
In questo vagare estivo non sento altro che il motore della vespa perdersi nel nulla che abbiamo attorno. Tra un lampione e l'altro solo buio, non un'anima. Tranne il mais, la melia come la chiamano qui.
C'è quasi ovunque, lungo la strada, a campi alternati. Alta e fitta nei filari stretti. Quando ce la troviamo su entrambi i lati, l'aria si raffredda e torno a stringere il mio corpo contro quello del giovane centauro che mi accompagna. Il calore lo sento emanare attraverso la camicia sottile, così come il ventre asciutto e teso accoglie attorno a sé le mie braccia.
Poi, come a concederci un attimo di tregua, un prato a destra ci ridona calore, con la sua nebbia bassa che sembra uscita da un film dell'orrore. Se fosse questo a spaventarmi e non gli occhi verdi dell'uomo che ho davanti...
Lascio la presa, di poco. Il braccio sinistro resta dov'era, mentre appoggio la destra sul mio ginocchio. Chiudo gli occhi e mi lascio cullare dalle curve di questa strada nel niente. L'odore della terra mi sale alle narici. Dolce e pungente allo stesso tempo. Profumo di buono.
L'aria tra i capelli, le braccia nude, la notte.
E sedici anni, ancora.

17.7.13

Le piccole verità che recitiamo a memoria

Negli anni dell'adolescenza passavo nottate a guardare film in vhs, con mia sorella - la seconda in affido - accucciate sul divano di casa a vedere e rivedere i nostri cult.
A forza di farlo imparavamo non solo battute ma parti intere dei dialoghi, che poi ripetevamo fino all'esaurimento ridendo delle nostre stesse imitazioni.
Ricordo che uno dei pezzi forti di mia sorella era il monologo sulla morte recitato dal comico in "All That Jazz" di Bob Fosse. Non so perché le sia rimasto così impresso, anche se io stessa lo conoscevo quasi completamente non era la parte che ripetevo più spesso. Forse io ero presa dall'imparare le sequenze di ballo o semplicemente non mi piaceva l'idea di andare in giro per casa ripetendo:
"Sto morendo... Sto morendooo... I dottori si fanno i soldi e io sto morendo..."
Però tutto il pezzo m'è rimasto in mente. Anni di ripetizioni, si sa...
Il discorso della suddivisione in 5 fasi (Ira, Rifiuto; Mercato, Depressione e Accettazione) credo non riguardi la morte, o meglio che essa sia solo una parte del discorso. Credo che sia il "lutto" in tutte le sue accezioni ad avere queste fasi. Lutto come distacco da una persona amata anche a causa di una separazione, lutto come perdita di un qualcosa di significativo per la propria vita.
La teoria della dottoressa Kubler Ross si può applicare benissimo a una storia d'amore finita male.
Perché la rabbia c'è. E il rifiuto di credere che sia accaduto, il rifiuto della realtà; i tentativi di mercanteggiare un nuovo inizio, o di mantenere qualcosa di stabile nonostante tutto scivoli via. E la depressione segue a ruota. Pianti, apatia, tutto che sembra perdere senso. Per ultima l'accettazione. Il momento in cui dici: ok. Adesso si cambia.
Mi rendo conto che io ho vissuto più spesso queste fasi come lutto per un amore finito di quanto mi sia successo con la morte di mia madre. Forse perché in cuor mio sapevo già che sarebbe successo e non ho avuto bisogno di elaborare tutte le fasi. Diciamo che non ero arrabbiata e che non ho mai sperato di poterla salvare in qualche modo. Non avrei barattato un giorno in più di vita con lei se questo avesse voluto dire vederla soffrire. Sono stata male. Ho pianto e ho accettato che accadesse.
L'ho fatto con più facilità che per qualsiasi altro accadimento nella mia vita.
Quando abbiamo perso la casa dei nonni, per esempio. O quando gli usurai ci portavano via la vita un pezzo per volta. Quando non ne andava una nel veso giusto, quando mi legavo a persone che non meritavano la mia fiducia.
Quando ho amato e le cose non hanno funzionato. Ed è successo più di una volta. Alcune in modo irreparabile. Forse davvero a spaventarmi non è tanto l'idea della morte, quanto la vita. La vita con tutti i suoi imprevisti, con le aspettative deluse e con il dolore inevitabile che si prova.
La vita spaventa, come l'amore. Forse sono la stessa cosa.

11.6.13

Ci vuole un attimo per dirsi addio

Nel sogno, le parole di questa canzone si accompagnano a scene già viste di campi dorati e un albero, sulla cima di una collina.
Lui è morto da poco più di una settimana e ha lasciato qualcosa in sospeso, tra noi. Il sottile vaffanculo del suo suicidio mi ha colpita di sponda. Non era con me che ce l'aveva, non direttamente. Ma è su di me che la colpa è ricaduta. Era più comodo e io sicuramente la più adatta ad assorbire il colpo.
Inutile negarlo.
Io ci sono abituata. Fino ad allora avevo già perso di tutto, accollarmi la colpa di una morte non mi sarebbe stato di peso se non fosse stato per qualche amico in cui credevo. Loro non li ho perdonati. Troppo facile voltarmi le spalle e consolare genitori inconsolabili. Troppo facile lasciarmi sola a leccare ferite che non potevo guarire.
Un disagio, leggero, la colpa di non aver compreso prima. Poi basta. Si sopravvive, si vive.
Il periodo successivo mi ha attirato critiche feroci. Nessuno capiva la mia smania di vita che esagerava ogni azione e reazione. Nessuno capiva che la ferita c'era. Ma non era la morte di F. che l'aveva aperta.
"Ci vuole un attimo per dirsi addio." Niente di più vero.
A volte non c'è nemmeno bisogno che qualcuno muoia. A volte lo si dice e basta.
Ma non ci si nasconde, nel dirlo. Abbandonare qualcuno voltando le spalle è da vigliacchi più che uccidersi.
Uccidersi è solo inutile.
Oggi, ascoltando la canzone, mi sono tornate in mente mille e più cose. Si sopravvive a tutto. Vivere è differente. Ed è brutto vivere nascondendosi.

Ho camminato per le strade
col sole dei tuoi occhi
ci vuole un attimo per dirsi addio...spara
Che bella quiete sulle cime
mi freddi il cuore e l'anima
ci vuole un attimo x dirsi addio...
X questo troppo amore, per noi
e questo bel dolore
Ti prego no, ti prego lo sai!

Sogno, qualcosa di buono
che mi illumini il mondo
buono come te...
Che ho bisogno, di qualcosa di vero
che illumini il cielo
proprio come te!!!

Ho visto il sole nei tuoi occhi
calare nella sera
ci vuole un attimo x dirsi addio...spara

Che bella quiete sulle rive
mi freddi il cuore e l'anima
ci vuole un attimo x dirsi...addio!

Ma dove andranno i giorni e noi
le fughe e poi i ritorni
ti prego no, ti prego lo sai!



Siamo caduti in volo
Mio sole
siamo caduti in volo!

Siamo caduti in volo
Mio cielo
siamo caduti in volo!

Baby don't cry, baby don't cry
Baby don't cry, baby don't cry, baby don't cry

X questo amore immenso, x noi
e il gran dolore che sento
ti prego no, ti prego lo sai...

16.9.12

Beat it, no one wants to be defeated...

La ragazza dall'anima nera era soggiogata dalla luce dell'amica. Lei sembrava così forte, selvaggia e libera, così vera, che nulla reggeva il confronto. Era facile abbandonarsi alla risata dell'amica, sentirsi a casa e amata. Vedeva Taffy come una forza della natura, l'amica con cui condividere ogni cosa, quella che l'avrebbe salvata dai suoi demoni.
Era un bel pomeriggio, un caldo e soleggiato giorno di Giugno. Non che avessero il modo di vedere l'esterno, chiuse nel grande teatro della città ad aspettare l'ora del saggio mangiando patatine e schifezze sedute tra le prime file della platea. I capelli già legati e sistemati per lo spettacolo. Dovevano solo aspettare e lo facevano ridendo. Era il saggio di danza Jazz, quello meno impegnativo e più scatenato. Quello in cui avrebbero urlato in scena e finto di essere bad girls.
Aspettarono la chiamata, rientrarono dietro le quinte e si sistemarono al fondo del retropalco dopo essersi truccate pesantemente occhi e bocca. Laggiù, tra ballerine che riscaldavano i muscoli e ragazzi in attesa di entrare in scena, passarono in rassegna i posti liberi e scelsero di andare là dove era più pericoloso e divertente andare: accanto al motociclista che sarebbe entrato in scena con loro insieme alla sua custom rosso fuoco, bassa, lunga e pesante. Lui, un culturista con lunghi capelli neri e mossi, era amico di una compagna di corso. Una decina d'anni più vecchio di loro, non un vero biker se non per la moto che aveva con sé. Mentre aspettavano il loro turno, le due ragazze cominciarono a giocare con lui, flirtando in modo scherzoso e facendo battute più o meno pesanti per provocarlo. Lui sembrava frastornato e divertito.
A un tratto, la rapida e solare Taffy si lanciò incontro all'uomo baciandone le labbra con un gesto rapido, per non farsi fermare. L'uomo sorrise e per risposta si precipitò a baciare la ragazza dall'anima nera, che stava leggermente distante per lasciare spazio all'amica.
Un bacio a labbra chiuse, semplice e veloce. Una risposta al sole verso l'ombra.
Taffy si fece indietro ridendo. Poi ballarono. Gridarono e si azzuffarono in scena per lui. Ma per qualche bizzarro motivo lui aveva scelto l'anima nera che non lo avrebbe amato.
Sotto ai riflettori, i flash del fotografo bloccarono l'istante per sempre. La mente delle ragazze lo fecero diventare il loro "evento", la sera da ricordare per tutta la vita. Senza contare i baci rubati e scambiati dietro alle lunghe tende nere del teatro. Erano belle, giovani e vivaci. Avrebbero fatto del mondo il loro palcoscenico.
Forse...

9.8.12

Quel che resta

Stamattina camminavo con la belva canina per le vie qui intorno e sono passata, come capita spesso, davanti a due delle case in cui ho vissuto. La prima era l'alloggio dei miei nonni in via Collegno. Secondo piano, non troppo illuminata. Un palazzo vecchio e ben tenuto, comunque. Scuro, appena cupo come piace a me.
Poi sono passata dove abbiamo vissuto mamma e io, dopo il rientro da Milano. L'alloggio è in vendita. Non c'è scritto chiaramente, ma sono sicura. Le stanze coincidono, il piano e le arie pure. Mi è venuta nostalgia, tanto che stavo per chiedere al custode se fosse effettivamente quello l'alloggio e se avessi potuto fare un giro almeno nell'atrio. Facevo le elementari quando abitavo lì.
C'erano Antonio e Nino tornati dalla Spagna, c'era il cane Ringo, c'era la tata Flaviana e la sala enorme pitturata di arancio, il divano angolare bianco, la fratina in noce, lo scrittoio, piante, la cucina giallo paglierino e le stanze da letto verde pisello. C'era il mio letto in ferro smaltato, il balcone esposto al sole tutta la mattina, il bagno in cui cresceva il basilico, l'armadio a quattro ante su cui Nino aveva dipinto i volti dei personaggi di Guerre Stellari, la mia prima vera ossessione.
E c'era mia mamma, ancora forte prima delle disavventure che l'hanno piegata. Lei, con il nostro maggiolino verde oliva e i suoi viaggi in India, con le casse di oggetti in ottone che arrivavano da là con quell'odore particolare. C'era il magazzino a Leumann, c'era Daniele che aggiustava le cose, c'era un mondo di cui resta poco.
Qualche ricordo intenso. Qualche dolore sopito, qualche momento felice, qualche domanda che non avrà mai risposta. Perché di tempo non ce n'è più. Non è il momento per le domande, questo.
Oggi, adesso, è il momento di fare per me quello che non ho mai fatto. Costruirmi una felicità che sia mia.