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23.4.23

Sulla soglia dei 54

Non ho mai pensato di essere bella, non come avrei voluto essere comunque.

Per anni ho combattuto con i miei limiti, con le aspettative esagerate, con modelli irraggiungibili, con il corpo che "pesa", con il mio desiderio di essere vista e amata, con la tendenza alla dipendenza - cosa non rara in famiglia - e all'autodistruzione. Con la depressione e con l'ansia.

Con ferite mai del tutto curate, con l'arte di farmi scivolare addosso cose che in realtà finivano per peggiorare l'opinione già pessima che avevo di me. In parte. E l'orgoglio, la vanità, la rabbia di non poter desiderare, volere, ottenere.

«Ha bisogno di coccole, poverina.»

Non corrispondere mai, né a chi vorresti né a cosa vorrebbero gli altri: sentirsi alieni, sempre. Desiderare, lottare e allo stesso tempo non sentirsi adeguate, in grado di farcela. Sapere di avere delle qualità ma oscillare continuamente tra possibilità e impossibilità. Essere pietrificate dal terrore di non farcela, perché non farcela è la conferma di quel pensiero sottile che dice "non ce la puoi fare".

Credere sempre a chi ti sottostima, mai a chi crede in te, tanto da sospettare che dietro a ogni complimento ci sia un tentativo di "prenderti qualcosa". Il desiderio di rivalsa, forte. E la critica severa, per poi cadere nella superbia nei momenti "su".

Anni di alti e bassi, anni di voglia di morire per smettere di sentirmi così, anni di rancore folle che mi consumava dentro. E io che cercavo equilibrio e leggerezza. Che cercavo qualcuno di obbiettivo nei miei confronti - infatti appena ho potuto ho pagato una psichiatra - che mi aiutasse a capire chi sono e dove sbaglio sempre.

Perché è vero che sbaglio, probabilmente non nelle cose in cui temo di sbagliare ma la vita è un tantino beffarda con tutti noi, no?

«Ci credo che è stanca - ha detto una volta la psy - ha vissuto cose che normalmente non si vivono in tre vite "comuni".»

Ed è vero. Ho lottato con unghie e denti ogni volta che era necessario nonostante la mia "debolezza". Sono senza pelle sotto a una corazza di grasso. Eppure...

Non sono mai stata quello che volevo essere. A volte ci sono andata vicino, a volte ho mandato in vacca tutto quanto appena tornavano i pensieri oscuri. A volte mi sono punita per cose che non ho fatto. Non ho creduto in me fino in fondo, soprattutto perché non sapevo essere del tutto me stessa. Spesso non mi sono amata come avrei dovuto e non ho accettato l'amore degli altri perché non mi ritenevo degna, o sentivo il peso delle loro proiezioni. Non ho dimenticato chi mi ha ferito e porto dentro di me chi mi ha dato tanto. Sempre.

Ho tenuto dentro troppe cose: sensazioni, disagi, malesseri, sogni. Non volevo "disturbare", così mi hanno insegnato; mai disturbare gli adulti, e io bambina non ho mai smesso di sentirmi piccola di fronte alle esigenze o ai desideri altrui, tanto da cancellare ogni traccia di me pur di non farmi mandare a letto, come quando restavo nascosta sotto al mobile nel salotto dei miei nonni per poter vedere un po' di televisione in più oltre il mio orario.

Sono Laura, la sorellina piccola dei miei sogni. Quella che ha paura e ha bisogno di rassicurazioni.

Sono Luisa, la sorella di mezzo maniaca del controllo e giudice incontentabile.

Sono Clara, la sorella adolescente che ha dentro solo rabbia, tanto da bruciare.

Sono Paola e ancora la mia voce si sente poco, ma c'è.

E ora, sulla soglia dei 54, comincio a capire chi sono e quanta strada ho fatto anche perdendomi nell'oscurità. Certe volte mi trovo pure bella nonostante i segni dell'età che avanza. Certe volte so che ce la posso fare.

30.11.22

Di nuvole e silenzi

 


Di nuvole e silenzi

 mi sono nutrita, 

e di sussurri forti 

e di mani strette sulla pelle nuda. 

Di parole e sguardi, 

di ossessioni condivise, 

di continue ispirazioni. 

E ora viene la vita 

e non basta 

a colmare gli spazi; 

nel sottosuolo 

mi uccidono il cuore. 

Viene dicembre. 

La luce muore, 

poi ricomincia il mondo. 



Credo sia uno dei periodi più faticosi degli ultimi anni. Ho messo in discussione ogni aspetto della mia vita, perché non ero felice. L'ho fatto e continuo a farlo perché mi sento persa. Ho questa sensazione di aver perso la via una volta che ho perso il desiderio di danzare, come se - ed è terribilmente vero - dal movimento dipendesse ogni parte della mia vita.

Così, anche se con la scrittura sembrava che tutto procedesse ugualmente, a un certo punto mi sono trovata senza parole. Motivazione, interesse, ispirazione. Ho provato con tutti i miei espedienti ma non ho riscontrato alcun miglioramento.

Ma...

Una persona importante mi ha detto che scrivo meglio quando parlo di cose che fanno parte della mia esperienza - non necessariamente biografia, comunque.

Una persona saggia mi ha detto che quando sono in stallo è inutile insistere con quel progetto ed è molto meglio aprirne uno completamente nuovo. Almeno per un po'.

Una persona molto speciale mi ha detto di ricordarmi che valgo e che sono capace.

Quindi, ora che tutto quello che vorrei fare è stare a letto nel buio della stanza come un tempo oppure annebbiare la mente con decine di dvd in una sorta di "film therapy" volta a farmi piangere ogni lacrima che ho in corpo per sbarazzarmi di tutte queste emozioni orribili, ora che sento di non averne...

... ecco che con una matita e un post-it viola inizio a trovare parole.

Parole che non so se hanno un senso, parole che non ho idea se potranno mai diventare "qualcosa" o se resteranno sparse come mille altre. Ma sono parole che escono e che quindi mi fanno bene, ora che mi sento ancora sul fondo di un pozzo che impedisce al movimento di compiersi. 

E chissà, magari un giorno avrò anche voglia di accendere della musica e accennare un passo o due.


9.5.21

Ingrasso per legittima difesa

 Gli ultimi tre anni non sono stati semplici.

Ho fatto alcune scelte pur non avendo certezza alcuna di riuscire a farcela, ho avuto problemi di tendinite prima e di ernia del disco ora che mi hanno tenuta e mi tengono lontano dallo sport che amo, ho curato e perso un cane che amavo alla follia, ho lavorato molto stancandomi più del dovuto, ho passato due mesi da sola in casa  (salvo le uscite con il suddetto cane), ho fatto i conti con l'età che avanza, ho ridiscusso la natura di molti miei rapporti, ho continuato la psicoterapia. Ho preso farmaci, a volte ancora ne prendo. 

Mi sono resa conto di avere ripreso a mangiare "contro il mondo".

E sono ingrassata, tanto.

Non voglio farne un problema puramente estetico, anche se alla fine lo diventa comunque. Per quanto ci si astenga dal seguire mode e modelli assurdi, questi ci danzano davanti come il bimbo fantasma di Ally McBeal e non c'è modo di esserne completamente distanti. 



È un problema se per praticare il tuo sport devi sollevare il tuo peso con le braccia, o tenerti con l'interno di un gomito o di un ginocchio e i tuoi muscoli non sono allenati abbastanza per farlo. Diventa un problema se vuoi muoverti in un certo modo, come facevi anche solo tre anni fa, appunto.

Chi mi conosce sa che ho avuto problemi di oscillazione di peso fin dalla prima depressione. All'epoca frequentavo le medie e mi sentivo talmente distante dalle persone che avevo intorno che il vuoto che si era creato ha iniziato a fagocitare cibo senza un bisogno effettivo. La passione per la danza mi ha poi riportata senza il minimo sacrificio - e questo va detto, perché in quegli anni non mi sono mai sottoposta a diete né ho mai fatto un'ossessione del mio essere un pochino più rotonda degli altri - a essere normopeso e abbastanza carina. 

Dopo qualche anno, però, a seguito di altri eventi stressanti tra cui il fidanzato psicopatico del post precedente, nel momento in cui cadevo nella seconda crisi depressiva ho ricominciato a mangiare in modo scomposto. L'ho fatto - e ovviamente la terapia fatta in seguito mi è servita a capire - da una parte perché mi detestavo e dall'altra per sparire agli occhi del mondo. Per non essere più sexy, desiderabile, carina. Per non attirare attenzioni sgradite e per punirmi per essere stata così sciocca da pensare di avere un "potere" decisionale che non avevo. Per proteggermi, sostanzialmente.

Poi ancora un periodo di benessere, poi una terza crisi che mi ha portata oltre gli 85 kg. Con una fatica enorme e con l'aiuto della terapia, più avanti, ho perso di nuovo parte del peso e, una volta sistemata la fonte principale di stress del momento sono tornata a un peso che per la mia altezza era più che adeguato. Avevo sì alti e bassi ma sembrava tutto sotto controllo.

Poi di nuovo su. Nuove tensioni, altri problemi e nonostante lo sport praticato con costanza ho ripreso a ingrassare. Stavolta la dieta tentata non è servita a nulla e, anche se molto più lentamente di prima ho cominciato a lievitare. E non è che non mi rendessi conto della cosa, o del fatto che a ogni segnale di stress la prima reazione fosse di nuovo andare a mangiare qualcosa, solo che ho lasciato di nuovo che andasse così e lo so che sto solo cercando di sparire un'altra volta alla vista del mondo.



Quindi ingrasso per legittima difesa ma non ho ancora capito da chi o cosa mi difendo. Perché non credo sia il mondo il problema esattamente come mangiare non è la soluzione. E mi sento ancora indifesa se pur sapendo come funziona il meccanismo non riesco a togliermene. Perché non servirà fare l'ennesima dieta - che poi non funzionano mai come devono - e perdere peso se poi non smetto di ricascarci.

Solo che per una volta, e una volta per tutte, vorrei vincere io e avere il mio posto nel mondo senza pensare di dovermi difendere ancora - anche se dovrò difendermi in ogni caso. 

Vorrei smettere di aprire il frigo ogni volta che una frase mi fa sentire a disagio, ogni volta che devo reprimere un moto di rabbia, ogni volta che mi detesto perché non riesco a reagire. Vorrei smettere di sentirmi in difficoltà a dire no, di non pensare a chi sono e cosa voglio, di vedermi diversa da chi voglio essere. Vorrei smettere di nascondermi, di fare le stesse cose di un tempo, di sentirmi soffocare.

Di riempire i vuoti che non ci sono con cose che mi fanno male. Di lasciare che qualcosa crei vuoti inesistenti da riempire. 

18.1.21

Riflessioni sparse in un campo minato

 Prima di ogni altra cosa voglio dire che lo so che sono fortunata.

Ho una casa, innanzitutto. Ho la possibilità di contattare gli affetti tramite web e telefono, anche se vivo sola. Ho un lavoro che nonostante i due mesi di cassa integrazione della primavera scorsa - i cui soldi sono arrivati con la calma e la lentezza di un bradipo in letargo, posto che vadano in letargo ma rende bene l'idea - ha ripreso a girare non senza fatica. Quella che era stata la preoccupazione principale del primo periodo di chiusure forzate ha lasciato il posto ad altre, forse meno immediate ma non meno importanti. 

Io non ho mai sofferto la solitudine e non è esattamente solitudine quella che ho sentito. Certo, non poter vedere la dolce metà, non poter frequentare la scuola di pole, non avere la possibilità di trascorrere una serata con le amiche di sempre o gli "amici del sabato sera" alla lunga hanno pesato sul mio umore, ma almeno all'epoca ero abbastanza sicura che le cose sarebbero cambiate. Non speravo nemmeno che tornassero come prima, e se avete frequentato questo blog lo sapete, ma dopo aver avuto lo spazio e il tempo per pensare a come avrei voluto vivere  ero decisa a iniziare a farlo.

Invece no. Da una parte perché c'era l'ansia generale di dover recuperare tutto il tempo "perduto" che ci ha fatto correre - volenti o nolenti - ancor più di prima e non concedendoci in cambio niente più di ciò che avevamo; dall'altra perché si è fatta sempre più chiara l'idea che non era finita affatto e che prima o poi sarebbe stato il momento di richiudere ogni cosa. 

Così i progetti che alla prima volta avevo iniziato a mettere in moto si sono congelati. Io mi sono bloccata. Di nuovo, e peggio.

Ci sono persone che sono abituate a pianificare, a scrivere scalette e rispettarle, a decidere con largo anticipo tutto ciò che desiderano. Io sono istintiva, come artista - se mi passate il termine - non riesco a produrre molto se non vivo. Le cose che mi ispirano arrivano spesso da "fuori": da un sorriso rubato per strada a un gesto, a una voce o un tramonto intenso, ogni istante può suggerirmi le parole per il mio prossimo romanzo o uno spunto per una coreo di pole, o la linea per un disegno. Anche solo limitare il mio sguardo sul mondo mi toglie aria al cervello.

Ma c'è di più. 

Non sono mai stata una persona con progetti a lungo termine, con obiettivi e scadenze, non mi è mai piaciuto fare programmi: mi fa sentire ingabbiata in qualcosa - anche se non è vero - senza possibilità di uscirne. Non che lo sia diventata nell'ultimo anno, ma almeno prima c'erano miliardi di possibilità ogni giorno e questa cosa io non la sento più. 

È come se mi avessero tolto la possibilità di progettare. Di alzarmi con la motivazione per fare qualcosa in più che andare a lavorare e tornare a casa già stanca. Di immaginare, svegliandomi, che la sera a pole potrei tentare questa o quella figura, chiedendo a Nat di aiutarmi o aiutando qualcuna delle mie amiche a fare qualcosa. Di chiedere a Marisa se dopo lezione le va una birretta, o un panino. Di stare fuori dalla fermata della metro a cantare le sigle dei cartoni animati anni '80, anche se non abbiamo assolutamente più l'età. Non solo, è come se con tutto il resto compresa la motivazione a scrivere si fosse spenta in un grosso "a che pro?";  come non ci fosse più niente da dire, o da immaginare, se non un infinito ripetersi di settimane al lavoro e poi casa. Come se la vita fosse già tutta lì e non mi dovessi più aspettare altro. 

E per me, dicevo, va ancora di lusso. Perché più andiamo avanti e più sento amici e conoscenti che perdono speranza e passione, e voglia di lottare ancora, perché ora sembra tutto inutile. Tutto ciò che si è fatto finora nella speranza di costruire qualcosa e tutto ciò che si desiderava aggiungere a quel progetto di vita. Perché alcune persone hanno avuto il coraggio di lanciarsi, investire, faticare e indebitarsi nella certezza di poter fare qualcosa di davvero loro e ora tutto è fermo, tutto è in bilico, tutto rischia di crollare da un momento all'altro.

Come se vivessimo cristallizzati nel tempo, senza possibilità di "fare". Di vivere. 

Ecco, io mi spavento un po' quando mi sento così vuota dentro. Se non posso nemmeno immaginare un domani, oggi è un giorno sprecato. E pur avendo in mente tante storie da scrivere, pur avendo voglia di allenarmi, pur volendo ancora creare io mi fermo, lo sguardo fisso e il pensiero assente, e non riesco a smuovermi da qui. Come se mi avessero portato via il futuro, un boccone per volta. 

Lo dico con tutto il rispetto per chi sta peggio di me e chi mi conosce sa benissimo che non sono mai stata cieca o sorda alle sofferenze altrui; lo dico con rispetto perché leggo e ho letto le vostre storie, le vostre esperienze. Lo dico sapendo che ci sono state cose terribili in questo anno. 

Ma ho paura che ce ne saranno ancora, e non direttamente legate al virus. 

30.12.20

Rabbia e Pace

 Se c'è un titolo da dare all'anno che volge al termine è questo.

Non è iniziato benissimo, gli strascichi di una lunga crisi personale e artistica, scontenta di me - dall'aspetto all'intento espressivo, alla mia ossessione, alla mia debolezza irrisolta - e dei risultati che non ottengo mai come vorrei. Il mio mondo come prigione, il vuoto di possibilità - vuoi per situazione, vuoi per non aver mai voglia di uscire dalla maledetta comfort zone - la necessità di essere/avere qualcosa di più completo, la sensazione di non essere "piena".

E la non voglia di essere imbrigliata in progetti non miei, il non voler far parte di qualcosa che non mi "prende" completamente. La lenta ripresa dopo un lungo periodo di infortunio, la fatica e la frustrazione.

Poi, ancora, uno stop forzato a causa della prima reclusione. Che poi vera reclusione non è stata, se non affettiva, ché tutte le persone che avrei voluto vedere erano troppo lontane fisicamente seppur vicine in altri modi. La scuola di pole, le ragazze con cui mi allenavo quasi ogni giorno, le nuove amicizie di danza, il mio mondo. Sì, ero preoccupata per l'aspetto economico - già lo stipendio è quel che è, ancora in cassa integrazione e con i soldi che non arrivano, dopo il primo mese cominciavo a essere in ansia - come chiunque si sia trovato a casa da un momento all'altro; preoccupata per le conseguenze della chiusura e per l'impatto che il rientro avrebbe avuto. D'altra parte il non avere l'obbligo di andare a lavorare ogni giorno mi ha dato la possibilità di chiudere un progetto di scrittura e pubblicare quel trionfo di zozzaggine che è "Il gioco dei vampiri" - cosa di cui mi vanterò e vergognerò a morte per tutta la vita - e di riflettere su me stessa e su chi voglio essere.

La pace di marzo-aprile-maggio, l'avere tempo di respirare senza essere fagocitata da impegni, corse, obblighi e fatiche improbe, mi ha dato modo di sentire che mi stavo/stavano chiedendo troppo. Che dovevo rallentare e scegliere - cosa che poi volente o nolente ho dovuto fare a causa della suddetta cassa integrazione ritardataria - e rispettarmi un poco di più. Godermi la casa e le mie due amiche pelose, qualche chiamata via Skype - poche, comunque - o Whatsapp, musica, film e cucina. 

E sì, il rientro è stato ancor più difficile del previsto, tra il rallentamento economico e le nuove regole ossessive da rispettare. Fogli, moduli, firme, con la sensazione di esser presa per i fondelli, come se firmare un modulo mi avesse potuto preservare da qualsiasi cosa. Ho faticato a fare ogni singolo passo da metà maggio ad agosto, in attesa delle ferie - che avrei comunque passato a casa come ogni anno - con la sensazione che mi si chiedesse di correre ben più di prima ma nemmeno allo stesso prezzo. Non ne faccio una questione prettamente economica, anche se lavorare serve perlopiù a guadagnarsi da vivere e vivere non è lavorare. La questione sta nella qualità della vita e quella è peggiorata. Non poco. 

Così, dopo la pace, la consapevolezza di aver bisogno di più spazio e tempo, e aria, è arrivata la rabbia. Che forse era latente nella preoccupazione precedente, sì, ma che è cresciuta nel tempo fino a diventare evidente. Insofferenza, senso di impotenza e di essere solo un numero. Le immagini nella mia mente vagavano da Matrix a Blade Runner, a Cloud Atlas. Essere carne da macello, sacrificabile nel nome del dio denaro, senza alcuna possibilità di venirne fuori. Non migliore, almeno viva.

Fino al secondo giro di ruota, in cui ero - stavolta - tra chi poteva uscire per lavorare e poco più. Quindi niente palestra, niente allenamenti a casa di amiche, niente cene, qualche panino in piedi fuori dal bar, ancora qualche chiamata Skype, un paio di lezioni on line e il cane che peggiora poco a poco. Ecco. Il mio ultimo trimestre è stato il delirio al lavoro e a casa senza possibilità di distrazione, tanto che a sto punto non so nemmeno chi sono. E ancora mi sento presa in giro e usata e obbligata in una vita non mia, in cui la mia unica voglia è chiudere tutto, lasciare il mondo fuori e vaffanculo. Non comunicare più, non dire, non scrivere, non ballare, non dipingere. Eppure allo stesso tempo la voglia è lì, il bisogno di usare la mia voce ancora e ancora, ma sempre più vera. 

Quello che lascio qui, alla vigilia della vigilia di un nuovo anno che non promette granché, è una persona che non ce la fa più. A non essere. A non esistere. A non valere. Con lei vorrei chiudere. Cosa vorrei per il prossimo anno? 


P.

24.10.20

Ho perso le parole (cit.)

 Da qualche tempo mi mancano le parole.

Sono state soffocate dalla chiusura di marzo, da tutti i pensieri di aprile e dalla riapertura di maggio, senza criterio nel considerare le vite degli individui come tali; sono morte nell'attesa di giugno - 200 Euro per tutto un mese - e nell'affanno di luglio per recuperare quel poco di speranza di una ripresa del lavoro; non hanno trovato modo di tornare ad agosto né un minuto nella corsa di settembre e ora...

Le prospettive così poco allettanti per il futuro mi lasciano fiacca e disadattata. Non sono preoccupata per la mia salute, mai stata.

Pur avendo spento la tv e la radio sono sommersa da numeri di cui non mi importa assolutamente niente. Non sono negazionista ma rifiuto di vivere nel terrore. So che si muore, so anche che fa parte della vita e che pur non andandosele a cercare le cose succedono ugualmente: prima o poi, di qualcosa, morirò anche io. E non è poco rispetto per chi c'è passato o ci sta passando, per chi ha perso qualcuno, per chi sta male. La vita è fatta di questo, anche. Di malattia e morte, come di nascita e di vecchiaia. Inutile correre a Samarcanda, inutile immaginare un mondo in cui saremo tutti giovani e sani per sempre. Quindi faccio il possibile per evitare il pericolo ma voglio continuare a vivere la mia vita, qualsiasi cosa capiti.

Non credo nei complotti, eppure so che da ogni cosa c'è sempre qualcuno che sa trarre profitto. So di essere solo un ingranaggio piccino in un mondo di cui non ho una comprensione così ampia. So che "devo" produrre necessariamente, per il mio e l'altrui sostentamento. So che da quando sono tornata al lavoro sto facendo il triplo della fatica per il medesimo pezzo di pane ed è questo che non mi dà pace. Essere niente a parte quel piccolo ingranaggio per chi sta sopra di me e decide. 

Sono fortunata. Un lavoro da dipendente e a tempo determinato. Ma non è tutto nella vita e per me da sempre è solo ciò che mi permette di fare tutto il resto. Che non è chissà quale folle cosa. Pagare le spese, mangiare, curare le bestie di casa, pochissimo shopping, sere in palestra, a letto alle 23,30 quasi sempre. Pochi amici ma buoni, con cui passare il tempo libero senza assembramenti. Una cena fuori, due passi, un gelato, una fuga di un giorno al mare. Più che altro qualche allenamento casalingo e qualche birra in più con quella che ormai è "la mia congiunta" pur non essendo l'amore mio. Non chiedo molto. Sono una a "basso mantenimento" come dicevano forse in "Harry ti presento Sally".

Mi scoccia la burocrazia assurda tesa a far scarica barile nel momento giusto, tipo la firma ogni mattina al lavoro riguardo alla salute. Che poi io la febbre la misuro da quando è iniziata 'sta storia, visto che ho il raffreddore 12 mesi l'anno. Mi scoccia dover portare la mascherina quando sono sola per strada se poi vedo la gente gomito a gomito in pizzeria vicino al lavoro e nessun problema a riguardo. Mi scoccia vedere gli amici ristoratori in difficoltà perché con alcune restrizioni lavorare diventa davvero un'impresa. Mi scoccia che non passi un tram e che la metro nelle ore di punta sia piena e nessuno decida di tentare di sistemare le cose. Mi scoccia vedere le code per entrare a scuola.
Mi dispiace che si parli di chiudere palestre e parrucchieri. Per la pole poi, dove siamo immerse nell'alcol con cui puliamo i pali costantemente e con sale poco capienti mi pare ancora più assurdo. E il non riuscire già oggi a fare la spesa on line... manco avessi chiesto lievito di birra.

Mi sento un criceto tra milioni di criceti, bloccato in un ingranaggio da cui non posso uscire. Un numero utile a far girare la baracca e niente più. Il sistema mi pesa addosso. Hai voglia a fuggire con la mente in luoghi immaginari per salvare quel minimo di felicità; hai voglia a sognare momenti, soddisfazioni. Non mi basta più tutta l'immaginazione che ho. Non riesco nemmeno più a scriverla.


27.9.20

Inadeguatezza

Ho smesso di ballare, anni fa, perché all'improvviso mi sono sentita inadeguata. 

Non era questione di esserlo davvero o di quel che pensavano gli altri: di colpo lo ero. O mi ci sentivo, o comunque ho pensato che tutti quelli che mi avevano detto che non ce l'avrei mai fatta - e che io ho impiegato ogni energia a contraddire - di colpo avessero ragione. Probabilmente non l'avevano, perché dall'altra parte avevo diverse persone che mi dicevano il contrario, ma non è mai quello che pensano gli altri a fare la differenza. È solo che in un attimo è cambiato tutto, dentro di me.

Le motivazioni sono molteplici. Da una parte sicuramente è un problema di insicurezza che per un periodo è sparita sotto il controllo dell'adolescente incazzata che ero, tutta tesa a dar battaglia a un mondo che vedevo nemico e ingiusto. Quella ragazza decisa è sparita di colpo dopo un'esperienza disgustosa, rendendosi conto di non avere una corazza abbastanza dura, di non avere il controllo su niente, di non avere la natura di un caterpillar. Nel turbinio di pensieri confusi del momento, l'idea di non meritare il mio stesso sogno e anzi di meritarmi una punizione per aver osato tanto ha preso il sopravvento.

C'è anche il rapporto complicato con il corpo e con l'immagine che arriva dallo specchio. Facile sognare, ma ciò che poi ci torna rivedendoci è altra cosa. Ho sempre pensato al mio corpo come a una presenza ostile, un peso inutile, una zavorra che mi impediva di "volare". Questo anche quando non avevo problemi di peso o di cellulite. Il primo amore della mia vita - decisamente platonico - è stato il pattinaggio artistico su ghiaccio. Amavo la leggerezza che traspariva da quei movimenti, i costumi sospesi nell'aria e il vento tra i capelli... So che in realtà, come ogni cosa, pattinare, saltare e volare implicano uno sforzo muscolare non indifferente ma da bambina ero estasiata dall'idea di non avere un peso, di non avere limiti fisici o qualcosa che mi tenesse al suolo. Ecco, nella mia ansia di leggerezza il corpo è sempre stato un altro nemico e come tale mi si è spesso rivoltato contro. Le mie oscillazioni costanti, l'incapacità di gestire emozioni in modo consapevole, il desiderio - perché no - di farmi male. Ricordarmi che non mi piaccio, ogni tanto, fa parte del mio modo perverso di punire la mia imperfezione. Non mi sono mai concessa un errore e tutti quelli che ho fatto - non importa se per colpa mia o di altri - o che ho considerato tali, io li ho sempre pagati per auto-tassazione.

Allora sì, ho smesso di ballare perché ho commesso un errore e di colpo mi sono ricordata di quanto non fossi meritevole, di quanto avessero ragione i miei detrattori, di quanto fossero illusi o interessati i miei "fan" e di quanto fossi stupida e sporca. Inadeguata ai miei sogni.

Poi sono cresciuta.

Qualche anno fa ho incontrato la pole dance. Immagino che se qualcuno di voi mi segue da un po' già lo sappia. Sei anni, per la precisione. Anni in cui ho ripreso a lavorare "sul" corpo. Non solo per una questione di allenamento o di sex appeal, era una cosa più profonda che andava a toccare giù giù il punto esatto da cui partono le insicurezze. Capire, osservare il proprio corpo mentre esegue figure, mentre balla, un lavoro allo specchio e con altre donne, tutte diverse per fisico, età, capacità atletiche e artistiche. Dopo un paio d'anni stavo da dio. Davvero. Lezioni, saggi, esibizioni, gare... Una cosa che alcuni non avrebbero mai pensato e pur non essendo particolarmente magra o "figa", senza problemi.

È stata una palestra importante per l'autostima e, come per la danza, una vera a propria passione. Quasi una droga. Mi è servita in un momento di decisioni difficili, in un momento di crisi personale, lavorativa e in un certo senso esistenziale. Mi è servita molto, perché ha occupato i miei pensieri e il mio corpo mentre io "andavo avanti" e crescevo una nuova versione di me. In questa versione di me ho capito che non sono una nullità, che sono in grado di fare cose che non pensavo e che nonostante tutto - il mondo continua a non essere un gran posto, le delusioni esistono, gli ideali non salvano dall'avvento della realtà, niente è separato e niente è eterno così com'è - sono contenta di me. Lo sono.

Ma ancora una volta è successo qualcosa e io sono quasi tre anni che cerco l'errore. Improvvisamente, in questo mio nuovo e più adulto percorso, mi sono sentita inadeguata. 

Ero nella sala superiore del Female Arts Studio a Modena, a prepararmi per la mia ennesima gara. Una gara di exotic a cui si partecipa con selezione e a cui l'anno prima non avevo avuto accesso. Ero lì con una bella coreografia della mia insegnante Natalya Ryzhikh che mi aveva già fatto ottenere un settimo posto tra gli amatori in un'altra gara internazionale (Exotic Moon, una garanzia), quindi non particolarmente in ansia per l'esibizione. Chi mi conosce sa che non sono animale da competizione, di solito mi accontento di fare il mio pezzo al meglio e va come va. Ero pronta col mio costume, truccata e in fase di riscaldamento. Sola - in mezzo alle altre millemila concorrenti - con le mie borse e la valigia accanto. Ho alzato gli occhi allo specchio e in quel preciso momento ecco che è tornato il mio demone. Mi sono vista e mi sono sentita fuori luogo, sbagliata, quasi ridicola. Non perché più in carne di altre, non perché più vecchia o peggio truccata o che ne so. Chi frequenta le gare di exotic lo sa che è tanto spettacolo e che c'è di tutto un po', e soprattutto lì niente sembra eccessivo. Quindi, oltre al fatto che nessuno mi ha detto o fatto nulla che potesse farmi sentire così, non avevo nessun motivo per sentirmi in quel modo. Ma mi ci sono sentita. È stato un attimo, eh. Scacciato via il pensiero ho fatto tutto quello che dovevo ma una volta tornata alla mia vita normale la sensazione è rimasta. Fuori luogo, sbagliata, quasi ridicola. Poi ho iniziato a non guardare lo specchio, poi a non riprendere più le prove, poi a non gareggiare e non esibirmi, poi a sentirmi incapace di muovere anche solo un passo nel modo giusto. Non è reale, lo so. È tutto nella mia testa, ma mi sta bloccando e il desiderio di smettere ogni cosa si fa sentire. Come allora.

Solo che stavolta la conosco, la bestia. Sì, sto cercando di capire cosa abbia scatenato di nuovo questo meccanismo. Perché nel frattempo ho preso dieci chili, ho avuto una tendinite, ho mal di schiena, il soffio al cuore e avendo sospeso per infortunio ora al palo sono una ciofeca come avessi appena iniziato. E la tentazione di mollare è costante; la rabbia, il dolore, la sensazione di aver sbagliato tutto e ancora sbagliare... Può essere iniscurezza, in fondo ora sono una cinquantenne in un mondo di ventenni, può essere depressione, può essere un milione di cose ma non voglio smettere anche questa cosa. Perché smettere di ballare mi ha uccisa già una volta e non voglio morire più. Ci ho messo una vita a capire cosa era successo allora e ci ho messo tanto per riprendermi, ho elaborato e accettato ciò che ho vissuto. Sono cambiata, mi sento diversa, non ho più la rabbia di quei giorni e nemmeno la voglia di farmi male, ma ho bisogno di capire perché non voglio perdere un'altra vita nel rimettere insieme i pezzi. 

Vorrei smettere questa inutile battaglia con la mia inadeguatezza, perché è tempo sprecato. Perché nessuno di noi è inadeguato solo che è facile sentircisi. Abbiamo modelli sotto il naso tutti i giorni cui dovremmo adeguarci per sentirci "vincenti" ma poi, anche quando abbiamo vent'anni e pesiamo 48 kg e niente potrebbe fermarci, in realtà cerchiamo una perfezione che non esiste, un corpo che non esiste, una bravura che magari non è la nostra. Possibile che non riusciamo a essere semplicemente ciò che siamo senza tutte queste idee assurde nella testa? Io non lo so, voi ci riuscite?

13.9.20

Lo so

 Un po' come fossi uscita da me stessa, ultimamente non ho aggiornato il blog, né le pagine Facebook, né altro.

Ne avevo bisogno, ne ho bisogno.

Davvero il 2020 è un anno strano, altro che il 2018 - che definivo "l'anno che non c'è" - e speriamo che porti qualche frutto. Sì, la pubblicazione de "Il gioco dei vampiri" mi ha dato un po' di soddisfazioni, nonostante sia un lavoro complesso. Non so dire quanto ancora andrà avanti (sempre con il mio modo di non farmi pubblicità), ma sono d'accordo con una mia amica- lettrice quando dice che è il romanzo più "maturo" che ho scritto - o pubblicato finora.

"Il gioco dei vampiri" è stato scritto volutamente un sopra le righe. Visto che non intendevo pubblicarlo ho pensato di evitare qualsiasi filtro alle immagini che avevo in mente. Perché poi è una cosa che dovrei fare sempre, invece di preoccuparmi di piacere a chi legge (ovvio che poi sarebbe meglio se piacesse, ché altrimenti sarebbe puro esercizio). Le reazioni sono state varie (dal "sono arrossita leggendo" al "Ferrero tu sei pazza", al "è più pornografico che erotico" fino al paragone con un altro lavoro disturbante qual è "Eyes wide shut") e di sicuro molte delle persone che lo hanno letto non ne faranno una recensione sulle piattaforme web. In realtà l'ho scritto senza pensare a cosa stavo scrivendo, ho solo seguito le idee nei tempi morti (in pausa pranzo al lavoro, per esempio) e quando avevo voglia di distrarmi. Non avevo idea di cosa stessi scrivendo, di cosa sarebbe stato il lavoro finito; l'ho capito rileggendolo per eliminare gli errori (e scrivendone una parte col tablet non vi dico cosa non ho trovato grazie al T9) e mi è piaciuto quello che ci ho trovato. Un viaggio iniziatico, quasi tantrico, in cui l'immersione graduale e non sempre "volontaria" nel proprio inconscio fatta da Wendy diventa un viaggio alla scoperta di sé e della propria natura, cui arrendersi non senza dolore o fatica.

In un certo senso, anche se non esattamente quello di cui racconta il romanzo, pure io sto facendo un viaggio simile. La mia vita è cambiata molto negli ultimi anni. Ho fatto progressi, ho fatto passi indietro, ho preso decisioni, ho fatto errori e scoperte e in qualche modo sono soddisfatta di me anche se non tutto è come immaginavo. 

Sto assolvendo al mio compito di mamma di cane terminale e ciò implica un nuovo addio e vecchi ricordi, risveglia parti di me che erano sopite e mi fa porre domande su cosa sarò dopo. No, non è il primo cane che devo salutare, non il primo animale che lascio. Cali però è diversa, lo è sempre stata, e vivere senza di lei sarà più difficile comunque. 

Sto imparando a convivere con il mio corpo che invecchia - faccio fatica, ovviamente, ad accettarlo - e con le cose che non riesco più a fare senza uno sforzo immane. Sto cercando ancora un nuovo equilibrio in cui la spinta creativa non cozzi così prepotentemente con la vita da distruggerla. Il fatto è che ogni volta cambia, che se soffoco una delle due pulsioni blocco immediatamente l'altra e mi ritrovo ferma; viva ma ferma. Tranquilla, ma non soddisfatta. E avrei voglia di scrivere, di dipingere, di ballare eppure in questo momento non ci riesco perché ho paura di "rompermi". In me tutto esplode, sempre, solo che sono stanca di raccattare i miei stessi pezzi ogni volta e rimetterli assieme per poi esplodere di nuovo. 

Una volta il mio monaco (ne ho uno pure io, come Wendy, ma terribilmente umano) mi ha detto che devo cercare di non fermare questo vento, anche se è difficile imparare a controllarlo. Ed è vero: se lo lascio andare distrugge soltanto pur di fare la sua strada, ma non sempre ho la capacità di convogliare tutta la sua forza verso una sola direzione. Sono tempesta. 

Sono quattro e non ho ancora imparato a essere uno.

 

6.4.20

Nessuno, centomila, ma non quell'uno...



"Noi non siamo chi siamo", ripete incessantemente lo scienziato nell'episodio dal titolo Morte tra i ghiacci, nella prima stagione degli X-Files.
Al di là dei risvolti fantascientifici, la domanda su chi siamo in realtà è forse una delle più interessanti che possiamo porci.
Possiamo dire che siamo una persona diversa per ciascuna delle nostre conoscenze, che ciascuno tenderà non solo a vedere in noi solo quello che desidera vedere (che sia un pregio, un difetto, una necessità, qualche segno) ma anche a proiettarci addosso la propria fantasia.
Così diventiamo fanciulle indifese, persone terribili o dee di bellezza inusitata a seconda di chi ci osserva, senza peraltro essere nessuna di queste cose - o tutte insieme.

Oggi i social rendono ancora più complicata la faccenda. In una perenne ricerca di consenso, alcuni tendono a mostrare solo il meglio - foto ritoccate, premi vinti, attestati di virtù e qualità - altri a esibire il proprio lato tragico, altri il proprio successo spropositato. Nessuno però è solo ciò che mostra e pensare di conoscere una persona perché posta solo selfie sorridenti su Instagram o perché a volte esprime una lamentela su Facebook è quantomeno fuorviante.
Scegliamo quotidianamente cosa mettere in piazza e cosa no. A volte ciò che scriviamo è dettato da un'urgenza personale, altre volte riflette i pensieri che vorremmo far valutare ad altri, oppure ancora è solo la milionesima parte di ciò che stiamo vivendo.

Spesso mi capita di usare grandi parole per piccole cose, perché giocare con le parole è in qualche modo uno dei mestieri che mi sono scelta. Quando invece c'è qualcosa di grande (buono o cattivo che sia) è possibile che io non usi le parole ma la musica, la danza, il colore. Perché dolore e felicità non sempre si possono dire. E nemmeno leggere in uno sguardo.
Le nostre vite sono così complesse, a volte, che i momenti più difficili sono anche i più felici. Momenti in cui sappiamo che la nostra felicità avrà un prezzo, ma per quante siano le difficoltà è proprio lì che vogliamo andare e per quanto tutto ci spaventi, dentro lo sappiamo quale sarà la ricompensa.
Ma è difficile intuire la vita di qualcuno da due foto ritoccate e da un paio di post su Facebook, troppo facile appioppare ad altri le proprie facili conclusioni e fare commenti inopportuni. Perché per quanto pensiamo di conoscere una persona ci saranno sempre mille cose di lei che non sapremo mai e che non sappiamo neanche se ci viviamo insieme.

Siamo ognuno un pianeta a parte, controllato dalle stesse forze e composto degli stessi atomi in quantità diverse. Siamo interconnessi ma non per questo uguali, ognuno con la sua storia addosso e con un modo diverso di interpretare i segni. Fin troppo facile affibbiare a ciascuno i nostri stessi modi. Pensare che una persona sia come ce la siamo dipinta è molto più facile di quanto pensiamo. E da lì far scaturire un giudizio è altrettanto semplice.



Eppure ancora, nonostante tutto, noi pensiamo di avere un'immagine unica e univoca. Pensiamo di essere uno. Quell'uno lì, non un altro. Mentre l'altro a volte ci pare nessuno.
In realtà siamo tutti centomila. Poco da fare.
Ce ne accorgiamo quando all'improvviso le persone che abbiamo accanto non sono più come le vedevamo, quando ci danno etichette invece di guardarci e accettare l'insieme. Come se le etichette che ci diamo, la classificazione con cui ci semplifichiamo la vita, fossero realmente applicabili alla vita...


29.3.20

Comunicare, vincere...

Ricevo stamattina una newsletter cui sono abbonata.
Ne scorro il testo, salto tutti i link cui mi rimanda e chiudo.
Mi rendo conto che, se già da tempo ho qualche problema con le "comunicazioni importanti" che tentano di vendermi qualcosa o di istruirmi a seguire il loro metodo per essere vincente.
Io non voglio essere vincente, questo è chiaro a chiunque mi frequenti.

Poi ripenso alla mail.
Comincia con una sorta di aggiornamento sulla situazione riguardo al virus, come per mettere in evidenza l'empatia dell'autore e farmi sentire che anche lui è qui. Coinvolto, presente e attento. Tre righe dopo mi scrive dell'argomento della newsletter e mi sottolinea più volte quanto sia importante quello che mi sta dicendo, ma io sono ancora disturbata dalle prime righe.
Mi torna subito in mente un post di "Talento e felicità", un team di persone che conosco bene e che si occupano di consulenze di carriera  (se volete seguirle su Instagram), in cui si parla di parole di plastica, ovvero quelle parole e quei modi di comunicare che sono diventati uno standard e che non necessariamente comunicano qualcosa. La formalità, la forma invece della sostanza.
Quello che mi ha sempre dato fastidio, come con le pubblicità, è questo tentativo di coinvolgere le mie viscere per farmi agire secondo un fine. Ora capisco che sia normale, se vuoi vendermi un prodotto, che tu me lo faccia percepire come assolutamente necessario. Altrimenti potrei non desiderarlo, ovvio. Capisco anche che ci siano studi approfonditi su come arrivare a questo scopo e che sia uso comune in politica, in pubblicità, sui social; siamo esposti ogni giorno a questo modo di comunicare e spesso cerchiamo di usarlo anche noi per "venderci".



No, non che io mi venda. Ma ho una pagina Facebook pubblica in cui promuovo i miei libri (ma non solo) e certe volte mi chiedo se dovrei adeguarmi anche io al sistema. Cioè, io vorrei vendere libri ma non mi piace affatto l'idea di dover usare come paravento la situazione emotiva di chi mi legge.
Ognuno di noi ha dei problemi, ognuno affronta ogni giorno delle difficoltà, che siano personali, di lavoro, di relazione, di soldi, di desideri irrealizzati, di frustrazione per non essere chi si vorrebbe.
Quando si vive una situazione che fa sentire a disagio è normale diventare vulnerabili ed è su questo che molta della comunicazione attuale si fonda. Farci avere paura, farci crescere un bisogno, farci seguire il loro modello per tenerci buoni. Funziona così da sempre.

Il gioco del mondo è creare uno status, scatenare una crisi per innescare il panico, ristabilire uno status simile al precedente ma con maggiori vantaggi per sé, aspettando che il panico diventi dolore, perché nessuno ama il dolore.

Questo lo pensavo cinque anni fa. All'epoca era dovuto a una lite con risvolto psicologico - io tendo a frequentare manipolatori, sto cercando di smettere e il primo passo è sempre e fondamentalmente accorgersi del meccanismo - ma, appena formulato il pensiero, mi è sembrato applicabile alla realtà del nostro mondo.
Così è ovvio che tutti gli spot urlati "contro" chi ci sta togliendo il poco che abbiamo (ma davvero abbiamo così poco?), contro chi minaccia il nostro status, contro chi o cosa non importa basta che sia  un "altro da noi"; tutti questi spot io li patisco. Mi fanno rabbia, certo, ma più verso chi li fa che verso le persone cui sono rivolti. Ovvio anche che mi faccia rabbia vedere molti seguire questo schema per paura di perdere qualcosa. Perché, e siamo alle solite, è troppo facile guardare fuori da sé e trovare il nemico.
Non nego che, nel momento in cui sono partite le attuali restrizioni, io abbia pensato a un tentativo di scatenare una crisi generale per poi trarne vantaggio. Probabilmente è anche così. Il Dio Denaro continua a governarci e trovarci tutti con le pezze al culo non farà che farci adeguare a lavorare anche di più per meno soldi di prima - perché non ci sono, dicono, quando in realtà ci sono sempre delle soluzioni - o impedirci di vivere "come prima", come se prima vivessimo bene e non strozzati da un giogo che ci impedisce di realizzarci.

Cosa c'entra con la newsletter?
Ecco, è il modo. Questo volermi convincere che si è preoccupati per la situazione prima di ogni cosa. Probabilmente è così che ti insegnano nelle scuole di web marketing. Non ne ho frequentate ma, visto che lo schema sembra sempre lo stesso in qualsiasi contenuto volto a farmi acquistare un bene o un prodotto, anche qui mi è sembrato "vuoto".
Se sono iscritta alla tua newsletter è perché mi interessa conoscere i tuoi contenuti, non farmi aggiornare da te sulla salute del mondo. Per questo esisterebbero i giornali o i canali specifici che (stendiamo un velo anche qui) dovrebbero informarmi senza cercare di vendermi alcunché - nemmeno una visione del mondo. Allora se mi vuoi sembrare più umano, o almeno più normale, lascia che siano loro a occuparsi del virus; lascia che io mi informi come e dove desidero senza cercare di farmi vedere che sei umano, Stai facendo il tuo lavoro: la newsletter mi serve per essere aggiornata rispetto a quello. Che tu sia profondamente colpito dalla situazione di paese non mi riguarda e se ti pare puoi condividerla con chi hai accanto materialmente.
Se mi sono iscritta alla tua newsletter è perché mi interessa la tua competenza, poi spero anche che tu sia umano ma non è da tre righe in una mail che me lo dimostri. Le parole sono importanti (cit.), mi piacerebbe che fossero usate meglio anche da chi mi circonda.
Perché sono stufa di essere trattata come una stupida, qui come altrove; sentirmi dire di cosa ho bisogno e cosa mi farebbe bene, sentirmi raccontare quanto sono bravi loro a fare qualsiasi cosa - compreso l'essere umani - e farmi mettere nella posizione di obbedire al diktat perché altrimenti non vinco.

Sapete che c'è? Io non vinco, non me ne frega niente. 

28.12.18

L'ora, la parola, le cose che scivolano via...

Mi è successo qualcosa, dicevo.
Capitato senza una necessità, quasi senza che me ne accorgessi, in profondità. Altrimenti non avrei perso le parole.
Invece sono qui e anche se ho delle cose da dire non ho più la necessità di farlo. Smesso il dolore, finito il bisogno; quasi usassi le parole per respirare e tenere la testa fuori dall'acqua in attesa della calma.
No, la tempesta non è finita. Diciamo che sono nell'attimo di pace dell'occhio del ciclone, che ho ancora tanto da "sistemare"- e che probabilmente mai finirò - che ho un momento di "perfezione assoluta"* in cui mi basta il dove sono.
E non ho bisogno di scrivere. Ringrazieranno quelli che sfottono gli "esordienti" e quelli che non si troveranno le bacheche spammate da libri col mio nome sopra.
Sì, da una parte è vero che la pole sta occupando gran parte del mio tempo libero e che quando arrivo nella mia piccola casetta colorata ho solo voglia di buttarmi sul divano e coccolare cane e gatto guardando le pareti riflettere le luci. Sì, quello per la pole è un sentimento totalizzante: provare per credere. Per qualche motivo è come se bastasse a "curare" i lividi della vita. Sì, beh, ne fa altri, ma solo sulla pelle. Succede, però, che quel tipo di lavoro su se stessi assorba i pensieri negativi e restituisca il sorriso. In effetti sono quattro anni che sorrido, nonostante tutto.





Però, però...
Mi è successo qualcosa.
Non saprei definire da dove sia partita la mia chiusura. Ho mondi che in qualche modo necessitano di uscire e ho un posto in cui farli emergere ma mi manca il desiderio di renderli "noti". Non ho voglia di esprimere ciò che ho dentro e, da questo silenzio anche sul blog, chi passa spesso se ne sarà accorto.
Non mi è mai piaciuta la realtà, motivo per cui ho sempre letto, scritto, visto film e telefilm. Ascoltato musica e ballato, anche. Per andare via, in un posto diverso e non necessariamente migliore. Ogni luogo, o non luogo, in cui ci immergiamo ha sempre noi come soggetto, quindi non c'è possibilità di raggiungere un luogo "perfetto". Non esiste un luogo che lo sia.
Ora però, il nascondermi non è più sufficiente. Trovo il germe del malessere umano in ogni cosa che leggo e vedo, trovo la prevedibilità dei gesti e delle parole, e io detesto la prevedibilità.
Non sopporto più alcune cose, non ho voglia di ascoltare lamentele, non ho voglia di sentirmi sbagliata io perché non riesco ad ambientarmi. Eppure non ho voglia di fuggire.
E il mondo scappa, adesso. Mi sfuggono tante cose, mi sfugge di mano anche ciò che amo.
Non è strano, è così che funziona.
Il controllo è un'illusione e scrivendo non faccio altro che cercare di esercitare un controllo - non che i miei personaggi mi diano grandi opportunità di farlo, ma a creare sono io comunque - quindi, in qualche modo, anche questo aspetto della mia vita mi sta suggerendo di "lasciar andare", perché non potrà che giovarmi.
Poi, poi...
Vedremo.

15.4.18

Visto da lontano

Spesso, quando qualcosa non va, si cerca di guardare il problema da una certa distanza.
Emotiva, di solito, perché l'essere immersi nei propri casini di solito non aiuta a metterli a fuoco.

Per me, ultimamente, è necessario un distacco maggiore. Tipo salire su un treno per Modena senza un vero e proprio obiettivo. Niente gare, stavolta. Solo piccoli incontri nemmeno tutti programmati e qualcuno anche evitato seppure bastasse fare qualche metro in più, o un cenno con la mano.



Mi son detta "vado e vedo" e già dalla partenza del treno ho sentito che ancora una volta era nel viaggio che avrei compreso il prossimo passaggio. Un po' come andare in vacanza - cosa che detesto perché per me è vacanza poter restare a casa in pace - staccare dal solito tran tran  (e, sì, si dice tran tran e non tram tram), abbandonare il porto sicuro. Senza le mie partners in crime, stavolta, quindi in qualche modo sola anche se sola non sono mai stata.

Un'altra volta immersa nella nebbia e nel grigio, come fosse un novembre qualsiasi. Con i ritardi di Mercurio retrogrado e ancora tanta tristezza addosso. Sono un'abitudinaria, cambiare mi costa uno sforzo indecente anche quando cambiare è l'unica scelta buona che posso fare. Dal mio scorso compleanno ho iniziato un percorso che non so dove mi porterà ma che so per certo di dover fare.

I problemi sul lavoro, le decisioni che dovevo prendere da tempo, la sensazione di soffocare e sprofondare che ultimamente non mi lasciavano dormire. Certo, non tutto è risolvibile a breve, ma non potevo continuare così e ho dovuto iniziare a muovermi. Quindi questo viaggio è stato in qualche modo una tappa intermedia per vedere come sto. Meglio, certo. Quando le idee sono più chiare, anche affrontare il percorso diventa più facile. Tuttavia resta ogni tanto l'impressione di navigare a vista, come aspettassi un segno. Perché la discussione in cui mi sono "impelagata" riguarda tutti gli aspetti della mia vita e di certo non si può dare una svolta contemporaneamente a tutto. Beh, magari avendo vinto al superenalotto si potrebbe chiudere i conti con tutto e trasferirsi su Marte. Ma io al superenalotto non gioco, quindi...

Tutto.

Sono fortunata, lo so. Non posso lamentarmi e lamentarmi non mi piace. Però nemmeno accontentarmi perché c'è chi sta peggio di me. Accontentarmi perché ho già tanto, accontentarmi perché non dovrei volere di più. Come se non me lo meritassi. Come se dovessi stare zitta e buona e mandare giù ogni boccone amaro, ogni insoddisfazione, perché non è bello fare altrimenti.

Visto da lontano, tutto questo non mi basta.

La mia vita, il mio lavoro, gli hobby. Non. Basta.
Sono stanca di sentirmi soffocare, di dormire aiutata dai sonniferi, di dover contenere la fame nervosa - perché quando sto bene non mi ingozzo di schifezze - di piangere pomeriggi interi. Sono stufa di sentirmi in dovere, di farmi prendere in giro, di dipendere dai problemi altrui. Sono stanca di fingere che vada bene solo perché mentre sono immersa nel quotidiano non posso far altro che andare avanti.
Per alcune cose è stato semplice decidere. Non pubblicare più, per esempio. Non acquistare più libri dal mio editore a prezzi assurdi, non presentare più i romanzi per lo stesso motivo, non cedere al ricatto della visibilità. Non sarò mai più visibile di altri, pagando io. Quindi, a meno che non cambino le condizioni, ciò che scrivo rimane qui (o nei pc dei miei amici).
Per altre cose sto lottando, giorno dopo giorno, nonostante i cambiamenti siano decisamente troppo lenti per i miei gusti.

No, visto da lontano non mi basta più. Voglio una vita mia, che mi dia soddisfazione e che non mi faccia piangere o soffocare, o desiderare di morire pur di non subirla più.

Poi, ovviamente, là dove sono andata ho incontrato persone speciali. Persone con cui mi sono trovata immediatamente a mio agio, che hanno saputo accogliermi come una di famiglia anche se non lo ero. Il che ha reso ancora più difficile tornare ma anche mi ha dato un po' di voglia in più di cercare le mie soluzioni. Senza cedere allo sconforto. Senza smettere di sognare una parete viola, delle tende che danzano al vento e un angolo di luce tutto mio. La mia vita come la vorrei.

7.8.17

Non è così

Da ragazzina odiavo l'ipocrisia.
Le maschere, le menzogne. Quel modo di scivolare sopra alle cose che vedevo negli adulti, raccontarsi e raccontare una versione abbellita di sé, della propria vita. Una galera.


Mi rendo conto che con il passare del tempo, in realtà, la vita ti piega e se per caso non vuoi piegarti ti spezza in malo modo. Allora, un colpo alla volta, cominci a scivolare anche tu sopra alle cose.
Tu, che ti riempivi il fegato di odio verso di loro, diventi ipocrita quanto lo erano gli altri. Se non peggio.
E tutte le questioni di principio per cui ti sei immolata, tutte le volte che non hai accettato un piccolo compromesso, non hai fatto che complicarti la vita. No, non parlo di niente di eclatante. Non è sposare il vecchio miliardario pur di fare la bella vita; sono le cose semplici, quelle che ti sembrano "normali", quelle che ti fottono. Tipo amare.
O non amare, convinta di farlo. Perché è tutto talmente complicato, in questa vita, che a volte ti rendi conto di aver fatto un errore con un ritardo inspiegabile. Perché da come ti senti, lo sai che non ami - che non può essere così terribile, amare - ma ne eri così convinta che...

Non è così che volevi vivere, non in un continuo rumore sordo che suona come un allarme lontano. Non riconoscibile se non ti metti a cercare proprio la sirena. Diventa un rumore di fondo, ti lascia quel particolare mal di testa, quel malessere che ti sfianca e ti uccide, ma vai avanti.
Dal lavoro ai rapporti interpersonali, il non distinguere più il campanello d'allarme fa commettere troppi errori, piccoli e grandi, che finiscono per essere come movimenti nelle sabbie mobili.
Così ti scopri ipocrita e fasulla a cercare di nascondere il fallimento della tua vita e a darti scuse perché non sai come uscirne.
Tanto che vorresti morire piuttosto che affrontare la realtà.
Tanto che ti domandi se non sarebbe più semplice.
Perché non è così che vuoi vivere. E lentamente muori dentro.


Basterebbe un singolo appiglio. Ma tutto quello che resiste intorno a te rischia di essere altrettanto fasullo.

2.6.17

Sono qui

Non sono sparita.
Avrei voluto scrivere prima, perché di cose ne sto vivendo a iosa ma non ce l'ho fatta.
Non è questione di tempo, non solo.
Mi sento "non viva" la maggior parte del tempo. Forse perché mi sono sepolta talmente bene nella mia "comfort zone" che pian piano mi sono lasciata soffocare da metri e metri di terra e ora...
Ora non lo so. Sono impantanata in queste sabbie mobili e non riesco a reagire. Non a fare una sola cosa che mi possa fare bene, perché ho paura di muovermi.
Mi sto suicidando dentro e uno dei primi effetti è una difficoltà enorme a scrivere. Qualsiasi cosa scriva ha tinte talmente cupe che perfino io mi stupisco. Quindi molti dei miei progetti sono sospesi.

Ho due romanzi pronti - uno già revisionato e uno in revisione - che non mando a nessuno e una serie di progetti che sono lì, sospesi. L'unica cosa che ho voluto fare è stato pubblicare, stavolta tutto da sola, la mia seconda raccolta di poesie. "L'universo è amore e sangue" è di nuovo un  brevissimo insieme di pensieri che aspettava da tempo la sua occasione. Disponibile in digitale e in cartaceo, l'ho pubblicato quasi senza rendermene conto.

La copertina, come quella di "Addio a Bodhgaya", è mia. Un dettaglio di un quadro che ho dipinto anni fa.
Come mi succede quando sto soffocando, anche stavolta ho provato con la prima azione che mi è venuta in mente. Pubblicare poesie è quasi sicuramente una follia.
Però in qualche modo so che ne vale la pena, quindi...

Per il resto ho regalato un mio racconto per una nuova antologia a cura di una mia amica autrice. Vedremo.

Insomma, io ci provo.
Non è sufficiente, lo so. Per respirare dovrei uscire dalla "comfort zone", farlo sul serio, anche se potrei essere inghiottita dalle sabbie mobili.
Tutta la vita a scavare, dopotutto, non poteva che portarmi qui.
La regina del nascondiglio.
Invece di provare a vivere, di decidere. Il fatto è che porto con me chiunque abbia vicino, con questo non scegliere e affondare; questo mi infastidisce più ancora di non vivere ma per ora, a parte qualche bizza creativa, non riesco a fare altro.

E pole, dove ho ricominciato a nutrire la mia collezione di lividi, studiando nuove cose per le prossime due gare, a novembre e dicembre. Da sempre, quando sono in un brutto periodo, fare sport mi aiuta. L'unico sollievo che ho.

Ora, consegnato il racconto e pubblicate le poesie, proverò a fare qualche altro passo, perché vivere così non ha un gran senso, dovrei essere felice. Dovremmo esserlo tutti.

25.12.16

Bad Santa

Ho sempre odiato il Natale, trovandolo falso e inutile.
Del periodo mi piacciono le luci, gli addobbi - esclusi i Babbo Natale impiccati ovunque - i colori. Ma è una cosa che mi piace in ogni stagione, non a caso da me le luci sono fisse e le accendo ogni volta che mi va.
Non mi piaceva da piccola, come ogni cosa obbligata. Era un momento in cui non dovevo dire il vero, sorridere forzatamente e fingere di essere felice. Mi toccava, da figlia di separati, festeggiarlo due volte. Come se una non fosse abbastanza. Scrivevo letterine a un Babbo Natale inesistente, figuriamoci Gesù bambino, in cui chiedevo regali che non ricevevo. Non chiedevo cose impossibili, ma magari volevo una pistola e mi arrivava il Dolce Forno... non è esattamente la stessa cosa. Ugualmente dovevo fingere entusiasmo e sorpresa, ché altrimenti offendevo qualcuno.



Le cose non sono migliorate con gli anni. Ora che non c'è più mia mamma, non ho nemmeno più l'albero, non faccio il presepe, niente cenone del 24, solo una cena un po' diversa. Niente regali tra noi, solo una sera come le altre. Il 25 sono a pranzo da mio padre, senza la baraonda di tutta la famiglia riunita di quando ero piccola. Noi, un pranzo mai eccessivo, qui sì ai regali ma fatti con cura e un pomeriggio passato tranquilli.
Non sono pervasa dallo spirito natalizio, non mi sento più buona oggi degli altri giorni, non ho voglia di fare come se niente fosse e festeggiare una cosa che non sento. Mi si vorrebbe falsa, sorridente e benevola.
Invece no. Siccome non sono una bella persona ma semplicemente una educata bene, io questa cosa non l'ho mai sopportata. Dover essere carina quando vorrei un'accetta. No.
E non è per i regali. Non mi piace riceverne, perché un pensiero fatto a forza mi disturba e perché è difficile che qualcuno riesca ad azzeccare la cosa giusta. Per cui poi io comunque sono obbligata a fare un regalo in cambio, fatto per forza e probabilmente sbagliato. Preferisco comprarmi io quello che voglio e magari fare un pensiero a chi voglio e quando voglio, trovando il regalo giusto - che non è mai così semplice lo so - e facendolo nel momento dell'anno che voglio.
Non è perché non sono felice, sono esattamente felice quanto gli altri giorni. Non nascondo qualcosa che non c'è. Non è che odio il Natale per capriccio.
Trovo ipocrita ingozzarmi mentre c'è troppa gente che muore di fame, che scappa da guerre stupide ( a trovarne una furba), che cerca di arrivare a una vita dignitosa - io non so ma i bambini africani del video di "Do they know it's Christmas" con le mosche agli occhi e al naso non stanno bene a casa loro, proprio no - quando c'è chi si fa i soldi alle spalle di chi lavora onestamente e ci spinge a combatterci tra poveri, tanto non lo capiamo, rimbecilliti di fuochi d'artificio e illusi dal Superenalotto... Ecco, non c'è un Natale. C'è la vita, c'è il bello e il brutto e non c'è un giorno speciale comandato. Il giorno speciale c'è quando c'è. E non è oggi. O potrebbe esserlo.
Chi lo sa?

1.12.16

La vocina

Sto crescendo, sto cambiando, il mio cuore ha paura.

Sono più forte di un tempo.

Ero lì che le guardavo. Belle, sul palco, sensuali (no, vabbè, alcune sensuali quanto un calzino ma anche questa cosa è talmente soggettiva...) e quasi sicure - che sicure non si è mai davvero anche se ognuna maschera a modo suo.


Le guardavo ballare e mi dicevo: "fanculo, devo smettere di preoccuparmi del mio aspetto".

Mi dicevo: "Ora si torna a casa e si comincia a lavorare sodo, perché ad aprile tocca a me e stavolta voglio dare il massimo".
Mi dicevo: "Io sono brava".

E sono tornata, carica di idee e di energia.
Ed è tornata anche lei: la vocina.

Stavolta l'ho beccata. Qualche danno l'ha fatto ma non voglio che mi rovini la festa. Lei vuole che smetta e che mi rinchiuda in un angolino a pensare di non potermi meritare di più.

La vocina quello fa: ti bisbiglia all'orecchio che non sei niente.
Ti dice: "Dove pensi di andare?", "Non lo vedi che sei ridicola?", "Non vorrai mica farti una figuraccia?"

Lo fa anche e soprattutto quando tu invece puoi farcela.
Lo fa per impedirti di sentirti bene.
Lo fa perché non puoi permetterti di essere felice.
Lo fa perché la felicità fa paura. 

25.4.16

Cosa faccio quando non scrivo

Capita raramente, ma capita.
Sì, stavolta è un po' peggio del solito. Non scrivo, non leggo e non mi occupo di libri con la consueta voracità. Forse una overdose, forse la leggera delusione per la scarsità di vendite e/o condivisioni.
Arrivato a inizio anno il report delle vendite dei miei ebook per l'anno 2015: prima delusione. Non tanto per "Gli attimi in cui Dio è musica", che aveva venduto quasi 200 copie digitali l'anno prima e che ne ha venduta ancora una al mese in media per tutto l'anno, quanto per i due racconti.
Ora lo so che non è facile emergere e che non sono una brava a vendersi. So anche che sia "La caccia" che "L'altra donna" meriterebbero un po' di più. Forse, soprattutto, il secondo, che non ho scritto per divertimento ma per raccontare una storia. Sì, le recensioni ci sono e sono buone (io controllo poco e di solito controllo solo su Amazon per pigrizia e per mancanza di tempo) ma non ha venduto nemmeno venti copie, come il suo "gemello" erotico. Anche se mescolare sesso e vampiri non è una gran novità, anche se bla bla bla, io che ho provato a leggere altri lavori dello stesso genere posso dirmi da sola che non è tanto peggio del resto e che tutto sommato merita una chance. Poi è uscito "Addio a Bodhgaya" e anche lì, sebbene non ci sia ancora la versione cartacea, la somma delle copie vendute il primo mese mi ha abbattuta. Non oso pensare a quanto venderà "Sette stanze", che è uscito poco dopo.
Colpa mia, di sicuro.

Non leggo, dicevo. A forza di spulciare nei lavori altrui ho una specie di repulsione anche per i libri di una qualità maggiore. Non riesco ad appassionarmi, se non a pochi e rarissimi libri. Tanto che ho iniziato un libro da più di un anno e non sono nemmeno a metà, ed è un libro che mi piace. Ne ho letti rapidamente altri, per scrivere recensioni o articoli, ma non mi hanno catturata. Proprio no.

Quindi cosa faccio? Vivo.
Lavoro, cammino, cucino e mi butto nella pole dance. Lo avrete notato, lo so. Ne ho parlato da poco ed è uno dei pochi post che ho scritto qui ultimamente. Lo faccio nonostante l'età e la fatica perché mi diverte più di tutto il resto anche se non sono brava quanto vorrei. Non tutte le lezioni sono uguali, io rendo una volta sì e una no. Cose che mi riuscivano perfettamente di colpo non mi vengono per mesi. Non ho forza in mani e braccia, non sono flessibile e sono pesante. Ma rido e gioco e sono felice. Dopo la prima gara non mi sono data tempo e sono già iscritta alla prossima. Sarà fantastico.

Poi sostanzialmente aspetto.
Risposte, conferme, una nuova strada. Un salto di qualità. Spero di riuscire a farlo con "Area...", che è stato un lavoro lungo e complesso e che ora è in attesa di uno sbocco, come "L'universo...", altra creazione degli ultimi anni. E torno a parlare di scrittura, lo so. Perché ne sto lontana ma mi possiede.
Ho almeno due progetti da terminare e non ho forse la forza di farlo adesso, anche se altre e nuove idee continuano a premere e prima o poi dovrò affrontare il mostro. E sfondare. Qui e là. Perché ho voglia di un destino differente. Di soddisfazioni. Di sognare sempre di più.

Cosa faccio quando non scrivo?
Sogno.

19.8.15

Meditabonda e inquieta as usual

L'altro giorno camminavo in via Garibaldi accanto a una libreria lunghissima e tutta vetrine.
Guardavo dentro e tutta qualla massa di libri mi ha quasi stordita. Ci passo spesso e spesso entro, cammino su e giù cercando un titolo o un suggerimento, compro. Spesso ci giro a vuoto perché con tutti quei titoli, tutte le pile di libri, tutte le pareti piene di coste da leggere... beh, a volte è troppo e io quando sono sovrastimolata tendo a chiudermi. Quindi a volte semplicemente entro e esco confusa e delusa.
Non ho mai avuto il piacere di vedere un mio libro tra quelli esposti (se non nelle librerie dove ho presentato) e probabilmente non ne vedrò mai uno.
immagini Bitstrips
Il fatto è che guardando tutti quei libri mi son chiesta "ma mi frega davvero qualcosa di essere lì tra troppa roba?", cosa che riporta alla domanda "perché scrivo?" e che non ha risposta da tempo.
Perché poi tutto sommato non ho questa urgenza di pubblicare, anche se mi piace l'idea di essere selezionata e ritenuta valida da chi ne sa più di me, altrimenti sarei sempre lì a mandare manoscritti (va beh, mail con allegato) ogni giorno a chiunque mi sembri serio. Invece no: mi informo, guardo i siti degli editori, guardo le istruzioni per l'invio e poi faccio altro. Scrivo, le idee non mancano mai; se non scrivo correggo, se non correggo mi sto inventando qualcosa di nuovo che non so quando finirò.
E in ogni caso non ho urgenza di finire tutto, né di vendere, né di presentare. Non richiedo interviste o recensioni, aspetto che qualcuno mi legga e le faccia. Quando mi scrivono per chiedermi se voglio farmi pubblicità io rispondo e poi mi dimentico di mandare il materiale. Forse non è così importante.
Eppure leggo su Facebook di altri che come me scrivono e che controllano le classifiche ogni giorno, e che scrivono a chiunque per le recensioni, che altresì non sono contenti delle recensioni negative (ovvio, ma mica si può piacere a tutti e se vai chiedendo, prima o poi a qualcuno non piaci), che si scambiano recensioni entusiastiche e che non credono che tutto questo sia un semplice teatrino e che giocare al "personaggio" riesce bene solo a chi personaggio lo è.
Pullulano i consigli su qualsiasi cosa e io non sono mai d'accordo. C'è chi si pianifica tutto, chi si documenta prima ancora di avere in mente una storia, chi ancora non ha capito la differenza tra editing e correzione bozze. Chi si improvvisa editore e chi non fa altro che spam. Chi si lamenta sempre e soltanto, chi chiede lettori che non ci sono. E chi come me non riesce nemmeno più a leggere, nauseata dal troppo che stroppia.
Non che non sapessi che la vita dello scrittore (qualsiasi cosa sia) è piena di ostacoli e lente evoluzioni; non che la via dell'arte in genere sia semplice mai. Non può esserlo. E se "oso" scrivendo qualcosa di cattivo c'è subito chi mi dice che non sono politically correct, e chi mi dice che la letteratura deve smuovere. Chi mi vuole diavolo e chi acquasanta e io semplicemente vorrei raccontare storie, senza pretese. Far divertire e pensare, portare altrove per un poco anche leggermente.
Il lavoro di editing con Natascia procede e di questo sono contenta, perché procede bene. Due terzi della prima lettura sono andati e le poche "incongruenze" riguardano 1) un edificio in mattoni nell'epoca sbagliata, 2) una "cabina telefonica" che poi è un telefono pubblico, 3) le origini di un personaggio e 4) il non avere precisato ma solo lasciate intendere delle cose che in effetti - essendo un romanzo di 320 pagine e con un numero di personaggi impossibile - era meglio "dire". Se poi calcolo che questo romanzo l'ho scritto mentre scrivevo altri 3 romanzi e un paio di racconti, senza prendere un appunto, senza sapere quando ho iniziato dove avrei finito e soprattutto avendo chiare in mentre solo due scene quando ho iniziato...
Beh, sto facendo divertire Natascia e poi non ho idea di dove mandarlo, perché prima o poi mi tocca farlo.
Ecco. Io tutte 'ste cose mica so perché le faccio, se penso al fatto di spedire mi viene già male. E ne ho uno pronto che mando a qualcuno ogni tre mesi, quando mi ricordo. E non è male, giuro. Un romanzo carino, con un protagonista detestabile che piano piano cresce e diventa se stesso. Che non piace ad alcuni lettori perché quando si ubriaca vomita e perché ha un cognome inglese. E che a volte mi fa chiedere, oltre tutto, "che diamine vogliono i lettori, solo personaggi carini, educati e sbrilluccicosi?"
Insomma, siccome son tutte domande cui non esiste una risposta e siccome il malumore già me lo son fatto venire guardando quella marea di libri di cui non ne ricordo uno (no, uno in realtà lo ricordo "vacanze da sogno", un libro di fotografie, più che altro perché leggo il titolo come Crozza quando fa Briatore)...
Voglio solo dire che a volte mi chiedo se vale la pena di scrivere con un'idea precisa che va in direzione contraria al mondo. E no, non vale la pena. Ma lo faccio lo stesso perché sono masochista e testarda. 
E perché mi piacciono le storie.

19.12.14

Specchio riflesso...

Ovvero, colta da sconforto in un agitato Dicembre.


Questo è un post stronzo, sappiatelo. E anche stanco, quindi poco lineare.
Come dicevo ieri, credo che manchi qualcosa alla mia scrittura. Più leggo gli altri, pubblicati o meno, più mi rendo conto che quella scintilla non è cosa comune. Storie sempre uguali, scrittura poco curata oppure ridondante, eccessiva. Punteggiatura stonata, grammatica vagante, narrazione che procede senza senso o con salti temporali non evidenziati dalla impaginazione. Cose che a leggerle una volta sola non le capisco. Tocca tornare indietro e rileggere.
E ancora, rileggendo, mi rendo conto che sposterei, cambierei, taglierei, e il testo non è mio.
Pagine intere che non trasmettono l'ombra di ciò che potrebbero.
Non perché sono d'altri. Perché come in uno specchio mi rendo conto che la mia scrittura, anche se magari più curata e pulita, ha lo stesso difetto.
Quando cantavo sapevo di avere voce e intonazione, ma mi mancava il "tiro" che è quello che fa funzionare un pezzo e che te lo incide nella testa al primo ascolto.
Quando ballavo stessa cosa, mi impegnavo, sapevo la mia parte e quella di quasi tutte le "colleghe", ma non sarei mai stata una prima ballerina. Giulio Cantello, il mio insegnante di danza classica, mi aveva detto che ci sono cose che non puoi prevedere quando arrivano. Diceva che Baryshnikov non era meglio tecnicamente di un qualsiasi solista uscito dal Balletto Kirov o dal Bolshoi, ma aveva quel qualcosa in più che lo rendeva speciale. Non si sa cosa sia e non puoi sapere se ce l'hai finché non esplode in te e ti cambia. Male che vada resterai sempre una brava ballerina, se hai lavorato e sei dotata.
Ecco il punto.
Non si tratta di padroneggiare la tecnica, ma di aggiungere qualcosa.
Ora, in molto di quello che leggo io la scintilla non la trovo. Eppure sono romanzi pubblicati, a volte. Senza un editing ben fatto, senza la cura di scegliere la parola che potrebbe rendere la frase un capolavoro. Allora mi chiedo se viene pubblicato tutto ciò, io perché scrivo - visto che in alcuni casi so di scrivere meglio - e mi vedo ogni difetto, e mi rendo conto che quel qualcosa in più non c'è?
E perché dovrei continuare? Finire i miei lavori senza "brillantini" ha un senso? Devo semplicemente fermarmi e aspettare l'esplosione? Devo fare altro?
Forse un po' di riposo mi serve e in queste due settimane (non ancora iniziate, ma vicine) magari ne vengo a capo.
In ogni caso... Mi domando: "ma gli editor li pagano?" Perché capisco una piccola casa editrice che magari non ha il tempo di farti rimettere sul romanzo pagina per pagina e sistemare il lavoro, ma se mi acorgo io che non sono una particolarmente esigente... possibile che non se ne accorga nessuno? Insomma, un po' come nel caso dell'autore da Strega che si auto plagiava, davvero non si accorge nessuno di quelli che lavorano alla pubblicazione di un titolo che c'è qualcosa che stona?
Non c'è risposta e va bene. Non c'è una risposta per tutto. Me ne rendo conto. Ma mi annoia e mi toglie motivazione. Tutto qui. Se tutti scrivono e io scrivo come tutti, che scrivo a fare?

18.12.14

Senza magia

"Gli Arctic Monkeys hanno prodotto cinque album, che nel complesso hanno venduto cinque milioni di copie. La rivista Rolling Stone ha definito il loro primo disco, uscito nel 2006, il trentesimo più grande debutto di tutti i tempi. Eppure, al momento della formazione del gruppo, nel 2002 , nessuno dei suoi componenti sapeva suonare uno strumento. Vedo potenzialità simili in questo periodo della tua vita, Leone. Come potresti partire da zero per creare qualcosa di grande?" (dall'oroscopo di Internazionale della settimana scorsa)


 Devo ammettere che l'ultima frase mi ha dato sui nervi, parecchio. Perché è un periodo in cui sono affaticata e insoddisfatta di come procedo nelle mie cose da scribacchina, o non procedo. Oh, non devo lamentarmi. Le cose non vanno così male, solo che mi sono resa conto che devo fare un salto di qualità.
Manca la magia.
Come se non riuscissi a mettere tutto quello che dovrebbe esserci nelle parole. Come mancasse la polverina dorata che rifinisce un quadro da cui gli occhi faticano a staccarsi. Come se un "velo" (cito Monica, con cui discutevo oggi) coprisse quel che scrivo, proteggendomi - non mi metto a nudo, in gioco totalmente? - ma attenuando l'effetto che le parole potrebbero avere.
Perché sono sicura che non scrivo male, ma di certo quello che scrivo non incolla il lettore alla pagina, non ancora. Forse davvero indugio troppo sui dettagli, sulle descrizioni. Non lo so, qualcosa non mi quadra e non voglio fermarmi ora. Devo solo trovare la mia magia. Prima o poi ce la farò, credo. Intanto cerco di capire che cosa mi manca, perché sono stufa di stare ferma qui.
Scrivo, scrivo, scrivo e non colpisco ancora a fondo. Quando avrò la magia, la mia penna (e chi la usa più?) ucciderà...