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8.4.22

Crossover post

 Tornano in mente scene di film e ti chiedi se sia il caso di scrivere un post, cominci a pensare a cosa dire poi ti rendi conto che le tematiche che incontri hanno a che fare con tre "filoni" diversi dei tuoi post.

C'è il nuovo "cineteca personale" visto che si tratta di un film, ma anche qualcosa che riguarda "l'analisi illogica" e perché no anche "singolare femminile" quindi che fare?

Come nella migliore tradizione dei serial tv: un post crossover in cui mettere un po' di questo e un po' di quello, sparso e condito. Quindi eccomi qui. Voglio parlare di Staying Alive, un altro di quei film che ho visto e rivisto fino alla noia stavolta a causa del tema e della presenza del mio mito dell'epoca: Cynthia Rhodes. Lei, la ballerina bionda più snodata dell'universo, presente in tutti i film a tema danza del periodo, mai scelta come protagonista assoluta ma indimenticabile. 



Partendo dal tag "cineteca" vi posso dire che Staying Alive è un film "tamarro" con un protagonista e un regista altrettanto "tamarri" da cui non ci si può aspettare chissà cosa. Un John Travolta muscoloso e sudaticcio alle prese con audizione e spettacolo che potrebbe essere la svolta della sua carriera di ballerino arriva fino a un pelo dal riuscirci e manda in vacca il tutto perché non riesce a non fare lo "sborone". Nel frattempo scatta inevitabile la storia d'amore/non amore/perché no che fa da sottofondo all'esibizione muscolare del Tony Manero versione professional. Belle per gli appassionati le scene di ballo, molto azzeccata la colonna sonora in cui compare anche la suddetta Cynthia Rhodes, Frank Stallone e i Bee Gees. Lo consiglio solo se siete appassionati del genere, altrimenti è tafazzismo puro. Siccome però io lo amo vi butto lì un paio di link e fate voi.


Ovviamente, e qui passiamo a "l'analisi illogica del testo", il caro Tony ha una fidanzata/ migliore amica (proprio lei) con cui condivide la passione per la danza e la fatica dei mille lavoretti in attesa della svolta. Jackie è la compagna ideale, bella, brava, disponibile, dolcissima. Quella che risponde al telefono nel cuore della notte perché sa che è lui a chiamare. Come non amarla? Il prototipo della fidanzata perfetta, che soffre in un angolo mentre lui tenta un "salto di qualità" anche dal punto di vista delle relazioni. La fortunata "altra" è nientemeno che la prima ballerina dello show per cui si stanno preparando, una ricca borghese snob che ha imparato come muoversi in quell'ambiente. Detestabile, per certi versi, ogni qualvolta la si paragoni a Jackie. Tra lei e Tony scatta qualcosa ma sono troppe le differenze e ben presto i due entrano in conflitto, con Jackie che osserva da lontano. Inutile dire che a un certo punto Tony tornerà da lei e che in un qualche modo tutto si aggiusterà. Ma a ben pensarci, la trappola qual è?

Lasciamo perdere la storia e osserviamo i personaggi. Da una parte c'è Jackie, la fidanzata perfetta pronta a riaccogliere Tony in nome dell'amore, del rapporto classico, stabile e rassicurante. Dall'altra c'è una donna emancipata che non ha "bisogno" di un uomo accanto e che fa le sue scelte sempre e solo per sé stessa ed è solida e determinata (anche un tantino egocentrica e isterica ma nel film ci sta). Ovvio che da un punto di vista prettamente romantico viene facile immedesimarsi con Jackie, che al culmine della crisi se la canta in lacrime mentre Tony tenta un rientro al volo...


Ma poi...

Ma chi lo vuole un fidanzato come Tony? Chi?

Laura, sicuramente meno simpatica, cinica e disincantata lo liquida con un "tutti usano tutti" ma non ci crede nemmeno lei. O mi piace pensarlo. Perché fino a un certo punto le cose tra loro sembravano quasi funzionare, solo che le differenze erano troppe. Difficile costruire qualcosa con qualcuno così lontano. Estrazione sociale, cultura, frequentazioni, ambizioni e consapevolezza. Lei sa chi è e quanto può chiedere alla vita (ma da un certo punto di vista anche Jackie conosce i propri limiti - se parliamo soprattutto di carriera artistica), approfitta della sua fortuna e cerca di sfruttare ogni opportunità, che non significa "usare" le persone ma di sicuro non si lega a chi non le è affine. Soprattutto a un tamarro instabile e presuntuoso che, per carità, è pure simpatico ma è come una bomba a orologeria.

Ecco, potendo leggere tra le righe credo che in Staying Alive la lotta di classe si giochi molto dal punto di vista sentimentale. Da un lato il protagonista "buono", che si fa da sé e che lavora duro, con la fidanzata perfetta che lo ama per quello che è, che ha un'immensa botta di culo lavorativa e la sciupa - sì, certo, il film finisce prima di averne la certezza ma... - ; dall'altro ci sono i "ricchi" e le star, quelli che si comportano da stronzi solo perché non fanno girare il loro mondo intorno al sorriso di Tony Manero. O ai suoi muscoli lucidi di sudore. 



E, considerazione da "singolare femminile", l'immedesimarsi in Jackie per una donna non è del tutto sano. Lei è una visione maschile prima di essere tutto il resto. Quello che dovrebbe essere una donna nella mente di chi ha scritto questa storia e di chi l'ha diretta (quindi sempre lui, Sly), quello che ci è stato insegnato, quello che vorrebbero in molti. Non avrei mai pensato di dirlo, ma a questo punto ben venga quella stronza di Laura, che stronza non è...

28.11.21

Ballerine - singolare femminile 8

 "Le ballerine sono tutte puttane".

Questo mi ha detto mio padre quando, a tredici anni, gli ho detto che volevo fare un corso di danza professionale. Tutte, punto. Un dogma.

Io, che all'epoca mi sentivo già "ballerina inside", quel termine me lo sono attaccato addosso e me lo sono portato dietro come si fa con ogni delicato insegnamento di mamma e papà. Non che ci credessi, davvero, ma mi ha aperto gli occhi sul tipo di considerazione che potevo aspettarmi dal mondo.

Ed è inutile stare a spiegare che danzare per mestiere è la cosa più dura e difficile del mondo e che ci vuole una passione immensa per non mollare, ci vuole autostima per non crollare, ci vuole tanta rabbia, sacrificio e forza di volontà. Le ballerine sono facili, sorridono, hanno questa predisposizione alla fisicità, sono esibizioniste, sempre svestite. Sono, forse, un po' più libere di altre?


Questo mi è tornato in mente mentre ieri guardavo un post su Instagram di una mia conoscente che di mestiere fa la pole dancer. Leggere le decine di messaggi di insulti che riceve a ogni video che pubblica mi ha dato il voltastomaco. Uomini, vabbè uomini, ma anche donne che le danno della puttana solo perché ogni giorno fa il suo lavoro: balla e insegna, tutto qui. E porta avanti una battaglia che ci coinvolge tutte, non in quanto ballerine ma in quanto donne. A leggere i commenti che ha riportato con tanto di screenshot nel suo post mi è venuta la nausea. Mi sono vergognata per loro, per tutti quegli utenti che nascosti dietro al loro pc pensano di poter dire la qualunque a chi vogliono. Inutile denunciare, tempo perso si sa. Un po' come quando ti stuprano e la colpa è tua. E certo.

Siamo nel 2021, accidenti. Il medioevo non è ancora finito? Possibile che non abbiano altro da fare che insultare la gente? Possibile che anche le donne si mettano a spiegare che certo, se fai video in cui balli con quei tacchi e apri le gambe in quel modo... Io davvero non ho mai visto fare spaccate dai ginnasti tenendo le gambe chiuse, perché mai dovrebbe farlo una ballerina? E cosa dovrebbe fare una donna nel 2021? Ballare no, si è capito. Forse dobbiamo stare a casa a fare piccoli cuccioli d'uomo per poi educarli a insultare altra gente?

Sono arrabbiata. Ho sempre pensato che molto del "potere" del patriarcato derivasse da una falla educativa, dal fatto che a forza di roghi e inquisizioni ci abbiano convinte a farci la guerra tra noi per averne un vantaggio. Insomma, lo fanno con tutto il resto...

Ogni volta che penso di non valere abbastanza vedrò un'altra donna come rivale e insegnerò a chi ho accanto che lei è "brutta e cattiva" mentre io no. Un gioco che ci hanno abituato a fare, così ce ne stiamo buonine lì a riverirli e a portar loro la cena in tavola mentre loro passano il tempo a dare della zoccola a una che manco conoscono ma che gli rode che non se ne stia zitta e buona a casa a far la maglia. Sono arrabbiata, perché ogni giorno ne vedo o ne sento una e mi sento svilita. 

Stamattina andavo a comprare il cibo per la mia gatta e un cretino stava in strada a masturbarsi cercando di attirare l'attenzione delle donne di passaggio. Ho letto oggi della pacca sul culo di un tifoso a una giornalista e della risposta idiota del suo collega dallo studio. Sento ogni giorno di violenze domestiche, di femminicidi, di molestie. E quando già vivi sotto assedio, perché sai che se il bus è affollato potresti trovarti uno che ti si struscia addosso o che ti tocca e non potrai fare quasi niente senza attirarti gli sguardi disturbati degli altri passeggeri  - perché è ovvio che sei tu che non vai bene - quando già vivi sotto assedio non puoi stare a pensare al resto.

Al fatto che sul lavoro ci siano uguali discriminazioni, vuoi di stipendio, vuoi di qualifica. Al fatto che i tuoi diritti vengono costantemente attaccati nel nome di ideali di un secolo fa o forse più, al fatto che tutte le battaglie fatte in passato non hanno risolto un accidenti e questo non è un mondo per donne. Senza andare troppo lontano. Qui, in Europa, paesi civili. Quelli che additano gli altri.

E mi chiedo quanta strada dobbiamo fare ancora se non possiamo dire "faccio la ballerina" o "sono una pole dancer" senza che scatti il risolino, o la battuta. Anche da quelli insospettabili, eh, nessuno esente. Perché non puoi mostrare il tuo corpo e non essere una poco di buono. Quanta strada se alla prima foto su Facebook arrivano i messaggi in privato "sei un'artista del palo", "come arrampichi bene", "tu sì che sai maneggiare"... Non è nemmeno da dire che anche se una fosse una stripper professionista non cambierebbe nulla. Sì, faccio la stripper, quindi? Mi devi insultare? Ti sto dando fastidio? Cosa, esattamente? Il nostro corpo viene usato continuamente per vendere prodotti, per attirare attenzioni e in mille altri modi, perché mai non dovremmo essere noi stesse a giudicare come vogliamo usarlo?

E, santa pazienza, in quale pianeta delle scimmie vi hanno educati se non sapete nemmeno cosa sia il rispetto per il prossimo e pensate di avere diritto di giudicare e insultare gente di cui però seguite i profili?


 


14.8.21

Favole - Singolare femminile 7

Come spesso capita con gli argomenti "sensibili", mi trovo a scrivere e riscrivere questo post senza riuscire a dire tutto esattamente come lo sento. 

Ero partita da un romanzo che ho letto di recente - ispirato a una vicenda di cronaca, che tratta di femminicidio - e dalle mille domande irrisolte che mi aveva lasciato in testa. Domande cui ovviamente non so rispondere e che riguardano il complesso rapporto tra i sessi e il problema culturale che coinvolge tutti noi. Il romanzo in questione è "Credi davvero (che sia sincero)" di Roberto Ottonelli e racconta la storia di Martina e Antonio dall'inizio a dopo il tragico epilogo usando con estrema sensibilità un punto di vista alternato tra i due protagonisti che da una parte rallenta la lettura e dall'altra forse concede spazio a una maggiore riflessione. Il romanzo è breve e si legge rapidamente, se vi interessa l'argomento lo trovate qui.



Al di là del romanzo, però, c'è una serie infinita di questioni, sfumature, reazioni. Da una parte è vero che per natura tendiamo tutti a semplificare, catalogare e suddividere le cose in modo da "controllarle" di più, dall'altra siamo martellati da un'informazione più morbosa che realistica che tende a rimetterci in pace con il mondo inquadrando buoni e cattivi e fornendo loro giustificazioni e alibi. Una forma di catarsi di cui probabilmente abbiamo bisogno per non soccombere all'idea che questo mondo sia incontrollabile.

Come siamo arrivati fin qui è difficile da comprendere, visto che ci sembra di vivere in un mondo civile. A me pare che i rapporti tra i due sessi - ma anche tra esseri umani se andiamo a guardare in profondità - siano andati peggiorando. Non voglio parlare ci colpe o motivi, comunque.



C'è che, comunque, ogni volta che ci si trova davanti a una vittima si cerca di capire perché quest'ultima non si sia resa conto di cosa stava succedendo nonostante gli avvertimenti di amici, parenti, le notizie che ormai ci arrivano addosso da qualsiasi media. A mio parere questo è uno degli innumerevoli modi di incolpare la vittima una seconda volta (lo stesso vale quando nei casi di violenza sessuale si sta a contare i centimetri di gonna indossata dalla vittima quasi fosse una questione di matematica) e di non valutare l'aspetto psicologico profondo che sembra unire vittima e carnefice in un gioco terribile. Per esperienza personale e per aver sentito e letto parecchio in merito, mi sono fatta l'idea che tra i due elementi che compongono una coppia "tossica" ci sia una complementarità inconsapevole e che entro un determinato limite fa funzionare la coppia ma il cui equilibrio non è sempre stabile e soprattutto, visto che le persone sono in costante mutamento, con il tempo tende a modificare le esigenze di ciascuno. 

Allo stesso modo, ogni volta che ci si trova davanti a un carnefice c'è la tendenza a ricercare un punto di origine per il sue essere "il male"; maltrattamenti, abusi, esperienze negative diventano una sorta di alibi che a volte creiamo per non accettare l'atto violento come parte dell'essere umano. Certo, l'omicidio è una cosa terribile e in un mondo civile non verrebbe mai in mente a nessuno di commetterne uno. In un mondo civile ed equilibrato, cosa che esiste solo nei peggiori film anni '50.

Le relazioni sono complicate. Sempre.

C'è da dire che fin da piccoli siamo tutti bombardati da concetti e ideali riguardo all'amore e alla coppia che sono tossici quanto alcune relazioni. Il pensiero di essere gli unici a poter rendere felice qualcuno, per esempio, o quello di trovare un senso alla propria vita solo avendo un partner; l'idea che tutto resti sempre uguale e che una volta stabilito un legame questo non possa cambiare; l'idea che le esigenze proprie e altrui resteranno immutate rendendo una relazione momentaneamente perfetta - perché al momento soddisfa le necessità di ciascuno - eterna. L'idea che in questa ricerca non si possa fallire, che le cose siano o debbano essere sempre come le desideriamo, che per mantenere questa stabilità occorra compiere sacrifici immensi, l'idea di possedere l'altro o di controllarlo (cosa che è ancor più evidente nel modo in cui viene concepito il corpo delle donne ancora oggi). Si tende a non tenere conto del fatto che in una coppia rientrano due persone con esperienze, caratteri, ideali, visioni, obiettivi diversi. Che non per tutti "coppia" significa la stessa cosa, che non per tutti è "il" punto d'arrivo di un percorso. Non si tiene conto del fatto che si cambia e che a volte ci si ritrova con uno sconosciuto al fianco, che pur amando qualcuno sia necessario a volte lasciarlo andare, che le necessità di un giorno non sono le stesse dieci anni dopo. Che non esiste "e vissero tutti felici e contenti" ma che da lì nascono mille percorsi diversi e difficili in cui possono esserci incomprensioni, liti. In cui a volte si scopre l'incompatibilità e bisogna porre un rimedio prima di essere infelici in due, o tre, o cinque.


Sono figlia di genitori divorziati e non c'è un giorno in cui non ringrazi - avendo vissuto da più grande il nuovo rapporto di mia madre con il suo compagno - per avermi risparmiato liti e musi lunghi quotidiani e per avermi fatto capire che si può smettere di amarsi e restare civili. Che si può iniziare una vita nuova senza "uccidere" nessuno. Che si può superare un rifiuto, che un rifiuto non implica una mancanza. 


Che non esistono le favole, ma che certe volte siamo tentati dal loro appeal. Che certe volte siamo stanchi, o deboli, o scoraggiati, o depressi, arrabbiati col mondo, soli, spaventati. Certe volte ci arrendiamo e ci lasciamo cullare dall'idea che esista davvero un paese lontano lontano in cui per una volta ci va tutto bene e vivremo per sempre felici e contenti. Questo è uno dei motivi per cui non ci rendiamo conto, o scivoliamo lenti nelle sabbie mobili di una relazione malata. Vogliamo crederci e scegliamo di non vedere che, avvolti nel nostro mantello rosso, stiamo andando a spasso nel bosco con il lupo cattivo...


Come al solito non ho detto tutto, non ho probabilmente reso l'idea. Ma almeno ci provo.



5.5.21

Angelo - Singolare femminile 6

 Angelo voleva educarmi.




Ero troppo indipendente, troppo sicura, troppo libera per i suoi gusti. Per mia sfortuna ero anche innamorata di lui, che riusciva a tenermi testa e a farmi allenare seriamente (danzavamo insieme, allora, jazz io e break dance lui). Per mia sfortuna gli ho dato retta.

Ha iniziato dicendomi che ero grassa. Non lo ero. Pesavo 48 kg ed ero in splendida forma.

Ha continuato dicendomi che non valevo niente, facendomi sentire a disagio in mezzo agli amici comuni. Flirtando apertamente con altre ragazze per umiliarmi e provocare una reazione, che ovviamente sarebbe stata esagerata.

Poi ha iniziato a dire che anche come "donna" - a 19 anni - non ero abbastanza bella, o sensuale. Che le vere donne erano fatte diversamente, avevano un altro fisico.

A dire che non ero una ragazza seria. A pedinarmi, a mettermi alla prova su qualsiasi cosa. A leggermi la posta. Non poteva fidarsi di me.

E a mollarmi ogni 15-20 giorni, perché non avevo carattere. Con qualsiasi scusa. Una presunta bugia, una gelosia immotivata, una pirouette non riuscita. Se non reagivo ero colpevole, se reagivo lo ero lo stesso. Lo faceva per fortificarmi, diceva.

Qualsiasi altra ragazza era meglio di me e si faceva corteggiare tranquillamente, mentre io non potevo avere amiche, amici, affetti. Trovava il modo per allontanarmi da loro, per tenermi al suo guinzaglio più facilmente. E per un po' l'ha fatto.

Angelo si fingeva mio cugino quando andavo a farmi intervistare in radio, per vedere come si comportavano gli altri con me. Era certo che prima o poi mi sarei tradita e a quel punto mi avrebbe mollata - davvero? - per l'ennesima volta.

Se voleva ferirmi non veniva a vedere gli spettacoli in cui lavoravo da sola, perché dovevo lavorare solo con lui. Se lavoravo da sola era perché mi sentivo "figa" e superiore a lui e lui non voleva darmela vinta. Se lavoravo con lui dovevo sottostare alle sue regole e mai farlo sfigurare. Se avevo costumi troppo vistosi non andava bene, se avevo troppo spazio nemmeno.

Per lui non sapevo vestirmi, non avevo stile; non potevo mangiare perché dovevo restare magra, non dovevo parlare con altra gente o ribattere alle sue parole.

Mi ha messo contro chiunque. Dai suoi agli amici alla sua ex - in un gioco di tiro incrociato in modo che io fossi gelosa e lei mi odiasse. Lei una santa, io una troia; lei perfetta, io da correggere continuamente. Ha "corrotto" mia sorella, facendosi raccontare ogni cosa che succedeva quando lui non c'era, testando continuamente le mie versioni per cogliermi in fallo. C'è stato un momento in cui avevo paura di parlare in casa mia e sussurravo sempre. C'è stato un momento in cui sono crollata. Ci sono state botte, liti furiose. Con e dopo di lui ho distrutto la mia vita definitivamente.

Se non avessi subìto altro, prima di stare con lui, probabilmente non gli avrei dato chances. Se non mi fossi già sentita inadeguata non gli avrei dato retta. Ma mi ha trovata in un momento terribile e ne ha approfittato per annientarmi come poteva.

Ciononostante, e nonostante tutto quello che ho fatto dopo, non ha vinto lui e me ne sono liberata proprio quando pensava di avermi piegata a ogni suo volere.

Tutto ciò che mi sono lasciata fare da lui è stato un mio desiderio di autodistruzione, lui non aveva potere su di me se non quello che io gli ho dato.

Perché pensavo di meritare il peggio.

Perché già pensavo di non valere niente.

Perché mi odiavo per non aver evitato un abuso. Per essere stata debole e stupida. Perché non riuscivo a perdonarmi.

Ma non ha vinto lui.

Nemmeno quando ha provato a riprendersi il suo potere con l'inganno, perché ormai io avevo capito chi era e che non avrebbe mai smesso di torturarmi.

Non ha vinto.

Io ho sempre perso contro me stessa, in quegli anni.

Ma ho imparato che nessuno mi doma mai fino in fondo, per quanto pensi di stringermi in pugno, per quanto io ami, per quanto io appaia cedevole e morbida.

Dopo di lui ho continuato a punirmi, perché pensavo che fosse giusto. Lui è stata solo la prima stazione, ma fondamentale per creare un danno. Sono arrivata al fondo. Sono ingrassata, ho lasciato svanire ogni sogno, mi sono spenta per anni trascinandomi da una storia all'altra senza cambiare il meccanismo che con lui avevo innescato. Nessuno è stato più come lui, nessuno ha potuto trasformare quelle macerie in polvere ma su quelle macerie non ho potuto costruire per tanto tempo.

Poi però sono risalita, passo dopo passo, imparando a perdonarmi e a perdonarmi anche per lui e per tutte le persone cui ho lasciato fare quando sapevo che mi stavano calpestando. Perché mi merito di più, di meglio, anche se non sono perfetta. Anche se sbaglio, anche se non sono bella, anche se non sono furba, o coerente, o quello che non solo gli altri ma io stessa continuo a chiedermi di essere.

23.10.16

On sex - Singolare femminile 5

Un mio contatto Facebook ha iniziato ieri una discussione letteraria.
Da che mondo è mondo, noi eterni aspiranti scrittori ci domandiamo cose per cui non esistono risposte, la più frequente delle quali risulta essere "perché tizio sì e io no?"; domanda che può avere miliardi di risposte - tutte abbastanza seccanti - di cui tutte e nessuna esaustive.
Toccava spesso a Fabio Volo, spesso a Moccia, soprattutto quando uscivano i nuovi libri e c'erano le code nelle librerie. Ce lo si domanda per astrologi e chef, per sportivi ventenni che pubblicano autobiografie, ce lo si domanda spesso per chiunque abbia un pelo di fortuna più di noi.
Che passiamo mesi in attesa di risposte e alla ricerca di un contatto che ci dia speranza.


Ce lo si chiede tanto, ultimamente, riguardo all'esplosione di fenomeni quali la trilogia delle sfumature, riproposte in tutte le salse in ogni angolo del globo, con versioni italiane - sempre trilogie - con tentativi di imitazione inutili e "dannosi". Ce lo si chiede perché, in un'epoca in cui tutto dovrebbe già essere sdoganato da tempo, il sesso - soprattutto quello delle donne - ancora desta clamore, divisioni, sdegno, riprovazione e quant'altro.
Che non sia mai. A noi donne il sesso non piace, lo facciamo per dovere e per compiacere l'uomo... Come no. Cioè, forse qualcuna lo fa per questo, ma sarebbe ora di finirla.

Il "perché" del mio contatto Facebook, autrice e donna, riguardava Melissa P.
Essendo una questione letteraria, il mio intervento a riguardo si è limitato a quegli aspetti che a volte possono determinare il successo di un libro-autore-personaggio-filone. O a volte no, ma non essendoci una ricetta precisa ho espresso le mie supposizioni, facendo scattare comunque un susseguirsi di pensieri. C'è il fatto che Melissa P. era una ragazzina, ai tempi di "Cento colpi di spazzola...": bella, pulita, giovane e insieme capace di scrivere certe sconcezze. Il personaggio che contrasta visibilmente con il libro che presenta. Il personaggio, appunto. Il valore letterario dell'operazione è da tutti giudicato inconsistente. Dal mio punto di vista non è un romanzo erotico (non mi stimola alcuna curiosità o desiderio, non smuove un ormone) anche se posso capire che dal punto di vista del lettore maschio possa essere differente. Non mi scandalizza. Non lo faceva quando è uscito e oggi ancor di meno. Gli adolescenti sperimentano. Succede da sempre, succede a tanti, succede con maggiore o minore morbosità, ma succede. Inutile gridare allo scandalo perché l'autrice era tanto giovane. Ovvio che trovandosi un personaggio così e una storia che poteva turbare, mezza campagna pubblicitaria era fatta. Il fatto che poi la stessa autrice abbia pubblicato e pubblichi ancora (sulle vendite effettive non c'è mai certezza, ma la presenza in libreria c'è), che collabori con riviste e televisione è stata una sua buona capacità di inserirsi in un ambiente tutto sommato chiuso, tanto da sopravvivere e crearsi un nome. Buon per lei, che tra l'altro sembra pure simpatica.

Ora, le altre riflessioni...
Ha destato tanto scalpore, certo. Una ragazzina non dovrebbe conoscere quelle cose. Non dovrebbe parlarne con tanta libertà (e con troppo distacco, come fosse una donna navigata che non ha fatto altro tutta la vita) e in modo così crudo. Una ragazzina dovrebbe fare sesso con amore e per amore, provare sentimenti quasi eterni per La persona con cui lo fa. Ma siamo sicuri? Non è quello che ci piace raccontarci per sentirci bene? Per non sentirci sporche quando abbiamo un desiderio? Per rassicurare i possibili partner?
E chi ci fa sentire sporche? Chiunque ci giudichi. Quindi i partner, le amiche, i conoscenti, gli sconosciuti, il branco, la comunità. Che sono poi le stesse persone che ci offrono una ricarica telefonica per una foto di tette, o quelle che ci palpano il sedere in autobus pensando sia roba loro, o quelle che scrivono il nostro numero di telefono nei bagni pubblici, quelle che pubblicano on line i nostri video intimi, quelle che riprendono il nostro stupro. Sono quelle persone per cui noi finiamo per soffocare ogni istinto di vita. Quelle che "te la sei cercata".



Quelle che se ci stai sei troia e se non ci stai sei troia lo stesso.
Affidiamo il compito di vegliare sulla nostra immagine a queste persone. E non sempre sono maschi. A giudicare una donna sono più brave le donne stesse. Per quale motivo, tra invidia della libertà altrui e senso di inadeguatezza, tra ignoranza e sottomissione - reale - alle leggi dell'uomo.
E pensare che una volta eravamo "la Dea". Noi, creatrici, in ogni senso. Noi oggi incapaci di solidarizzare con le nostre simili e sempre più pronte a giudicarle e a educare a giudicarle.
Incapaci di lasciarci andare al nostro lato naturale e selvaggio per dei limiti che alla fine ci siamo auto imposte. Per cosa? Insicurezza? Paura?
E chi lo dice che a fare sesso non si provino sentimenti? E chi lo dice che il corpo e la mente sono due cose separate? E chi lo dice che a voler seguire i propri istinti - nel rispetto assoluto dell'altro e con consapevolezza - si sbagli qualcosa?
Rispetto e consapevolezza.

C'è qualcosa di male nel riprendersi con una videocamera? La cosa squallida è usare quei filmati per danneggiare qualcuno, non girarli e rivederseli a piacimento.
Qualcosa di male a sperimentare cose e posizioni? No, se si desidera farlo e non lo si fa solo per compiacere qualcuno.
Qualcosa di male nell'assumere un ruolo in un gioco sessuale? No, se è ben chiaro che quel ruolo fa parte di un gioco le cui regole sono scritte da chi gioca. Che possono essere discusse e cambiate nel momento in cui una persona coinvolta lo desideri. Che non c'è niente di male nel dire "sei mia" se con questo non si intende il possesso dell'altra persona vista come oggetto. Che non è l'essere sottomesse in qualcosa di piacevole che ci disgusta, ma il doverlo essere nella vita, relegate a un ruolo che ci è stato assegnato d'ufficio alla nascita insieme al fiocco rosa.

C'è che quando si parla di donne e sesso c'è sempre un doppio registro, un pregiudizio latente e una condanna se qualcuna di noi esce dai canoni. Condanna che siamo noi stesse ad autorizzare perché non siamo chiare nemmeno con noi stesse su cosa ci piace e cosa vogliamo. Se continuiamo a vedere ogni altra donna come una rivale, ogni uomo come l'unica realizzazione della nostra vita. Il principe azzurro sta solo nelle favole, per nostra fortuna.
I nostri panni potrebbero essere assai più comodi se cominciassimo a liberarci di paure stupide e se riuscissimo a farci rispettare ogni giorno per qualsiasi parte di noi.

12.8.16

Le relazioni pericolose - Singolare femminile 4

Certe volte il luogo più sicuro è quello in cui corriamo più rischi.
Questo ci è molto chiaro quando sentiamo parlare di femminicidio, di violenza domestica o cose simili. Ci è meno chiaro se sentiamo parlare di violenza psicologica, anche se molte persone ormai conoscono la portata di questo problema.


Certe volte il luogo più sicuro è quello in cui corriamo più rischi.
Sembra assurdo se paragonato a ciò che ho scritto prima, ma non è solo la violenza il pericolo che corriamo. Non parlo come donna ma come essere umano, perché le relazioni pericolose di cui voglio parlare sono normalissime relazioni, perlopiù sentimentali.



A cena discutevamo di come a volte per proteggerci creiamo dei muri che diventano prigioni. Una corazza, come a volte sono i chilogrammi di troppo, per difenderci dal mondo circostante. Utile, certo, nei momenti di difficoltà. Quando siamo feriti o depressi, quando abbiamo bisogno di limitare i danni per ripartire. Allora quelle difese servono, come le menzogne che raccontiamo a noi stessi per poterci perdonare un giorno. Perché non ci sentiamo all'altezza delle nostre o altrui aspettative, perché non abbiamo rispettato il nostro codice, perché non siamo stati abbastanza "vincenti".

Non sono però le relazioni che vanno male, quelle più pericolose. A volte sono quelle che funzionano a essere le più dannose. Sembra assurdo. Quelle che vanno male ci feriscono, torturano, ci fanno piangere e impazzire. Ci fanno passare ore a discutere con amiche o amici ma ci fanno crescere. Ci fanno crescere sempre. E questo non è mai un male.
Quelle pericolose sono invece più subdole. Sono quelle che ci fanno sentire al sicuro, sistemati e a posto. Tranquilli. Quelle che ci addormentano i sensi e la volontà, che in cambio di quella pace fittizia ci toglie ogni stimolo a crescere.
Quella calma che ci fa stare bene così, che non ci spinge a migliorarci, che non ci mostra i nostri difetti se non nelle parole dell'altro, perché di solito in queste gabbie ci si finisce in due. E si fa di tutto per mantenere quell'equilibrio così comodo e così rassicurante, tanto che ci si scorda qualsiasi necessità. Ci si adatta, ci si adegua, ci si muore in modo silenzioso.

Le relazioni pericolose ci intrappolano in un paradiso artificiale di sabbie mobili che se da una parte ci proteggono da qualsiasi possibilità di rischio, dall'altra ci tolgono la passione e la propensione al sogno. E senza sogni ci limitiamo a vegetare, sicuri dentro alle nostre mura difensive, fino a una morte opaca per carenza di stimoli. Perché se è vero che le passioni forti finiscono per logorarti, è anche vero che senza passione non si cambia e non si cresce, non ci si scopre altro da ciò che gli altri ci hanno sempre rimandato, non si vive.

6.1.16

Lamette - singolare femminile 3

Qualche anno fa ho rischiato di malmenare una collega. Lo so, a volte esagero.
Commentando un articolo appena letto sul giornale, aveva insinuato che le donne che subiscono uno stupro se lo sono cercato. Ero furiosa, per vari motivi. Da una parte per il semplice fatto che, da persona informata quale poteva essere, basta leggere ogni giorno un quotidiano - pure quelli gratuiti - per capire di quali cifre si tratta; non solo, ma anche di quali persone vengono colpite. Poi perché mi rendo conto di che cosa sia una violenza e, al di là delle mode sado-maso dalle varie sfumature, non esiste una sola donna al mondo che vada cercando una cosa simile. Poi perché non è che se una è una "brava ragazza" non le può capitare ugualmente, non è questione di cattive abitudini. O di aspetto provocante, perché succede ad anziane e bambine - e bambini - e a persone con problemi mentali o ragazze in coma. E capisco che sia molto una questione di gusti e che magari io non trovo attraenti persone che per altri lo sono, però c'è un limite a tutto. Niente è come il sesso tra adulti consenzienti. O tra giovani consenzienti, o tra anziani consenzienti.
La cosa che più mi infastidiva, però, non era tanto l'accozzaglia di luoghi comuni da mentalità retrograda, quanto che ad affermare una cosa simile sia stata una donna sotto i quaranta. Come a giustificare, a distinguere una dall'altra le brave e le cattive ragazze. E le bambine? Le chiedo, e le nonne? E le pazienti psichiatriche e quelle in stato vegetativo? Perché magari non capita tutti i giorni, ma capita. E loro, come farebbero ad andarsela a cercare?
Dal mio punto di vista anche una prostituta può subire violenza, e credo che accada anche troppo spesso, solo che non può andarlo a denunciare. Perché già è difficile quando si è più che immacolati. C'è sempre qualcuno che insinua, qualcuno che con il mezzo sorriso pensa "eh, ma se l'è cercata", qualcuno che morbosamente ricerca il torbido. Lo sentiamo in tv ogni volta che a una donna capita di essere ammazzata - ora si dice femminicidio e io mi chiedo come si possa distinguere dall'omicidio visto che mi hanno fatto credere che uomini e donne avessero uguali diritti - e si cerca l'assassino in possibili "doppie vite"della vittima. Certo, come se ad avere un amante sia automatico che si meriti di essere ammazzate. Come se avere un passato "allegro e vivace" giustificasse la violenza. Come se, appunto, qualsiasi cosa si faccia sia sempre colpa nostra. Salvo poi scoprire che l'assassino è il marito che vuole scappare con un'altra - e allora la colpa è dell'altra, ovviamente, che ha manipolato il poveraccio.
Quindi è questo.
Noi ce la cerchiamo, alla fine. Siamo sempre noi. E che si parli di diritti e doveri, che si parli di taglio e cucito, che si parli di stipendio e lavoro; noi siamo sempre quelle sbagliate. Il problema è quando ci abituiamo a questa cosa. Talmente tanto che a meno di quarant'anni riusciamo a dire "eh, ma non capita mica a tutte..." dimenticando il tizio che ci fa la mano morta in tram, o i fischi dei muratori, o che l'amico di famiglia quando eravamo più piccole ci voleva sempre tenere in braccio e ci palpava con la scusa del solletico. Dimenticando che dobbiamo fare attenzione a come ci vestiamo, a come parliamo o scherziamo, alle cose che ci piacciono. Perché basta cliccare "mi piace" alla pagina Facebook di un romanzo erotico e via che piovono le richieste di amicizia maschili più improbabili. Basta scrivere "single" o pubblicare qualche commento piccante e vai di messaggi privati da chicchessia. Tra l'altro so da amiche che a volte tali messaggi sono pure corredati di foto "intime" non richieste.
Allora di cosa stiamo parlando?
Di qualcosa che non torna. Di tante belle parole e di un mondo che regredisce nei modi. Di mille modi di fare violenza, spesso anche tra donne.
La discussione con la collega era partita dalla notizia di un "dispositivo" anti-stupro, da portare inserito all'occorrenza. E io mi chiedevo dove saremmo arrivate, se pure ci toccava andare in giro con una dentiera da vagina per evitare la violenza. E quando, sempre?
Perché ti capita quando meno te lo aspetti, mica ci vai preparata al massacro.  Cosa fai, esci dicendo: "ah, sì, forse stasera mi stuprano". Mica te la cerchi, appunto. Allora cosa? Ci infiliamo un "dispositivo" e cosa?
Ci dimentichiamo che non è quello l'unico modo?
Poi cosa faremo? Ci fodereremo la bocca di lamette e metteremo supposte di acido? E se non bastasse?
Perché ahimè, non è solo quello il modo in cui subiamo violenza. Al di là dei dati sul femminicidio, terribile anche solo che debba esistere una parola che lo distingua, le violenze domestiche, lo stalking, la discriminazione in genere - vuoi di stipendio, vuoi di posizione lavorativa - ci sono tanti modi subdoli di svilirci, tanti che spesso noi stesse cadiamo nella trappola di considerarli veri e di usarli con altre quando ci sentiamo in difetto. Fosse anche solo la continua oggettivazione del corpo - che ultimamente riguarda anche il corpo maschile, ma sempre di oggettivazione si tratta - che deve adeguarsi a modelli sempre meno naturali. Da questa forma di violenza, culturale, non c'è protezione che valga. Non c'è un "dispositivo". Ci sarebbe la presa di coscienza, la consapevolezza, l'educazione e una riforma culturale che riporti le cose a un livello civile. Da parte delle donne prima che degli uomini. Se non abbiamo chiaro noi che cosa ci svilisce e anzi usiamo le stesse cose noi contro altre donne non ci basterà diventare tutte delle "vergini di Norimberga" per proteggerci da un altro sopruso. Portare i denti, dentro e fuori, con chiunque, sempre. Siamo sicure che sia questo l'unico modo?
Riguardo poi l'etichetta "femminicidio", temo che il dare un nome a una cosa che esiste da sempre come se fosse un fenomeno di adesso - non dimentichiamo che il delitto d'onore non è una cosa così lontana anche in casa nostra - non serva altro che a chiuderlo in un nuovo cassetto e lasciare le cose come sono. E al di là dei pochi casi in cui è una donna a eliminare l'ex partner per gelosia o vendetta - o per la stessa mancanza di rispetto per la vita dell'uomo che uccide la ex compagna - questa è l'ennesima conferma che la questione è culturale e non appartiene a un paese o a una religione in particolare. Si tratta di un problema presente in tutto il mondo. Solo con sfaccettature differenti.

7.12.15

La donna che dovremmo essere - Singolare Femminile 2/l'analisi illogica del testo 2bis

(Post doppio a tema unico)
Tutta la sera che mi gira in testa una frase che ho copiato su un post it senza segnare da dove veniva. L'ho riconosciuta subito, in realtà, ma volevo essere certa. Così ho aspettato che il kindolo si ricaricasse e sono andata a cercare la pagina esatta. Devo per forza estrarne altre parti, perché quella frase, anche se significativa, da sola non basta.
Quando ho letto il romanzo di Silvia Longo ne sono rimasta folgorata, per la sua voce, per quel modo sottile ed educato di dirti le cose senza mai eccedere o sparire sotto al peso di una storia che vuole narrare.
Foto: Matteo Malagutti
Quello che ho subito sentito è che il suo modo di raccontare una sola donna, Viola, è in realtà il modo di raccontare noi tutte. Il nostro modo di amare restando spesso un passo indietro. Non rispetto al successo del nostro uomo, indietro nella nostra vita. Come fosse meno importante della sua, o di quella di un figlio. Questo dare incondizionato, che si chiede alla "madre" - che però è madre anche per il compagno, non solo per i figli, ed è madre anche per il padre - che si chiede come fosse naturale, tanto che a un certo punto lo diventa. Questo farsi carico di ogni respiro dell'altro. Adattarsi a tutto per lui. Rinunciare a sé, per lui.
Ecco, credo che questo dare non sia naturale affatto. Credo lo sia in certi casi e in certe alchimie e che in altri contesti diventi una prigione. Gabbia in cui si trova Viola, perfettamente inadeguata all'idea che lei stessa ha di ciò che dovrebbe essere.
Contorto, femminile. Un luogo in cui a noi donne capita di finire senza riuscire a farne a meno. Avere quel ruolo di "madre". Come se il mondo intero volesse questo da noi.
Invece, come capita a Viola, questo ruolo scatena un senso di rabbia e impotenza che è capace di stritolare una vita intera e farle vestire panni non suoi. Fino alla liberazione, che è dolorosa e traumatica, che la priva di un ruolo costruito in anni di limature. Liberazione che Viola stessa desidera segretamente sentendosi in colpa e punendosi con un peso da portare che si fa insostenibile davvero nel momento in cui si trova sola con sé, e con Mauro.
Come un suo doppio, quest'ultimo, un io dialogante che la mette al confronto con tutte le sue contraddizioni di donna "madre" che rivuole per sé il ruolo di donna "femmina" , rimasto nascosto per tutti gli anni in cui ha seguito quella che "doveva" essere la sua strada. Metodica, come l'uomo che ha scelto, Viola ha lavorato per anni al suo stesso smantellamento quando si trova davanti la vita - finalmente - senza rinnegare un solo attimo d'amore ma riconoscendo tutto il non-amore che ha vissuto. Soprattutto nei suoi stessi confronti, riversandolo sulla figura di Federico per poi specchiarcisi.

"Oppure sì, ci amavamo, ma non era il genere di amore che serviva all'altro."

Perché il problema di questa donna che ci siamo cucite addosso è che ci impedisce di essere ciò che siamo. Ci rende succubi, o violente, o represse, o infedeli, o frustrate, depresse, tristi, grasse. Ci fa rifugiare in personaggi di film o libri, illudere che la vita vera sia questa.
Poi qualcosa accade e noi ci risvegliamo, se accade davvero, e non sappiamo più chi siamo. Abbiamo paura perfino di respirare. Ci sentiamo in colpa se ci rendiamo conto di non essere quello che gli altri hanno sempre creduto che fossimo. Ci sentiamo "in difetto" pensando all'amore che abbiamo dato ogni giorno senza che fosse vero amore.
Un amore fatto non solo di non detto, perché a volte anche spiegarsi non basta e a volte nemmeno noi sappiamo che c'è un altro modo di vivere le cose. Un amore fatto di non visto e non vissuto, di non compreso perché in qualche modo dato per scontato. Anche senza volerlo, ed è questo il senso di quel "serviva all'altro". Un amore fatto di gentilezze e regali, ma anche di invisibilità di fronte alle necessità del partner. Invisibilità cui noi spesso ci prestiamo senza porci domande. O facendoci quelle sbagliate.
Perché non è un non-amore, è semplicemente un amore che non fa crescere. Che non fa bene a entrambi, che permette di reiterare gli stessi errori all'infinito e di crogiolarsi nelle proprie paure, illusioni, sicurezze. Un amore comodo, in qualche modo, finché non comincia a stare stretto davvero.

"Alla fine avevo cominciato a immaginare una vita senza di lui, che in qualche modo si concludesse la nostra convivenza. E nello stesso tempo mi sentivo colpevole di desiderare la libertà, la mancanza totale di obblighi, una vita da spendere a piacimento solo con le mie risorse, in base alle mie necessità. Una vita mia, finalmente."

Contorto, femminile. Il romanzo di Silvia è un ritratto che si adatta a ogni donna, ché almeno una volta nella vita ci si ritrova a farsi le stesse domande di Viola. Almeno una. E la risposta è vita, quella che ti sa stupire quando meno te lo aspetti e nei modi meno "comodi". La vita fa sempre un po' male prima di fare bene ed è il confronto con noi stesse, con la realtà, con l'altro-sconosciuto-noi che ci fa crescere e diventare le donne che dovremmo essere e non più quelle che il mondo ha pensato per noi. Donne non incapaci d'amore, ma capaci di amare nel modo giusto.
Capaci di sciogliere nodi interiori portati per secoli. Per vite intere. Capaci di usare il tempo al meglio, di non perdere una battuta. "Il tempo tagliato" non è la storia di Viola che ha perso il marito, né di lei che ha trovato un giovane nuovo amore. Non la storia di una fuga che è tuffo all'interno di un sé. Tutto questo solo per portare Viola a quello che non si è mai permessa di essere.

Quale frase ho trascritto? Quale ho riconosciuto come la voce di Viola e di molte donne?
"Ma c'è una cosa che voglio dirti. Anche senza amore, è per amore che l'ho fatto. Dall'inizio alla fine. Come una missione, per avere un senso. Perché nessuno soffrisse. A parte me."
Ecco, forse dovrebbe essere diverso il senso che ci diamo. Il nostro non è "quel" dare e non è tanto questione di non ricevere in cambio, ma di ricevere la cosa giusta. Per tutte le persone coinvolte. Prima che il tempo finisca senza averlo danzato fino all'ultima nota, l'amore.

25.10.15

Quello che le donne non dicono - Singolare femminile 1

Vorrei iniziare una serie di riflessioni sull'universo femminile che conosco, le relazioni e le nostre educazioni - sentimentali e non - al mondo.
Probabilmente finirò col generalizzare, probabilmente sbaglierò le mie valutazioni, probabilmente io non capisco niente di donne essendo coinvolta. Però è tanto tempo che penso alla nostra dimensione, al posto che non abbiamo raggiunto, alla condizione in cui qui e altrove nel mondo ci troviamo.

Prima o poi si sbaglia qualcosa, nelle relazioni. Con tutta la buona volontà, senza dubbio.
Certo, la prima insidia in ogni cosa che facciamo è l'aspettativa. Qualsiasi cosa pensiamo, è quasi impossibile non averne una e una precisa. Insieme a mille altri dettagli, ci aspettiamo dagli altri che ci comprendano con uno sguardo. Succede, a volte.
Raramente abbiamo un comportamento tale da permettere a chi ci interessa di capire esattamente cosa abbiamo nella testa. Il più delle volte non lo sappiamo nemmeno noi, quindi diciamo una cosa e ne facciamo un'altra. O pensiamo che una qualsivoglia strategia sia utile a conquistare un cuore.
Bene, io non credo nelle strategie. Un po' come i filtri d'amore in magia, magari funzionano per un po' ma sono risultati fasulli.
Credo invece che a fregarci sia spesso la mancanza di chiarezza. Tra amiche siamo abituate a chiederci spiegazioni approfondite, ma non siamo capaci di darne a una persona che ci interessa. Innanzitutto perché temiamo un rifiuto.
Pensate a quanto è divertente farsi ridere in faccia da un ragazzo con cui volete una relazione seria mentre gli dite cosa provate per lui davvero. A me è successo - comunque poi ci siamo frequentati per dodici anni - e sono ancora viva. Come inizio non è stato una favola, ovvio, però è stato subito chiaro che non potevo aspettarmi molto più di quanto avessi già da quella relazione.
Tutte le volte che non ho detto chiaramente cosa volevo, uno dei due ci è rimasto male.
Aspettative, dicevo.
Ognuno ha le sue. Ognuno si crea il suo film e se non si chiariscono le cose di volta in volta è difficile uscirne intatte o arricchite.
Diciamo che per quanto ne so io a noi donne capita spesso, in una relazione, di non essere chiare. Di non dire quello che sentiamo, quello che vogliamo. Per paura del rifiuto, per il timore di urtare o allontanare qualcuno, per non sembrare poco serie, poco disponibili, poco femminili. Siamo abituate a dover essere gentili, educate, "materne", comprensive. Remissive, indecise e delicate. Ci raccontiamo qualsiasi favola pur di restare nel ruolo che ci è stato affibbiato, mentiamo a noi stesse e agli altri. E una volta che si è iniziato a mentire non c'è modo di tornare indietro senza mandare tutto a "scatafascio". Cosa può pensare un altro di noi se a un certo punto ci trasformiamo in un'estranea? Una che non pensa le cose che dice, che vuole una cosa e ne chiede un'altra, che da un momento all'altro - magari dopo il matrimonio - si rivela completamente diversa dalla donna che sembrava. Non è una garanzia di funzionamento della relazione, ma noi no, continuiamo a non essere chiare.
Poi, per carità, ci sono persone a cui parli chiaramente da una vita e non capiscono che stai dicendo proprio quello, come il fidanzato che tenti di scaricare in ogni modo gentile che pensa che tu stia attuando chissà quale strategia per legarlo ancora di più, ma gli idioti si incontrano - e ce ne sono tanti in giro, convinti che tu, donna, non possa fare a meno di loro. Questa, però, è un'altra storia.
Il fatto è che poi ci troviamo tra noi a dirci "ma come ha fatto a non capire?" quando siamo state noi a dare per scontato che lui capisse tutto di noi all'istante. Ribadisco: succede, ma è rarissimo. Il più delle volte tocca spiegare chi siamo e farlo più di una volta. Pezzo per pezzo, mano a mano che la relazione va avanti. Perché si cresce, perché si capisce, perché si desidera, ma non ci si può "aspettare" che le stesse cose scattino allo stesso momento o che chi ci è vicino comprenda dal nostro modo di riporre i cibi nel frigo o dallo sbattere gli sportelli della cucina, o dalle unghie rosicchiate più del solito che siamo a dieta.