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6.2.16

Una piccola storia delle mie

Uscito ieri in versione digitale, il mio "Addio a Bodhgaya" è nato come un racconto e invece è diventato un romanzo. Brevissimo, ma romanzo. L'intento, iniziando, era di raccontare Bodhgaya: il luogo in cui il Buddha ha raggiunto l'illuminazione, seduto nella posizione del loto sotto a un albero di Pipal (un "ficus religiosa", mica a caso). Il racconto doveva essere di viaggio, facilitato dal fatto che sono stata lì con mio marito nel 2010, poi è arrivata Arianna - la protagonista - che era tornata a Bodhgaya per un motivo tutto suo.
Scrivendo di lei, da subito, ho sentito che qualcosa di profondo l'aveva portata lì. Non avevo idea di cosa fosse. Lucas è arrivato in punta di piedi ed è rimasto fino alla fine. Modificando il mio piano originale e impregnando della sua assenza tutto il racconto.
Non è stato semplice. L'India, che ho visto più volte in età diverse, è sempre stata il luogo del mio cuore. Un paese interessante, con una cultura millenaria e una popolazione smisurata. Tanto magnifica quanto difficile, in tutto. Le condizioni di vita, il clima, la povertà, il territorio immenso. La sua storia.
Per molti è meta di viaggi della spiritualità, io non ho mai cercato quel tipo di radici laggiù. Ci ho trovato la Vita. Quella naturale, senza i nostri fronzoli e senza le strutture occidentali. Con tante storture, con tanto dolore e tanta disperazione. Bello e brutto, vita e morte, un equilibrio precario costante.
Non è stato semplice anche per motivi personali. Non che Arianna sia il mio alter ego nel romanzo, la mia storia è molto più normale.
Quando ho firmato per la pubblicazione, "Addio a Bodhgaya" era più corto. Ho deciso di aggiungere alcuni dettagli per renderlo ancora più vivo e questo mi ha un po' svuotata. Nel momento in cui avevo scritto la parola "fine" ero convinta di aver chiuso Bodhgaya nel suo cassetto e tutti i ricordi con lei. Invece ho dovuto riaprire e rivedere luoghi, il che è stato davvero faticoso.
Ora, però, è finito, è chiuso e viaggia per i fatti suoi. E la cosa bella è che ha già il suo posto in classifica su Amazon (che scenderà inevitabilmente, ma son soddisfazioni comunque) e che nella prima recensione la lettrice spera in un seguito. Ecco, quello credo che non ci sarà. Non c'è bisogno. Ho altre storie da raccontare e altre pronte per essere lette. Per cui vado avanti con i miei progetti e piano piano chiudo tutto.
Per questo romanzo in particolare ho anche scattato io la foto della copertina. Sullo sfondo c'è un particolare di un mio quadro (che poi raffigura il Buddha), la foto della bambina l'ha scattata mio marito a Delhi e ne parlo nel romanzo perché è una foto che, intera, ha dello spaventoso.
Io spero che il tutto, dalla copertina alla dedica, al contenuto, vi piaccia. Perché dentro c'è un altro piccolo pezzo di me e perché penso sia un punto di vista differente, il mio, riguardo a un sacco di cose.
Se per caso passate da lì e lo leggete, fatemi sapere che cosa vi ha fatto sentire. Ci tengo.

11.9.13

Segni

Mi osservo i piedi.
Tre anni fa sono stata in India per la quarta volta. Il viaggio più pesante dei quattro, forse perché ero già tesa. Stavo partecipando al primo anno di Torneo letterario, dovevo leggere una serie di opere altrui e valutarle e lo facevo con il portatile, quasi ogni sera. Conoscendomi, mi ero attrezzata nel migliore dei modi. Pantaloni lunghi, magliette con le maniche corte, cappellino da baseball e scarpe comode.
Sandali Clarks, morbidi ed elastici.
Nessuna insolazione. Nessuno sguardo indiscreto date le spalle coperte, nessuno che cercasse di guardare le caviglie. Elastici al fondo dei pantaloni per chiudere ogni possibilità. Non mi sono scottata le spalle, nemmeno il naso - che invece di solito soffre - ho sudato moltissimo.
Come una viaggiatrice esperta e zozza ho usato ogni giorno lo stesso paio di pantaloni, spessi e comodi, alternandoli la sera con quelli leggeri e un po' più carini.
Abbiamo camminato ore, giorni, chilometri e chilometri su e giù per il nord, da Delhi a Calcutta e ritorno.
Mi osservo i piedi.
Sono stata là tre anni fa. Poco oltre le dita e poco prima della caviglia ci sono due strisce bianche su un piede appena dorato. Non ho preso sole da allora. Ho usato un guanto di crine per lavarmi ogni giorno, ho sfregato e insaponato bene. Il segno dei sandali è ancora lì.
Se un paese fa questo al corpo, quali segni lascia dentro all'anima?

1.9.10

Cose indiane

"Guarda là" , gli dico, "scatta una foto a quella lingua che pende dall'albero..."
Lui lo fa. Poi gliene indico un'altra, più grossa e scura. Mi chiede: "Perché?"
"Sono alveari."Il ramo da cui pendono è almeno a dieci metri da noi, o forse di più, e già sembrano enormi. Lui non ci crede, pensa sia un fungo o qualcosa del genere. Ma io, che di questi alveari ne ho già visti un tempo (in una casetta di caccia aspettando la tigre,
ed erano più grossi), insisto. Gli faccio controllare le foto appena scattate con lo zoom, api (o vespe) ben visibili. Tante e grosse come solo qui ne ho viste (e l'anno scorso a Follonica, o lì vicino, passando in autostrada). Una cosa incredibile. La natura sorprende con i suoi mille modi di presentarsi, diversi ogni volta e in ogni posto.


Incredibile come certe cose restino impresse.


E, oserei dire, quanto facciano impressione!


Rabbrividisco al pensiero che questi, in confronto a quelli visti nella foresta, sono piccoli piccoli!

26.8.10

Nel cuore

Sedendosi al tavolo lo vide: lui era accucciato a terra e lavava il pavimento del ristorante immergendo le mani in un secchio il cui contenuto aveva un colore discutibile. Lo straccio che teneva in mano era consumato dall’uso continuo e prolungato che la pulizia in quel luogo richiedeva.
Aveva piovuto da poco e, sebbene in strada il terreno fosse già asciutto, la terra portata all’interno del minuscolo ristorante dai clienti in cerca di un buon pasto a poco prezzo era molta. Sotto ai quattro tavoli le piastrelle un tempo verdi avevano perso il colore per lo strascicare quotidiano di sedie e piedi coperti da scarpe fangose. Lungo il restante corridoio che portava dalla cassa alla cucina brillavano quasi. Il ventilatore non bastava a rinfrescare l’ambiente, così il ragazzo aveva la camicia bagnata di sudore. Un cerotto copriva il pollice destro e il suo colore quasi spariva nell’acqua del secchio. Il colore del tè al latte.
Anche se non l’aveva vista arrivare, il ragazzo sapeva che c’era. Seduta proprio dietro di lui, alla sua destra. Non era la prima volta che si vedevano. Erano due giorni che lei andava a fare colazione (sebbene fosse più l’ora di pranzo) nel posto dove lui lavorava. Lei lo aveva già notato. Il ragazzo con i pantaloni grigi e impataccati, strappati dietro a entrambi i talloni per il continuo strascicare a terra tra il pavimento e le ciabatte di pelle scura. Lui voltò la testa. I suoi capelli lisci e castani erano puliti e la testa sovrastava di poco l’altezza del tavolo. Accucciato così e curvo sul pavimento, il ragazzo le sorrise. Un sorriso dolce, “cerbiattesco”, con i denti bianchi che spiccavano sul volto color cioccolata. Cioccolato al latte, non fondente. Lo stesso colore dei capelli e degli occhi. Lei ricambiò il sorriso. Probabilmente non avrebbe dovuto farlo, viste le normali convenzioni del luogo. Una donna non poteva fissare lo sguardo in quello di un uomo senza passare per una facile. Ma lei non riusciva a non guardarlo. Lui forse lo sapeva.
Continuava a passare lo straccio sul pavimento, anche se ormai il più era fatto. Dopo il primo sorriso da parte di lei si voltò a lavorare per qualche momento, poi girò di nuovo la testa e le sorrise ancora. Si spostò indietro e finì di lavare il pavimento. A vederlo così le si stringeva il cuore.
Lui poteva avere dai diciassette ai vent’anni, il viso ancora abbastanza liscio e morbido, non rovinato da rasature costanti. Era alto, per essere della zona. E magro. I fianchi stretti e le spalle più ampie, ma proporzionate, mani lunghe con dita dritte e unghie corte. La bellezza del suo viso era sicuramente dovuta anche alla dolcezza dei suoi occhi. Gli zigomi alti, le guance scavate e le labbra ben disegnate, piene al punto giusto. Il suo naso aveva un che di aquilino, ma era dritto e le narici non si allargavano di molto. La frangia un po’ più lunga del resto dei capelli era leggermente più chiara. Colpa dell’ossigeno o di una colorazione religiosa per la festa di Shiva.
Finito di lavare il locale, il ragazzo andò a svuotare il secchio in strada e ripassò da lì, andando in cucina. Non si girò più. Ma lei ebbe l’impressione che da dietro la tenda della cucina, che tutti i ragazzi del personale usavano per asciugarsi le mani, ancora la osservasse. Come poco dopo, quando lui si sistemò a parlare con un collega sedendosi al tavolo di fronte a lei.
Quando si alzò per andare via, lui era sparito. L’immagine di quei sorrisi, però, le era rimasta nel cuore.

22.6.10

La casa nella giungla


Tra le varie attività che mamma aveva previsto per il mio primo viaggio in India, il pernottamento in una casa di caccia nella giungla è stata la mia preferita, tanto che dovrò dividere la storia in due post differenti. Siamo partiti dall'albergo in sei, con cibo a volontà preparato dalla cucina perennemente attiva in comode confezioni. Con noi tre (mamma, il suo compagno e io) viaggiava Shomir, rappresentante di mammà, il nostro autista e una guida dell'albergo che conosceva il luogo della nostra avventura.
La missione era vedere la tigre. La casetta era su due piani, con un bel terrazzo coperto al piano superiore e una ulteriore terrazza sul tetto piatto da cui, però non si vedeva molto più che certi alveari alti quanto me che stavano appesi ai rami di un albero enorme accanto alla casa.
Una volta giunti alla casa la guida ci ha detto di lasciare il cibo nella stanza coi materassi sul pavimento per portarci a fare un giro nei dintorni. Detto, fatto.
Rientrati dal giro ci facciamo un aperitivo a base di succo d'ananas e rhum (ovvio, non per me), cosa che mette di buonumore l'autista e la guida, poco abituati all'alcool. Dopodiché si parte per un giro sul terrazzo sul tetto, da cui scattiamo alcune foto. Per rientrare scendiamo le scale con attenzione. Non c'è una ringhiera e gli scalini sono usurati. Fatto sta che, una volta scese mamma e io, seguite da Shomir, il compagno di mamma viene falciato dalla guida, che scivola su uno scalino e fa un buffissimo trenino con lui percorrendo il resto delle scale col sedere.
Poi la cena. Il nostro pollo, lasciato ad aspettarci, era ricoperto di formiche insieme a tutto il resto del cibo (escluse delle sottilette che mamma aveva portato per me per le emergenze). La guida, esperta della foresta, della casa e delle situazioni peggiori prende a schiacciare le formiche sul pollo con le mani non lavate, per poi soffiarle via. Meraviglia.
Ridendo mangiamo. Non c'è altra possibilità, quindi... In fondo non è così orribile. Pollo con formiche, patate lesse e cheese naan. Ridiamo ancora, a lungo, prima di vedere se si riesce a compiere la missione. Per fare ciò bisogna solo aspettare...

7.4.10

Al sole sul bus

Il bus procede a sbalzi, allontanandosi dall'olezzo della bus station. Un odore di marcio e di urina e ancora di marcio e di urina marcia. E di sporco. Fa caldo da parecchie ore. Stiamo tornando da Kaniakumari (posto che si scriva così, ma che importa?) dove i miei saggi compagni di viaggio cercavano spunti spirituali. Io qui non ne ho trovati molti. Trovo spunti di ogni tipo, ma la spiritualità non la sento, nemmeno nei templi. Ho passato la giornata trotterellando dietro di loro in bus, strade intasate, animali ovunque, gare tra autobus su strade strette. Sotto al sole battente. Fortuna che qui i vetri ai finestrini non usano. Altrimenti come ci si appendono, fuori dai bus pieni?
Sediamo due a due. I saggi amici, uno avanti e l'altra dietro, parlano di cose che seguo a malapena. Dietro di me Chandra guarda fuori dal finestrino, come faccio io. Passo il tempo canticchiando, come lui. Improvvisamente ci troviamo a cantare la stessa canzone dei Red Hot Chili Peppers, io davanti e lui dietro, con tutte le parole al loro posto. E l'autobus che saltella, e il caldo.
Quando intoniamo "
I heard your voice through a photograph, I thought it up and brought up the past, Once you've know you can never go back, I've got to take it on the otherside" siamo in sincrono perfetto. Piano, leggeri, una cosa quasi intima. E su "Take it on the other side" l'autobus fa inversione. Chandra e io cominciamo a ridere, complici in un gioco del destino. Gli altri due ci guardano senza capire; noi, sempre un po' fuori dal mondo.
Attimi sereni, quelli.

15.1.10

Mi sa

Solo a pensarci mi viene male, io detesto viaggiare.
Ma credo che sia vicino il mio quarto viaggio in India. Ne sento il bisogno, anche se non lo ammetto nemmeno sotto tortura se interrogata a riguardo.
Ho bisogno di riappacificarmi col mondo e non c'è posto migliore, per me, per ridare un senso a tutte le cose. Lì, come ho già detto, mi sento naturale. A posto, normale, a ritmo e non fuori sincrono come sono qui.
Lì tutto mi sembra giusto anche se in effetti è crudo, terribile, spietato. L'India è un posto senza mezze misure. Bellissimo e affascinante, e tutto il contrario.
Non so, mi sa che ci si andrà a breve. Credo anche per l'ultima volta.

16.12.09

Tutto il mondo è (il mio) paese

India, 2004.
Per l'esattezza Kochin, nel Kerala. Uno dei luoghi della mia anima.
Con il suo aspetto europeo, le reti da pesca e i chioschetti a cui fermarsi per mangiare l'appena pescato e cotto sul momento. Che poi, quando sei in paradiso mica pensi all'inquinamento...

7.12.09

Un compleanno a caso

2004. Ero qui. Anche. Pondicherry. India del Sud. Questo era il giardino della guest house. Mi manca il mare. Oggi soprattutto.
A Pondicherry ho sofferto il caldo come non mai. Ho visto uno dei più bei ragazzi mai visti in vita mia, ovviamente indiano, ma di quelli che vivono in occidente da un bel po' e tornano in India a trovare la famiglia quando possono. Alto, elegante anche in bermuda (il che è rarissimo), un viso perfetto, gli occhi grandi e profondissimi. Non mi è mai venuto in mente di fotografarlo. Però meritava, l'ho visto solo un paio di volte, abbiamo fatto anche colazione a un tavolo di distanza.
E ho visto anche altre cose, un sacco di altre cose.

15.4.09

Ambulanze e considerazioni

Capita, per le strade dell'interno del continente India, di incrociare questo:


E di domandarsi parecchie cose, anche quando si hanno 10 anni.
Ho già detto del modo indiano di guidare, delle strade complicate, poco sicure. Non illuminate, strette, piene di animali, di carretti, di biciclette. Con le pietre a fare da triangolo per avvertire di un incidente poco avanti. Coi cadaveri lasciati in vista, a volte.
Eppure, nonostante tutto, quando si è lì tutto sembra quasi normale. Naturale.
Certe volte mi piacerebbe avere il carattere giusto per tornare anno dopo anno e rivivere quella sensazione di casa che ho sentito l'ultima volta. Ma questo carattere non ce l'ho.
E la sensazione che ho avuto, chiara, era che avrei dovuto cominciare a sentirmi a casa anche qui, dove di naturale c'è poco. Dove tutto è artefatto, contraffatto, illusorio. Dove conta l'apparenza più dell'essenza delle cose, dove conta più una firma di ciò che è firmato.
Piano, molto piano, ce la sto facendo.
Sto costruendo casa...

2.7.08

Chez Gupta

Il secondo fornitore a Moradabad era tale Gupta, un signore molto ricco con una bella casa solida e ben tenuta. Lui ci avrebbe ospitati per tutta la nostra permanenza nella sua cittadina.
Gupta era un signore sovrappeso, dal colorito cappuccino tipico degli indiani del nord, con una serie di tic ed il rutto facile. La casa di Gupta era davvero all'avanguardia, se consideriamo che era il 1979. L'elettricità se la faceva col letame dei maiali. Li allevava apposta. Sì, un po' puzzava, ma era una buona idea in un posto dove niente funziona a dovere.
Tutta la casa era una meraviglia. Aveva una piscina, marmo chiaro sui pavimenti, mobili ben rifiniti, personale, operai. Quasi un benefattore.

Ci aveva offerto due stanze. In una avrei dormito io con mamma e nell'altra Gianni e Shomir avrebbero trascorso le loro due notti in città.
La cena ci fu servita dalla moglie di Gupta (o dalle mogli, non si capiva bene), che dopo aver riempito i nostri piatti con prelibatezze vegetariane se ne spariva in cucina con tutte le altre donne. Sì, che in certe famiglie quando c'erano ospiti importanti le donne se ne stavano altrove e mia madre era una delle eccezioni, tollerata a tavola solo perchè era con lei che si facevano gli affari.
Gupta sedeva capotavola, decisamente accaldato. Al suo fianco Gianni e Shomir, più in là mamma ed io. La sala da pranzo era sfavillante, molto ricca. Anche Gupta brillava di gioielli.
Gianni, che in vita sua non era mai stato serio un istante, cominciò ben presto a imitare i tic del nostro ospite, provocandomi delle crisi di riso spaventose. Non riusciva a smettere ed io pure.
Mamma cercava in ogni modo di fare qualcosa, non riuscendoci nemmeno lei.
Per dimostrare di aver gradito il pasto, Gupta si esibì in una serie di rutti da competizione, cosa che è uso comune. Poi si asciugò il sudore nel tovagliolo, ci si soffiò il naso e lo rimise al suo posto sulle gambe. Con somma gioia dello schizzinoso Gianni. Aspettammo la frutta ed un'altra serie di rutti.
Mentre mamma discuteva dei suoi affari con il suo fornitore e si ocupava di cose da imprenditori, io fui accompagnata in camera e mi trovai in compagnia di un geco. Ecco, io non amavo molto l'idea di trovarmelo nel letto, quindi rimasi sveglia fino all'arrivo di mammà per poi fare un cambio stanza con Gianni e Shomir. Nella nuova stanza dormii come una pasqua.
Lo stesso non si può dire per gli uomini, visto che Shomir (che doveva esserci abituato ai gechi) si era fatto un paio di numeri per cui Gianni l'avrebbe preso in giro in eterno...
Fatto sta che al mattino, cioè all'alba, veniamo svegliati dal muezzin che richiamava la gente alla preghiera. Nessun geco nei dintorni, tutto tranquillo.
Colazione e tour della fabbrica di Gupta, i suoi articoli in ottone, gli oggetti e gli ormai usuali regali. Mai ricevuto tanti doni come in quel viaggio, il che mi faceva amare ancor di più la mia pelle chiarissima e i capelli biondi che avevo. Il suo regalo per me fu la copia di un medaglione di mia mamma, in ottone. Poi una lanterna ad olio che ancora tengo in casa senza averla mai accesa. Una cosa che sa di antico. Storta come molte cose indiane.
Si arriva al pranzo e...
Ecco, io non ne potevo più delle delizie vegetariane, della roba piccante e delle macedonie che non potevamo mangiare senza rischi per motivi igienici. Così comunicai un desiderio a mammà, che lo comunicò a Gupta, che lo comunicò a sua moglie.
Un uovo al tegamino al posto di qualsiasi altra cosa.
Si poteva fare, solo che la signora Gupta non aveva ovviamente idea di che cosa fosse un uovo al tegamino. Così, mamma ed io ci rechiamo in cucina, poi in una cucinina, poi su un terrazzo dove si poteva cuocere su di un fornellino. Ci danno una padella, al posto del burro o dell'olio c'era un grasso diverso ma efficace. Mamma chiede un uovo fresco. Gliene portano uno, prova ad aprirlo... è sodo. Riformula la richiesta. Un uovo fresco... fresco.
Ci riproviamo, dinuovo sodo. Al che, dopo il terzo uovo fresco sodo, ci sorge il dubbio che le galline di Moradabad facciano le uova direttamente sode, il che sarebbe un vantaggio per il commercio, ma non per chi delle uova vuole farne un uso differente.
Ma no, ci sbagliamo, perchè il quarto o quinto uovo è davvero fresco! Così mi posso godere una delizia europea per una volta, cucinata dalla mamma. Le signore indiane intorno a noi che ci guardano stupite mentre puccio il naan nel rosso morbido del mio uovo al tegamino.
La seconda notte non fu disturbata dal geco, che forse era al bar dei gechi a sfottere Shomir come Gianni faceva continuamente. La cena fu una ripetizione della cena precedente, con tutte le imitazioni di Gianni sempre lì lì per farsi beccare da Gupta.
Io ero felice.
Il giorno dopo tornammo in auto col nostro bell'autista, che non so dove abbia dormito quelle due notti, probabilmente in auto come fanno quasi tutti. O nel magazzino degli oggetti in ottone del nostro ospite simpatico. Lì avevo intravisto una brandina...
L'avventura dell'uovo sodo si era conclusa. Dopo Moradabad non me ne capitarono più.
Ancora oggi guardo le uova con sospetto, aspettandomi nell'aprirle di trovarle sode...

11.6.08

Moradabad

La prima tappa del nostro viaggio lavorativo-turistico era Moradabad, cittadina a nord-est di Delhi in cui mamma aveva un paio di fornitori.
All'epoca era un gran mucchio di case con circa un milione di abitanti, non proprio benestanti. Nell'avvicinarci al paese, mamma e Shomir ci spiegano cosa sono quelle pizze fangose che stanno appiccicate alle case o impilate in improbabili muretti. Trattasi di cacca di mucca, mischiata a paglia o altro, che viene fatta essiccare appiccicata alle pareti esposte al sole della casa, per poi essere utilizzata come combustibile.
La cosa non mi stupisce, in fondo mi sembra così ovvio...
Appena arrivati facciamo sosta dai Sette Fratelli, che lavoravano l'ottone in un posto spaventoso. Una specie di grosso garage, poco illuminato, con mucchi di rottami sul pavimento e giovanissimi operai specializzati che lavoravano senza alcuna protezione. Un saldatore senza maschera che sembra mio coetaneo o poco più grande, sta lavorando un bellissimo airone di metallo. Il suo stipendio medio, all'epoca, era di quarantamila lire al mese.
I Fratelli mi guardano curiosi. Sì, perchè sono molto bionda e molto dorata. Tanto che uno di loro si offre di adottarmi, ma la cosa mi suona molto più come una proposta di acquisto... Ovvio che mamma ci ride su e declina l'offerta. Gianni, che non ha capito niente di quello che succedeva intorno a lui, era preoccupato di sporcare i suoi pantaloni bianchi.
In strada, l'autista ci aspetta tra un bufalo e una vespa.



Al giro turistico della "fabbrica" e a qualche trattativa segue un pranzo speciale. In ufficio i Fratelli ci offrono uova sode, whisky e biscotti. Per me la solita Limca con cannuccia. Tanto quanto i biscotti sono gradevoli, tipo i Morning Coffee, ma per farci una gentilezza i nostri ospiti decidono di sgusciare le uova per noi... Le mani sporche di ottone lasciano un alone nero sul bianco delle uova, che diventa quasi impossibile mettersele in bocca senza chiudere gli occhi. Io, che da brava bambina posso permettermi di fare la schizzinosa, comincio a grattare via la parte di bianco ormai grigia, per poi ingurgitare mezza per volta due uova. Poi stop. Mamma fa lo stesso, con una certa nonchalance tipica di una donna pratica. Gianni invece, essendo privo di ogni senso pratico e badando più al lato esteriore della faccenda, comincia a strofinare le mezze uova sui pantaloni bianchi facendo finta di ascoltare i discorsi che nel frattempo vanno avanti.
Alla fine del pranzo i suoi pantaloni hanno una sospetta riga grigia ed unticcia su entrambe le gambe. In più, lui non sopporta il whisky, soprattutto quello indiano che a suo dire sa di petrolio.
Una volta usciti dal loro ufficio e saliti in macchina ci facciamo un sacco di risate, perchè tutto sommato ci siamo divertiti.
A parte lo sfruttamento dei ragazzini, ovvio. Su cui, però, non voglio dire le solite cose trite e ritrite. Nel dopoguerra da noi lavoravano i ragazzini della stessa età, quando si fa fatica a mangiare non si va per il sottile. Non che sia giusto, ma non è passato tanto tempo da quando le stesse cose capitavano anche qui. Probabile che oggi, a vent'anni quasi trenta di distanza, non ci sia un numero così spropositato di bambini che lavorano. Ma non ci giurerei. E non proseguo.
A preoccuparci, allora, era l'invito a pranzo per il giorno successivo nella casa di famiglia dei Sette Fratelli, cioè nella casa delle sette famiglie dei sette fratelli. Mai visto così tanta gente in una famiglia sola. Ci sono i nonni, i sette figli con relative mogli, più un quattro figli a testa in media. Foto ricordo con una vecchia Polaroid con ognuna delle famiglie, poi con tutti i fratelli, con tutte le mogli e chi più ne ha più ne metta. Mancava la foto con tutti i vicini...
Abbiamo una tavola imbandita per noi, ma solo per noi, perchè tutti in una stanza sola non ci si sta. Con noi, appollaiati come la carogna di Luca e Paolo, buona parte dei fratelli, le cui mogli vanno avanti e indietro dalla cucina per portarci... uova sode!
Ecco, inutile dire che ancora adesso io non sono particolarmente attratta dalle uova sode...
Fortunatamente ci sono anche dei ceci, talmente piccanti da risultare quasi neri alla vista e che fanno lacrimare gli occhi perfino a Gianni che col piccante ci va d'accordo. Quindi accetto con rassegnazione la condanna all'uovo sodo. Che da una famiglia così numerosa pare anche brutto non accettare. Chissà loro quanta fatica faranno a mangiare, mentre noi abbiamo di tutto a disposizione. Questo è quello che provo a dirmi mentre trangugio le mie solite due uova. Alla quinta metà mi vien da vomitare e così vado fuori con Gianni (seguiti da una parte della famiglia) a cercare di sputare prima di far danni.
Ecco, il primo blocco di fornitori era andato. Non so come mai, ma ero preoccupata per il seguito...

8.4.08

Auto verde

Le cose sono spesso complicate, a Delhi. Anche confermare il volo di rientro risulta difficile. Infatti, dopo qualche giorno, scopriamo che non abbiamo il volo di ritorno. Toccherà ripartire da Bombay. Mamma non è preoccupata, lo sa che le cose funzionano così.
Tanto noi abbiamo tutto un giro da fare, per vedere i fornitori di oggetti di mamma e per fare il giro turistico che Shomir ci ha preparato.
Nelle bancarelle ho trovato una t-shirt di Guerre Stellari e la indosso sempre, coi jeans. Fa caldissimo, ma ho 10 anni e la testa dura. Nessuno mi toglierà Luke Skywalker di dosso.
Non potendosi fidare dei mezzi pubblici, mamma ha noleggiato un'auto con tanto di autista. Viaggiare in India è strano. Divertente, se si ha una certa dose di incoscienza e si lascia guidare un indiano. Spiacevole se si vuole sempre controllare tutto. Terribile, se non si è abituati alla guida indiana. Oltre al fatto di essere ovviamente una guida inglese, quella indiana si contraddistingue per la assoluta mancanza di regole normali. Spiego: avete presente quando parlano del traffico di Napoli? Bene, un napoletano, in India, durerebbe si e no 10 minuti.
Ti piombano addosso da ogni parte, sì che se fosse possibile cercherebbero di passare anche da sopra. I mezzi sono stracarichi, si sfiorano in continuazione in velocità senza toccarsi, si superano, giocano, suonano, schivano i pedoni, i ciclisti e le mucche. In città sembra che non si riesca a fare un metro senza che almeno in 15 ti suonino.
Fuori città le strade sono composte da una striscia asfaltata dalle dimensioni di una corsia con al fianco due lembi sterrati. In una eterna sfida all'ok corral, due auto che provengono da direzioni diverse si fronteggiano restando sull'asfalto il più a lungo possibile, per poi buttarsi di lato pochi istanti prima dello scontro.
Il tutto con auto che risalgono agli anni 50 o 60, cose che si vedono al museo.


Noi abbiamo una grossa auto verde oliva, molto bombata, coi sedili in pelle nera. Quello che mi colpisce, e qui si vede la mia precocità, è il nostro giovane autista. Lui è l'essere più bello che io abbia mai visto. Abbastanza alto, magro, con la pelle color caffelatte e degli occhi scuri che sembrano neri. Ciglia nere lunghissime, labbra morbide, una barba nera curata ed il turbante.
Lo so, ho 10 anni. Non dovrei subire il fascino del maschio straniero.
Eppure ne sono ipnotizzata, tanto che ogni volta che mi sorride mi sento volare. Mamma mi conferma che l'autista è davvero un bel ragazzo.
Con lui viaggeremo a lungo, in questi miei primi quindici giorni in India. Ci accompagnerà a Moradabad, Agra e Jaipur, passando da un paio di posti che Shomir ha scelto in mio onore, per mostrarmi cose dell'India che non avrei visto in un viaggio normale.
Sono proprio contenta di essere qui!

19.2.08

Tritì, tritost, tut tritè...

Mangiare in India può essere complicato.
Mamma mi aveva detto di alcune disavventure nei suoi viaggi precedenti. Soprattutto bisognava fare attenzione ad acqua, ghiaccio, frutta e verdura crude, come in ogni viaggio che si rispetti nei paesi orientali. Anche in hotel.
Una volta, mamma aveva mangiato un buonissimo pollo in salsa di ananas. Con molta salsa di ananas, tanto che si vedeva a stento il pollo. Mangia tu che mangio io, una volta giunta all'osso lo aveva trovato color verde palude. Forse un po' marcio. Oramai l'aveva mangiato, quindi non le era rimasto che incrociare le dita e sperare in bene.
Io, che a 10 anni non mangiavo quasi nulla che non sembrasse pasta al pesto o cotoletta impanata con patate fritte, ero già terrorizzata prima di arrivare.
Il tè, almeno quello, era sempre buono. Quasi sempre era accompagnato da fette di pane tostato e marmellate di vario genere. Quindi, per la colazione, io ero a posto.
Fin dal primo giorno, l'arduo compito di ordinare la colazione spettava a Gianni. Lui, col suo inglese piemontesizzato, riusciva sempre a farci ridere e tutto sommato anche i poveri camerieri non facevano fatica a comprendere cosa stesse dicendo quel buffo soggetto.
Quando eravamo fuori dall'hotel, io bevevo Limca (una limonata dolcissima, di un bianco impressionante), rigorosamente con la cannuccia appena scartata e facendo attenzione a non toccare la parte di bottiglietta da cui avevano tolto il tappo. Generalmente era ricoperto da ruggine o simili, misto sporco. Quindi...
Pranzare all'hotel Imperial, nel dehor, era complicato dai corvi. Che sembravano tacchini. Li si vedeva sostare lungo tutto il tetto in attesa di un buon colpo. Enormi, neri e aggressivi, non si facevano scrupoli a portare via dal piatto le intere porzioni di cibo ai turisti distratti da altre cose. Partivano in picchiata e a nulla servivano i gazebo che coprivano i tavoli. Per fortuna non capitava ogni due minuti, però era una delle opzioni-pranzo.
All'epoca adoravo il pane, il naan. E anche il chapati (sempre pane ma non lievitato e fatto con metà farina integrale), che mi serviva anche per la mia passione di storpiare i nomi. Lo piemontesizzavo in ciapa tì, come a dire prendi tu...
Mamma assaggiava un po' tutto prima di farmelo provare, ed io rifiutavo quasi ogni cosa. In più, il piccante non mi piaceva per niente. Sempre più difficile, signore e signori...
Nei posti in cui esisteva una cucina internazionale, le storpiature e i disgusti erano assicurati. Come è ovvio, viaggiando conviene adattarsi alla cucina locale. Difficile farlo a 10 anni...
Tutto sommato riuscivo a nutrirmi. Un po' con l'aiuto dei viveri portati da mamma, un po' per il valido aiuto di Shomir. Lui, il rappresentante di mamma in India, era un giovane italoindiano di Delhi. Tranquillo, pacioso, molto indiano, aveva una mamma italiana che ogni volta si faceva portare spaghetti, olio, parmigiano... insomma, come ogni emigrato italiano che si rispetti.
Lui conosceva i posti giusti e mi era anche molto simpatico, quindi riusciva a farmi mangiare anche quando non ero troppo convinta.
Insomma, devo anche a lui se i primi giorni sono sopravvissuta al cambio di cucina.
Shomir ci avrebbe accompagnati per tutto il viaggio perchè, anche se c'eravamo tutti quanti, quello era pur sempre un viaggio di lavoro...

31.1.08

New Delhi a 10 anni

Al mio risveglio, dopo il brutto colpo con la mummia fuori dall'albergo, ho fame.
"Three teas, three toasts", in bocca a Gianni diventa "Tritì, tritost, tut tritè", mentre ordina la colazione ad un indiano perplesso. Io rido e mamma è in bagno che si lava i denti con l'acqua minerale. Mi guardo intorno, rido ancora e realizzo: "Cavolo, sono in India!"
Come se il viaggio, l'arrivo e l'avventura fuori dall'albergo fossero sogni o ricordi di un'altra vita. Stavolta, dopo colazione, usciamo sul serio.
Dentro di me so che non mi sconvolgerò dinuovo. Infatti, niente di quel che vedo sembra darmi il minimo turbamento. La mia flemma british, quella che tanto fa innervosire la mia entusiasta mamma, ricompare. Osservo, annoto, imparo. Ma non mi lascio più scuotere.
I lebbrosi per strada, le bancarelle col cibo buttate sui marciapiedi, gli sputi rossi delle foglie di betel e i denti dello stesso colore degli sputatori.
Ho dieci anni e sono su questa via di Delhi e non faccio più una piega.
Osservo bancarelle di vestiti, di gioielli, di oggettini di qualsiasi genere. I colori, le fantasie, l'imperfezione della lavorazione artigianale che in certi casi è evidente anche per me. In fondo sono sempre con mia mamma nel suo magazzino, gli oggetti sono diversi, ma le piccole sbavature sono le stesse ovunque.
Mi piace guardare i volti delle persone. E a loro piace guardare me, perchè sono piccola, biondissima e molto bianca. Dal loro punto di vista perfetta.
Sono una bambina, ma non mi è difficile notare la differenza tra il nostro albergo e le brandine sfondate in cui le persone dormono nei loro negozietti. Che poi sono come dei box per auto pieni di scaffali.
Gli odori sono dolci e persistenti, ti inseguono ovunque tu vada. Quasi come i miei coetanei, che chiedono l'elemosina con un'insistenza snervante. Ti corrono dietro, ti toccano le braccia, ti chiamano. E tu non puoi dare niente.
Mamma mi ha raccontato di quando, la prima volta in India, aveva dato una moneta ad un ragazzino. Era subito stato aggredito dagli altri ragazzi, perchè quella moneta era una moneta che non si era guadagnato e ne aveva diritto quanto tutti i suoi compagni.
Onde evitare nuovi pestaggi, mamma ci aveva detto di non dare monete a nessuno, con una sola eccezione: se il bambino ci portava un pacco dal negozio all'albergo.
Il caos, fuori dall'albergo, era costante. Vecchie auto, guida inglese, colori improponibili tipo il verde oliva o il bianco latte. Biciclette, carretti, pedoni, mucche. Tutto buttato in strada, tutti insieme appassionatamente, tutto assordante.
I posti per turisti sono immersi nel lusso. Giardini tenuti con precisione maniacale in cui puoi fare la foto col pitone al collo (proibito, avendo accanto mia madre) o puoi goderti il fresco con una Limca con cannuccia, assaporarne l'improbabile gusto di limone un po' troppo zuccherato. Tutti sono carini, sorridenti. Tutti cercano di renderti felice.
Ma un sottile filo di tristezza ti tiene ancorato alla realtà che aspetta fuori, anche alla mia età. Anche quando la foto col pitone è più importante del pranzo.
I tappeti dell'albergo sono consumati e bucati. I camerieri del piano ci dormono sopra, vestiti, per esser lì se hai bisogno. Senza un cuscino, senza una coperta. Col loro turbante stropicciato e storto. Si alzano di scatto quando ti sentono arrivare e si inchinano per salutarti e tu ti chiedi perchè lo devono fare...
La città è bella. A me non interessa, perchè sono più attratta dalle magliette con la stampa di Guerre Stellari e dalla bellezza delle donne in sari. Sono attratta dal colore che mi investe in ogni luogo che vedo, dalla luce strana che emana. Sono attratta dalle mani veloci dell'uomo che cerca di venderci un attrezzo per ricamare. Attrezzo che lui usa in modo naturale e che in mano a me perde ogni proprietà.
Mi piace l'odore che sento, mi piacciono le voci e gli sguardi. La musica e le danze. Lo spettacolo della vita in quel mondo così difficile.
Mi incuriosisce questa gente, i cui taxisti dormono sul sedile posteriore delle loro auto in sosta. La forza che mostrano anche se sono pelle e ossa. La capacità di lavorare in posti ricavati dal nulla, di cucire un paio di pantaloni in dieci minuti. Il modo di stare accucciati sui loro polpacci senza cadere, le strane gonne degli uomini, l'apparente calma con cui fanno tutto.
La flemma con cui affrontano la giornata, il rituale della contrattazione. I cibi pronti sul ciglio della strada, un viavai formicolante.
I palazzi dei ricchi non hanno fascino per me, anche se ne posso comprendere la bellezza. Restano una cosa astratta rispetto alla massa di vita che si muove in città.
Restano negli occhi, ma non nel cuore...

20.12.07

Arrivo

Per quanto lungo sia stato il viaggio, alla fine il nostro aereo è atterrato a New Delhi.
Mamma mi ha raccontato molto dell'aeroporto, di cose strane che si vedono qui. Io, che finora non sono mai stata tanto lontana da casa, ho ascoltato e imparato tutto.
L'odore è lo stesso della paglia che arriva nelle casse di oggetti nel magazzino di mamma. Un misto di spezie e di dolciastro, umido e caldo. Di vita cotta dal sole. E marcia di pioggia.
I colori sono diversi, in qualche modo. Più intensi. E tanti. E la gente... quanta gente c'è!
Nell'aeroporto volano degli uccellini. Fa caldo ed i vestiti sembrano pesare di più.
Io non sono abituata al caldo, a Torino si sta sempre bene d'estate. Anche con l'afa non c'è mai questo caldo qui. Mi guardo attorno, meravigliata. Tutto è interessante, curioso, diverso.
Il nostro taxi ci porta all'hotel. L'Imperial. Un palazzo enorme e decorato. Una reggia piena di servitori col turbante. Lunghi tappeti coprono i pavimenti, tende pesanti, arredi antichi e aria di lusso un po' demodè.
Gli indiani sono gentili, hanno dei sorrisi luminosi e gli occhi tristi ma brillanti. Tutti parlano inglese, che io conosco pochissimo. Quasi niente. Ma sono portata per le lingue, imparo molto in fretta quel che mi serve. Nemmeno il compagno di mamma conosce l'inglese, ma scimmiotta le frasi di mamma e mi fa ridere, ci fa ridere.
La nostra stanza è grande, ma ha un odore tutto suo, come l'India. E' pomeriggio, presto. Ma con l'aereo non si capisce mai bene. Disfiamo i bagagli, o meglio, li disfa mamma. Poi decidiamo di andare a fare un giro.
Qui fuori ci sono centinaia di negozietti. Una via commerciale, pare. Così mamma vuole portarci a fare un giro di shopping. Qui tutto costa pochissimo. E c'è un sacco di roba.
Usciamo dal cancello dell'hotel, io tengo per mano mamma e dall'altra c'è Gianni. Mamma mi ha detto di guardare bene dove metto i piedi, perchè in terra c'è un po' di tutto. E io guardo, obbedisco. Non vorrei mai pestare qualcosa di schifoso. O qualcuno che sta male.
Comunque il sole è forte ed io devo guardare per terra per forza.
Io non so come, ma ad un certo punto compare una mummia.
Una mano bendata ed insanguinata mi tocca una spalla ed io sussulto. Non me l'aspetto. Non la mummia, non qui e non da sveglia.
Invece la mummia c'è. Solo che non è una mummia. Sotto alle bende sporche ed insanguinate, incrostate e rigide, c'è un uomo vivo. Vivo e a pezzi. Un lebbroso. Lo guardo.
Ho dieci anni, cavolo. Ho sentito parlare di lebbra, ho visto i documentari in tv. Ma questo non è quello che ho visto in tv. Questo è qui, vivo, sporco, malato e sofferente. Chiede dei soldi. Mi tocca una spalla.
La mia paura non è la malattia, non ci penso nemmeno. Non penso al fatto che quella mano ha toccato la mia maglietta, non è lo sporco, la crosta, non sono le dita che mancano. Sento dentro di me la disperazione. La sua. Mi toglie il fiato e la capacità di ragionare.
Così comincio a lamentarmi con mia mamma. Voglio tornare in albergo, subito. Lei ci prova, a farmi fare ancora due passi, pensa che mi sia spaventata. Forse è così, ma io sento un peso fortissimo e voglio andare in stanza. Non mi importa dei negozietti, delle belle cose che posso comprarmi. Devo riposare.
Infatti, la prima cosa che faccio in India è di mettermi a letto e dormire 16 ore di fila senza alzarmi per mangiare o per fare pipì. Poi potrò ragionare...

5.12.07

Un lungo viaggio

Ho dieci anni.
Un caschetto biondo, un fisico normale, una grande vitalità. Sono impazzita per Star Wars, che ho visto da poco al cinema trascinando chiunque mi desse ascolto a vederlo. Per la bellezza di venti volte in poco più di un mese. Sono figlia unica e amo stare sola. Chiudermi in camera mia a disegnare, arrampicarmi su qualche albero per leggere, imparare l'inglese dai testi dei Beatles. Mi piace l'aria aperta, camminare a piedi nudi nella neve, mangiare con le mani, giocare col mio cane Ringo.
Adoro sognare storie che non ho mai letto anche se non ho ancora letto molto. Cantare a squarciagola, strillare acuti nel giardino di mia nonna. Storpiare i testi di canzoni e poesie per dire la mia. E decisamente non amo la scuola.
E' la primavera del 1980, e sto per andare in India con mia mamma.
Un'occasione unica, mi dicono. Forse perchè il biglietto per i bambini è poco costoso e perchè mia mamma continua ad andare là e a tornare con delle cose bellissime. Oppure perchè per una volta, finalmente, ci andrò anche io.
A dire il vero non è che viaggiare mi sia mai piaciuto molto. Ho sempre sofferto la macchina. Dei mal di testa tremendi e una gran voglia di rimettere. Mia mamma è eccitatissima, prenderò l'aereo e farò un viaggio lunghissimo. Non sono contenta?
La mia preoccupazione principale, invece, sono i vaccini. Odio i medici e le iniezioni. Questo da quando il pediatra mi ha vaccinata da piccola facendomi un male tremendo. Io non perdono.
Però stringo i denti, all'ufficio di igiene. Mi faccio vaccinare come una bimba grande e tento disperatamente di non mostrare il mio disappunto.
Che male, però.
Quello che mi fa abbastanza schifo è il chinino, per la malaria. Le pastiglie sono amarissime e ne devo prendere un sacco. Odio anche le pastiglie. E una serie di altre cose che elencherò pian piano.
Non ho paura dell'aereo. Mia mamma è andata tante volte in aereo e non le è mai successo niente. Quindi non mi spaventa. Poi, in ogni caso, lei sarà con me. Questa è l'unica cosa importante. Saremo insieme.
Insieme a noi, come al solito, c'è il compagno di mia mamma. Lui che non ci molla mai un attimo. E' simpatico, quando vuole. Ci sa fare in qualche modo, ma è un disastro ugualmente. Forse è la mia mamma che è super, però lui mi sembra davvero imbranato.
Non devo occuparmi di niente, tranne di decidere cosa voglio portarmi dietro. Proprio con me sull'aereo, non coi bagagli. Non esito nemmeno un istante. Con me viene il libro di Star Wars, che ho appena iniziato a leggere. Non capisco perchè mia mamma guarda il cielo ogni volta che nomino il film, mi ha detto che le piaceva... Però sembra contenta del fatto che io ami leggere.
Mamma è preoccupata che io non mangi. Lo sono sempre tutti, in effetti. Io non mangio molto. Fin da piccola hanno sempre fatto fatica a farmi assaggiare cose nuove e a farmene mangiare a sufficienza. Tranne la Nutella, quella la mangio volentieri. E le merendine Fiesta, anche se mi scatenano l'acetone e le vomito regolarmente. In ogni caso, mamma è previdente e aggiunge alla valigia un sacco di generi alimentari di mio gusto: sottilette, formaggini Mio, insomma qualche porcheriola che posso gustare se non mangio regolarmente.
Pare che in India tutto sia piccante e che sia completamente diverso da qui.
Andiamo da Torino a Roma, per prendere il volo che ci porterà a Delhi. Mamma mi ha raccontato un sacco di storie divertenti sui suoi primi viaggi in India. Pare che fosse rimasta sconvolta, per questo mi ricorda spesso quegli episodi. Devo essere pronta.
Si è messa d'accordo col suo rappresentante, un giovane italo-indiano di nome Shomir, per farci fare un giro anche turistico. Perchè mia mamma ci va per lavoro. Lei importa cose che si chiamano articoli da regalo e che vende ai negozi. C'è un po' di tutto, dall'ottone al vimini, alla cartapesta, al marmo. Quando vado con lei al lavoro gioco spesso con alcuni di questi oggetti e mi diverto un mondo quando arrivano le casse dall'aeroporto con le nuova merce. Mi piace aiutare mia mamma a ordinare le scatole e mettere i prezzi sul campione che resta in vista. Sono una bimba poco ordinata, ma lì sono diversa.
Sull'aereo, mia mamma mi dà una gomma da masticare. Dice che così il decollo non mi darà fastidio alle orecchie. Io la prendo volentieri. Le Brooklyn mi piacciono molto, soprattutto le peppermint. Una volta raggiunto il nostro posto, mamma mi sistema accanto al finestrino ed io tiro fuori il mio libro. Lei mi allaccia le cinture ed io comincio a leggere. Quasi non mi accorgo del decollo e mamma ne è un po' delusa. Pensava che sarei stata emozionata. Invece no.
Dopo Roma, dove cambiamo aereo e ne prendiamo uno più grande, facciamo scalo ad Atene, in Grecia. Lo so che lo sapete dov'è. E' che a me, patita di storia e di mitologia, la Grecia fa più effetto degli aerei. Prima di atterrare e dopo il decollo passo il tempo col naso al finestrino, cercando gli Dei... Per poi tornare al mio amato libro. Unica sosta per il film. Buffo vedere un film con delle cose di gomma azzurra nelle orecchie. Dicono che sono cuffie, ma le cuffie dello stereo di mio nonno sono ben diverse. Boh...
In effetti le cuffie sono una gran cosa. Dopo il film ci gioco a lungo. Passo da un canale all'altro senza sosta. Cambio lingua in pochi istanti, poi c'è la musica classica che piace ai miei nonni e quella jazz che piace a mia mamma. Lei e il suo compagno sonnecchiano. Io, come al solito, sono sveglia come un grillo. Non è l'aereo. Sono io che posso passare il tempo come mi pare. Invisibile e sopra alle nuvole...