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27.4.22

Noi (ancora)


 La meraviglia di ciò che noi siamo, è quanto rapidamente cambiamo. 

Scorriamo, fluttuiamo, piantiamo radici profonde eppure allunghiamo le dita al cielo. Non siamo fatti per restare. Mai uguali, mai due volte gli stessi anche quando pensiamo di non esser diversi da ieri. E perché restare sempre uguali, poi? Per non deludere le aspettative altrui, rischiando di perdere ciò che profondamente siamo, ciò che con fatica emerge quando glielo lasciamo fare, la nostra natura - forse momentanea ma nostra - esposta e selvaggia, spaventosa e invitante. 

Noi, fusione di chimiche diverse, fatti per essere unici e allo stesso tempo per unirci al resto di noi, fatti per incontrare e per avvolgere, e per scavare e cambiare irrimediabilmente chi ci sta accanto. Noi, fatti per amare un tutto che non comprendiamo, che ci leghiamo a un niente per paura di cambiare.

Noi, piccole gocce d'acqua, fiumi in piena e mari in tempesta. Cullati nelle nuvole in attesa di piovere.

23.4.22

Foresta

Avevo mille cose in mente.

Era di amore e di attenzione, era di come a volte la poesia non sembra più far parte di quello che viviamo e invece se ne sta lì, nascosta sotto le foglie secche del nostro giardino. Noi non curiamo granché questo posto, è vero. Le mille incombenze di ogni giorno, le brutte notizie che ci arrivano nonostante tutto, le tante brutture che ci vedono impotenti e tristi ci impediscono di prestare più attenzione a noi stessi. 





Amarsi dovrebbe voler dire ascoltare i piccoli segnali prima che diventino un problema. Il dolorino che da occasionale diventa fisso, l'acufene che all'improvviso si fa più importante, l'ansia che ci accompagna col sonno e che diventa attacco di panico. Il malessere sottile che diventa la fine di un amore.

Nell'altro post parlavo di quelle piccole cose che anche se non "ci ammazzano" non ci fanno bene. So per esperienza che anche solo una piccola frustrazione, se continuativa, può rovinare una marea di sforzi e risultati ottenuti. So che a un certo punto passa la voglia di provare. E sì, sto parlando di amore e di come a un certo punto ci si accorge che quello che si sta vivendo non va bene per noi. Per mille motivi diversi. Per tutti i segnali non colti o per aver sottovalutato l'impatto che potevano avere nel tempo.


E sì, sto parlando di amore e di come se non si curano i più minuscoli dettagli fuori sincrono ci si perda definitivamente.  Ed è vero che le più grandi passioni finiscono senza botti, senza grosse esplosioni. Finiscono. Nemmeno si trasformano. Altre, invece, crescono a discapito di ogni difficoltà e giusto perché nutrite di ascolto e di attenzione si trasformano in qualcosa di più grande e se possibile più bello.



Non credo sia questione di fortuna. Credo che in ogni cosa ci siano semi e germogli che con il giusto terreno hanno il nutrimento che manca loro. Ci sono parole che sono germogli, non promesse, non fonti di sicurezza. Solo germogli. Il bello in tutto questo è che lì esistono infinite possibilità. Non si tratta nemmeno di decidere, le cose arrivano da sole e da sole se ne vanno ma meritano l'attenzione. La giusta dose d'acqua e di fertilizzante, la luce e l'eliminazione delle foglie secche. E tanta aria e spazio per respirare, perché senza aria non c'è vita.

Ma soprattutto imparare ad amarsi e ascoltarsi, il conoscere già le risposte che non si vogliono avere. Lasciar morire parte dei rami per far crescere gli altri non significa perdere. Amare sé stessi, prima di ogni altra cosa. Prima di chiedere amore e di fingere di darne, ché se non si sa cosa sia il bene proprio non si può desiderare l'altrui. Sapere che ciò che di noi marcisce e muore può esser vita per qualcun altro. 



Essere foresta. Non singolo albero, non un solo pezzetto di giardino curato all'inglese. Foresta. Pullulare di vita e lasciare che ogni cosa faccia il suo corso senza che questo muti o limiti il proprio essere. E amarsi, e amare. Sì, sto parlando ancora d'amore...

4.5.21

Piedi

 Un giorno mi sono innamorata di un paio di piedi. 

Sì, lo so che viaggiano quasi sempre in due e che di solito c'è attaccata una persona ma il ricordo nitido che ho del nostro primo incontro è la visione di due piedi abbronzati sul pavimento verde smeraldo della casa dei miei cugini all'Elba (posto che fosse verde, è passato del tempo, i piedi comunque erano abbronzati e bellissimi). 



Dico dei piedi perché quel mattino di Luglio ero uscita dalla cameretta in cui stavo rintanata per il trambusto che avevo sentito, ché io in realtà non volevo tanto uscire dalla stanza ed ero ancora in pigiama e decisamente non presentabile. Però c'era casino e questo voleva dire che i miei due cugini stavano già combinando qualcosa e davvero non volevo perdermi nulla, visto che lì non ci andavo da secoli e che avevo preso quella vacanza un po' come un castigo. Insomma, dal frastuono sembrava che ci fosse finalmente da fare qualcosa ed ero curiosa. Solo che non me l'aspettavo.

Ho aperto la porta e ho fatto un passo fuori in corridoio, piedi nudi e pigiama dicevo. Che poi era un vecchio pigiama del più giovane dei miei cugini ed aveva più buchi che pezzi sani ma io lo adoravo. Quindi sono uscita senza pensare e mi sono bloccata immediatamente: piedi. Abbronzati. Non erano i miei cugini, arrivati con me da sì e no due giorni e bianchi di città. Sopra ai piedi due gambe, bei polpacci, ginocchia con una morbida peluria bionda e calzoncini. E una racchetta da tennis. 

Dopo un attimo di perplessità ho alzato lo sguardo e ho trovato un sorriso che mi ha trapassata e due occhi - lo so, sono quasi sempre due, ho il vizio di specificare - tra il verde e il castano, accesi d'oro. Ho temuto di svenire, ho chiesto scusa e sono rientrata in camera prima che l'ospite potesse aprire bocca, con il cuore in gola e la sensazione di essere la ragazzina più orrenda del pianeta.


Avevo quattordici anni e tutte le paure del mondo.



I piedi di cui sopra, ho scoperto in seguito, appartenevano a tale Giuseppe R. di Milano, cugino degli amici dei miei cugini che a dirlo sembra uno scioglilingua. Studiava da geometra, nuotava benissimo e giocava a tennis strascicando il piede destro a terra quando serviva la palla tanto che aveva una scarpa distrutta. Era cotto a puntino dal sole e credo fosse orribilmente simpatico o comunque matto, che non cambia: i matti e i simpatici li ho sempre amati. E lui lo amavo, credo, con tutta la mia vergogna di ragazza timida. Da lontano, senza osare una parola, desiderando la fuga.

La mia prima storia d'amore, ovviamente fallimentare visto che non ho rimediato nemmeno un numero di telefono o qualcosa più di un paio di frasi in un momento di distrazione del resto del mondo, quando lui mi ha trovata sul tetto della darsena a cercare di rimediare almeno il colorito del pollo del girarrosto. Solo due frasi, quel paio di domande che si fanno a quell'età per capire chi hai di fronte tipo "che classe fai?" con nonchalance per indovinare un'età (che a una signorina non si chiede mai) e quella roba lì un po' inutile. Che poi a pensarci bene suona meglio di un sacco di altre cose che mi son sentita chiedere più avanti, altrove e da gente meno educata.

La mia prima storia d'amore, rigorosamente platonica, il cui misero trofeo è una T-shirt bianca con scritta blu e rossa che il semidio si era strappato di dosso in un impeto di orgoglio sportivo, che aveva iniziato a distruggersi perché un po' troppo tesa su quel fisico da urlo. E la spiegazione della differenza tra "parce que" e "pourquoi" fatta da lui mentre giocava, che è stata la prima e ultima lezione di francese che ho ascoltato. E il ricordo di una gita in gommone, in cui lui aveva cercato di attaccare nuovamente bottone ma il cugino premuroso - mio, ovvio - si era precipitato a dire che non sapevo nuotare prima che io compissi l'irreparabile gesto di fare il bagno al largo insieme a loro. Ê stato bellissimo vederli tuffare dagli scogli e nuotare nell'acqua limpida restando a beccheggiare sotto il sole da sola tutto il tempo. Davvero, quelle cose romantiche che non ti scordi mai. Infatti son qui che le scrivo.


E la sua fine ai primi di agosto quando, ormai disperata perché incapace (inguardabile, inadeguata, piccola, femmina, talmente timida da guardargli sempre e solo i piedi per due settimane), ho chiesto di poter tornare a casa, a Torino. Per chiudermi in una depressione senza fine in cui ripassare mentalmente tutte le occasioni perdute. Ultima delle quali un meraviglioso pigiama party sui bordi della spiaggia, a fine giardino, i Dire Straits di sottofondo, Giuseppe in pigiama corto ceruleo, loro che giocavano a tennis al buio (sì, c'era la luna) e una punta di dispiacere nel sentire che sarei partita. E io nel sentirlo ridere ancora fino a tardi quando per me era scattato il coprifuoco e loro, più grandi, erano rimasti fuori. 

Quando mi chiedono se vorrei tornare indietro a quando ero adolescente ripenso a quei piedi e a me che li guardavo e mi ripeto che no, per niente al mondo vorrei sentirmi più così inadatta alla vita, così indifesa e in difficoltà. No, per niente al mondo. Nemmeno sapendo. Nemmeno per sentirlo ridere ancora. Io non so se voi ve la ricordate quell'età. Io ancora me la porto dietro.

25.4.21

Uguale e diversa

 


In un paio di giorni, questa settimana, ho completato la stesura di "Lucio".

Si tratta dello spin-off de "Il gioco dei vampiri", romanzo che ho pubblicato l'anno scorso e che mi ha dato alcune soddisfazioni e qualche critica ma che ha rappresentato per me più di quanto immaginassi.

Mi è stato detto che era troppo hard, che avevo esagerato, che davvero rasentava il porno ma il divertimento provato a scrivere completamente libera da limiti è stato enorme e mi ha riportata alla scrittura come amavo farla.

In questi anni a leggere mille post su come si scrive, su cosa si deve scrivere, su come si costruisce una storia, su come si fa a crearsi un pubblico etc., devo dire che mi era passata la voglia. Ché, se tutto deve essere studiato e costruito non c'è più spazio per l'immaginazione e io quella ce l'ho a pacchi. Mi è sempre pesato il fatto di metterle dei limiti e sapere che non avrei avuto alcuno spazio in quel mondo senza saper costruire a tavolino qualcosa mi ha bloccata.

Come chi mi segue sa, non avevo intenzione di pubblicare "Il gioco dei vampiri" inizialmente. Sì, era un progetto di racconti erotici in serie, con gli stessi protagonisti ma da dosare un po' alla volta se ritenevo fosse il caso. Poi il mio editore ha ceduto e i nuovi proprietari hanno messo limiti diversi e alla fine hanno chiuso la casa editrice per favorire la loro attività principale, quindi per tutto il mio progetto non c'era stato spazio né luogo adatto. L'idea di mettere tutto insieme mi è venuta più tardi e in effetti mi rendo conto che il risultato è stato più piccante del previsto e che la maggior parte della storia è concentrata sul sesso - perché in ogni episodio ne avevo inserita una scena e ho continuato a farlo anche quando ho unito i pezzi - ma io che sono la mamma vedo la cosa in modo differente. Così ho fatto del self e ho pubblicato il romanzo tra un lockdown e l'altro. Non ho fatto grande pubblicità come al solito ma le mie copie le ho vendute e il romanzo è lì per chi lo vuole.


Un paio di persone che lo hanno letto, comunque, sono andate oltre alle scene piccanti e mi hanno confessato di aver amato Lucio in modo particolare, come era già successo con Vittorio ne "Gli attimi in cui Dio è musica". Per quest'ultimo, dietro consiglio del primo editore, avevo creato un racconto apposta che era gratuito su Amazon e piattaforme varie e che finché è stato gratuito ha avuto un gran numero di download, per essere. Ora non è più così e siccome la formula dello spin-off mi è sempre piaciuta ho pensato di fare lo stesso con Lucio, che da ora è disponibile su Wattpad. I mezzi cambiano, le opportunità pure. 

Diversamente dal romanzo, lo spin-off su Lucio non contiene grandi ammucchiate e sesso estremo. Racconta una parte della sua storia che non avevo affrontato nel romanzo e allo stesso tempo rende l'aspetto profondamente umano di Lucio, che umano non è.

Io sono molto affezionata a lui e avrei voluto scrivere e scrivere, e scrivere ancora di lui ma non è il momento e mi accontento di questo racconto di una dozzina di pagine. Se qualcuno di voi che state leggendo ci incappa, spero che ne approfitti per dargli un'opportunità. Lucio è speciale.


Nell'ultimo anno sono cambiata, come tutti.

Non so se sarei ancora in grado di scrivere un erotico, non come "Il gioco", però mi ha insegnato tanto sulla libertà, su cosa amo fare, su come dentro a qualsiasi storia ci siano tantissimi livelli da scoprire e questo influirà su come scriverò in futuro. Uno dei complimenti migliori, fatti da una persona che so essere molto critica è stato che il romanzo è "ben scritto". Era quello che volevo, perché so che i miei contenuti non sempre sono ben accolti - peccato, però è così - ma una volta che il romanzo è scritto bene pure il contenuto ha un valore in più.

Sono la stessa, sicuro, ma sono diversa dalla me dell'anno scorso. E ancora lo sarò.

4.7.20

Ci ho messo un po'...

Non so se sia a causa di Mercurio retrogrado, ma l'ultimo periodo è stato segnato da ritardi, contrattempi e scocciature che mi hanno anche un po' tolto l'entusiasmo.
Durante la chiusura ho avuto tempo di fare l'editing e di preparare il mio ultimo divertissement per la pubblicazione. Dopo una serie di esperienze non del tutto positive e di considerazioni e meditazioni furibonde tra me e me, ho deciso che avrei pubblicato questa storia in self. Sì, è vero: non sono capace di farmi pubblicità e alla lunga può essere controproducente, ma cercare un editore è ogni volta estenuante e ogni volta qualcosa non mi rende soddisfatta di ciò che faccio.
Non è una questione di guadagni; alla fine se coi proventi dei libri ci faccio sì e no una pizza all'anno, non è che ci sia da immaginare chissà quali risvolti. Più che altro è che quello che scrivo non è mai solo quello che sembra e spesso non ha un genere ben definito, oppure ha un genere definito ma esula dai parametri di quel genere e non è pubblicabile, oppure è scritto appositamente per risultare un "fumettone" e non mi interessa se non è originale a sufficienza perché non cerco di fare Letteratura, a me preme di raccontare storie.



Quindi ho scritto la storia di Wendy.
Non so se la ricordate (o almeno se quelli che hanno acquistato il racconto "La caccia" anni fa se la ricordano), ma è una signorina che va a caccia di vampiri in postacci a luci rosse e che durante una delle sue missioni incontra tale Michael. Vampiro, cattivo, sexy, perverso.
Ecco, siccome avevo in mente di scriverne più episodi, poi il mio editore vecchio ha ceduto l'azienda ad altri e mi è un po' passata la voglia, a un certo punto ho ritirato il racconto e l'ho tenuto al caldo, coperto da un panno, finché non è cresciuto.
La mia pagnotta è diventata un romanzo che è sì erotico, ma come al solito è tante altre piccole cose e che mi è piaciuto moltissimo scrivere. A volte un po' esagerato, forse, ma pieno di sfaccettature e di introspezione (detto di un erotico in effetti suona strano).
Quindi ci ho lavorato e ora è un ebook carino, confezionato tutto da me. Aspetto di stringere il cartaceo in mano per dire se la sensazione è quella giusta, ma per me il lavoro vale la pena.
Ci ho messo un po' anche a dirlo, perché non so farmi pubblicità. Non ci riesco e probabilmente non ci riuscirò mai.
Però è qui. Io ve lo consiglio. Si chiama "Il gioco dei vampiri" ed è una cosa importante per me.
A voi il piacere. Tutto...

23.10.16

On sex - Singolare femminile 5

Un mio contatto Facebook ha iniziato ieri una discussione letteraria.
Da che mondo è mondo, noi eterni aspiranti scrittori ci domandiamo cose per cui non esistono risposte, la più frequente delle quali risulta essere "perché tizio sì e io no?"; domanda che può avere miliardi di risposte - tutte abbastanza seccanti - di cui tutte e nessuna esaustive.
Toccava spesso a Fabio Volo, spesso a Moccia, soprattutto quando uscivano i nuovi libri e c'erano le code nelle librerie. Ce lo si domanda per astrologi e chef, per sportivi ventenni che pubblicano autobiografie, ce lo si domanda spesso per chiunque abbia un pelo di fortuna più di noi.
Che passiamo mesi in attesa di risposte e alla ricerca di un contatto che ci dia speranza.


Ce lo si chiede tanto, ultimamente, riguardo all'esplosione di fenomeni quali la trilogia delle sfumature, riproposte in tutte le salse in ogni angolo del globo, con versioni italiane - sempre trilogie - con tentativi di imitazione inutili e "dannosi". Ce lo si chiede perché, in un'epoca in cui tutto dovrebbe già essere sdoganato da tempo, il sesso - soprattutto quello delle donne - ancora desta clamore, divisioni, sdegno, riprovazione e quant'altro.
Che non sia mai. A noi donne il sesso non piace, lo facciamo per dovere e per compiacere l'uomo... Come no. Cioè, forse qualcuna lo fa per questo, ma sarebbe ora di finirla.

Il "perché" del mio contatto Facebook, autrice e donna, riguardava Melissa P.
Essendo una questione letteraria, il mio intervento a riguardo si è limitato a quegli aspetti che a volte possono determinare il successo di un libro-autore-personaggio-filone. O a volte no, ma non essendoci una ricetta precisa ho espresso le mie supposizioni, facendo scattare comunque un susseguirsi di pensieri. C'è il fatto che Melissa P. era una ragazzina, ai tempi di "Cento colpi di spazzola...": bella, pulita, giovane e insieme capace di scrivere certe sconcezze. Il personaggio che contrasta visibilmente con il libro che presenta. Il personaggio, appunto. Il valore letterario dell'operazione è da tutti giudicato inconsistente. Dal mio punto di vista non è un romanzo erotico (non mi stimola alcuna curiosità o desiderio, non smuove un ormone) anche se posso capire che dal punto di vista del lettore maschio possa essere differente. Non mi scandalizza. Non lo faceva quando è uscito e oggi ancor di meno. Gli adolescenti sperimentano. Succede da sempre, succede a tanti, succede con maggiore o minore morbosità, ma succede. Inutile gridare allo scandalo perché l'autrice era tanto giovane. Ovvio che trovandosi un personaggio così e una storia che poteva turbare, mezza campagna pubblicitaria era fatta. Il fatto che poi la stessa autrice abbia pubblicato e pubblichi ancora (sulle vendite effettive non c'è mai certezza, ma la presenza in libreria c'è), che collabori con riviste e televisione è stata una sua buona capacità di inserirsi in un ambiente tutto sommato chiuso, tanto da sopravvivere e crearsi un nome. Buon per lei, che tra l'altro sembra pure simpatica.

Ora, le altre riflessioni...
Ha destato tanto scalpore, certo. Una ragazzina non dovrebbe conoscere quelle cose. Non dovrebbe parlarne con tanta libertà (e con troppo distacco, come fosse una donna navigata che non ha fatto altro tutta la vita) e in modo così crudo. Una ragazzina dovrebbe fare sesso con amore e per amore, provare sentimenti quasi eterni per La persona con cui lo fa. Ma siamo sicuri? Non è quello che ci piace raccontarci per sentirci bene? Per non sentirci sporche quando abbiamo un desiderio? Per rassicurare i possibili partner?
E chi ci fa sentire sporche? Chiunque ci giudichi. Quindi i partner, le amiche, i conoscenti, gli sconosciuti, il branco, la comunità. Che sono poi le stesse persone che ci offrono una ricarica telefonica per una foto di tette, o quelle che ci palpano il sedere in autobus pensando sia roba loro, o quelle che scrivono il nostro numero di telefono nei bagni pubblici, quelle che pubblicano on line i nostri video intimi, quelle che riprendono il nostro stupro. Sono quelle persone per cui noi finiamo per soffocare ogni istinto di vita. Quelle che "te la sei cercata".



Quelle che se ci stai sei troia e se non ci stai sei troia lo stesso.
Affidiamo il compito di vegliare sulla nostra immagine a queste persone. E non sempre sono maschi. A giudicare una donna sono più brave le donne stesse. Per quale motivo, tra invidia della libertà altrui e senso di inadeguatezza, tra ignoranza e sottomissione - reale - alle leggi dell'uomo.
E pensare che una volta eravamo "la Dea". Noi, creatrici, in ogni senso. Noi oggi incapaci di solidarizzare con le nostre simili e sempre più pronte a giudicarle e a educare a giudicarle.
Incapaci di lasciarci andare al nostro lato naturale e selvaggio per dei limiti che alla fine ci siamo auto imposte. Per cosa? Insicurezza? Paura?
E chi lo dice che a fare sesso non si provino sentimenti? E chi lo dice che il corpo e la mente sono due cose separate? E chi lo dice che a voler seguire i propri istinti - nel rispetto assoluto dell'altro e con consapevolezza - si sbagli qualcosa?
Rispetto e consapevolezza.

C'è qualcosa di male nel riprendersi con una videocamera? La cosa squallida è usare quei filmati per danneggiare qualcuno, non girarli e rivederseli a piacimento.
Qualcosa di male a sperimentare cose e posizioni? No, se si desidera farlo e non lo si fa solo per compiacere qualcuno.
Qualcosa di male nell'assumere un ruolo in un gioco sessuale? No, se è ben chiaro che quel ruolo fa parte di un gioco le cui regole sono scritte da chi gioca. Che possono essere discusse e cambiate nel momento in cui una persona coinvolta lo desideri. Che non c'è niente di male nel dire "sei mia" se con questo non si intende il possesso dell'altra persona vista come oggetto. Che non è l'essere sottomesse in qualcosa di piacevole che ci disgusta, ma il doverlo essere nella vita, relegate a un ruolo che ci è stato assegnato d'ufficio alla nascita insieme al fiocco rosa.

C'è che quando si parla di donne e sesso c'è sempre un doppio registro, un pregiudizio latente e una condanna se qualcuna di noi esce dai canoni. Condanna che siamo noi stesse ad autorizzare perché non siamo chiare nemmeno con noi stesse su cosa ci piace e cosa vogliamo. Se continuiamo a vedere ogni altra donna come una rivale, ogni uomo come l'unica realizzazione della nostra vita. Il principe azzurro sta solo nelle favole, per nostra fortuna.
I nostri panni potrebbero essere assai più comodi se cominciassimo a liberarci di paure stupide e se riuscissimo a farci rispettare ogni giorno per qualsiasi parte di noi.

12.8.16

Le relazioni pericolose - Singolare femminile 4

Certe volte il luogo più sicuro è quello in cui corriamo più rischi.
Questo ci è molto chiaro quando sentiamo parlare di femminicidio, di violenza domestica o cose simili. Ci è meno chiaro se sentiamo parlare di violenza psicologica, anche se molte persone ormai conoscono la portata di questo problema.


Certe volte il luogo più sicuro è quello in cui corriamo più rischi.
Sembra assurdo se paragonato a ciò che ho scritto prima, ma non è solo la violenza il pericolo che corriamo. Non parlo come donna ma come essere umano, perché le relazioni pericolose di cui voglio parlare sono normalissime relazioni, perlopiù sentimentali.



A cena discutevamo di come a volte per proteggerci creiamo dei muri che diventano prigioni. Una corazza, come a volte sono i chilogrammi di troppo, per difenderci dal mondo circostante. Utile, certo, nei momenti di difficoltà. Quando siamo feriti o depressi, quando abbiamo bisogno di limitare i danni per ripartire. Allora quelle difese servono, come le menzogne che raccontiamo a noi stessi per poterci perdonare un giorno. Perché non ci sentiamo all'altezza delle nostre o altrui aspettative, perché non abbiamo rispettato il nostro codice, perché non siamo stati abbastanza "vincenti".

Non sono però le relazioni che vanno male, quelle più pericolose. A volte sono quelle che funzionano a essere le più dannose. Sembra assurdo. Quelle che vanno male ci feriscono, torturano, ci fanno piangere e impazzire. Ci fanno passare ore a discutere con amiche o amici ma ci fanno crescere. Ci fanno crescere sempre. E questo non è mai un male.
Quelle pericolose sono invece più subdole. Sono quelle che ci fanno sentire al sicuro, sistemati e a posto. Tranquilli. Quelle che ci addormentano i sensi e la volontà, che in cambio di quella pace fittizia ci toglie ogni stimolo a crescere.
Quella calma che ci fa stare bene così, che non ci spinge a migliorarci, che non ci mostra i nostri difetti se non nelle parole dell'altro, perché di solito in queste gabbie ci si finisce in due. E si fa di tutto per mantenere quell'equilibrio così comodo e così rassicurante, tanto che ci si scorda qualsiasi necessità. Ci si adatta, ci si adegua, ci si muore in modo silenzioso.

Le relazioni pericolose ci intrappolano in un paradiso artificiale di sabbie mobili che se da una parte ci proteggono da qualsiasi possibilità di rischio, dall'altra ci tolgono la passione e la propensione al sogno. E senza sogni ci limitiamo a vegetare, sicuri dentro alle nostre mura difensive, fino a una morte opaca per carenza di stimoli. Perché se è vero che le passioni forti finiscono per logorarti, è anche vero che senza passione non si cambia e non si cresce, non ci si scopre altro da ciò che gli altri ci hanno sempre rimandato, non si vive.

24.5.16

Esserci, a Exotic Moon...

Ebbene sì, l'ho rifatto.
Stavolta con tacco 17, corsetto e capelli posticci. Consapevole che sarei arrivata ultima fin dall'iscrizione. Consapevole che il mio mito sarebbe stato al tavolo della giuria, che le altre partecipanti alla mia categoria avrebbero avuto dalla loro parte l'età e la forza. Che miglioro ogni giorno e a ogni gara, ma non sarò mai come loro. Il che non mi scoccia nemmeno, a dire il vero.

Non che non l'abbia presa sul serio. Comunque ho prenotato minimo un'ora di "practice time" a settimana e ho aggiunto una lezione fissa di exotic - quella specialità della pole dance che prevede tacchi e movenze sensuali - oltre alle mie solite due settimanali. Ho aumentato le sessioni di addominali, scelto una canzone che mi facesse emozionare, cercato il look giusto. Sulla musica mi sa che dovrò lavorare ancora, perché anche stavolta pare che io cantassi durante l'esibizione, ma di quasi tutto il resto sono soddisfatta. Il fatto è che mi sono ripetuta la coreografia in mente per così tanto tempo che non l'ho mai provata con la musica, perché ci stava e ci sta tutta. Non ho mostrato i progressi a Natalya, che ha organizzato la gara e che ha comunque riso la prima volta che sono arrivata a lezione con la coda di cavallo lunga 70 cm. ben piazzata sui miei capelli corti. Mi ha sempre detto di far crescere i capelli per ballare, l'ho accontentata.



Foto: Alessandro Altavilla
Ho partecipato insieme alle mie amiche, ci siamo allenate e abbiamo riso, ci siamo sostenute fino all'ultimo momento e anche dopo. Siamo una bella squadra, noi. Poi c'è chi vince e chi si piazza meno bene, e ci sono io che parto sapendo di perdere. Il fatto è che non mi dispiace. Non sono mai stata una persona competitiva. Penso, al massimo, di essere competitiva-passiva, ovvero che non mi importa di essere la migliore, ma se una persona riesce a fare una cosa, allora devo riuscirci anche io. Non vale per tutto, sono anche di una pigrizia vergognosa. Ci sono cose che non mi passa nemmeno per la testa di fare: troppo sforzo e dolore fisico. Ma vale per molte delle "figure" che le mie amiche più giovani fanno e io sono ancora troppo pesante e debole per fare.
In ogni caso parto consapevole di quello che posso fare. Che è un vantaggio dell'età.
Parto sapendo che ci sarà sempre un "ultimo" in ogni gara. Sapendo che non voglio addosso l'ansia di arrivare al podio perché non è mai contro gli altri che gareggio.

Anche stavolta è toccato a me aprire la gara. La prima a esibirsi, come a Pole Position. Credo che col tempo mi ci abituerò. Come a non provare i pali prima dell'esibizione. L'altra volta per paura di farmi male vista la contrattura, questa volta per non stressarmi troppo. Tanto alla fine va come va.
Infatti il dee-jay ha fatto partire la musica che non ero ancora a posto e ho dovuto recuperare quell'attimo di "incredulità", non partire come avrei dovuto e cercare di non andare nel pallone e bruciarmi il pezzo. La seconda sorpresa è stato il palo spin che non girava quanto quello a cui sono abituata, il che mi ha portata a improvvisare qualcosa una prima volta e a sfiorare il disastro la seconda. Ma ho finito. Ho fatto il mio pezzo, più o meno come l'avevo in testa arrivando sana alla fine, con ancora la forza di uscire, senza scivolare (un attimo di incertezza nello scendere dal palo dopo la fine del brano), mediamente soddisfatta di me. Che dal saggio di Natale non ero più molto sicura di essere in grado di finire un'esibizione senza farmi male o morire a mezzo minuto dalla fine. Invece ho finito, salutato, sono andata a bere in camerino e mi sono vista le altre ragazze con tutta la pace e la tranquillità di chi non ha paura di vederne una più brava.

Foto: Alessandro Altavilla

Mi è piaciuto molto, tutto. Soprattutto "travestirmi" con i capelli lunghi e giocare con un corpo che ho spesso maltrattato e non amato. Fare la sexy senza sentirmi fuori posto. Vedere lo spettacolo da dietro le quinte - ehm, no, da dietro la tenda di Swarovski - e godermi il contatto con tante e bravissime atlete. Vedere due delle mie amiche sul podio e chi si era rifugiata in camerino a piangere essere una delle migliori in classifica. Ed essere riconosciuta da Arianna Candido, che era tra i giudici all'Italian Pole Dance Contest e che stavolta gareggiava nella categoria Professional. Il che significa che magari casco anche, magari non sono "er mejo", ma lascio un segno.
Per me non conta vincere. Non ho l'età nemmeno per pensare allo sforzo della competizione. Per me conta essere lì, con loro. Con quelle che poi vincono e con quelle che no. Con quelle che ce la mettono tutta e anche di più. perché essere anche solo l'ultima di loro mi fa sentire bene. Esserci. Basta.

4.7.15

Di baci e di femmine, e non so di che cosa parlo.

Ci sono mille cose tutte insieme.
L'altra sera rientravo dal lavoro e sono passata davanti a una sala giochi che ha aperto da poco in zona. Due ragazzi molto giovani stavano discutendo mentre fumavano una sigaretta davanti al locale e ho sentito uno di loro affermare che vedere due ragazze che si baciano non solo non lo eccita ma gli fa schifo.
Ho pensato che fosse triste sentire una cosa simile da un ragazzo giovane. Più che altro perché quando vedo due persone che si baciano a me vengono gli occhi a cuoricino a prescindere da chi sono. Così bello l'amore che non mi importa niente del resto. E forse solo perché sono una donna, per di più romantica.
Che fosse triste provare schifo per qualcuno che si ama. Che fosse brutto l'atteggiamento intollerante, essendo giovani e vivendo in questo periodo. Che fosse triste e brutto essere intolleranti sull'amore invece di provare schifo per mille altre cose che vediamo ogni giorno e che fanno male invece che bene.
Poi non ci ho più pensato per un po'.

Ma il discorso è tornato fuori mentre passeggiavo con marito e cane.
Perché, gli dicevo, se io vedo due persone che si baciano in strada io ci vedo amore e non sesso. Un conto è vedere un porno, un conto sono le persone che incroci per strada. Insomma, non si trascorre il tempo di una passeggiata a guardare le persone come fossero "oggetti".
So che le nostre menti funzionano in modo diverso e che per l'uomo è fondamentale la vista per lo più. Almeno questo è ciò che mi sento dire.
E mi rendo conto che sono cervellotica, difficile. Guardo gli uomini (e perché no, anche le donne) e non ce n'è uno che mi piaccia. Oh, sì, esteticamente magari qualche bel tipo lo incontro. Ma nessuno che mi faccia scatenare la fantasia, nessuno di reale. Il più della gente che incontro nemmeno mi incuriosisce. Anzi, più li guardo chiedendomi "che mi dice questo tizio? mi piace? mi fa fantasticare?" più il rifiuto si presenta.
Eppure io di fantasie ne ho. Ogni giorno scrivo di personaggi, innamorandomi di loro in qualche modo, vedendoli in azione, trovandoli sexy anche quando so che sono io che me li invento.
E forse è proprio l'inventare di sana pianta un uomo, un'atmosfera, una situazione, la sua storia... creare qualcosa che sia specchio di ciò che sono io mi rende impossibile vedere allo stesso modo le persone reali.
Perché la realtà spesso è una delusione (non che io inventi personaggi perfetti, sono comunque pieni di nei), perché l'aspettativa è quasi sempre disattesa e perché alla fine non è la carne ma l'idea a interessarmi.
La carne viene molto dopo e se non c'è l'idea è come se non esistesse nemmeno la carne.
Cosa volevo dire? Forse che mi sento sempre meno ancorata alla realtà, forse che la realtà e le persone che dentro ci giudicano e ci rendono oggetti e che non riescono a vedere l'idea mi attirano sempre meno; che la testa è la sola cosa che conta e che se quella non c'è... non c'è storia.
Forse che mi sento ogni giorno più femmina e consapevole di esserlo.

6.11.14

Il bello del tubo... ehm, del palo.

Ho sempre avuto una passione per quella cosa che accende l'immaginario erotico di molti uomini e che ora è disciplina sportiva con il nome di pole dance.
Insomma, questa è l'idea che uno ha quando ne sente parlare o quando si immagina già volteggiare in posizioni al limite del contorsionismo. Un bel corpo, modellato e tonico, la leggerezza... (lo so, è una mia fissazione questa della leggerezza)
Ecco che tra le mille mode del momento, da qualche anno è spuntata anche la pole dance, con nomi più soft tipo pole fitness o con un exotic davanti a sottolineare che ci sono i tacchi alti e ci si muove muy sexy.
Tutto ok.
Dopo anni di "vado-non vado" ho finalmente iniziato a frequentare un corso di pole dance. Per signore, come mi ha suggerito l'insegnante notando che non sono una ragazzina e sono un po' fuori forma. Facendolo anche notare a me, che ogni tanto ho l'illusione di avere ancora vent'anni e di pesare 50 kg...
Le cose si sono trasformate da "danza sensuale" a "sport estremo" fin dalla prima lezione, quella di prova. Mio marito ha voluto fotografare i miei lividi e comunicare a tutti i nostri amici che non è stato lui a malmenarmi ma che ho fatto tutto da sola. Io stessa, per monitorare i progressi - i lividi, dicono, con il tempo e l'esercizio non ci saranno più - ho un album di foto riservatissime con ogni singolo segno.
Fatto sta che la prima settimana l'ho passata con un capillare rotto nell'interno del braccio destro e una chiazza viola, più altre cose. Alla seconda lezione ho iniziato con i lividi sugli stinchi. Alla terza sono arrivata a casa con un interno coscia "da urlo", che poi, tornando a casa in bici è stata una sofferenza non da poco.
Non contenta, dalla quarta volta ho deciso che sarei andata due volte a settimana invece di una sola. Perché quando faccio qualcosa, la faccio bene. E sono arrivate le stimmate sul dorso dei piedi.
I risultati si vedono a giorni alterni. Una volta sforzo le braccia, la volta dopo le spaccate sono uno sforzo mostruoso, una volta riesco a salire sulla pertica fino a metà, la volta dopo non mi riescono gli esercizi base. Ci sta tutto, è uno sport. Devo imparare i movimenti, devo plasmare il corpo, devo perdere peso per evitare di sovraccaricare braccia e schiena, devo semplicemente fare lo sforzo normale per uno sport praticato a livello amatoriale. Insomma, chi corre ogni giorno avrà pure i muscoli indolenziti. Poi sono cresciuta tentando di evitare le scarpette da punta di danza classica, che mi scorticavano viva ogni volta, che saranno mai pochi lividi?
Certo, per ora l'estetica ci guadagna solo se resto pressoché vestita. Ché le gambe verde-viola non sono proprio il massimo del trendy. (Ma si sa, io non sono mai stata fashion victim.)
Ogni tanto guardo i filmati su YouTube di chi lo fa per professione e penso che siano dei mostri... Di bravura.
Ovviamente non spero di raggiungere certi livelli, ho una certa età e non posso passare ore ogni giorno ad allenarmi come ha fatto la mia attuale insegnante. In ogni caso non è importante dove si arriva, lo è di più passare il tempo libero facendo qualcosa che piace. Lividi e bolli compresi.
La cosa divertente è il mettersi alla prova, il provare a fare le evoluzioni improbabili che si propongono a lezione, osservare persone del corso prima che hanno gambe lunghissime e perfette. Pensare che sì, si sta facendo la stessa cosa. Non importa se in modo differente. Alla fine con un po' di fatica le cose si imparano. Si torna a casa con qualche livido in più quando si impara qualcosa di nuovo, la volta dopo quella cosa ci riesce meglio e non ci bolliamo.
Ci si diverte, si scherza, si prova e si fatica. Poche per volta, ciascuna con il proprio palo girevole. Si ride molto, quando si sbaglia. Si scuote la testa e si riprova.
Ho letto articoli in cui si prendeva in giro questa disciplina. Io non ci trovo molto da ridere, se lo disdegni è perché non sei capace di metterti davvero alla prova, in mutande e reggiseno, sentendoti un kebab mentre rotei attorno al palo cercando di tirarti su e non riuscendoci. I tacchi te li scordi, non sei lì per fare la modella.
Sei lì per sentirti bene, punto.
E se poi penso che nel mio corso c'è una allieva che ha oltre 25 anni più di me e che anche lei si diverte come una matta, mi chiedo cosa ci sia di così strano nel dire che si va a pole dance, come fosse una cosa brutta...
Tanto più che una volta dato l'input, nonostante i lividi ben in mostra, ci sono delle amiche coraggiose che si iscriverebbero all'istante e che magari appena si riesce a trovare un posto libero a un orario decente lo faranno.
Per passare da così:
A così...

Per me è sicuro, io non smetto. Con o senza lividi, con tutti i dolorini dell'età. Che oltre al corso "per signore" ora vado anche a quello delle "giovani marmotte" e non sfiguro poi così tanto. E mi godo la piccola star quattordicenne della scuola, che pare di gomma e tutto sembra tranne una gnoccolona sexy, perché poi le cose a volte hanno il "mood" che si dà loro e non uno proprio. E vederla roteare in una spaccata perfetta a due metri dal suolo tenendosi con l'ascella mi fa credere ancora di più nell'impossibile.
L'impossibile è solo un limite, dopo c'è la pole.

8.4.14

Una prigione il sogno



Una prigione il sogno, se al di fuori non sogni più.
Se quel che ne realizzi torna a tormentarti nei ricordi e scopri che non ne vuoi più, di certi sogni che in apparenza allettano i tuoi sensi tutti. Quando non vivi più che per tornare indietro, all'atmosfera strana che vivevi altrove. E poi sorridi e dici che va tutto bene, e menti e giuri che volevi solo rendere reale tutto quanto.
Una prigione il sogno, se dopo il sogno tu non ridi più.
 E ancora dopo non ridi neppure sognando e il dolore si confonde col reale. E il reale non è sogno, ma incubo teso al nulla. Se dopo aver sognato solo di tornare, l'insonnia ti cattura pur di evitar quel sonno. Il profondo abisso che governa il mondo e che lo fa tremare. La morte che avvolge lenta le spire sul cuore.
Una prigione il sogno, se s'allontana piano.
Quando l'assenza si fa presente e il presente è vuoto di un senso. Lento e irreale scompare nella nebbia di qualcosa che fu, avvolto in un velo di preziosa seta ricamata. Se lo vedi andare via senza aver vissuto appieno. Quando scompare, l'ossessione arriva e ti corrode i gesti. Carne e mente insieme. Nel bianco asettico dove tutti i colori muoiono in luce.
Una prigione il sogno se resta a lungo acceso.
Se dura troppo a lungo il voler di più, tanto che nessuna realtà sarà paragonabile a quella e nemmeno quella sarà più potente come un tempo. Quando non viene condito da un tocco, da un pizzico lieve che dica che è vero anche il sogno e che si può sognare il vero, si può avere il sogno. Oppure sognare non serve più e tanto vale spegnere lo stupore in una vita tutta uguale.
Una prigione il sogno, quand'è illusione di una felicità lontana.
Ché non esiste una felicità che non sia dentro e che non sia nel sogno. Nel sogno vivo e acceso d'emozione, in quella cosa che chiamiamo amore. Nel solo dare fino all'osso senza chieder nulla in cambio, nel sorridere di tenerezza avendo niente in mano. Dentro al tintinnare di una risata e in due punti e un asterisco a caso. Ché non esiste una felicità che non abbia labbra per baciare e ridere di gusto. Ché non esiste altro che sia altrove.

22.2.14

Sangue

L'aspettativa di te pare un sogno senza fine.
Quel che nella mente diventa imperante, l'urgenza di quel che rappresenti, non può cristallizzarsi in forme ancora da definire.
Devi crescere in me, come desiderio di vita infinita, e manifestarti libero nella tua natura.
Nella tua essenza, nel mio cuore.
Unica fonte di luce, tu giungerai nel grigio e darai colore a ogni cosa. Come deve essere. Tutto, come nel sogno. Da dentro, da dove tutto è partito.
Da quel senso di appartenenza che m'incatena al pensiero di te. Come se il sangue non avesse scelta, come se tutto fosse preordinato. Come se...
La stanza buia in cui ti sfiorerò le labbra e il corpo non appartiene a questo mondo, è un luogo altrove in cui dobbiamo creare il fuoco. O ricrearlo, ancora. E ancora. Sempre.
Altrove.
Dove un tempo il nostro sangue è stato unito in un primordiale matrimonio, dove siamo sempre stati "uno".
In quella luce, e in quella sola, tu ed io ci sfioriamo senza pelle, penetrandoci totalmente. Torniamo a essere ciò che siamo.
Non c'è un ruolo. Tutto è naturale, carne che si scioglie nella carne. Unione.
Quello che non pare esistere nel mondo reale, esiste comunque in noi. Noi siamo. Saremo.
Vivi, sempre. Ognuno nell'altro.
Come tu in me. In profondità, in ogni respiro, nel mio ossigeno. Nel sangue.
Il resto è solo amore.

27.8.13

Joey Trivella studia da stalker

Proprio non gli va giù.
Pensava fosse amore, una cosa travolgente come le grida di Lady Giuliva nelle fredde notti (e nei tiepidi giorni) dell'inverno passato. Invece, come una impavida spia dal cuore gelido, lei fingeva orgasmi spaziali e godimenti oltre misura. E ora gode altrove.
Sì, perché qui è raro che si sentano ancora quei gorgheggi. Sarà che finalmente si è accorta che ha dei vicini udenti, sarà che ora che ha iniziato a lavorare (ma un lavoro serio, non quello di prima) è più stanca, sarà che si fatica troppo a fingere ad Agosto... Sarà quel che sarà (dicevano a Sanremo), del loro amore non c'è traccia se non dallo scampanellare del citofono a ore impossibili. Le loro ore, quelle che facevano insieme.
Joey non ce la fa. La cerca in continuazione. Di notte, soprattutto. O all'alba, in cerca di un rifugio sicuro lontano dal sole. I capelli lunghi al vento, braccia scoperte e bicicletta, il povero Joey sedotto e abbandonato non si dà tregua. E mi dispiace per lui, che non ha capito.
Intanto Giuliva se la gode ancora, con uno nuovo. L'amico dai capelli corti. Quello di cui parla in modo indecente a chi la conosce, quello che la fa stare bene. Per ora. Capire se si tratta di Aaahntonio o di un nuovo mohicano è dura. Storie di sguardi lanciati come casuali a ogni incontro, ché fissare il prossimo non va bene e nemmeno guardare dallo spioncino, tantopiù ora che han cambiato la location dell'amore. Forse anche a causa del caldo infernale delle mansarde prive di aria condizionata.
Lei, Giuliva, ama il salame. In ogni accezione, dall'alimentare all'umano passando per il più ovvio anatomico. E il povero Trivella salame un po' lo è. Perché ci ha creduto, nonostante l'aspetto da duro.
Non è uomo da non chiedere mai, e come tutti quelli che fanno dell'aspetto da duri la propria corazza è andato a cascare proprio con una che sembra un fragile germoglio di donna. Invece...
Mai come in questi casi, l'apparenza inganna.
Il guaio è che a me lui fa tenerezza, mi ricorda i duri dei miei tempi. Quelli che anziché scampanellare alle cinque del mattino con fare insistente, almeno ti gridavano qualche insulto da sotto alla finestra e cercavano di vederti in faccia per tentare uno sputo. Perché lei ha cambiato orario, lavoro, fidanzato e se aspetta ancora un po' a dirle cosa pensa di lei, lei avrà già cambiato casa.
Ma noi no...

12.3.13

Io dico

Io dico che ti amo e non so che diavolo dico. Lo dico da quando ho capito che al di là di ogni cosa ci sei tu. L'uomo delle parole e dei sorrisi strappati a bocche incapaci di ridere della vita.
Io dico che ti amo e ancora non so che voglia dire. So che ti appartengo al di là di ogni destino, di ogni tempo e luogo, so che siamo uno.
Dico che ti amo e ho paura e non ne ho, come di ogni incognita. Lo dico col sorriso, con parole assurde, con pentole dimenticate sul fuoco e colori di glicini e gerani in fiore. Vorrei fuggire in te, ma ciò che mi è dentro è già tuo, che si trattasse anche solo di viscere e stupidi organi pulsanti.
Dico che ti amo e vedo delfini, e vedo piccole e tonde madreperle nascoste.
Ti dico che ti amo e ti amerò, anche, qualsiasi cosa significhi.
Che sia una carezza, che sia pazzia, che sia semplicemente vita.
L'amore è un groviglio di spine i cui pochi e minuscoli fiori hanno un profumo sublime. A volte è necessario spingersi tra i rovi per annusarne uno, le mani sporche di sangue, ma vale sempre la pena anche se quel profumo non dura che un istante nella vita.
Squarci di luce e ombra inondano i pensieri scacciando il dolore.

20.2.13

Post erotico, notizie dal settimo cielo

Joey Trivella non sbaglia un colpo, i muri lo sanno.
Il letto sbatte talmente forte che quasi sembra voler sfondare la parete e ampliare il locale a fianco. A qualsiasi ora del giorno e della notte lo si sente lavorare con la giovane Lady Giuliva. Vicini grandiosi.
La lady padrona di casa ha il concetto di arte che ha reso famosa Yoko Ono e in effetti gorgheggia al suo pari nei momenti migliori (o peggiori, chissà). Soprano, lei, ama usare la A per i suoi vocalizzi: la grida, la allunga, la stacca con delle invisibili H, sale e scende di tonalità con equilibrio precario. Minuta, timida, molto fashion victim, sembra una diva di MTV col capelli sempre lisciato al punto giusto e il modo da ragazza comune. Tranne quando è dall'altra parte della parete. Una pantera.
Lui ha come nome Joey, fin dall'inizio, dispensatore di delizie. Pare il Joey Tempest de noartri, capello lungo e scuro e look molto metal. Siccome però è appunto "dei nostri", certo non può essere biondo. Infatti è più un mix ben riuscito tra una gorilla di montagna e Marilyn Manson. Ho detto ben riuscito, notate, perché non è affatto brutto. Ha il suo fascino rude e porta in viso una piccola cicatrice tipo Capitan Harlock. Giubbotto in pelle nera borchiato, spalle ampie e questi bei capelli puliti... e lo dico sul serio.
Non si capisce che lavoro facciano, entrambi, a parte demolire pareti e gorgheggiare. Perché capita che arrivino nel cuore dela notte e spariscano all'alba come vampiri, per poi manifestarsi ancora in tarda mattinata, nel pomeriggio o per cena. Chi lo sa.
D'altra parte ogni manifestazione dev'essere una sorpresa per avere quel tocco di soprannaturale...
Inizialmente fastidiosi, Lady Giuliva e Aaahhntonio (perché Joey Trivella è un nome d'arte), sono ormai una presenza quasi necessaria. Anche stimolante, oserei affermare. Perché riportano il sorriso sulle labbra (forse non alle 4 del mattino, ma...) e vien voglia di fare lo stesso. Gridare e battere i muri. Mettere un porno a tutto volume, invitare un gruppo d'ascolto, fare un toto-vicino. Insomma, donano una vitalità almeno intellettuale che ben si riporta nelle azioni quotidiane. Sorridere fa sempre bene.
Che a furia di ascoltarli mi fanno pure tenerezza. Sentirli ridere tra un round e l'altro dà il senso a giorni tristi che uno affronta. Ridono forte, come scopano (ops, che parolona...), e li immagino nudi col sorriso aperto a mille denti, pronti a riempirsi di baci e ricominciare. Li sento giovani, e lo sono. E non li invidio a dire il vero, ma li inviterei a cena per conoscerli di più. Ultimamente mi piace chi sa ridere, mi colpiscono le persone che lo fanno, le vorrei abbracciare tutte e cominciare a ridere con loro. Davvero.
Che poi mi buttino giù le pareti di notte...

28.10.12

Ricominciare

L'uomo che rubava le parole ai suoi libri scriveva poesie di una bellezza struggente. Non era abituato all'amore e tutte le parole gli sembravano nuove e stupide e senza senso. Eppure le usava, le parole, per dichiarare il suo sentire. Un amore inaspettato e strano, che lo lasciava senza fiato e lo riempiva di nuovi sogni ogni mattina. Così usava le poesie che non aveva mai usato prima e parlava di cose mai pensate prima e amava in un modo in cui non aveva mai amato prima.
Questa è la bellezza della vita, lo scoprire di essere capaci di sentire. Scoprirlo un giorno, senza aspettarselo e senza chiederlo, dopo aver passato la vita intera a pensare ad altro. A come non sentire, per esempio.
Non solo, ma anche capire che non è mai tardi per sognare e per cambiare.
Per sentirsi leggeri, per respirare e ridere sguaiatamente nella notte vagando per le strade che ci han visti piccoli.
Per captare nuovi suoni, ascoltare con nuove orecchie la vita che si muove ininterrottamente. Giorno e notte, minuto dopo minuto. E immaginare per sé qualcosa di diverso, di luminoso, invece del solito buio e del silenzio. Immaginare voci di fanciulli che ripercorrono correndo il corridoio di una casa abbandonata da anni. E tendere le mani e stringerle a quei fanciulli, ai fanciulli che non sono più e a quelli che saranno ancora domani. Parlare con gli spettri sorridendo loro con benevolenza.
E amare, farlo davvero. A qualsiasi costo.
Ricominciare a vivere...

11.9.12

Narciso, o la causa dell'amore

Mi chiamava Paul, come fossi un maschio. Non avevamo niente in comune, apparentemente.
Ma ha letto le mie poesie, tutte. Ha ascoltato la mia storia e s'è innamorato di me. Follemente, come mai gli era capitato. Un sentimento forte, difficile da comprendere e da dominare.
Una questione di viscere che si contorcono, di budella.
Ma non avevamo in comune abbastanza, o forse troppo.
Lui aveva visto il mio dolore e di quello si era innamorato. Della donna che aveva sofferto, che ispirava tenerezza, affetto. Aveva visto solo quello e l'aveva riconosciuto come se si fosse specchiato.
E siccome io ero una versione migliore di lui di quella sofferenza ha pensato di amarmi. No, mi ha amata. Senza vedere tutto il resto di me, solo avendo riconosciuto in me i suoi stessi dolori.
Non è la prima volta che mi capita di notarlo.
Come se ci innamorassimo di quella parte di noi stessi che vediamo riflessa nell'altro. Colpiti da quel fulmine che già colpisce il nostro cuore da sempre. Il nostro dolore, il nostro modo di sentire, di amare, di desiderare di essere amati. Ecco, e se ci innamorassimo veramente di noi, in fondo, non correremmo il rischio di affogare cercando nell'altro noi stessi?



28.12.11

Il paradosso del vampiro

Sarà che nel profondo mi rendo conto che se la figura del vampiro ha sempre avuto un fascino prepotente su di me ci dev'essere un motivo valido. Non sono una da motivi futili, non nelle passioni.
Passione e orrore, dal mio punto di vista, vanno abbastanza di pari passo. Entrambe le cose nascono dal profondo. Come ciò che amiamo, anche ciò che ci spaventa ha un'origine di cui spesso non conosciamo nulla. E anche qui entrambe le cose sono spesso legate tra loro da fili invisibili.
Ho letto un passaggio in un libro di Stephen King (Danse Macabre) con cui sono d'accordo. Lui afferma che una storia dell'orrore sia per sua natura allegorica, simbolica (poi lo nega, ma si sa, ha avuto problemi con l'alcool anche lui); non solo, ma ci dà la possibilità di esercitare (testuali parole, non esorcizzare come ci piace tanto dire) emozioni che la società ci impone di tenere sotto controllo.
C'è chi afferma che la figura del vampiro abbia a che fare con il sesso. Certo, in buona parte della letteratura contemporanea è esplicito, mentre in quella meno recente è tutto allusivo e soprattutto fermo alla fase orale. Ma liquidare il mio interesse per i vampiri con spiegazioni psicologico/letterarie così superficiali non mi basta.
Devo dire che la morte ha sempre esercitato un certo interesse in me. Non timore, proprio curiosità. Capire cosa si è quando non si è più nel proprio corpo, sapere se si sente ancora ansia, angoscia, dolore... Capire se ci si sente più liberi. Ho sempre valutato il vampiro come un non-morto, più raramente l'ho considerato un immortale. Curioso che esista un morto immortale che si nutre di sangue, che di per sè è vita. Un morto che per restare vivo insegue la vita.
E mi domando come mai in certa letteratura ci siano dei vivi disposti a morire per vivere in eterno. Proprio la duale coesistenza di vita e morte nel vampiro comporta una riflessione sulla moda attuale e sul fatto che ci si identifichi col vampiro o con colui/colei che vuole diventare tale.
Chi, sano di mente, vorrebbe diventare vampiro? Se si esclude il fatto che in questo modo si evita la vecchiaia (ma poveri chirurghi plastici...), quale diamine di vantaggio può avere quella condizione?
Vivere da non-morti cacciando prede e bevendo sangue per l'eternità? Che noia mortale! A meno che non sia che già viviamo come non morti e già inseguiamo la vita in cose inutili come l'immortalità.
Siamo all'esatto contrario dell'idea di "Highlander - l'ultimo immortale", in cui il premio finale è la vita da mortale. Cosa ci ha fatto cambiare idea?
Perché, tra l'altro il mio interesse per i vampiri non è mai stato di tipo immedesimativo (parola complicata), almeno negli ultimi anni. Ma il fascino che il paradosso del morto immortale che insegue la vita sembra persistere. Nonostante tutto.
Forse è davvero il livello simbolico quello da indagare, capire il perché del mio bisogno di sangue. Del bisogno che ho di immaginare queste creature, di seguirne le avventure in film e serial (dal più serio al più sconclusionato dei vampiri), leggere saghe intere, sognare ad occhi aperti vampiri che vivono tra noi (e anche qui ce ne sarebbero parecchi, solo che non sono morti) più o meno nascosti.
Vorrei avere delle spiegazioni in più, ma non ne ho idea. Ci devo riflettere ancora, mentre sono in vacanza, e continuare a godere della magnifica visione, onirica e non, che mi deriva da questa ossessione.

13.12.11

Un solo istante



Conserverò il tuo cuore in uno scrigno.
Lascerò che si raffreddi tra le mie mani, al calore del fuoco. Guarderò le lacrime scure disegnare graffiti sulla mia pelle bianca, poi del tuo sangue ne farò un vestito per danzare.
Aspetterò la notte e l'aria fredda e ballerò con la Dea rossa della grotta in tuo onore.
Non terrò la tua pelle, che ho tanto agognato, nè della tua testa farò un souvenir. Mi basta la memoria e la parola per tramandare l'idea di te, amore.
Mi basta che tu sia mio adesso, un solo istante. 
Un solo colpo, rapido. Preciso, studiato. Poi penserò al cibo, al mio corpo, dopo aver santificato il tuo. E racconterò ai bambini di te. Della tua pelle, dei tuoi capelli, del tuo viso e dei tuoi occhi.
Di quanto una tua sola parola mi faceva sospirare.
La memoria e la parola, solo di questo ho bisogno.
E del tuo cuore nello scrigno.