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10.7.26

Fiorire

 "Maestro, posso diventare brava?"

"Non so dirtelo; potresti sbocciare domani all'improvviso oppure non sbocciare mai."


E intanto cresci, e impari cose. Lavori sodo. E ancora cresci e ancora lavori, e ancora impari cose. Ma non sbocci, o non te ne accorgi, o smetti di aspettare.

Smetti di sognare e vedi sbocciare altre. E ancora cresci,ancora lavori e continui a imparare cose. E ti guardi allo specchio mentre studi, mentre sudi. Vedi l'ampiezza dei movimenti che non hai, la leggerezza che manca.

E poi ti accorgi che sei già fiorita senza mai sbocciare davvero e che non è che non sei brava ma non sei un'eccezione. E non è questo che volevi.

A volte non basta non mollare, a volte forse bisogna crederci di più. A volte è più importante crescere e lavorare e imparare cose che sbocciare all'improvviso e magari sfiorire in un attimo. Spesso si attende una vita intera un qualcosa che non accade mai, spesso le cose migliori accadono quando non le aspetti.

7.7.24

Il filo



 No, non è più possibile ingannare il tempo. Forse non lo è mai stato, è solo una nostra illusione. Come se tessere e disfare questa tela avesse il potere di rallentare il corso delle cose. Certo, ho le mie buone ragioni: la mano non è più la stessa, gli occhi sono stanchi e questo desiderio di compiere un capolavoro male si accorda al mio umore, alla mia vita.

Non mi è mai importato di saper tessere perfettamente, è solo una scusa per prendere tempo, nella speranza che tutto cambi mentre resto quasi immobile al lavoro sotto gli occhi di tutti e nelle notti inquiete torno a sfilare punto per punto ciò che ho messo insieme alla luce del sole.

Io non so se tornerà, so che mi ha lasciata qui a governare un regno in una casa vuota e io nemmeno questo ho mai voluto fare. Non l'avevo scelto per il regno ma per amore, se anche fosse stato un semplice marinaio l'avrei amato ugualmente. Invece è un Re e io Regina. E per amore ho tenuto in piedi il regno così a lungo che mi sembrano passati secoli, qui sola con il mio potere che non è mai stato mio e che sempre sarà di un uomo. E circondata da uomini che mi lusingano con complimenti ogni giorno più arditi sperando che prima o poi io ceda, e lasci il posto del mio uomo a un altro. Perché potrebbe esser morto, potrebbe non tornare da quel viaggio.

Lui, che non ha esitato quando è stato chiamato all'avventura e non ha pensato alle conseguenze del suo servire un altro re in guerra. Lui che per onore e per gloria avrebbe fatto ogni cosa. Sicuro in cuor suo che qui sarei rimasta, in salvo sì ma non del tutto ché la mia anima ha perso luce ogni giorno e io speranza.

Non è possibile ingannare il tempo, che passa inesorabile e svuota le vene. La vita è breve, non solo là dove si combatte. Non c'è bisogno di sentire l'odore del sangue, né di conoscere malattia. La vita è breve, il tempo scorre e se non lo vivo adesso non si fermerà per me, non lo fa per Nessuno. Potrei trovarmi vecchia, ancora qui a tessere e disfare la mia tela. Non vederlo più o rivederlo tornare ferito a morte, o invecchiato più di me dalla battaglia. Se fossi stata scaltra lo avrei seguito in guerra, con i capelli corti e travestita, salendo su una nave delle sue e restando al suo fianco di nascosto. Se fossi stata più determinata lo avrei convinto a non andare, perché il suo regno aveva bisogno di lui. 

Ma ora...



Questa notte ho disfatto la mia tela fino all'ultimo nodo. Ho raccolto le mie cose, quelle che posso portare. Ho baciato sulla fronte il mio bambino ormai cresciuto e l'ho mandato a letto. Non resterò ad ascoltare un solo giorno di più le persone che ho intorno mentre mi rubano ogni energia e la vita. Non importa se nel viaggio mi si consumeranno le scarpe, non importa se non avrò lenzuola di raso nel mio letto ogni notte, non importa se perderò il regno intero. 

Il tempo sfugge a ogni controllo, non è mai stato nostro.

Penelope non abita più qui.


22.5.22

Rumori di fondo


Sono cresciuta guardando Torino dall'alto.

Non è un vanto, forse nemmeno una fortuna. Ognuno ha le proprie origini e ciascuno di noi deve farci i conti in qualche modo, distanziandosi quanto più è possibile per poi tornare in qualche modo a casa. Non la stessa, probabilmente, perché il viaggio che facciamo è unico e irreversibile.


Facciamo tanti sforzi, a volte, per allontanarci dalle nostre radici. Mia madre ha certo sofferto le sue, tentando per tutta la vita di scrollarsele di dosso per poi ricaderci dentro suo malgrado, ogni volta un pochino di meno ma comunque facendolo. I limiti di una donna nata in un periodo non semplice, in una famiglia "bene" di cui mal sopportava le regole e le apparenze, con il suo ambiente in qualche modo stimolante e ostile. Si è ribellata, poi ha chinato la testa, poi ha cercato di dimostrare al mondo che era in grado di sostenere le sue convinzioni a ogni costo. Così ha passato la vita a faticare - chissà poi se inutilmente - e a mostrare a me come avrei dovuto vivere. Certo noi siamo sempre state diverse, io non ho mai amato né i limiti né la fatica e ho imparato forse tardi che non avrei mai potuto vivere come lei.

Ma sono nata lì. Con le mie due famiglie - materna e paterna - della Torino bene, con un prozio ambasciatore e una cugina di secondo grado baronessa (due nomi e quattro cognomi), con nonne educate a conversare in tre lingue diverse - magari del nulla ma in tre lingue - e l'ossessione per l'origine (lo status sociale). La villa in collina, le case al mare o in montagna, gli amici un pochino snob, le scuole private, la posizione futura, le vacanze all'estero, un "buon" matrimonio, natale con i tuoi, gli inviti obbligatori, il bon ton, una pacata reazione anche alle peggio cose, quel tantino di ipocrisia e formalità a pacchi. Poi, ovvio, tutto è svanito in un attimo e in una fideiussione firmata da un nonno prima ancora che io avessi il tempo di rendermi conto di ciò che avrei dovuto essere per restare nel mio personaggio. E allora l'attimo è diventato occasione per prendere le distanze volta per volta da tutto ciò che non sentivo mio, per crescere con sovrastrutture differenti, per sperimentare e conoscere altro da ciò che avrei dovuto.

Sono sempre stata "fuori posto" e finché ero giovane non mi rendevo conto di cosa fosse quel rumore di fondo che mi infastidiva sia quando frequentavo persone molto più simili alla mia famiglia, sia quando erano persone di tutt'altra estrazione sociale. Un sentirmi diversa che non mi legava mai a nessuno e che mi spingeva a essere curiosa di trovare finalmente un posto mio. Uno in cui non mi si chiedesse di fingere o di sminuirmi. In cui essere libera.

Non è stato uno choc comprendere che il motivo di tanta distanza era lo sradicamento.

Perché a tutto puoi mentire tranne che al sangue e sebbene io sia totalmente diversa dalla persona che avrei dovuto essere non posso dire che questo sangue non abbia casa in questo corpo. E non mi concede tregua, perché se è vero che sono abituata a non giudicare e ad ammirare ciò che è diverso da me è vero anche che poi possono entrare nel mio cuore le persone che un minimo del mio background ce l'hanno. Non perché possano capirmi meglio - non capita spesso una vera e profonda comunione - ma perché io sono una maledetta snob. Perché in fondo mi sento una lontana parente di quella che dovevo diventare e forse sotto sotto intorno ai novant'anni lo diventerò.

Intanto continuo a ridere in chiesa, a detestare le formalità, a contestare le regole altrui, a cercare di vivere per quello che sono anche se mi complica la vita. Continuo a credere in cose un po' troppo "hippy" o estreme e mai nelle presunte verità altrui. Continuo a vedere il mondo con occhi diversi anche se meno curiosi di un tempo. Comprendo le parole di Roy Batty perché dentro di me sono anziana e stanca di combattere per dimostrare che ho ragione - ma poi sarà importante?

Mi siedo coi vecchi alle riunioni di famiglia, troppo stanca per unirmi ai giovani in piscina.

27.4.22

Noi (ancora)


 La meraviglia di ciò che noi siamo, è quanto rapidamente cambiamo. 

Scorriamo, fluttuiamo, piantiamo radici profonde eppure allunghiamo le dita al cielo. Non siamo fatti per restare. Mai uguali, mai due volte gli stessi anche quando pensiamo di non esser diversi da ieri. E perché restare sempre uguali, poi? Per non deludere le aspettative altrui, rischiando di perdere ciò che profondamente siamo, ciò che con fatica emerge quando glielo lasciamo fare, la nostra natura - forse momentanea ma nostra - esposta e selvaggia, spaventosa e invitante. 

Noi, fusione di chimiche diverse, fatti per essere unici e allo stesso tempo per unirci al resto di noi, fatti per incontrare e per avvolgere, e per scavare e cambiare irrimediabilmente chi ci sta accanto. Noi, fatti per amare un tutto che non comprendiamo, che ci leghiamo a un niente per paura di cambiare.

Noi, piccole gocce d'acqua, fiumi in piena e mari in tempesta. Cullati nelle nuvole in attesa di piovere.

23.4.22

Foresta

Avevo mille cose in mente.

Era di amore e di attenzione, era di come a volte la poesia non sembra più far parte di quello che viviamo e invece se ne sta lì, nascosta sotto le foglie secche del nostro giardino. Noi non curiamo granché questo posto, è vero. Le mille incombenze di ogni giorno, le brutte notizie che ci arrivano nonostante tutto, le tante brutture che ci vedono impotenti e tristi ci impediscono di prestare più attenzione a noi stessi. 





Amarsi dovrebbe voler dire ascoltare i piccoli segnali prima che diventino un problema. Il dolorino che da occasionale diventa fisso, l'acufene che all'improvviso si fa più importante, l'ansia che ci accompagna col sonno e che diventa attacco di panico. Il malessere sottile che diventa la fine di un amore.

Nell'altro post parlavo di quelle piccole cose che anche se non "ci ammazzano" non ci fanno bene. So per esperienza che anche solo una piccola frustrazione, se continuativa, può rovinare una marea di sforzi e risultati ottenuti. So che a un certo punto passa la voglia di provare. E sì, sto parlando di amore e di come a un certo punto ci si accorge che quello che si sta vivendo non va bene per noi. Per mille motivi diversi. Per tutti i segnali non colti o per aver sottovalutato l'impatto che potevano avere nel tempo.


E sì, sto parlando di amore e di come se non si curano i più minuscoli dettagli fuori sincrono ci si perda definitivamente.  Ed è vero che le più grandi passioni finiscono senza botti, senza grosse esplosioni. Finiscono. Nemmeno si trasformano. Altre, invece, crescono a discapito di ogni difficoltà e giusto perché nutrite di ascolto e di attenzione si trasformano in qualcosa di più grande e se possibile più bello.



Non credo sia questione di fortuna. Credo che in ogni cosa ci siano semi e germogli che con il giusto terreno hanno il nutrimento che manca loro. Ci sono parole che sono germogli, non promesse, non fonti di sicurezza. Solo germogli. Il bello in tutto questo è che lì esistono infinite possibilità. Non si tratta nemmeno di decidere, le cose arrivano da sole e da sole se ne vanno ma meritano l'attenzione. La giusta dose d'acqua e di fertilizzante, la luce e l'eliminazione delle foglie secche. E tanta aria e spazio per respirare, perché senza aria non c'è vita.

Ma soprattutto imparare ad amarsi e ascoltarsi, il conoscere già le risposte che non si vogliono avere. Lasciar morire parte dei rami per far crescere gli altri non significa perdere. Amare sé stessi, prima di ogni altra cosa. Prima di chiedere amore e di fingere di darne, ché se non si sa cosa sia il bene proprio non si può desiderare l'altrui. Sapere che ciò che di noi marcisce e muore può esser vita per qualcun altro. 



Essere foresta. Non singolo albero, non un solo pezzetto di giardino curato all'inglese. Foresta. Pullulare di vita e lasciare che ogni cosa faccia il suo corso senza che questo muti o limiti il proprio essere. E amarsi, e amare. Sì, sto parlando ancora d'amore...

27.4.21

Sottile

 Perfettamente confusa.



Sottile ritorna il pensiero, il legame, l'immagine della tua pelle. S'insinua. Non è, come non è mai stato, ma torna. L'idea di una possibilità, l'idea di poggiare la schiena alla tua e respirare su un prato.

Annebbiata, come ricordi in una vecchia pellicola. Non c'è. L'odore del tuo collo. Un gesto. Nessuno.

Ché quel che stringo mi soffoca. Quel che mi stringe mi mostra chi sono. Lo specchio, il rifugio nella carne, il dolore come d'aver perso la rotta. E i pensieri, e un amante perduto e quei ricordi lontani. Niente è stato vero, niente lo è troppo a lungo quando non sei, o non sai di essere.

Ho vissuto un sogno, più d'uno, in cui ero Regina di un castello lontano e il mio Re tornava dalla guerra con cavalieri e omaggi, e omaggio di cavalieri ma poi riandavo alla finestra e i cavalli s'allontanavano e io restavo avvolta e sola in un drappo colmo di tramonti. E lacrime, e ferite sul corpo che non si vedono.

I miei lacci recisi, ma la mente corre e non è a te che viene se deve venire. Va. Una maschera da indossare prima che qualcosa inizi davvero. La paura. Il bisogno. Quel disagio. Il desiderio di sparire, di non essere più, di non perdere il controllo. Il desiderio più forte, e gli occhi chiusi.

Domande, parole, la storia che prende un contorno oscuro. La mia vita che com'era è finita. La mia vita che non so più com'è. Ma grida.

Basta. Basta. Basta. Amami. Non farlo mai più. Non costringere il mio cuore a odiarti, non distruggere l'idea. Scioglimi.

Ed ecco, vedi, che in tutto questo non c'è il tuo nome ma mille altre cose e comunque allungo la mia mano per cercare la tua e sanguino perché non sei. Non sei, non sono, non c'è niente qui addosso. È solo tutto qua dentro e pieno di mille parole e sorrisi. Tra cent'anni sarai un filo nei miei capelli lunghi, tu resterai sottile. Sul mio corpo tutto senza esserci mai.

Amami. Non così, amami. Io sto guarendo le ferite che non sai d'avermi fatto, le ferite che mille dita affilate han fatto sanguinare prima che tu fossi in me. E ora, ora che so chi sono ho bisogno che tu sia. Ora che deliro e che non sei tu il fantasma cui mi rivolgo, ecco, vorrei carezzare le tue mani e non baciarti mai, vorrei incontrare i tuoi occhi e il tuo sorriso lontano ancora una volta prima di andare. 

Non voglio andare. Non esisto. Sono.

25.4.21

Uguale e diversa

 


In un paio di giorni, questa settimana, ho completato la stesura di "Lucio".

Si tratta dello spin-off de "Il gioco dei vampiri", romanzo che ho pubblicato l'anno scorso e che mi ha dato alcune soddisfazioni e qualche critica ma che ha rappresentato per me più di quanto immaginassi.

Mi è stato detto che era troppo hard, che avevo esagerato, che davvero rasentava il porno ma il divertimento provato a scrivere completamente libera da limiti è stato enorme e mi ha riportata alla scrittura come amavo farla.

In questi anni a leggere mille post su come si scrive, su cosa si deve scrivere, su come si costruisce una storia, su come si fa a crearsi un pubblico etc., devo dire che mi era passata la voglia. Ché, se tutto deve essere studiato e costruito non c'è più spazio per l'immaginazione e io quella ce l'ho a pacchi. Mi è sempre pesato il fatto di metterle dei limiti e sapere che non avrei avuto alcuno spazio in quel mondo senza saper costruire a tavolino qualcosa mi ha bloccata.

Come chi mi segue sa, non avevo intenzione di pubblicare "Il gioco dei vampiri" inizialmente. Sì, era un progetto di racconti erotici in serie, con gli stessi protagonisti ma da dosare un po' alla volta se ritenevo fosse il caso. Poi il mio editore ha ceduto e i nuovi proprietari hanno messo limiti diversi e alla fine hanno chiuso la casa editrice per favorire la loro attività principale, quindi per tutto il mio progetto non c'era stato spazio né luogo adatto. L'idea di mettere tutto insieme mi è venuta più tardi e in effetti mi rendo conto che il risultato è stato più piccante del previsto e che la maggior parte della storia è concentrata sul sesso - perché in ogni episodio ne avevo inserita una scena e ho continuato a farlo anche quando ho unito i pezzi - ma io che sono la mamma vedo la cosa in modo differente. Così ho fatto del self e ho pubblicato il romanzo tra un lockdown e l'altro. Non ho fatto grande pubblicità come al solito ma le mie copie le ho vendute e il romanzo è lì per chi lo vuole.


Un paio di persone che lo hanno letto, comunque, sono andate oltre alle scene piccanti e mi hanno confessato di aver amato Lucio in modo particolare, come era già successo con Vittorio ne "Gli attimi in cui Dio è musica". Per quest'ultimo, dietro consiglio del primo editore, avevo creato un racconto apposta che era gratuito su Amazon e piattaforme varie e che finché è stato gratuito ha avuto un gran numero di download, per essere. Ora non è più così e siccome la formula dello spin-off mi è sempre piaciuta ho pensato di fare lo stesso con Lucio, che da ora è disponibile su Wattpad. I mezzi cambiano, le opportunità pure. 

Diversamente dal romanzo, lo spin-off su Lucio non contiene grandi ammucchiate e sesso estremo. Racconta una parte della sua storia che non avevo affrontato nel romanzo e allo stesso tempo rende l'aspetto profondamente umano di Lucio, che umano non è.

Io sono molto affezionata a lui e avrei voluto scrivere e scrivere, e scrivere ancora di lui ma non è il momento e mi accontento di questo racconto di una dozzina di pagine. Se qualcuno di voi che state leggendo ci incappa, spero che ne approfitti per dargli un'opportunità. Lucio è speciale.


Nell'ultimo anno sono cambiata, come tutti.

Non so se sarei ancora in grado di scrivere un erotico, non come "Il gioco", però mi ha insegnato tanto sulla libertà, su cosa amo fare, su come dentro a qualsiasi storia ci siano tantissimi livelli da scoprire e questo influirà su come scriverò in futuro. Uno dei complimenti migliori, fatti da una persona che so essere molto critica è stato che il romanzo è "ben scritto". Era quello che volevo, perché so che i miei contenuti non sempre sono ben accolti - peccato, però è così - ma una volta che il romanzo è scritto bene pure il contenuto ha un valore in più.

Sono la stessa, sicuro, ma sono diversa dalla me dell'anno scorso. E ancora lo sarò.

10.4.20

Ciò che si muove dentro, un'analisi ancor più illogica senza il testo 12

Stavo cercando una foto per l'ennesima sfida su Facebook, cosa che di solito non faccio ma che - un po' come mettermi a prendere il sole sul mio mini terrazzo - in questo periodo mi fa passare un po' del tempo immersa in cose che amo.
Stavolta riguarda i 10 film (ma contemporaneamente ne sto facendo una che si occupa di libri) che in qualche modo mi hanno toccata. La prima considerazione, cercando le foto giuste, è stata che finora i film cui ho pensato sono tutti di fantascienza e fin qui ci sta (sono "Star Wars" - il primo storico, quindi l'episodio 4 e "Blade Runner", per poi arrivare al terzo che cercavo appunto stamattina). Non ho mai avuto dubbi su cosa mi ha catturata fin dal primo sguardo.
Poi ho scelto il film che mi ha stimolata di più tra quelli della sua serie, perché tra i tre che si salvano è davvero difficile trovare quello giusto: tutti sono gran film, ognuno con caratteristiche differenti, scelte registiche particolari e spunti di riflessione diversi.


Ho sempre amato "Alien".
Forse perché ho subito il fascino del proibito (quando è uscito nelle sale io ero troppo piccola e ho invidiato i miei cugini poco più grandi di me per averlo visto al cinema mentre io l'ho sempre visto in tv), forse perché poi era un mostro bellissimo - le linee di Giger, quell'armonia particolare che richiamano, la simbologia fallica, anche - e spaventoso. L'ho amato nel film originale di Scott, claustrofobico e molto "freddo"; l'ho amato nel sequel di Cameron così macho e sudaticcio; l'ho amato nel terzo episodio di Fincher, di nuovo claustrofobico e più intimo; l'ho amato meno nel quarto capitolo più per la mancanza di estetica del "mostro" finale che per altro.

Per alcune persone, il mostro del film rappresenta il cancro, la malattia che cresce in te e che ti uccide. Io non l'ho mai visto così, mentre è più facile vederlo come il lato primitivo nascosto in noi. Quella rabbia che vien fuori dallo stomaco e che distrugge ogni cosa non gli somigli. Una specie di "Es" primordiale, l'istinto puro, il lato cacciatore e omicida della nostra personalità, quello che a volte sembra governare la gente negli ultimi anni. Lo avevo detto in un vecchio post, qui. Non ho sviluppato l'idea ma all'epoca mi sembrava convincente più della malattia.
Però per me "Alien" è un'altra cosa ancora, più profonda. L'idea di questo semi parassita che necessita di un corpo altro per crescere, per poi venirne fuori letale e velenoso mi ha da sempre fatto pensare alla maternità. Lo so che sembra strano associare una creatura tanto pericolosa a un qualcosa di simile, in molti mi hanno fatto notare che il mio istinto di maternità non è proprio così spiccato, però oggi, cercando una foto per il contest ne ho riviste molte e mi pare che il rapporto con la maternità, con la figura materna e con l'istinto protettivo che si ha nei confronti delle madri sia più che evidente in tutti i film.


Cominciamo dal modo in cui si viene infettati: cosa sono i parassiti "stringifaccia" se non delle specie di spermatozoi  che volano verso un ospite e impiantano la vita? Ci somigliano anche e il loro unico scopo è, appunto, portare a termine una fecondazione, dopodiché si staccano e muoiono. Da lì, un piccolo vermicello cresce nell'addome di un ospite, per poi uscirne in modo molto violento e spiacevole e diventare un individuo a sé. Nel terzo episodio, poi, scopriremo che a seconda dell'ospite in cui l'alieno cresce, il DNA cambia assumendo anche le caratteristiche della creatura che lo ha portato a maturazione. Però esce, nasce proprio - non come una malattia che resta nascosta il più possibile e distrugge l'organismo da dentro - e nel nascere "termina" il suo creatore.


Nel secondo film, il tema della maternità è trattato in due filoni contemporaneamente: da una parte Rilpey trova la piccola Newt e il suo istinto materno la porta a proteggere la bambina a ogni costo; dall'altra c'è la Regina Madre degli xenomorfi, che entra in conflitto con Ripley che nel salvare Newt distrugge le uova col lanciafiamme. Il suo istinto materno si scontra con quello umano fino alla fine tragica sia dell'equipaggio che della Regina stessa, in un inseguimento e in una lotta tra le due madri che ricorda quello animale.
Succede poi che Ripley, nel terzo film, si ritrovi a essere lei stessa ospite di una Madre e che per questo motivo nessuno degli xenomorfi presenti sul pianeta prigione la attacca. La scena finale del suicidio di Ripley la vede trattenere al petto la Regina neonata mentre si lancia nelle fiamme in un gesto che sicuramente al di là del trattenerla per ucciderla ha un non so che di materno in sé.




Nel quarto episodio, i cloni di Ripley hanno DNA alieno e la creatura "nuova" ha un volto quasi umano (molto quasi) e l'ultima Ripley è di fatto riconosciuta dall'ibrido come la sua vera madre (mentre l'ultima Regina Madre ormai non depone più le uova ma partorisce direttamente).
Ad alimentare l'idea, dal punto di vista estetico, c'e la forma doppiamente fallica che Giger ha dato agli xenomorfi, in cui non solo la testa può ricordare quella del sesso maschile ma anche la "lingua" dentata che scatta a penetrare la vittima.
Poi sicuramente io avrò da andare ancora dalla psicologa, ma l'analisi mi pare sensata.
A voi la palla.

6.2.16

Una piccola storia delle mie

Uscito ieri in versione digitale, il mio "Addio a Bodhgaya" è nato come un racconto e invece è diventato un romanzo. Brevissimo, ma romanzo. L'intento, iniziando, era di raccontare Bodhgaya: il luogo in cui il Buddha ha raggiunto l'illuminazione, seduto nella posizione del loto sotto a un albero di Pipal (un "ficus religiosa", mica a caso). Il racconto doveva essere di viaggio, facilitato dal fatto che sono stata lì con mio marito nel 2010, poi è arrivata Arianna - la protagonista - che era tornata a Bodhgaya per un motivo tutto suo.
Scrivendo di lei, da subito, ho sentito che qualcosa di profondo l'aveva portata lì. Non avevo idea di cosa fosse. Lucas è arrivato in punta di piedi ed è rimasto fino alla fine. Modificando il mio piano originale e impregnando della sua assenza tutto il racconto.
Non è stato semplice. L'India, che ho visto più volte in età diverse, è sempre stata il luogo del mio cuore. Un paese interessante, con una cultura millenaria e una popolazione smisurata. Tanto magnifica quanto difficile, in tutto. Le condizioni di vita, il clima, la povertà, il territorio immenso. La sua storia.
Per molti è meta di viaggi della spiritualità, io non ho mai cercato quel tipo di radici laggiù. Ci ho trovato la Vita. Quella naturale, senza i nostri fronzoli e senza le strutture occidentali. Con tante storture, con tanto dolore e tanta disperazione. Bello e brutto, vita e morte, un equilibrio precario costante.
Non è stato semplice anche per motivi personali. Non che Arianna sia il mio alter ego nel romanzo, la mia storia è molto più normale.
Quando ho firmato per la pubblicazione, "Addio a Bodhgaya" era più corto. Ho deciso di aggiungere alcuni dettagli per renderlo ancora più vivo e questo mi ha un po' svuotata. Nel momento in cui avevo scritto la parola "fine" ero convinta di aver chiuso Bodhgaya nel suo cassetto e tutti i ricordi con lei. Invece ho dovuto riaprire e rivedere luoghi, il che è stato davvero faticoso.
Ora, però, è finito, è chiuso e viaggia per i fatti suoi. E la cosa bella è che ha già il suo posto in classifica su Amazon (che scenderà inevitabilmente, ma son soddisfazioni comunque) e che nella prima recensione la lettrice spera in un seguito. Ecco, quello credo che non ci sarà. Non c'è bisogno. Ho altre storie da raccontare e altre pronte per essere lette. Per cui vado avanti con i miei progetti e piano piano chiudo tutto.
Per questo romanzo in particolare ho anche scattato io la foto della copertina. Sullo sfondo c'è un particolare di un mio quadro (che poi raffigura il Buddha), la foto della bambina l'ha scattata mio marito a Delhi e ne parlo nel romanzo perché è una foto che, intera, ha dello spaventoso.
Io spero che il tutto, dalla copertina alla dedica, al contenuto, vi piaccia. Perché dentro c'è un altro piccolo pezzo di me e perché penso sia un punto di vista differente, il mio, riguardo a un sacco di cose.
Se per caso passate da lì e lo leggete, fatemi sapere che cosa vi ha fatto sentire. Ci tengo.

1.12.14

E chiedersi chi...


Bisogna chiudere i cicli. Non per orgoglio, per incapacità o per superbia...semplicemente perché quella determinata cosa esula ormai dalla tua vita. Chiudi la porta...cambia musica, pulisci la casa, rimuovi la polvere...
Smetti di essere chi eri e trasformati in chi sei...
(Paulo Coelho)


So che non è da me fare citazioni e a dire il vero non è da me nemmeno Paulo Coelho, ma essendo una persona che ha paura dei cambiamenti - e chi non ne ha? - e sapendo di essere nella piena evoluzione di questo ciclo, quando ho trovato questa frase ho voluto copiarla.
A trasformarmi in chi sono ho iniziato a novembre del 2010, certo non me ne sono accorta subito. Il distacco da mia madre ha dato inizio a questa fase e da quel momento non sono più stata la stessa di prima. Non per il dolore, non per il periodo passato correndo, non per la fatica. No, anche se c'era tutto e anche di più.
Solo che quella fase ancora non è finita e a volte mi chiedo quando finirà, se finirà, se mai sarò davvero io.
E soprattutto chi sono davvero?
Di sicuro la spinta a smettere di fare alcune delle cose che per abitudine continuo a fare c'è. A volte mi fa sperare in un nuovo lavoro, diverso. A volte anche solo l'idea di iniziare un nuovo quadro o di chiudere finalmente un romanzo (o di pubblicarne uno pronto e passare oltre) mi fa sentire meglio.
Altre volte mi guardo attorno e mi chiedo se amo ancora questa città che ho sempre amato e come sarebbe ricominciare altrove, visto che qui le cose vanno come vanno. Poi mi dico che qualsiasi altrove può essere meraviglioso o infernale e che certo non è il luogo che mi farà stare meglio.
Sento comunque che una parte di me ancora non è uscita e nemmeno la conosco. Non ne ho paura, non quanta ne ho del cambiamento in sé. Solo non la conosco. Non ancora.
Ma ha un estremo bisogno di uscire.
Un po' come in Alien, quella parte selvaggia di me che ho domato troppo a lungo mi preme dallo stomaco e reclama il suo spazio. Anche se per fortuna del mondo e dell'universo intero non mi metterò a deporre uova in giro. E nemmeno a mangiare cervella... Brrr.

13.9.14

Una non recensione particolare

Come mi è già successo con "Il Tempo Tagliato" di Silvia Longo, di cui ho prima scritto una recensione sull'altro blog e dopo quasi un anno le mie riflessioni su Gazzetta Torino, ho in mente frasi di un romanzo che ancora stanno lavorando in me.
Il romanzo in questione non è reperibile, per ora. Pubblicato per Baldini, Castoldi & Dalai s'è perso nei meandri dei cambiamenti nella casa editrice e non se ne recupera una copia a meno di non trovarla usata su e-bay o sulle bancarelle. O via mail come è successo a me grazie al fatto che scrivo di libri su un giornale.
Che poi, data la sinossi, io probabilmente non avrei acquistato il romanzo se non fosse stato scritto dall'autore di un altro romanzo molto interessante sempre pubblicato per lo stesso editore ma ancora reperibile in formato digitale: "Memo", di cui ho pubblicato da poco la recensione.
Ecco che mi perdo.
Voglio raccontare di "Il mio nome è Nedo Ludi", romanzo di Pippo Russo.
Parto dalla sinossi:
Estate 1989. Nel calcio italiano imperversa la guerra di religione fra Uomo e Zona. Nedo Ludi, stopper 28enne dell’Empoli reduce dalla migliore stagione della sua carriera, scopre che la sua squadra è stata affidata a un allenatore sacchiano. È l’inizio della sua fine. Come ogni stopper che stenti a adeguarsi alla Zona, Nedo si accorge presto di essere giudicato darwinianamente inadatto dal nuovo allenatore. Coglie anche di trovarsi dentro un mutamento che sta facendo del calcio una cosa a lui irriconoscibile, nel mezzo di un paese calato dentro la sua ultima, rampante ondata di modernizzazione. Animato dal mito della rivolta dell’uomo contro la macchina industriale, Nedo organizza una congiura contro la Zona.
Oddio, un libro sul calcio.
Diciamo che è stato il mio primo pensiero. Se però mi limitassi ad ascoltare sempre e solo la prima impressione, anche se spesso è quella giusta, mi perderei buona parte delle cose buone che, invece, corrono tra le righe e le parole di quegli autori che sanno scrivere.
Non che abbia amato le parti sul calcio, no. Infatti di queste non parlerò affatto. Perché per me il romanzo parla d'altro.


Questo libro parla di amore e tradimenti.
No, non ho sbagliato libro e post. E non pensate a me stampandovi in faccia un’espressione alla Arnold che chiede: «Che cavolo stai dicendo, Willis?»
Questo libro, dicevo, parla di amore e di tradimenti. Non in modo convenzionale, certo. Sapete che ho un modo mio di leggere le cose e di trovarci dentro qualcosa che non si vede subito. Non che si possa fare con tutti i libri, no.
La storia ci porta a Empoli a fine anni ’80, ai campi di calcio che si preparano a una nuova stagione. Una stagione che porterà grossi cambiamenti nel modo di giocare e di vedere il nostro “sport nazionale”, ma forse anche l’Italia e il mondo intero. Ché si sa, i cambiamenti non vengono mai da soli: cascano a valanga.
Nedo Ludi è uno stopper, un professionista. Poche e semplici cose, certezze, abitudini regolano la sua vita ed ecco che con il cambio di allenatore il suo mondo inizia a sgretolarsi. A nulla serve sapere che la sua azione decisiva nell’ultima partita della stagione precedente ha salvato la squadra dalla retrocessione. Deve adeguarsi al nuovo sistema, al “progetto”, o soccombere. Solo che non ce la fa. Gli schemi, le linee, il nuovo gioco non riesce proprio a farli suoi. Giorno dopo giorno si rende conto di essere inadatto. A nulla è servito tutto il suo amore per il gioco, per la squadra, per quella vita per cui ha fatto sacrifici ogni giorno. A nulla. Il calcio lo ha tradito. La squadra lo ha tradito, adattandosi ed escludendolo domenica dopo domenica. La vita che pensava di avere costruito non esiste più.
Lui e altri come lui, che hanno vissuto solo per giocare, forti delle loro capacità. Sono tutti inutili.
Nedo ha i suoi genitori. Gente semplice con un lavoro umile e con ideali ben chiari in mente. Non capiscono bene la vita del figlio, ma lo amano. Anche il loro mondo sta per crollare, tra la crisi del polo industriale della zona e l’incapacità del sindacato di reagire alle difficoltà e alle pressioni; tra il crollo del muro di Berlino e i cambiamenti in quello che era il “loro partito”. Niente più comunisti, niente più falce e martello, niente più certezze. A nulla è servito credere. Fabbrica, sindacato, partito, vita. Abitudini che devono cambiare. La vita stessa che li tradisce.
Nedo ha Carla, da sempre. Un rapporto libero, ognuno preso dai suoi progetti e impegni. Nessun legame formale. Due giovani che “si frequentano” quando hanno voglia di stare insieme. Regole e decisioni prese all’inizio e che non sembrano pesare. Fino a quando per Nedo non comincia a crollare tutto e Carla gli sembra assente, scivolata altrove senza pensare a lui. Certo, dopotutto il loro rapporto era chiaro. Tutto stabilito e collaudato, solo che … le cose cambiano. Quello che un tempo funzionava non funziona più e a nulla servono le “storielle” di contorno che Nedo ha sempre avuto – come Carla d’altronde – perché rendersi conto che lei non c’è è un imprevisto che fa solo aumentare la rabbia.
A nulla serve tentare di cambiare le cose. La vita ha tradito Nedo, tutto quello che lui amava è come se gli avesse voltato le spalle e lui non riesce a fare altro che cominciare a tradire. Non che non lo avesse già fatto in precedenza, magari inconsapevolmente come con Eleonora – la fidanzatina al paese scioccata dalla prima esperienza con Nedo – o più “tanto per fare” come con Carla. Solo che Nedo non ha armi abbastanza affilate e certi cambiamenti non si possono arrestare.
La vita ha i suoi percorsi, tradisce le nostre aspettative anche quando noi ci mettiamo dentro tutta la passione del mondo. Anche quando amiamo senza riserve o non siamo capaci di comprendere quanto importanti siano le “cose” che abbiamo. Quando ci manca quella consapevolezza che la vera passione impedisce. Quando pensiamo che tutto resterà come è sempre stato, confortati dalle sicurezze e dai successi. Quando, presi da rabbia, orgoglio o pregiudizio, buttiamo via le occasioni di felicità. O per paura, anche, ma questa è un’altra storia.
Così la vita di Nedo va in pezzi e lui, arrabbiato, deluso e stanco non può fare altro che arrendersi e cercare di sopravvivere. Si rifiuta di vivere il declino irrimediabile che gli si presenta come calciatore e si costruisce una nuova vita, semplice, più tranquilla, lontano dai riflettori. Taglia i ponti.
Quindi sì, “Il mio nome è Nedo Ludi” parla d’amore e tradimenti. Anche nell’epilogo. Il mondo che cambia, l’aspetto e la sostanza. La vera storia si nasconde qui. Il vero tradimento è quello dei sentimenti inespressi, dell’incapacità di cambiare quel tanto che basta a essere felici. Se non siamo in grado di farlo, il salto, resta tutta la tristezza del rimpianto. E le conseguenze che per forza di cose coinvolgono chi ci sta accanto.
Una delle sofferenze individuate dal buddismo è “essere separato da ciò che si ama e dover sopportare ciò che non amiamo”. Credo che di questa sofferenza il Nedo adulto abbia fatto una grande esperienza, sia per sua stessa colpa che per un destino avverso. E che il Nedo bambino abbia sofferto per amore tanto quanto i suoi genitori; che ogni personaggio del romanzo sia stato toccato da questo tradimento della vita e che nessuno di loro sia stato in grado di contrastarlo o di scegliere diversamente. Per incapacità, per orgoglio, per debolezza, per la mancanza di quel briciolo di follia che a volte la felicità richiede. O forse un po’ per comodo, perché cambiare comporta fatica, lacrime e sacrifici. Troppi, a volte, per non mollare non appena il nostro destino ci guarda in faccia per davvero. Declino o felicità in fondo dipendono da quanto a lungo riusciamo a guardare chi siamo  e cosa desideriamo senza abbassare lo sguardo. 
Per ora mi fermo qui. Il lavoro ancora non è finito, perché alcune cose riemergono un po' come fossero a bollire in pentola. Salgono e scendono, e salgono e piano piano sprigionano un profumo che invade la mente e che ti rende il sapore riconoscibile. Ecco, io aspetto che il profumo si faccia più intenso e poi ve ne dico ancora. 
L'autore, intanto, spera che questo suo romanzo sia ripubblicato presto, perché è già pronto il seguito. Quindi, in caso, annotatevi il titolo.

7.5.14

Briciole



L'idiota alla radio dice "piccole dita appiccicose".
Normalmente una frase del genere non mi provocherebbe alcuna commozione.
Invece oggi rivedo manine, le mie, paffutelle e agitose davanti al mio naso. (sì, ho scritto "agitose" e l'ho fatto apposta)
Manine sporche di cibo; conoscendomi, qualcosa di dolce.
E, più avanti, vedo un libro aperto. Forse il mio amato "Guerre Stellari", o un Asimov, o i fumetti di Asterix. Immersa nella lettura tanto da non sentire nemmeno più l'esistenza del mondo circostante, spesso mangiavo con il libro in mano anche prima dei 10 anni.
La colazione preparata dalla nonna, che sarà pure stata una ex alcolista ma che con me ci ha saputo fare: pane, burro e zucchero.
E libri che ancora ne portano il profumo, aprendoli.
E giorni e notti a inseguire storie, dopo che la nonna e mamma me ne hanno svelato il fascino. A leggere tutto quello che trovavo per casa, senza che ci fosse un limite alla mia fame. Da "Radici" a "La laguna azzurra", da "Christiana F." a "Paul et Virginie", da "Playboy" a "Il figlio di Tarzan", da "Tex" a "Nella foresta dei gorilla giganti". Nessuno a dirmi no. Leggevo l'enciclopedia, il dizionario e le scatole dei Frosties. Le confezioni dei detersivi, le istruzioni dell'Ape del giardiniere.
E libri di magia nera, e manuali Wiccan degli albori. E troppe domande ma anche troppe risposte, troppo presto.
Poi ho smesso. Di leggere, soprattutto. Fino a venti, forse ventuno anni. Se non fosse stato per Stephen King e "Pet Sematary", e "It", forse non avrei ripreso. Troppa vita.
Troppe cose sfuggite via come i granelli di zucchero profumati di burro che ho poi trovato nei ricordi, sfogliandomi come un libro per capire chi ero diventata.
Piccole dita appiccicose.
Le briciole minuscole e infinite che ci lasciamo dietro. Quelle che un giorno ci fanno ritrovare la strada di casa, come le pagine di una buona storia, come le parole ascoltate prendendo sonno.
E la voglia di risentire quel profumo, ancora. Come una carezza.

31.3.14

La seta porpora del sogno

La cupa regina d'Altrove fissa gli occhi all'orizzonte.
Avvolta nel suo manto di seta porpora copre la pelle candida, nuda di primo mattino. La notte appena terminata è stata un'orgia dei sensi e nelle prime nebbie del giorno i destrieri dei numerosi cavalieri del castello si allontanano portando con sé il sogno e gli ordini del sovrano.
I capelli corvini le sfiorano il volto, il vento lieve a farli alzare nell'aria come in una danza gioiosa. Ma gioiosa non è, rinchiusa tra quelle mura che il suo amato sovrano ha costruito per loro lei sa di non poterlo seguire al di fuori del regno d'Altrove. Il loro regno in un luogo lontano dal mondo.
Il profumo intenso dei fiori non le rende più dolce la tortura. L'amato e i cavalieri tornano ogni notte e ogni notte è festa, ma subito ogni giorno la realtà la coglie sola e stanca.
L'amore del suo sovrano è forte e lei non ne è mai sazia, ma è difficile vederlo andare oltre ai loro confini, difficile saperlo lontano da Altrove per tante ore, ore che sembrano giorni e mesi, anche se la sua presenza si sente ogni minuto tra le mura del castello.
Il sovrano d'Altrove ha creato il regno per loro, per lei, per poterla avere accanto sempre e per sempre. Un maniero tra i colli e con la vista sul mare, con tutto lo spazio che lei poteva desiderare.
Piena di doni ogni giorno, la cupa regina d'Altrove desidera solo le notti.
E il suo signore di ritorno dal mondo che le stia accanto.
La sua bellezza è nota in tutto Altrove, la pelle chiara coperta di efelidi, gli occhi verde sottobosco e l'assoluta armonia delle sue forme creerebbero invidia in qualsiasi donna; ma non ci sono donne ad Altrove né mai ci saranno.
Altrove è un regno nascosto e privato, il regno in cui tutto è possibile. Come sposare il Re e vivere con lui in un sogno eterno e irripetibile, pieno d'amore e di emozioni.
E, come ogni luogo, pieno di dolore quando i confini s'intravedono attraverso le nubi e qualcosa comincia a crollare. La consapevolezza di vivere un mondo inesistente ma reale quanto il vero, quella rende la regina malinconica e inquieta nelle ore del giorno in cui il sogno non vive che di ricordi.
Le notti, solo quelle le concede il suo signore in quella gabbia dorata dove lei si sente al sicuro e libera, protetta dal mondo reale e dall'inevitabile logorarsi della vita.
Lì, immutabile e appagata, può godere dei momenti migliori del suo Re. Momenti in cui c'è solo amore e nient'altro conta. Niente altro al mondo.
La cupa regina d'Altrove fissa gli occhi all'orizzonte.
Là finisce la sua vita, ché la sua vita è solo un sogno e un'illusione e l'orizzonte è lì che l'aspetta se solo un giorno, in assenza del Re, decidesse di uscire dal castello e incamminarsi nella nebbia, sempre avvolta nel suo lenzuolo di seta.

27.3.14

Di scrittrici di vampiri e di amore multiplo

Ho scoperto Laurell K Hamilton abbastanza tardi, per essere una appassionata di vampiri.
Scoperta e apprezzata fin dalla prima avventura di Anita Blake, cacciatrice e sterminatrice di vampiri. Una eroina che non è alta, che si sporca e si rompe le unghie - e non solo - che non sta a guardare in faccia nessuno e che dorme con un peluche a forma di pinguino. Una che ci sa fare con le armi e che assolutamente non sa abbinare i colori dei vestiti (a meno che non debba vestire elegante) ma che sa esattamente quanto pesa e quanto ingombra qualsiasi tipo di pistola o arma, e che, soprattutto, nasconde foderi ovunque anche quando non ha quasi nulla addosso. Un mito. Coperta di cicatrici, con un potere in continua crescita e qualche problema di carattere. Con, soprattutto, un legame assurdo con le stesse creature a cui dovrebbe dare la caccia, legame che passa dall'amore all'odio, alla repulsione. Un personaggio complesso, mai fermo sulle sue posizioni, perennemente in conflitto pure con se stessa.
Una eroina, Anita Blake, che somiglia tantissimo alla sua creatrice.
La Hamilton è una signora piena di talenti e interessi. Ha una spiritualità pagana molto intensa, adora gli animali, mannari o meno, usa le armi regolarmente e ha fatto dell'autoironia la sua arma vincente.
Lontana da essere una guru o un esempio di rare virtù, si mette in piazza e in discussione sempre, senza mai essere così presuntuosa da piazzarsi su un piedistallo anche quando molti la vorrebbero lassù.
Ho seguito i suoi post per anni e se riceve una critica sa discutere amabilmente con chi gliela fa senza mai essere scortese, quando qualcosa le va storto è la prima che ci ride su e oltre alla miriade di foto dei suoi cani e degli stivali suoi e del marito, finisce per sembrare una di noi. Comuni mortali sotto al metro e sessanta.
E nonostante i suoi probabilissimi difetti ha molto da insegnare a chiunque. Non solo dal punto di vista della scrittura. Porta avanti due serie differenti, di cui quella di Anita Blake è oltre al ventesimo romanzo e l'altra, quella di Merry Gentry - che coi vampiri non c'entra nulla e che per questo non ho mai affrontato - più o meno siamo lì.  Scrive sempre, segue l'ispirazione del momento. Se non lavora a una cosa lavora a un'altra, se Anita si blocca per qualche motivo e Merry spinge per farsi scrivere, lei molla tutto e fa quel che deve.
Insomma, una specie di vulcano.
Che mi ha sorpresa anche per una sua recente dichiarazione in cui comunicava al mondo di essere una poli-amante. Non solo lei, ma ovviamente anche il marito. E non nel senso che fanno del comune scambismo, che anche qui spopola e in realtà non sarebbe nemmeno quella gran novità. Si tratta di relazioni vere e proprie che lei e il marito intrattengono con persone per loro degne di nota che frequentano regolarmente. Come fossero fidanzati/e di entrambi. Ci vanno al cinema, a cena, in giro, in vacanza. Insomma, quello che chiunque di noi fa col proprio fidanzato, oltre a farci l'amore. Perché poi sì, ovvio, se ci si vuole bene si finisce per arrivare anche all'aspetto puramente fisico della faccenda, ma non è mai quello fondamentale. Importante, sì, ma la relazione non si basa solo su quello.
Mi direte "amore libero", bella scoperta. Invece no, perché non si tratta esattamente di una coppia aperta i cui membri si fanno i fatti loro ogni tanto. Si tratta di gente che si vuole bene e che frequenta altra gente cui vuole bene. Anche insieme.
Ecco, questa è una cosa che per me richiede un grande equilibrio e una gran capacità di amare.
Solo se si ama davvero e si è enormemente sicuri di sé si può pensare di riuscire a fare un tipo di vita simile. Ho sempre pensato che l'amore non sia necessariamente legato a una sola persona sul pianeta e che si possano amare più persone con la stessa intensità, ma che a causa dell'insicurezza e dell'impostazione della nostra società non sia accettabile un comportamento di questo tipo. Eppure ci sono ancora oggi società che permettono la poligamia o la poliandria che non a caso sono incluse nelle varie possibilità di poli-amoritudini.

" The two essential ingredients of the concept of “polyamory” are “more than one;” and “loving.” That is, it is expected that the people in such relationships have a loving emotional bond, are involved in each other's lives multi-dimensionally, and care for each other. This term is not intended to apply to merely casual recreational sex, anonymous orgies, one-night stands, pick-ups, prostitution, “cheating,” serial monogamy, or the popular definition of swinging as “mate-swapping” parties. "

Poi ovvio che ci sono tremila distinzioni di modi di intendere la faccenda. Poi ovvio che quantificare il fenomeno e non bollarlo come un ennesimo modo di "ingannare" i propri voti matrimoniali sarà difficile.
Però, ecco. Io la stimo. Per averlo detto, per aver spiegato il suo punto di vista ai fan, per avere voglia di amare in questo modo senza sotterfugi e senza bugie, senza ipocrisie, serenamente.
Magari l'idea non piace ai più. Anzi, quasi certamente.
Ma se ci si amasse davvero, se non entrassero in gioco le paranoie del possesso o dell'insicurezza che ci portano a cercare di tenere stretto nelle grinfie l'oggetto del nostro amore, se si fosse in grado tutti di amare in modo più completo... non sarebbe bello?

3.3.14

È notte alta e sono sveglia... sì

Sono stanca, anche.
Le giornate non mi bastano mai e se da un lato ci sono tante belle novità (il romanzo pubblicato, gli articoli sulla rivista web appena presentata al Circolo dei Lettori, piccole e grandi soddisfazioni, questo senso di voglia di vita), dall'altro, come sempre, quel fondo di inquietudine - fosse anche solo paura delle novità - non mi dà tregua.
La condizione umana, credo.
La sensazione che tutto stia cambiando, ancora. E che l'infinito di cui sento urgenza sia vicino, ma ancora non raggiungibile nemmeno allungando al massimo le braccia e stando in punta di piedi.
No. Non è tempo di infinito.
E lo stomaco si strizza, e il cuore batte strano un ritmo tutto suo. Che non mi piace, va fuori dallo spartito.
Non sono mai stata ordinata, nemmeno i miei organi interni lo sono.
Eppure li conosco, un poco, e so che quando loro sono così è perché aspetto qualcosa.

Sei sempre tu il mio chiodo fisso.. sì.

Ho ripreso a scrivere e dipingere (avevo sospeso per correggere qui e là) e mi piace, ma non ho il tempo. E la novità sarebbe?

Mi fa smaniare questa voglia... sì.

Ma più che altro smanio perché, al solito, detesto le attese e di non poter fare ciò che voglio.

Che prima o poi farò lo sbaglio...
di fare il pazzo e venir sotto casa,
tirare sassi alla finestra accesa,
prendere a calci la tua porta chiusa... chiusa.

Quando comincio a parlare con le canzoni vuol dire che è ora di fare tanta nanna...
P.

16.12.13

Un consiglio spassionato

Comprate questo libro.
Farete del bene al reparto di Oncologia Pediatrica dell'ospedale Santa Chiara di Pisa. E avrete un bellissimo libro di racconti-ricette-illustrazioni-consigli-poesia e chi più ne ha più ne metta...
Compratelo qui o nelle librerie Feltrinelli...
Vi assicuro che vale la pena.

12.11.13

Poi

Poi c'era quella giovane coppia, in montagna.
Senza figli, carini, gentili. Entrambi trentenni, o giù di lì.
Sono stati accolti come fossero mascotte, dolce e tenera coppia. Lei aveva i capelli mossi, grano bruciato. Grandi occhi espressivi, ma labbra sottili. Mani nervose, abiti aderenti e vaporosi allo stesso tempo.
Lui era alto, con i capelli neri.
Gli piaceva giocare con noi, con i bambini del condominio. E a noi piaceva lui. Come fosse uno di noi. Si faceva la guerra all'altro condominio, si passeggiava; a turno poi ci faceva guidare l'auto seduti sulle sue gambe. E a noi piaceva.
Oh, come ridevamo. E battevamo le mani, ridendo e cantando.
Poi non c'erano più.
E una sera, a casa di lei, le lacrime silenziose e il bisbigliare, e qualcosa nell'aria.
Ce li siamo scordati, o abbiamo finto.
Ma qualcosa è successo e a chiudere gli occhi lo abbiam perso per sempre.
E ora non c'è più.
O c'è più di prima, per contrappasso.
Quel che non appare scivola sotto alla superficie.
Non so.
Ma ricordo di aver tolto le mani dal volante.

16.8.13

Melia

Allargo le braccia alla luna piena, lasciando per un attimo il mio appiglio.
In questo vagare estivo non sento altro che il motore della vespa perdersi nel nulla che abbiamo attorno. Tra un lampione e l'altro solo buio, non un'anima. Tranne il mais, la melia come la chiamano qui.
C'è quasi ovunque, lungo la strada, a campi alternati. Alta e fitta nei filari stretti. Quando ce la troviamo su entrambi i lati, l'aria si raffredda e torno a stringere il mio corpo contro quello del giovane centauro che mi accompagna. Il calore lo sento emanare attraverso la camicia sottile, così come il ventre asciutto e teso accoglie attorno a sé le mie braccia.
Poi, come a concederci un attimo di tregua, un prato a destra ci ridona calore, con la sua nebbia bassa che sembra uscita da un film dell'orrore. Se fosse questo a spaventarmi e non gli occhi verdi dell'uomo che ho davanti...
Lascio la presa, di poco. Il braccio sinistro resta dov'era, mentre appoggio la destra sul mio ginocchio. Chiudo gli occhi e mi lascio cullare dalle curve di questa strada nel niente. L'odore della terra mi sale alle narici. Dolce e pungente allo stesso tempo. Profumo di buono.
L'aria tra i capelli, le braccia nude, la notte.
E sedici anni, ancora.

4.7.13

Who's that girl?

Ovvero: "confessioni di una mente pericolosa"
Il ragazzo con i pantaloni bianchi era alto. Molto più di lei, di sicuro, anche se con i tacchi non si capiva mai davvero. Aveva capelli scuri e corti, pettinati con cura maniacale, la pelle abbronzata, occhi verdi e vivaci anche se un po' troppo piccoli per rientrare nei canoni estetici comuni.
Era il loro primo appuntamento, lui era passato a prenderla a casa con l'auto di suo padre e l'aveva portata a prendere un gelato in centro. Una bella e calda notte d'estate.
Lei sedeva davanti a lui, camicetta nera annodata sotto al seno pieno e gonna indiana lunga fino ai piedi in mille colori e fili d'oro. In testa, sopra ai lunghi capelli biondi, portava un cappello nero che aveva un non so che di western; ai piedi stivaletti scamosciati neri con un bel tacco alto e lacci a volontà.
Era il primo appuntamento, ma non la prima volta che passavano del tempo insieme. Sempre che fare sesso nel parcheggio della discoteca fosse davvero passare del tempo insieme.
Ordinarono i gelati e lui le prese la mano sul tavolo giusto nel momento in cui la sua ex fidanzata passava di lì. Una carezza fissando la ragazza che aveva di fronte, una pugnalata senza sguardo per quella che passava accanto sotto i portici.
Lei, al tavolo, aspettava il suo gelato e il resto della notte. L'altra, probabilmente, si aspettava di rivederli spesso. Lui si godeva il momento. Quelle erano cose che gli piacevano. Ferire, manipolare, mentire. Ottenere il controllo del gioco, sempre e comunque.
Per quella sera gli riuscì.
Ma la ragazza nuova andava domata. Era troppo libera, troppo indipendente, sicura e audace.
La prima mossa, dopo aver passato su di lei parte della serata appannando i vetri accanto alle rotaie della ferrovia, parcheggiati in bella vista e alla luce dei lampioni gialli che davano sul passaggio a livello... la prima mossa fu dirle che quell'appuntamento era servito per farsi vedere dalla ex fidanzata.
Mentre controllava che la gonna fosse a posto e sistemava il cappello di nuovo in testa, la ragazza nuova strinse le spalle chiedendogli chi era la ex in questione. Non l'aveva vista e non le importava.
Non ancora, pensò lui, non ancora...

La ragazza nuova aveva dimenticato la sua anima nera a casa.

8.5.13

Luce e buio

Nell'inferno in cui ti sei calato, avvinto da tentacoli oscuri creati dal sogno, trascini le ginocchia. Non vuoi muoverti e non verrai, Orfeo. Non incanterai gli dei per la tua donna. Per riportare la luce sul suo viso non compirai quel viaggio che il mondo intero ritiene impossibile.
Dal suolo ghiacciato lei tende la mano per sfiorare la tua un ultima volta. Lei ha per madre la morte ed è a lei che deve tornare, restare avvolta nel suo abbraccio e riposare il cuore.
Ognuno ha il suo inferno, le sentirai dire. Silenzio invece del canto morbido e grigio infinito invece del colore, follia e lacrime senza fine. Fiumi azzurri e verdi di limo che producono frutti dai colori inverosimili. Nessun bisogno di risposte alla domanda pressante che ingombra la mente ogni notte.
Sei davvero il figlio degli dei? O chi sei, Orfeo? Cupo viaggiatore del mondo, incantatore dalla voce suadente, tu che hai il potere degli dei e che da loro rubi e impari.
Troverai la strada per riavere il tuo cuore e la tua testa? Tutti i tuoi pezzi torneranno uno e la storia avrà inizio, quella vera.
Per il mito non c'è un tempo e non esiste un inizio o una fine. Il mito esiste a sè, e tu con lui. Senza un confine e senza un limite, qualsiasi luogo è tuo. Intorno a un fuoco, in una notte di stelle che si avvicina all'estate. Lungo il mare o tra boschi impervii c'è solo bisogno di una parola e il cielo si fa d'oro.
Figlio della musa che ispirò il poeta, portatore di bene e di cultura, Orfeo, sei luce e buio. Colui che sfida gli inferi e che rinasce, colui che ferma il tempo e che del tempo è vittima ignara.
Colui che porta Dioniso con sè avendo nel sangue Apollo. Unione di opposti e unico in tutto.
Non voltarti, non farlo. Lascia che a voltarsi sia lei e portala via dall'Ade. Cambia ancora una volta il volto.
Esci, liberati dai tuoi mostri. Lascia che il mondo si curi dei suoi.