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4.4.26

Lagavulin a colazione

 No, non ho iniziato a bere, anzi ho quasi smesso - che poi sulla natura del mio bere ce ne sarebbe da dire ma non è questo il momento. 

In questi anni in effetti ho quasi smesso di fare tutto ciò con cui mi riempivo la vita in precedenza per concedermi il lusso di fare ogni cosa che amo in modo più sereno senza la necessità di tramutare ogni attimo di piacere in una ossessione compulsiva.


Per esempio non scrivo più - e non dipingo, non verso resina, non guardo serie tv, non leggo - fino alle tre del mattino per poi dormire quattro ore scarse e svegliarmi sempre più stanca e con sempre vivo quel vuoto che mi spingeva a fare cose (spesso anche senza vedere gente). Non mi riempio le orecchie di musica a ogni ora del giorno, non cerco di essere in un posto diverso da quello in cui sono fatta eccezione per quando lavoro, momento in cui la mia mente per difesa va a fare qualsiasi viaggio le sia possibile. Ma anche questa è un'altra storia.

Ho ripreso a leggere da un paio di anni - non che prima non lo facessi del tutto ma era diverso - e sono tornata ai miei vecchi amori dopo aver cercato inutilmente di darmi un tono leggendo romanzi seri e un pochino più impegnati. Sono tornata alla fantascienza, all'horror e al fantasy ma soprattutto ai vampiri. Ed è qui che arriva il Lagavulin. 

Ricordo alle superiori e all'università quando i miei professori mi rimproveravano di perdere tempo leggendo romanzi di genere - di quel genere - invece di farmi una cultura con la letteratura vera come se il genere di per sé bastasse a rendere un romanzo scarso e come se una lettura più leggera mi rendesse incapace di ragionamento o di riconoscere dei limiti. Lo so, l'ho già detto più volte e tendo a ripetermi come Max Gazzè in "Cara Valentina". 

Il fatto è che la mia costante ricerca di leggerezza è l'ennesima forma di difesa che mi aiuta a difendermi da me stessa e dal mio continuo rimuginare. Leggere qualcosa di divertente e di irreale mi solleva dal peso del mondo. Per questo adoro leggere di vampiri. Soprattutto di vampiri assurdi - ma poi ce ne sono di "seri"? - come quelli della Confraternita del Pugnale Nero. Questa razza di energumeni sovradimensionati, superdotati e ipereccitabili le cui femmine vanno in calore come animali e il cui senso di possesso è un perfetto esempio di relazione tossica - anche qui, non che in Twilight per esempio si caschi meglio, però...

Ora, avendo finito tutti e centordici i romanzi della saga e pure ricominciato da capo la serie visto che da quando avevo letto il primo a quando ho finito l'ultimo volume sono passati più o meno dieci anni, da qualche mese sto leggendo altro - mi sono incuriosita vedendo la serie tv e sono ovviamente andata a cercare tutti i libri de "La ruota del tempo" - ogni tanto sento la mancanza del brivido horror. Soprattutto quando al mattino, prendendo il caffè al bar prima di entrare al lavoro, leggo tutte le etichette degli alcolici disposti sulla parete dietro al bancone e ci trovo il Lagavulin, largamente usato dai confratelli. Allora mi dico, dovrei riprendere la serie. Poi ci ripenso, avendo territori nuovi da esplorare.

E nuovi panorami da assaporare, e tanti piccoli attimi di pace senza rincorrere niente e senza temere il vuoto.

26.4.22

Felice di niente

 Ci son mattine che ti svegli che non hai dormito molto e hai già mal di schiena, e non hai voglia anche se sei contenta perché nei giorni precedenti hai fatto cose belle. Ci son giornate che iniziano in salita e finiscono più o meno uguale su un tapis roulant dopo una sessione di tortura cinese e asciugamani e copriletti e la voglia di tornare viva. Ci son pomeriggi che poi torni verso casa e in quel momento ancora non piove e mentre ascolti un romanzo di fantascienza e guardi in giro e senti l'aria addosso ti senti stranamente felice di niente.




Ci sono sere che sei al pc e butti un occhio alle cose che hai lasciato su Wattpad da un anno a questa parte - sì, vabbè, una è lì da ieri - e che sai che hanno una certa potenzialità e conti i lettori e scorri le classifiche abbastanza inutili ma ti senti soddisfatta ugualmente perché loro lì son sole ma si fanno strada, e allora sai che hai fatto bene e che DEVI continuare...

Sono innamorata, sono pazza, sono ancora qui a sognare mondi che non esistono.

23.4.22

Foresta

Avevo mille cose in mente.

Era di amore e di attenzione, era di come a volte la poesia non sembra più far parte di quello che viviamo e invece se ne sta lì, nascosta sotto le foglie secche del nostro giardino. Noi non curiamo granché questo posto, è vero. Le mille incombenze di ogni giorno, le brutte notizie che ci arrivano nonostante tutto, le tante brutture che ci vedono impotenti e tristi ci impediscono di prestare più attenzione a noi stessi. 





Amarsi dovrebbe voler dire ascoltare i piccoli segnali prima che diventino un problema. Il dolorino che da occasionale diventa fisso, l'acufene che all'improvviso si fa più importante, l'ansia che ci accompagna col sonno e che diventa attacco di panico. Il malessere sottile che diventa la fine di un amore.

Nell'altro post parlavo di quelle piccole cose che anche se non "ci ammazzano" non ci fanno bene. So per esperienza che anche solo una piccola frustrazione, se continuativa, può rovinare una marea di sforzi e risultati ottenuti. So che a un certo punto passa la voglia di provare. E sì, sto parlando di amore e di come a un certo punto ci si accorge che quello che si sta vivendo non va bene per noi. Per mille motivi diversi. Per tutti i segnali non colti o per aver sottovalutato l'impatto che potevano avere nel tempo.


E sì, sto parlando di amore e di come se non si curano i più minuscoli dettagli fuori sincrono ci si perda definitivamente.  Ed è vero che le più grandi passioni finiscono senza botti, senza grosse esplosioni. Finiscono. Nemmeno si trasformano. Altre, invece, crescono a discapito di ogni difficoltà e giusto perché nutrite di ascolto e di attenzione si trasformano in qualcosa di più grande e se possibile più bello.



Non credo sia questione di fortuna. Credo che in ogni cosa ci siano semi e germogli che con il giusto terreno hanno il nutrimento che manca loro. Ci sono parole che sono germogli, non promesse, non fonti di sicurezza. Solo germogli. Il bello in tutto questo è che lì esistono infinite possibilità. Non si tratta nemmeno di decidere, le cose arrivano da sole e da sole se ne vanno ma meritano l'attenzione. La giusta dose d'acqua e di fertilizzante, la luce e l'eliminazione delle foglie secche. E tanta aria e spazio per respirare, perché senza aria non c'è vita.

Ma soprattutto imparare ad amarsi e ascoltarsi, il conoscere già le risposte che non si vogliono avere. Lasciar morire parte dei rami per far crescere gli altri non significa perdere. Amare sé stessi, prima di ogni altra cosa. Prima di chiedere amore e di fingere di darne, ché se non si sa cosa sia il bene proprio non si può desiderare l'altrui. Sapere che ciò che di noi marcisce e muore può esser vita per qualcun altro. 



Essere foresta. Non singolo albero, non un solo pezzetto di giardino curato all'inglese. Foresta. Pullulare di vita e lasciare che ogni cosa faccia il suo corso senza che questo muti o limiti il proprio essere. E amarsi, e amare. Sì, sto parlando ancora d'amore...

22.4.22

Pensieri dell'anno passato


 Questi tempi ci hanno insegnato a covare rabbia, non buoni sentimenti. Quelli li lasciamo agli arcobaleni colorati dai bambini e agli inguaribili ottimisti. Ho idea che per alcuni la chiusura non abbia che accelerato il processo, prima contenuto da un minimo di contatto sociale (non social, perché qui di leoni da tastiera che nel quotidiano mai oserebbero alzare la voce ce ne sono eccome) che fa da filtro ai nostri comportamenti. Sovrastrutture culturali che ora tendono a cedere e che, chiusi nell'Io come siamo, ci fanno sentire ancor più isolati. Chi ha fatto o sta facendo un percorso spirituale non ne è del tutto immune ma si spera più consapevole, perché una volta riconosciuto il mostro è più facile rimetterlo al suo posto.

Siamo più che mai "noi contro il mondo" ed è grave più del virus che in casa ci ha chiusi così a lungo.

Non è uguale per tutti, non può esserlo. A me ha portato pace, questa cosa, e il desiderio di avere in futuro una vita migliore che comprenda rispetto per me stessa e per gli altri, un ritmo più adatto e un senso del dovere meno presente. La voglia di smettere di rincorrere una vita che non mi aspetta e che mi pretende costantemente iper-performante, iperattiva e soprattutto consumatrice passiva di qualsivoglia prodotto. Ci hanno insegnato a essere sempre in competizione e questo non è bene, perché ci isola. Non esiste un "altro" da combattere, esiste un Io che si è fatto riempire di idee confuse sulla vita e sulla morte, sulla nostra natura. 

Non ne usciremo migliori, se continuiamo a prendercela con chiunque tranne che con i responsabili e non ammettiamo che i responsabili di ogni cosa siamo noi per primi, quando pur di non pensare cerchiamo qualcuno fuori cui delegare anche il nostro destino per poi seppellirlo se quel destino non ci piace.

11.2.22

Tersicore

 Io ero.

Semplicemente, senza fronzoli o sovrastrutture. Giovane, sognatrice, decisa. Ero tutto e ho usato ogni briciola di ciò che ero per essere ancora, e ancora, eterna.

foto Wallhere.com


Assorta in un sorriso di ciglia scure, stretta in un abbraccio senza fine, aggrappata a quella casa che sentivo nel cuore. Ero. Persa in milioni di balletti mai ballati, presa dalle immagini dei sogni. Ero.

Cantavo forte e scrivevo parole e corpi insieme. Forte della mia forza unica, passione. Ero passione, sempre. Giorni, notti, ore, anni a bruciare. E cantare bruciando. E bruciare danzando, per poi rinascere il mattino dopo.

Ed ero terrore, dolore, sangue. Ero la vita tutta. E la morte. E avevo lacrime e risate colme di gioia e pensieri folli, torbidi, veri. Ero io. Sempre.

Passo dopo passo, giorno dopo giorno, sogno dopo sogno. Come fosse respirare, la mia danza. Lo era, in ogni cosa. Come io ero.

Avevo.

Musica, sogni, visioni, luci, colori, parole, la pelle pitturata e nuda. Avevo desideri urgenti, avevo voce e volevo usarla. Avevo poesie e mitologie potenti, e la magia, e tutto attorno. E il mondo ai miei piedi. E non erano importanti il sangue, le ferite, le parole pesanti e tutto il male del mondo. Brillavo.

Ero viva. Dentro a una ragazza che sognava di volare. Ero Tersicore.

31.12.20

Buoni propositi e cattive intenzioni

Non sono mai stata brava a chiedere.

Non sono mai stata capace di metter giù, nero su bianco, obbiettivi e scalette. Sono incostante - la mia amica Krizia suggerirebbe di dire sono stata incostante, perché non bisogna fissare definizioni che poi ci rimandano a dare un'immagine di noi stessi fissa e immutabile invece di aprire la mente verso nuove modalità - e istintiva, seguo comunque la sensazione del momento e niente, nessun obbiettivo resta fisso per più di un nanosecondo nella mia mente.

Se vogliamo, in carenza di passione speciale, nessun tipo di obbiettivo mi pare abbastanza importante da dedicarci più di tanto e se invece la passione c'è, il tempo già lo dedico a quella, quindi perché inseguire sempre qualcosa? Ho poi la stramaledetta abitudine alla bastiancontrarietà (perdonate il neologismo non petaloso) per cui se mi impongo di fare qualcosa di specifico, riesco immediatamente a fare tutt'altro anche se non necessario. Indi per cui non ho più tentato l'impresa di scrivere un elenco di cose che non farò perché mi distraggo o mi boicotto da sola.


Non che io non desideri cose, eh. Li vedo anche io i post su Instagram dei miei riferimenti nella pole e mi ripeto sempre "oh, che bello, ora lo provo", poi salvo il video e non provo mai più quella figura anche se sul momento morirei pur di avere la mia foto in quella posizione lì. Anche se vorrei quell'apertura, quel fisico, quella leggerezza, quel saper volare in modo fluido, mentre io cado, rotolo, mi aggrappo - il più delle volte, perché ho anche i giorni sì - sempre con i miei 135° di spaccata. Sono sempre stata pigra, una volta almeno avevo solo la danza da fare tutto il tempo che volevo, ora ho lavoro, casa e un'età che mi fanno stancare a sufficienza e non ho più voglia di rincorrere le cose.

Quindi?

Siccome con i buoni propositi non funziona dovrei dedicarmi alle cattive intenzioni. Tipo tornare a vivere, non appena la situazione globale lo permetterà e soprattutto dopo aver concesso tutta la mia attenzione alla "canappia" tumorata che pian piano se ne sta andando. 

Tornare a pole, appena possibile con un rinnovato abbonamento open in modo da restare fuori casa e non avere mai più una vita sociale al di fuori dello sport. Vedere se riesco anche a fare danza, perché mi manca. Tornare a scrivere senza strafare, lasciando la parte sadica di me a sfogarsi altrove. Terminare gli incompiuti e fare come un tempo. Mandarli al buon vecchio Fabio che mi porta pure bene ma che non ama il mio fantasy. Smettere di non crederci.



Fare in gran segreto le cose che finora non ho osato fare e sentirmi libera da giudizi e pregiudizi miei e altrui. Sondare, capire, curare, crescere.

Ma soprattutto tornare a pole, a vivere. Perché una certa Anna, in un file nel cassetto, ha bisogno di arrivare a fare una figura particolare, che sarà metafora della sua vita da personaggio e che libererà me da un'ossessione in più.

Tremate.

Della maggior parte di queste cose non avrete notizie mai. E non vi dispiacerà.


(Le foto sono provini del fantastico genio del male Yuri Bote, scatti grezzi. Non vi dico quanto ho pianto nel riceverli e quanto mi sento idiota in questo momento, tanto a chi importa?)

24.10.20

Ho perso le parole (cit.)

 Da qualche tempo mi mancano le parole.

Sono state soffocate dalla chiusura di marzo, da tutti i pensieri di aprile e dalla riapertura di maggio, senza criterio nel considerare le vite degli individui come tali; sono morte nell'attesa di giugno - 200 Euro per tutto un mese - e nell'affanno di luglio per recuperare quel poco di speranza di una ripresa del lavoro; non hanno trovato modo di tornare ad agosto né un minuto nella corsa di settembre e ora...

Le prospettive così poco allettanti per il futuro mi lasciano fiacca e disadattata. Non sono preoccupata per la mia salute, mai stata.

Pur avendo spento la tv e la radio sono sommersa da numeri di cui non mi importa assolutamente niente. Non sono negazionista ma rifiuto di vivere nel terrore. So che si muore, so anche che fa parte della vita e che pur non andandosele a cercare le cose succedono ugualmente: prima o poi, di qualcosa, morirò anche io. E non è poco rispetto per chi c'è passato o ci sta passando, per chi ha perso qualcuno, per chi sta male. La vita è fatta di questo, anche. Di malattia e morte, come di nascita e di vecchiaia. Inutile correre a Samarcanda, inutile immaginare un mondo in cui saremo tutti giovani e sani per sempre. Quindi faccio il possibile per evitare il pericolo ma voglio continuare a vivere la mia vita, qualsiasi cosa capiti.

Non credo nei complotti, eppure so che da ogni cosa c'è sempre qualcuno che sa trarre profitto. So di essere solo un ingranaggio piccino in un mondo di cui non ho una comprensione così ampia. So che "devo" produrre necessariamente, per il mio e l'altrui sostentamento. So che da quando sono tornata al lavoro sto facendo il triplo della fatica per il medesimo pezzo di pane ed è questo che non mi dà pace. Essere niente a parte quel piccolo ingranaggio per chi sta sopra di me e decide. 

Sono fortunata. Un lavoro da dipendente e a tempo determinato. Ma non è tutto nella vita e per me da sempre è solo ciò che mi permette di fare tutto il resto. Che non è chissà quale folle cosa. Pagare le spese, mangiare, curare le bestie di casa, pochissimo shopping, sere in palestra, a letto alle 23,30 quasi sempre. Pochi amici ma buoni, con cui passare il tempo libero senza assembramenti. Una cena fuori, due passi, un gelato, una fuga di un giorno al mare. Più che altro qualche allenamento casalingo e qualche birra in più con quella che ormai è "la mia congiunta" pur non essendo l'amore mio. Non chiedo molto. Sono una a "basso mantenimento" come dicevano forse in "Harry ti presento Sally".

Mi scoccia la burocrazia assurda tesa a far scarica barile nel momento giusto, tipo la firma ogni mattina al lavoro riguardo alla salute. Che poi io la febbre la misuro da quando è iniziata 'sta storia, visto che ho il raffreddore 12 mesi l'anno. Mi scoccia dover portare la mascherina quando sono sola per strada se poi vedo la gente gomito a gomito in pizzeria vicino al lavoro e nessun problema a riguardo. Mi scoccia vedere gli amici ristoratori in difficoltà perché con alcune restrizioni lavorare diventa davvero un'impresa. Mi scoccia che non passi un tram e che la metro nelle ore di punta sia piena e nessuno decida di tentare di sistemare le cose. Mi scoccia vedere le code per entrare a scuola.
Mi dispiace che si parli di chiudere palestre e parrucchieri. Per la pole poi, dove siamo immerse nell'alcol con cui puliamo i pali costantemente e con sale poco capienti mi pare ancora più assurdo. E il non riuscire già oggi a fare la spesa on line... manco avessi chiesto lievito di birra.

Mi sento un criceto tra milioni di criceti, bloccato in un ingranaggio da cui non posso uscire. Un numero utile a far girare la baracca e niente più. Il sistema mi pesa addosso. Hai voglia a fuggire con la mente in luoghi immaginari per salvare quel minimo di felicità; hai voglia a sognare momenti, soddisfazioni. Non mi basta più tutta l'immaginazione che ho. Non riesco nemmeno più a scriverla.


28.9.20

I tre aspetti degli amori che scrivo...

 Attenzione, contiene spoiler che riguardano "Il gioco dei vampiri"

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Mi sono accorta che in due dei miei romanzi esiste uno schema particolare. Non era voluto in nessuno dei casi, l'inedito fanta-horror e "Il gioco dei vampiri" eppure in entrambi i romanzi la protagonista si ritrova in un ménage poco tradizionale che mi ha portata a riflettere sulla diversa natura sia dei personaggi che dei sentimenti che per loro nutrono le protagoniste.

Credo che in entrambi i casi le protagoniste incontrino aspetti dell'amore differenti che nei romanzi assumono l'identità di uomini diversi. Ho letto spesso storie in cui c'è una sorta di lotta tra due personaggi per conquistare la protagonista femminile, solitamente rappresentano passato/presente oppure bene/male per far propendere il lettore per quello dei due che sembra "migliore". Tutto, almeno nei romance, porta a un naturale lieto fine. Ora, visto che io non amo il classico lieto fine e nelle mie storie c'è comunque una forte componente sentimentale, in qualche modo ho sempre complicato le cose. Per prima cosa non c'è mai un personaggio completamente buono o cattivo, nonostante tutto. Almeno non i protagonisti principali della storia. 

In questi due romanzi, a differenza degli altri miei scritti finora terminati, non c'è un innamorato migliore dell'altro, non uno peggiore. Ci sono maschi tendenzialmente Alfa - per quanto io trovi assurda la definizione - ognuno con caratteristiche precise e molto diversi tra loro. In buona sostanza, però, posso distinguerli in tre diversi tipi d'amore (e ho detto di amore e non di amante per un buon motivo).

C'è l'amore viscerale o romantico in senso filosofico (Michael, nel caso de "Il gioco dei vampiri"), quello senza senso e tutto sensi che travolge e trascina via tutto ciò che trova. Sia qui che nell'inedito, questo personaggio coinvolge la protagonista e la costringe a vivere qualcosa cui non era preparata ma cui evidentemente era predestinata. Non è mai un rapporto sereno, ha un che di patologico ma serve da tramite per lo sviluppo sia della storia che del personaggio femminile. È in sostanza una guida, un maestro e un complice. Nell'inedito questo tipo di uomo ricopre il suo ruolo inconsapevolmente, essendo in pratica se stesso senza un secondo fine, cosa che invece Michael sembra avere - forse anche la consapevolezza di essere per Wendy sia dannazione che rivelazione - nell'utilizzare la donna amata per eliminare il nemico. Per quanto forte sia comunque il legame, alla fine è difficile che questo tipo di rapporto vada oltre la sua funzione.  

C'è un amore impossibile o romantico in senso più comune; quello perfetto alla Principe Azzurro per intenderci (e qui è il turno di Lucio, ne "Il gioco dei vampiri"), che avvolge e fa sognare la protagonista. La fa sentire amata e "perfetta" come nessuna. Nell'inedito la protagonista ne viene affascinata pian piano mentre per Wendy è un vero e proprio colpo di fulmine pur portando con sé i mille dubbi riguardo alla natura di Lucio e all'impossibilità di vivere un rapporto normale in una situazione tanto complessa come la loro. Stesso problema nell'inedito, in cui però la protagonista non si ferma a pensare alle conseguenze delle sue azioni, troppo presa dal suo percorso e dalla necessità di capire. Lucio è tutto ciò che Wendy vorrebbe in un mondo ideale. L'abbraccio rassicurante di qualcuno che la ama così com'è e per quello che è. 

L'ultimo è l'amore concreto, quello che c'è e che cresce con la storia. Un incontro casuale, un salvataggio, una specie di controparte maschile di ciò che è o vorrebbe essere la protagonista. Una presenza forte che non necessita della relazione in sé ma che viene coinvolto suo malgrado dagli eventi e sceglie nonostante le difficoltà e le differenze di intraprenderla. È, ne "Il gioco dei vampiri", il caso di Mirko - anche se la parola amore nel suo caso non viene mai pronunciata - che ha annusato il potenziale di Wendy ma non ha mai cercato di conquistarla, curioso di conoscerla ma non ossessionato da lei. Nell'inedito è un uomo che fatica ad accettare la protagonista e le sue stranezze ma che alla fine cede ai propri sentimenti, nonostante tutto. Certo è diverso da Mirko e non è ben definito il suo destino ma è quello che resta, dopotutto. 

Ognuno di questi tre "caratteri" ha sia aspetti positivi che negativi, può risultare interessante e piacevole pur non essendo quello destinato a rimanere. Forse ne "Il gioco dei vampiri" sono un po' più marcati, meglio delineati rispetto all'inedito - che tra l'altro ho terminato molto prima della storia di Wendy ma che non ha ancora visto la luce della pubblicazione - ma lo schema è lo stesso. 

Alla fine sono convinta che ognuno di noi incontri questi tre tipi di persone, tre amori diversi, ognuno con un suo valore e peso specifico nella propria storia personale. Per quanto forte ci appaia il legame viscerale, per quanto sia perfetto quello romantico, alla fine è quello concreto che resta. Ci vorrebbe un pizzico di ognuno dei tre per avere il compagno perfetto, immagino. Trovo interessante scoprire, comunque, somiglianze e differenze nelle storie che scrivo. È un bellissimo gioco introspettivo e non mi stanca mai. Così come lo faccio con i romanzi "seri" che leggo, amo riflettere sui miei. Un esercizio infinito...

6.4.20

Nessuno, centomila, ma non quell'uno...



"Noi non siamo chi siamo", ripete incessantemente lo scienziato nell'episodio dal titolo Morte tra i ghiacci, nella prima stagione degli X-Files.
Al di là dei risvolti fantascientifici, la domanda su chi siamo in realtà è forse una delle più interessanti che possiamo porci.
Possiamo dire che siamo una persona diversa per ciascuna delle nostre conoscenze, che ciascuno tenderà non solo a vedere in noi solo quello che desidera vedere (che sia un pregio, un difetto, una necessità, qualche segno) ma anche a proiettarci addosso la propria fantasia.
Così diventiamo fanciulle indifese, persone terribili o dee di bellezza inusitata a seconda di chi ci osserva, senza peraltro essere nessuna di queste cose - o tutte insieme.

Oggi i social rendono ancora più complicata la faccenda. In una perenne ricerca di consenso, alcuni tendono a mostrare solo il meglio - foto ritoccate, premi vinti, attestati di virtù e qualità - altri a esibire il proprio lato tragico, altri il proprio successo spropositato. Nessuno però è solo ciò che mostra e pensare di conoscere una persona perché posta solo selfie sorridenti su Instagram o perché a volte esprime una lamentela su Facebook è quantomeno fuorviante.
Scegliamo quotidianamente cosa mettere in piazza e cosa no. A volte ciò che scriviamo è dettato da un'urgenza personale, altre volte riflette i pensieri che vorremmo far valutare ad altri, oppure ancora è solo la milionesima parte di ciò che stiamo vivendo.

Spesso mi capita di usare grandi parole per piccole cose, perché giocare con le parole è in qualche modo uno dei mestieri che mi sono scelta. Quando invece c'è qualcosa di grande (buono o cattivo che sia) è possibile che io non usi le parole ma la musica, la danza, il colore. Perché dolore e felicità non sempre si possono dire. E nemmeno leggere in uno sguardo.
Le nostre vite sono così complesse, a volte, che i momenti più difficili sono anche i più felici. Momenti in cui sappiamo che la nostra felicità avrà un prezzo, ma per quante siano le difficoltà è proprio lì che vogliamo andare e per quanto tutto ci spaventi, dentro lo sappiamo quale sarà la ricompensa.
Ma è difficile intuire la vita di qualcuno da due foto ritoccate e da un paio di post su Facebook, troppo facile appioppare ad altri le proprie facili conclusioni e fare commenti inopportuni. Perché per quanto pensiamo di conoscere una persona ci saranno sempre mille cose di lei che non sapremo mai e che non sappiamo neanche se ci viviamo insieme.

Siamo ognuno un pianeta a parte, controllato dalle stesse forze e composto degli stessi atomi in quantità diverse. Siamo interconnessi ma non per questo uguali, ognuno con la sua storia addosso e con un modo diverso di interpretare i segni. Fin troppo facile affibbiare a ciascuno i nostri stessi modi. Pensare che una persona sia come ce la siamo dipinta è molto più facile di quanto pensiamo. E da lì far scaturire un giudizio è altrettanto semplice.



Eppure ancora, nonostante tutto, noi pensiamo di avere un'immagine unica e univoca. Pensiamo di essere uno. Quell'uno lì, non un altro. Mentre l'altro a volte ci pare nessuno.
In realtà siamo tutti centomila. Poco da fare.
Ce ne accorgiamo quando all'improvviso le persone che abbiamo accanto non sono più come le vedevamo, quando ci danno etichette invece di guardarci e accettare l'insieme. Come se le etichette che ci diamo, la classificazione con cui ci semplifichiamo la vita, fossero realmente applicabili alla vita...


29.3.20

Comunicare, vincere...

Ricevo stamattina una newsletter cui sono abbonata.
Ne scorro il testo, salto tutti i link cui mi rimanda e chiudo.
Mi rendo conto che, se già da tempo ho qualche problema con le "comunicazioni importanti" che tentano di vendermi qualcosa o di istruirmi a seguire il loro metodo per essere vincente.
Io non voglio essere vincente, questo è chiaro a chiunque mi frequenti.

Poi ripenso alla mail.
Comincia con una sorta di aggiornamento sulla situazione riguardo al virus, come per mettere in evidenza l'empatia dell'autore e farmi sentire che anche lui è qui. Coinvolto, presente e attento. Tre righe dopo mi scrive dell'argomento della newsletter e mi sottolinea più volte quanto sia importante quello che mi sta dicendo, ma io sono ancora disturbata dalle prime righe.
Mi torna subito in mente un post di "Talento e felicità", un team di persone che conosco bene e che si occupano di consulenze di carriera  (se volete seguirle su Instagram), in cui si parla di parole di plastica, ovvero quelle parole e quei modi di comunicare che sono diventati uno standard e che non necessariamente comunicano qualcosa. La formalità, la forma invece della sostanza.
Quello che mi ha sempre dato fastidio, come con le pubblicità, è questo tentativo di coinvolgere le mie viscere per farmi agire secondo un fine. Ora capisco che sia normale, se vuoi vendermi un prodotto, che tu me lo faccia percepire come assolutamente necessario. Altrimenti potrei non desiderarlo, ovvio. Capisco anche che ci siano studi approfonditi su come arrivare a questo scopo e che sia uso comune in politica, in pubblicità, sui social; siamo esposti ogni giorno a questo modo di comunicare e spesso cerchiamo di usarlo anche noi per "venderci".



No, non che io mi venda. Ma ho una pagina Facebook pubblica in cui promuovo i miei libri (ma non solo) e certe volte mi chiedo se dovrei adeguarmi anche io al sistema. Cioè, io vorrei vendere libri ma non mi piace affatto l'idea di dover usare come paravento la situazione emotiva di chi mi legge.
Ognuno di noi ha dei problemi, ognuno affronta ogni giorno delle difficoltà, che siano personali, di lavoro, di relazione, di soldi, di desideri irrealizzati, di frustrazione per non essere chi si vorrebbe.
Quando si vive una situazione che fa sentire a disagio è normale diventare vulnerabili ed è su questo che molta della comunicazione attuale si fonda. Farci avere paura, farci crescere un bisogno, farci seguire il loro modello per tenerci buoni. Funziona così da sempre.

Il gioco del mondo è creare uno status, scatenare una crisi per innescare il panico, ristabilire uno status simile al precedente ma con maggiori vantaggi per sé, aspettando che il panico diventi dolore, perché nessuno ama il dolore.

Questo lo pensavo cinque anni fa. All'epoca era dovuto a una lite con risvolto psicologico - io tendo a frequentare manipolatori, sto cercando di smettere e il primo passo è sempre e fondamentalmente accorgersi del meccanismo - ma, appena formulato il pensiero, mi è sembrato applicabile alla realtà del nostro mondo.
Così è ovvio che tutti gli spot urlati "contro" chi ci sta togliendo il poco che abbiamo (ma davvero abbiamo così poco?), contro chi minaccia il nostro status, contro chi o cosa non importa basta che sia  un "altro da noi"; tutti questi spot io li patisco. Mi fanno rabbia, certo, ma più verso chi li fa che verso le persone cui sono rivolti. Ovvio anche che mi faccia rabbia vedere molti seguire questo schema per paura di perdere qualcosa. Perché, e siamo alle solite, è troppo facile guardare fuori da sé e trovare il nemico.
Non nego che, nel momento in cui sono partite le attuali restrizioni, io abbia pensato a un tentativo di scatenare una crisi generale per poi trarne vantaggio. Probabilmente è anche così. Il Dio Denaro continua a governarci e trovarci tutti con le pezze al culo non farà che farci adeguare a lavorare anche di più per meno soldi di prima - perché non ci sono, dicono, quando in realtà ci sono sempre delle soluzioni - o impedirci di vivere "come prima", come se prima vivessimo bene e non strozzati da un giogo che ci impedisce di realizzarci.

Cosa c'entra con la newsletter?
Ecco, è il modo. Questo volermi convincere che si è preoccupati per la situazione prima di ogni cosa. Probabilmente è così che ti insegnano nelle scuole di web marketing. Non ne ho frequentate ma, visto che lo schema sembra sempre lo stesso in qualsiasi contenuto volto a farmi acquistare un bene o un prodotto, anche qui mi è sembrato "vuoto".
Se sono iscritta alla tua newsletter è perché mi interessa conoscere i tuoi contenuti, non farmi aggiornare da te sulla salute del mondo. Per questo esisterebbero i giornali o i canali specifici che (stendiamo un velo anche qui) dovrebbero informarmi senza cercare di vendermi alcunché - nemmeno una visione del mondo. Allora se mi vuoi sembrare più umano, o almeno più normale, lascia che siano loro a occuparsi del virus; lascia che io mi informi come e dove desidero senza cercare di farmi vedere che sei umano, Stai facendo il tuo lavoro: la newsletter mi serve per essere aggiornata rispetto a quello. Che tu sia profondamente colpito dalla situazione di paese non mi riguarda e se ti pare puoi condividerla con chi hai accanto materialmente.
Se mi sono iscritta alla tua newsletter è perché mi interessa la tua competenza, poi spero anche che tu sia umano ma non è da tre righe in una mail che me lo dimostri. Le parole sono importanti (cit.), mi piacerebbe che fossero usate meglio anche da chi mi circonda.
Perché sono stufa di essere trattata come una stupida, qui come altrove; sentirmi dire di cosa ho bisogno e cosa mi farebbe bene, sentirmi raccontare quanto sono bravi loro a fare qualsiasi cosa - compreso l'essere umani - e farmi mettere nella posizione di obbedire al diktat perché altrimenti non vinco.

Sapete che c'è? Io non vinco, non me ne frega niente. 

28.12.18

L'ora, la parola, le cose che scivolano via...

Mi è successo qualcosa, dicevo.
Capitato senza una necessità, quasi senza che me ne accorgessi, in profondità. Altrimenti non avrei perso le parole.
Invece sono qui e anche se ho delle cose da dire non ho più la necessità di farlo. Smesso il dolore, finito il bisogno; quasi usassi le parole per respirare e tenere la testa fuori dall'acqua in attesa della calma.
No, la tempesta non è finita. Diciamo che sono nell'attimo di pace dell'occhio del ciclone, che ho ancora tanto da "sistemare"- e che probabilmente mai finirò - che ho un momento di "perfezione assoluta"* in cui mi basta il dove sono.
E non ho bisogno di scrivere. Ringrazieranno quelli che sfottono gli "esordienti" e quelli che non si troveranno le bacheche spammate da libri col mio nome sopra.
Sì, da una parte è vero che la pole sta occupando gran parte del mio tempo libero e che quando arrivo nella mia piccola casetta colorata ho solo voglia di buttarmi sul divano e coccolare cane e gatto guardando le pareti riflettere le luci. Sì, quello per la pole è un sentimento totalizzante: provare per credere. Per qualche motivo è come se bastasse a "curare" i lividi della vita. Sì, beh, ne fa altri, ma solo sulla pelle. Succede, però, che quel tipo di lavoro su se stessi assorba i pensieri negativi e restituisca il sorriso. In effetti sono quattro anni che sorrido, nonostante tutto.





Però, però...
Mi è successo qualcosa.
Non saprei definire da dove sia partita la mia chiusura. Ho mondi che in qualche modo necessitano di uscire e ho un posto in cui farli emergere ma mi manca il desiderio di renderli "noti". Non ho voglia di esprimere ciò che ho dentro e, da questo silenzio anche sul blog, chi passa spesso se ne sarà accorto.
Non mi è mai piaciuta la realtà, motivo per cui ho sempre letto, scritto, visto film e telefilm. Ascoltato musica e ballato, anche. Per andare via, in un posto diverso e non necessariamente migliore. Ogni luogo, o non luogo, in cui ci immergiamo ha sempre noi come soggetto, quindi non c'è possibilità di raggiungere un luogo "perfetto". Non esiste un luogo che lo sia.
Ora però, il nascondermi non è più sufficiente. Trovo il germe del malessere umano in ogni cosa che leggo e vedo, trovo la prevedibilità dei gesti e delle parole, e io detesto la prevedibilità.
Non sopporto più alcune cose, non ho voglia di ascoltare lamentele, non ho voglia di sentirmi sbagliata io perché non riesco ad ambientarmi. Eppure non ho voglia di fuggire.
E il mondo scappa, adesso. Mi sfuggono tante cose, mi sfugge di mano anche ciò che amo.
Non è strano, è così che funziona.
Il controllo è un'illusione e scrivendo non faccio altro che cercare di esercitare un controllo - non che i miei personaggi mi diano grandi opportunità di farlo, ma a creare sono io comunque - quindi, in qualche modo, anche questo aspetto della mia vita mi sta suggerendo di "lasciar andare", perché non potrà che giovarmi.
Poi, poi...
Vedremo.

11.2.18

In viaggio

Il viaggiatore dall'altro lato del corridoio è grasso. No, non grasso, obeso.
Appare trasandato e sporco, anche se magari non lo è. Succede sempre così, con le persone sovrappeso. L'ho notato, non tanto per la stazza, quanto perché a inizio febbraio indossa una t-shirt nera, stinta, e vicino a lui c’è solo una specie di k-way, sempre nero. Io, che mi sono appena seduta al mio posto accanto al finestrino sto ancora aspettando di abituarmi alla temperatura. Fuori, prima, era decisamente freddo.
Per un attimo mi chiedo come possa andare in giro così, e me ne vergogno immediatamente; lo so che non è la t-shirt a farmelo pensare. È tanto grosso che non ci sta tutto sul sedile. Mi sfiora l’immagine di “Seven”, un pregiudizio sporco e cattivo che non dovrei nemmeno pensare, invece sono umana e lo penso.

Poi penso a me venti chili fa. No, beh, lo so che non sono mai arrivata nemmeno lontanamente alla sua stazza, ma già mi sentivo fuori luogo così. Non posso immaginare che se ne freghi davvero. Molto probabilmente ci si è arreso. Non dico abituato, non ci si abitua mai agli sguardi della gente. Arreso. 
Sì, perché a un certo punto è normale anche quello. Lasciare le cose come stanno è meno faticoso che mettersi a cambiare. Anche se fa male guardarsi allo specchio, comprare i vestiti, fare le cose di tutti i giorni occupando spazio che non ci è concesso. Sì, mi vergogno. Anche se gli farebbe bene dimagrire, forse non per una questione estetica. Soprattutto per respirare, perché lo fa con fatica.

La ragazzina di fronte a me dorme a bocca aperta, appoggiata di lato al sedile. Sua madre, che mi sta accanto, tiene la custodia di un violino tra le gambe. So per certo che non è suo. Lo so da come la guarda. Farebbe ogni cosa per lei. Poi guardo fuori, il cielo grigio non dà buoni presagi. Non importa, l’inverno passerà. Non è questo il suo mestiere?

Sono distratta quando arrivano. Sono tre, la divisa della polizia ferroviaria addosso, si dirigono immediatamente verso il ragazzo obeso. Certo che l’hanno notato pure loro. Non fanno nemmeno finta che sia un controllo generale. Ce l’hanno con lui e con la ragazza che gli siede di fronte, ugualmente trasandata e non proprio pulita. Chiedono se viaggiano insieme, lei li guarda come offesa da una domanda simile. Nega, con tutto il corpo. Sembra quasi che non voglia nemmeno guardarlo. Lui, intanto, ansima tirando fuori il portafogli dalla tasca dietro dei jeans. Porge la carta d’identità al poliziotto con gli occhi azzurri che s’è piazzato di fianco a lui, una mano sul manganello e un anello d’argento vistoso e stretto all’anulare. Fa paura, il suo sguardo. Si esprime freddo e al contempo naturale. Parla lentamente, chiedendo come mai il documento sia ridotto in quello stato. Pare che la foto sia rovinata, come fosse stata riappiccicata o comunque manomessa. Il documento passa di mano in mano.

Il ragazzo si giustifica in un italiano bizzarro, non un dente dritto in bocca; parla di un lavaggio incidentale con il documento nei pantaloncini e io mi immagino la dimensione di quell’indumento e mi chiedo come si possano chiamare pantaloncini… Poi mi rendo conto che lo stanno guardando tutti. I tre poliziotti, la signora accanto a me, la ragazza di fronte, sicuramente anche i passeggeri che non vedo. Lo stanno guardando o lo guarderanno. Abbozzo un sorriso, se capitasse a me vorrei sparire, ma lui sembra abituato. Forse anche ai controlli della polizia.

Uno dei tre in divisa si sposta a telefonare per un controllo. Prima una carta d’identità, poi l’altra. Non sembrano convinti. L’uomo dagli occhi azzurri ha le mani gonfie e la pancia che sovrasta la cintura – o il cinturone che dir si voglia – e non sembra felice. Dovrebbe dimagrire anche lui, penso, come fossi ossessionata dalla linea. 
È che si sta male, spesso, quando non si ha la forma giusta. Che non significa che bisogna essere magri ma che ognuno dovrebbe avere la sua vera forma ed è così difficile trovarla che a volte non ci si arriva in tutta la vita. Essere se stessi anche nel corpo, essere se stessi il più possibile. Spesso è questa la vera lotta. Mi sorprendo a pensare che forse il poliziotto avrebbe più bisogno di una dieta del ragazzo obeso. È un controsenso, me ne rendo conto, se osservandoli vicini comunque il primo sembra magro. Non so, mi pare che sia così. Magari sbaglio.

Magari no.

Quello che siamo. Molte delle mie ultime riflessioni riguardano questo. Mi guardo allo specchio e piano piano vedo me stessa uscire allo scoperto. E mi chiedo dove sono stata nascosta tutti questi anni, dov’ero? Perché non mi sono lasciata vivere? C’è voluta una vita per avvicinarmi a me.

C’è voluto un incontro.
Forse è vero che bisogna amare. Amarsi, avere passioni. Lavorare a un amore con amore. È che amare sembra sempre una cosa diversa, quando lo dici. Una parola. Anche inflazionata. Troppo usata, troppo imperfetta. Come se quelle cinque lettere faticassero a contenere il significato della parola. Eppure è amore, quello che serve. Guardarsi allo specchio e perdonarsi. Per quello che si è, per ciò che non si è stati, per quello che vorremmo appiccicarci addosso. Immagini di noi che non siamo, di modelli cui ambire e mai raggiungibili. Perché non siamo noi. Guardarsi allo specchio e amarsi. Così come siamo, innanzitutto. Capire chi siamo davvero e quanto il nostro corpo ci somiglia. E se non ci somiglia provare a diventare chi siamo anche con il corpo. 
Io questo sto provandolo sulla mia pelle e funziona. Lasciarmi essere ciò che sono, senza modelli inarrivabili, solo con qualche fonte di ispirazione. Sorridermi, quando mi guardo. Perché io e l’immagine nello specchio abbiamo un segreto in comune. O più di uno, o mille, ma li abbiamo. Solo noi sappiamo chi siamo.

Passa comunque una decina di minuti, il ragazzo obeso supera i controlli e nessun altro nel vagone – italiano, straniero o solo vagamente strano – viene controllato. Nel momento in cui se ne vanno percepisco sollievo generale. Se, nel mondo assurdo in cui viviamo, il ragazzo fosse stato uno squilibrato o un delinquente chissà se sarebbe successo un casino? Se fosse stato armato, mi chiedo inevitabilmente, se avesse deciso che non gli piaceva come tutti lo guardavano? È strano, perché io non sono il tipo che si preoccupa di certe cose. Non ho paura, non ne ho quasi mai e di solito non ho paura per me. So che le cose succedono, belle o brutte, senza che io ne abbia il controllo assoluto. È che la mia mente ha l’abitudine, dovuta anche al mio lavoro manuale che mi lascia il tempo di comporre storie, di vagare per i fatti suoi, immaginando situazioni e sensazioni che non voglio controllare.


Lui, nei sui jeans un po’ scesi, la mutanda a vista mentre si infila il k-way, scende poche stazioni più in là. Non si guarda attorno andando via. Nel suo italiano sconnesso dice due parole incomprensibili al cellulare silenziato, poi se ne va.
Posso tornare a guardare fuori, a pensare alle nuvole e al sole che non compare quasi mai. Allo spettacolo che vedo, ai fasci di luce che squarciano il velo grigio qui e là, alle forme e ai colori di questo inverno. E penso. Se solo non ci fossero tutte queste case, i cavi dell’altra tensione, il rumore del treno, il brusio della gente… Il traffico, l’inquinamento, i clacson, la maleducazione, le preoccupazioni; se non ci fosse niente… Se non ci fosse l'uomo, quale spettacolo meraviglioso avrei davanti?  

2.12.17

L'immagine e io

Il fotografo è il top.
Lo shooting organizzato dalla scuola è un vero e proprio evento. Il pacchetto comprende cinque scatti elaborati con photoshop, ma ovviamente le foto scattate sono almeno dieci volte tanto. Lui scatta, fa una prima selezione e manda i provini da cui scegliere le foto che ti piacciono di più.
Il suo suggerimento è di guardare il viso, l'espressione, la posizione e di non badare a cellulite, rotolini e inestetismi perché a quelli ci lavora lui.
Ore passate a spulciare immagini ingrandite per scegliere quelle in cui magari sorrido, quelle in cui la posizione del piede mi piace di più, in cui la luce fa un effetto particolare. Non una cosa semplice, se si è ipercritici... e io lo sono. Poi scelgo.
Poi le riguardo. In una ho un'espressione adorabile. Allora gli scrivo.
"Senti, - gli dico - anche se la posizione non mi piace, vorrei anche questa foto. Puoi lavorarci su?"
"Non posso cambiarti la posa, ma posso cambiarti il corpo." Mi risponde.
E io...
"Grazie, ma non ho bisogno di sembrare tanto diversa da quello che sono."

Una pazza, probabilmente.

Poi volevo aggiungere che alla mia età posso gestire il fatto di non essere perfetta e amarmi lo stesso così come sono, ma ho taciuto. Adoro anche solo i suoi provini, in bassa risoluzione e col watermark bello presente. Saranno foto ritoccate, le altre. Quelle da guardare nei momenti di scarsa autostima.

E ricordo che un tempo, fotografata con un make up professionale, ho odiato quelle immagini con tutta me stessa perché non mi ci riconoscevo. E mi sento bene, oggi, con il mio corpo non perfetto, con la mia cellulite e qualche rotolino in più.
Poi, a dirla tutta, la foto a cui tenevo di più in assoluto (oltre a quelle di Carmen, il cane poler più dolce del mondo) è quella con le mie amiche, fatta di straforo, e di cui ringrazio immensamente Yuri Bote perché siamo proprio noi, quelle lì.

C'è poco che mi renda più felice di essere me...





29.9.17

Rieccomi

Staccare per un po' mi ha aiutata.
A dire il vero sono ancora staccata ma da qui a fine anno ho molto da fare e pian piano sto riprendendo gli spazi che ho lasciato vuoti. In realtà, mentre meditavo sulla mia vita e sul mio corpo, (e sull'inutilità dei pulsanti per prenotare l'attraversamento stradale, anche) ho trasformato i racconti che avevo scritto qui e quelli che ho pubblicato nelle antologie, più qualcosa che avevo pronto in un libro che si chiama "Presenze", disponibile sia in cartaceo che in ebook a prezzi minimi, perché mi spiaceva avere lavori sparsi in giro quando la maggior parte dei racconti era nata, appunto, per essere una raccolta. Per le sinossi dei racconti c'è la pagina apposta qui sul blog.


Probabilmente, come accade spesso negli ultimi tempi, saranno in due a leggerli. Pazienza. Chi mi conosce sa che non faccio praticamente nulla per promuovermi e quel che faccio lo faccio male. Quindi ben mi sta.


Per il resto sto cercando di distrarmi con un progetto parallelo (e mi direte "parallelo a che?", e avete ragione ma io ho sempre un progetto parallelo a un progetto parallelo) che non mi porterà da nessuna parte e di ricostruire pezzi di me, cosa che immagino invece mi porterà a una vita migliore - la prossima.
E continuo con la mia dieta, anzi, ho appena ricominciato e al contempo deciso che dopo il prossimo giro smetto. Perché sto bene. Cioè, ho ancora quei chiletti in più che vorrei perdere ma non voglio che diventi un'ossessione o che mi privi di gioie troppo a lungo. Alla fine mangio sano, faccio sport e mi mantengo bene. Poi, appena avrò riordinato le idee, avrò altro da dire anche sul corpo, ulteriori riflessioni.
Diciamo che da marzo a questa parte mi sono resa conto di tante piccole cose che voglio cambiare e che sto lavorando per essere una versione di me stessa che non mi faccia troppo schifo.

Sì, lo so, esagero.
Però a volte, per paura, comodità o abitudine, ci si lascia avvolgere in uno strato di bambagia che protegge dagli scossoni della vita ma allo stesso tempo la appiattisce  ogni giorno di più. Quindi: o mi lasciavo morire così oppure mi davo una mossa. Ok, buona la seconda.

Non si trova un lavoro manco a pagare (ma se non hai un lavoro, con che paghi il lavoro che cerchi?), se hai un requisito non hai gli altri dodici, se ne hai dodici ti manca quello fondamentale. Visto che per me è possibile dimostrare dieci anni di meno ma sulla carta ho una certa età, visto che ho un diploma e non ho una laurea, visto che ho fatto mille esperienze - tranne quelle giuste, evidentemente - e il più delle volte le ho fatte in nero (o comunque non dimostrabili), visto che ho un lavoro part time... Non vado bene quasi per niente tranne forse fare le pulizie. O forse mi chiederebbero la laurea anche lì, chissà.

La pole va bene, quella sì. Ho due gare in programma e zero voglia di gareggiare, ma mi verrà. Alla fine mi diverte incontrare gli amici che seguo costantemente su Facebook e farci due risate tra un glitter e un tacco 20. Quindi mi alleno, come sempre, e medito cosa fare alle prossime (perché ad aprile e giugno del 2018 sono di nuovo lì) e, ancora, sull'utilità del premere il tasto di prenotazione ai semafori...
Chiamale, se vuoi, ossessioni.

18.2.17

Ora

So che Easy (il mio migliore lettore e commentatore, che spero di poter chiamare amico) si aspettava una maggiore assiduità. Forse in qualche modo anche io...
Io che mi lamentavo del tempo che manca, io che faccio sempre più cose di quante potrei umanamente reggere e che comunque reggo; io che ho sempre amato questo posto come fosse il mio rifugio...
Sono stata assente, ho fatto altro: finito di correggere un mega-romanzo, finito di scriverne un altro un po' più smilzo, iniziato a correggerlo, iniziato ad ampliare un altro progetto, iniziato il secondo spin off de "Gli attimi in cui Dio è musica" - che sarà disponibile su Wattpad - e... tutto questo oltre al lavoro, alla casa e alla pole. Agli amici, alle cene, alle passeggiate...
Ora, probabilmente, avrò più tempo. Ma non sono sicura di riuscire a definirlo "tempo libero".
Ché nella vita succedono cose e non sempre sono negative come sembrano.

Quindi non so se sarò più assidua, ci proverò. Intanto vivo, e sono felice. E ho un mondo di possibilità tra cui voglio scegliere al momento giusto, per il mio bene, senza paura.


Come quando affronto la vita a testa in giù...

Alla fine è tutta questione di conoscere i propri limiti, di sfidarli un pochettino quando si è sicuri della propria "tenuta", di chiedersi spesso se è davvero quello che si vuole e osare cambiare quando si è sicuri di cosa si desidera davvero.

Perché continuo a pensare che il tempo sia poco, sempre troppo poco per perderlo sopravvivendo. Dopo aver scoperto chi sono e cosa voglio, non mi resta che andare...


Osare.

Cambiare prospettiva...
Vivere.

Ora.

30.7.16

Offerte, non offerte e ulteriori news.

Eccomi qui, non che non abbia prodotto in vari modi diversi nel frattempo. Il fatto è che non sono particolarmente contenta e sto prendendo diverse decisioni.
Innanzitutto vi informo che sono usciti i cartacei sia di "Addio a Bodhgaya" che di "Sette stanze".

L'ho scoperto per caso, googlandomi, in entrambi i casi. Il che non mi è piaciuto. Anche il fatto che fossero dapprima su tutte le piattaforme sebbene su alcune non fossero dati come disponibili subito, e ora siano misteriosamente scomparsi. Tranne che su Youcanprint, che fornisce i cartacei del mio editore.
Comunque...

I cartacei sono usciti, ho fatto un piccolo ordine per rifornire gli amici che già me li chiedevano e informato i miei contatti di Facebook e Google Plus, e Twitter...
Non ho ancora organizzato presentazioni, quindi non conto di venderne tantissimi. Vedremo.

Per il resto, le versioni digitali di tutti i miei romanzi sono in offerta estiva a € 0,99 cadauno.
Chi non avesse ancora letto i miei lavori può approfittare ora. Un romanzo a meno di un caffè.

Non sono in offerta i due racconti, che già costano € 0,99 normalmente.

Non sono in offerta nemmeno i cartacei, a meno che non li richiediate a me personalmente.




Sto meditando su alcuni cambiamenti da apportare al mio modo di scrivere-propormi-vendere. Sul mio modo di pubblicare, anche. Appena ne vengo a capo di sicuro vi faccio sapere. Intanto vi ricordo che ci sono i miei racconti scaricabili gratuitamente qui sul blog. Non ne ho di nuovi, per il momento.

La mia pausa con la scrittura finirà, prima o poi. Le idee non mi mancano mai, ma l'urgenza del momento riguarda tutto il resto e non ho nessuna voglia di farmi abbattere proprio ora.

5.7.16

Choc all'amarena

Come alcune canzoni restano attaccate a determinati eventi della vita, così succede che alcuni sapori rimangano legati indissolubilmente a degli episodi della vita.
Così alla mia infanzia mi ritrovo ad associare le lenti di zucchero colorate, che la bisnonna teneva i una scatolina accanto al letto e che mi dispensava con parsimonia. Non che siano eccezionali, hanno un sapore ormai del passato, ma ogni volta che ne mangio una mi torna in mente quella stanza e tutti i suoi oggetti preziosi, la collezione di animali di porcellana che teneva in vetrina, il suo tavolo da toelette, i nastri di velluto con cammeo che portava al collo.
Non è l'unico sapore che mi torna in mente; per esempio la pizza al padellino che compravamo mamma e io prima di andare in montagna, quando andavo alle elementari. Nella sua carta oleata, rigorosamente margherita, insieme a una lattina di birra e a una bibita gassata per me. Non ne mangio più, preferisco quella al mattone, ma ogni volta che penso alle nostre gite in maggiolino mi torna in mente quel sapore bruciacchiato e unto, la pasta che resta spugnosa e l'olio rosso che campeggia sulla carta. Oppure le pause pranzo quando andavo a Leumann con mamma, in una trattoria per camionisti e ogni volta ordinavo pasta in bianco: burro e parmigiano - ancora uno dei miei piatti preferiti. E la mia passione sfrenata per la pasta al pesto, che ho costretto a cucinare per mesi a pranzo e cena, altrimenti non mangiavo. Sono sapori che ancora mi rendono felice. Come il petto di pollo impanato, sottile sottile, che era l'ultima risorsa di famiglia per stimolare il mio appetito quasi inesistente. O i grissini "pucciati" nella Nutella, credo di averne mangiati a chili...

Allo stesso modo gli eventi negativi possono legarsi a determinati cibi e farceli odiare per sempre.
Come i Pavesini, che mi hanno portato dopo l'operazione alle tonsille - a quattro anni - e che non mangio se non sotto minaccia. Non so se prima mi piacevano, non lo ricordo. So che dopo il trauma della pre anestesia, che mi ha agitata e terrorizzata, una volta sveglia ho detestato le prime cose che mi hanno portato: i ghiaccioli arcobaleno e i Pavesini.
Forse erano sgradevoli a causa dell'anestesia, forse non li avevo mai amati troppo, però non riesco a guardarli con simpatia nemmeno ora che di anni ne sono passati parecchi.
Come la pasta col pomodoro, mangiata ogni sera a casa del fidanzato psicopatico. Tutto sempre affogato in un mare di pomodoro passato con al massimo una foglia di basilico, leggermente acido e indigeribile. Se vedo la pasta al sugo mi viene mal di stomaco in automatico.

Poi ci sono le aspettative deluse: la cosa peggiore.
Quei cibi che ti sembrano una cosa e per qualche motivo non rispettano le premesse. Se ti capitano da piccola sono veri e propri choc. Per esempio a me piacevano da morire i ricoperti al cioccolato. Parlo sempre di quando ero piccola, molto piccola. Addentare la copertura e i suoi pezzetti croccanti di nocciola per arrivare al gelato e sotto al cuore di cioccolato... mmmhhh...
Era una di quelle estati in cui mamma mi faceva andare a Castiglioncello con la tata un mese prima di raggiungerci. L'alloggio al pianterreno col giardino, il pergolato e la ghiaia. L'anno in cui ho scoperto che Montgomery Clift era morto da un pezzo anche se io potevo vederlo giovane e in salute in televisione. Quell'estate volevo un ricoperto al giorno. Ogni pomeriggio era una delizia.
Così quel giorno andai con la tata al bar a comprare il gelato. Tornammo a casa in fretta e io scartai il gelato assaporando il mescolarsi rapido di gelato alla vaniglia e cuore al cioccolato.
Non fu così. Per errore avevamo comprato la versione con l'interno all'amarena. Non me lo aspettavo. Un morso deciso e la bocca invasa dal sapore della frutta, che già detestavo all'epoca. Poi quel sapore in particolare, dolce e amaro insieme... Inutile raccontare la fine del povero ricoperto all'amarena.
Quello che però è rimasto è il sospetto che ogni ricoperto nasconda una terribile sorpresa, per cui ancora oggi non mangio ricoperti con l'aspetto di quel singolo gelato sbagliato. Non mangio nemmeno le amarene, la marmellata di ciliegie, qualsiasi dolce o yogurt o gelato che abbia l'amarena dentro.
Anche se sono convinta che alcuni alimenti che rifiutiamo li detestiamo perché in qualche modo ci fanno male - o ce ne faranno - penso che anche ciò che mangiamo resti in noi e si leghi a ciò che siamo, ciò che vorremmo essere e che non vogliamo più avere addosso. Come i vestiti e i tagli di capelli, come il ristorante in cui andavamo un tempo con il nostro ex.
Come quella canzone che ogni volta ci porta alle lacrime...

17.5.16

Sette anni al Salone

Uno dei riti degli ultimi anni è stato il sabato pomeriggio al Salone del libro. Ogni anno, con gli amici fidati e con chi finiva per unirsi alla comitiva, si passava il tempo tra gli stand osservando più che acquistando - anche se un anno abbiamo inseguito un'amica dotata di trolley e lista di titoli specifici - e massacrando piedi e schiene senza un attimo di tregua, per poi trovarci a cena insieme a raccontarci le impressioni.
Da quando poi ho pubblicato il mio "Parole d'amore insano", nel 2009, frequentare il Salone è diventato un modo per imparare qualcosa in più del secondo lavoro che mi sono scelta.
Perché pur restando una passione, la scrittura è un lavoro complesso.
Così, se nei primi anni vagavo in cerca di editori, di contatti, di stand che mi somigliassero. Inutile dire che la magia è svanita in fretta. Forse il fatto di avere qualche parente infiltrato che mi raccontava aneddoti e retroscena, forse l'assistere con aumentato disincanto allo show che questa manifestazione si porta dietro e che forse attira molto del pubblico ma non me, non so dirlo.

Nel 2010 ho partecipato per la prima volta al Torneo IoScrittore e assistito dal vivo alla prima selezione in assoluto delle opere che potevano procedere con il Torneo. Inutile dire che non c'ero, tra quei nomi, anche perché avevo partecipato con una raccolta di racconti messa insieme a poche ore dalla scadenza dei termini per l'iscrizione.
Bene, l'evento mi ha delusa a tal punto da evitarlo tutti gli anni successivi. Non per la mia esclusione. L'ho evitato per noia, come a noia mi sono venuti gli scrittori, gli aspiranti, i riusciti e i "quanto sono bravo io". L'ho evitato e ho evitato l'evento analogo anche quando finalmente sono riuscita ad accedere alla seconda fase del Torneo con un romanzo di fantascienza su cui mi riprometto continuamente di rimettere mano.

Fatto sta che più passava il tempo, più diventavano importanti altre cose. Come mi ha detto una giovane scrittrice - proprio questo sabato e proprio davanti al cartellone con i "300" selezionati di IoScrittore - alla fine, se togliamo qualche dibattito e i vip, resta un insieme di stand dove si vendono libri. Quindi il mio tour ha assunto toni sempre più critici e meno affezionati. Un giro, pochi acquisti quasi mai scontati, incontri con contatti facebook e con amici che non si riesce a incontrare durante l'anno, parenti compresi.

L'anno in cui ho collaborato maggiormente con Gazzetta Torino, il 2014, ci sono stata due giorni. All'apertura e il sabato. La discrepanza tra quello che vedevo e ciò che sentivo affermare in televisione era grande. Non c'era tutta la gente che dicevano, gli stand più affollati erano quelli dove si mangiava o si cucinava e quelli con i vip di turno, non necessariamente autori. Ho visitato stand, conosciuto persone, fatto una breve intervista e organizzato una serie di incontri. Ma l'impressione che fosse una nave che imbarcava acqua era già forte. Poi gli articoli, i servizi in televisione, ogni cosa mi ci riportava. Il Salone era cosa vecchia, e lo è ancora.
Questo sabato, dopo un anno di assenza, sono tornata. Non solo non ho fatto più di cinque minuti di fila per prendere il biglietto - stavolta senza passare dall'ingresso per gli accreditati - ho superato il metal detector in meno di un attimo, ma non ho avuto difficoltà a prendere un panino e da bere, ho camminato senza difficoltà tutto il pomeriggio, ho visitato stand senza dover spingere qua e là... Insomma, se già due anni fa non c'era tutta questa folla, quest'anno mi sembrava di non esserci andata davvero di sabato. Molta polizia, molti vip - ho visto Pippo Baudo, i vestiti di due anni fa di Mauro Corona, l'immancabile Saviano (per un paio di ragazzine che passavano "quello pelato che scrive") e l'onnipresente Vitali (per fortuna non l'altro mio incubo) - niente personaggi di Star Wars nonostante l'uscita dell'ennesimo episodio, brutto, proprio questo inverno. Quindi è successo di riconoscere volti visti solo su facebook e di fermarmi per salutare al volo, è successo di incontrare una persona speciale che non riesco mai a vedere e di poterla abbracciare, è successo che son tornata a casa pensando che l'anno prossimo no. Non ha più senso.

Devo crearmi un altro rito. Un altro mondo che mi appartenga e mi somigli. Devo essere l'altra me.

15.12.15

Della falsità e dei circoli viziosi

Oggi ho letto un paio di cose, in pausa pranzo.
La prima era una pagina della nuova politica di Amazon riguardo alle recensioni. Non che le norme fossero poco chiare, da sempre. Eppure dopo il recente scandalo delle recensioni false, pare che il sito abbia cancellato moltissime recensioni a loro parere sospette.

Riguardo alle recensioni su siti, piattaforme varie e blog, sono sempre stata molto critica. Da una parte la facilità con cui chiunque può dire bene o male di un tuo lavoro - semplicemente perché tuo amico o per uno scambio di segnalazioni - la scarsa affidabilità del giudizio di un lettore qualsiasi, la possibilità di farsi in questo modo auto promozione utilizzando profili creati apposta, il potere di un circuito di autori e autrici che si spingono a vicenda - che ovviamente giova solo a chi fa parte del circuito ma che non garantisce la qualità, esattamente come sopra.
Quindi ovvio che io sia sempre diffidente riguardo alle recensioni "non professionali". Non le leggo, non lo faccio né per scegliere le mie letture e nemmeno per gongolarmi o disperarmi nel caso riguardino me. Non ne chiedo, di solito. Chi, tra i miei amici, decide di lasciare traccia su Amazon del suo pensiero è libero di dire quel che pensa.
Allo stesso modo non scrivo recensioni di libri che non ho letto - al massimo ho pubblicato qualche segnalazione su Gazzetta Torino, che è cosa differente - e soprattutto non uso la recensione come mezzo di scambio. Scrivo quello che penso o non scrivo affatto. O insomma questo sarebbe il mio desiderio.
Uno dei motivi per cui non ho più scritto recensioni, però, o ne ho scritte poche, è che stavo cascando anche io nel circolo vizioso del "non si parla mai male di nessuno" e mi sentivo a disagio nel mondo finto zuccheroso di quelli sempre entusiasti del lavoro altrui, perché io non lo sono.
No, io sono una snob. Non mi piacciono tutti. Mi attacco alle virgole, ai nomi improbabili, alle frasi imprecise e ai tempi sbagliati. Ai dettagli che non corrispondono, ai buchi nella trama. Alla noia di una storia già vista e rivista, alla mancanza di editing, di cura, di un editore.
Diciamocelo, il più delle volte non parliamo male di un altro autore solo perché abbiamo paura che ci si ritorca contro, invece di argomentare efficacemente in una recensione - non pagata e non richiesta - esprimendo un giudizio quantomeno "professionale". Insomma, se si vuole scrivere è vero che ci si deve creare un pubblico e di certo è più facile crearselo essendo gentili ma a discapito di cosa?
Leggo da sempre solo i titoli che voglio leggere, non ho mai accettato di fare la recensione a un libro che non avrei letto di mia spontanea volontà e non penso che cambierò il mio modo di fare.
Leggere, per me, continua a essere un piacere - anche se è formativo in ogni senso - e non voglio che diventi un lavoro vero e proprio.
Quindi, appena possibile, riprenderò a scrivere le recensioni con il mio solito piglio critico.

La seconda cosa che ho letto, l'ho letta su una pagina Facebook di autori.
Io non vado forte in auto promozione. Evito il più possibile lo spam, che mi infastidisce anche quando lo subisco. Alcune pagine, purtroppo, sono sempre più luoghi in cui fare pubblicità alla propria opera. Il problema è che ci si fa spam uno con l'altro, ma non ci interessa molto il lavoro degli altri. Per qualche anno ho letto ogni singolo post di promozione, ho seguito i link di quelli che erano quantomeno scritti in italiano, aperto anteprime di quelli la cui sinossi poteva sembrare interessante, acquistato il poco che in effetti mi interessava. Poi ho smesso, per leggere solo le persone che conosco e frequento da un po', per seguire i loro consigli se segnalano qualcosa.
Purtroppo tra "emergenti" c'è questa specie di obbligo a comprarsi e sponsorizzarsi a vicenda. A me piace poco questa abitudine, perché falsa la percezione di chi scrive. Dà un feedback falsamente positivo all'autore e un'idea dei tuoi gusti bizzarra a chi invece legge e segue abitualmente la tua pagina. Ci sono romanzi di amiche che non leggerò mai. Molte mie amiche non leggeranno mai me. E non mi importa che scrivano recensioni o post al sapore di caramello se non piace loro il mio modo di scrivere.
Raramente condivido post che promuovono qualcuno solo per fare un piacere. Perché non lo trovo corretto. Mi importa di promuovere i lavori che trovo interessanti e spero che chi trova interessanti le mie storie abbia voglia di fare altrettanto. Non lo chiedo e non lo faccio su richiesta. Perché, come per le recensioni, non voglio che quello che condivido passi per qualcosa che faccio in cambio di altrettanta"devozione". Non mi importa se così facendo vendo centinaia di copie in meno.
Credo anche che sia controproducente indurre i propri "colleghi" ad acquistare un libro solo per farci un piacere se poi a loro non interessa leggerlo. Penso che ognuno di noi abbia un certo numero di lettori, che ogni libro abbia un determinato pubblico e che non si possano falsare certe cose. Non senza conseguenze.
Ora, è possibile che io sia un po' stronza, ma sentirmi obbligata a condividere la pubblicità di un perfetto sconosciuto altrimenti non verrà fatta a me, non mi piace. Non mi piace affatto. 

8.11.15

Pirati

Prendo spunto da due articoli letti in questo periodo sui social. E da qualche considerazione che nel tempo ho trovato qui e là.
Questa settimana è uscito un post riguardo alla pirateria degli ebook in cui sostanzialmente si incolpano le politiche editoriali italiane dell'esistenza del download pirata. Ci sono alcune cose che in quanto lettrice non comprendo, in fatto di scelte di formati, distribuzione e costo dei libri. Ho acquistato un e-reader anche per risparmiare un po', non solo come spazio. Certo non voglio sminuire il valore delle opere, ma è vero che alcuni e-book hanno un prezzo che non riesco a giustificare. Ed è vero che alcuni e-book escono molto in ritardo rispetto alla versione cartacea, forse per spingere all'acquisto della versione "tangibile" dell'opera. Credo che queste siano mosse non proprio geniali, ma che siano altresì ininfluenti per quel che riguarda la pirateria.

Faccio un passo indietro e mi ricollego al fenomeno della pirateria in ambito musicale e in seguito quella cinematografica. Come per i libri, spesso il prezzo di un dvd o di un cofanetto e di un cd hanno reso impossibile per un appassionato l'acquisto di ogni titolo desiderato. Questo anche e soprattutto perché alla lunga si è compreso che i supporti fisici (cd e dvd) costano pochissimo rispetto a quanto vengono pagati dal consumatore e i diritti d'autore sono una minima parte del problema. I musicisti di professione sanno bene che pur vendendo un buon numero di copie non guadagneranno abbastanza e che la vera fonte di guadagno sono i concerti e le apparizioni live. I casi da milioni di copie sono pochi e la situazione è analoga nel mondo della scrittura.
Sebbene sia vero che da una parte il prezzo dei cd musicali sia elevato questo non basta a giustificare l'abitudine del download gratuito anche perché e le copie digitali sono più a buon mercato, quindi niente ci impedisce di acquistare quelle. Credo sia più realistico dire che ci piace rubare soprattutto se riteniamo di essere presi in giro da chi ci sta vendendo un prodotto. Invece di limitare il consumo aggiriamo il problema. (In fondo, il non capire bene le percentuali di guadagno reale dell'artista, del suo "editore", del distributore, del negoziante etc. ci fa apparire qualsiasi prezzo sproporzionato.)
Con la musica mi è capitato, certo, sono umana. La questione è che - e qui mi riallaccio al secondo articolo che ho letto e che non ritrovo - molta della musica che ho scaricato non l'ho mai ascoltata. Soprattutto ora che ho a disposizione YouTube e che in qualsiasi momento, da smartphone o portatile, posso cercare il brano che ho in mente e ascoltarlo pur non "possedendolo". Pare infatti che ci siano dati che confermano che spesso non diamo il giusto valore a ciò che non paghiamo. Motivo per cui molti artisti in diversi campi sono uniti nel tentativo di far comprendere che lavorare gratuitamente non fa che far passare l'idea che l'arte non "valga" e che quindi sia giusto non pagare.
In un mondo ideale, a mio parere, l'arte dovrebbe essere alla portata di tutti ma ci dovrebbe essere la cultura sufficiente a comprenderne il valore. Quindi, avendo anche da capire chi siano in effetti gli artisti (quanti ne hanno il titolo non sempre lo sono e molti che pensano di esserlo quel titolo non lo avranno mai), vivendo in un mondo imperfetto, tocca pagare per usufruire di qualsivoglia forma d'arte - che a volte si riduce a sorbirsi della pubblicità - ma si può anche scegliere.
Ha davvero senso avere tutto? Possedere tutto?
Io faccio una selezione, punto. Ci sono libri che vorrei leggere: se non posso acquistare il titolo alla sua uscita, per qualsiasi motivo, lo metto in una whishlist. Può essere che mi arrivi per Natale, o per il mio compleanno. O per sfizio. Può essere che non mi arrivi e che me lo compri quando posso.
O che semplicemente non li acquisti. Ma non vedo perché rubarli, visto che sono oggetti/opere a cui tengo. Gli autori che amo e seguo di più cerco di averli in cartaceo, quelli meno importanti e quelli di cui non sono "sicura" li prendo in e-book. Magari un anno o due dopo l'uscita.
Con i film il discorso è analogo e a fare la differenza sono i contenuti extra e la qualità. Che non è poco.
In definitiva io non credo che ci sia un motivo legato alla politica editoriale sbagliata, ma sostanzialmente che si scarichi illegalmente per puro piacere e che non sia nemmeno una questione di avere subito un qualcosa che si desidera: lo si fa perché si può. Ma si può scegliere diversamente.