14.5.20

Noi e loro

Il mondo ci vuole contrapposti.
La nostra mente ci vuole contrapposti.
La nostra paura ci vuole contrapposti.


Ci siamo noi e ci sono loro.
Ci sono io e c'è chi è altro da me. C'è ciò che è mio, c'è cosa riguarda solo me.
Ci sono io, gli altri sono un problema.


Anni di buddismo mi hanno insegnato che nella vita tutto è interconnesso.
Allora qual è il punto?
La paura.
Solo la paura è in grado di governare così bene la sensazione di divisione dal mondo. Io non so spiegare, non ho le parole, non ho conoscenza. Non ho un testo cui appigliarmi. Ma vedo.

Questa paura che hanno usato contro di noi per anni sta facendo effetto. Ci guardiamo tutti con diffidenza, puntiamo il dito, allontaniamo.
Non siamo più disposti a vivere.
Non siamo più capaci di restare da soli eppure mai come ora ho respirato tanta distanza dagli altri che diciamo mancarci.
Non è così che deve funzionare.

Il meccanismo serve a sopravvivere, a far sopravvivere un Io. Ma tanti Io non fanno un Noi da tempo. Tanti Io restano separati e negano il mondo.
Quanto odio, quanta rabbia, quanta paura.
Come siamo finiti quaggiù?

6.5.20

L'analisi illogica del testo 13 - Quarantena

Dal primo giorno di quarantena avevo in mente questo racconto di King (sì, lo so, sempre lui) ma non sapevo ancora perché e forse non lo so nemmeno adesso.
Sono molto affezionata alla serie della Torre Nera, che permea ogni altro lavoro di King come traccia sotterranea non sempre percepibile se non si è letta una quantità sufficiente dei suoi lavori. Questo racconto, "Le piccole sorelle di Eluria" è parte della storia di Roland Deschain anche se può essere letto indipendentemente. Fa parte della raccolta "Tutto è fatidico" (S&K, 2002) ma risale al 1997 ed è collocabile all'inizio del percorso di Roland, prima quindi del primo libro della serie.



Perché mi è venuto in mente? Bella domanda.
Mentre tornavo a casa dopo l'ultimo giorno di lavoro, l'atmosfera intorno a me era molto cambiata. Fino al giorno prima era tutto abbastanza normale ma quella sera, mentre camminavo verso casa, l'ululato continuo delle ambulanze mi aveva dato l'impressione di trovarmi altrove. Il vento, poche macchine, la luce che calava e la gente un po' più curva del solito che rientrava a casa. Non so, sarà stata la desolazione che ho sentito addosso ma il paesaggio western è arrivato subito dopo.
Quel west poco sano, di un mondo che è andato avanti, una dimensione parallela che si regge su energie che noi non comprendiamo. Quell'aria sabbiosa, densa, che soffoca il respiro. E l'abbandono della città di Eluria, fatiscente e densa di morte, in cui attendono cose che un tempo erano uomini; mutanti lenti e dal colorito malsano, né zombie né vivi come erano un tempo... E l'aggressione, e quei morti che cercano di prendersi il vivo. La massa contro il singolo in una lotta impari, la resa dolorosa.

Poi la tenda d'ospedale, la luce che l'avvolge, la sensazione d'essere sospesi. Quelle inquietanti religiose e il loro cibo drogato, e gli insetti che cantano. L'idea che a salvare la vita sia l'uomo Gesù che così poco piace alle Sorelle. E un finto fratello che la menzogna non protegge abbastanza, e il tradimento di uno dei mutanti e quello della prescelta. Il popolo e le istituzioni e in mezzo Roland; ferito, confuso dalla droga, a tratti innamorato di Sorella Jenna, inorridito da ciò che ha intorno. Non salvezza ma morte certa, e una morte sporca e spiacevole del tutto priva di onore. E l'orrore cui è costretto a non poter porre termine, per sé e per gli altri ricoverati. Un'attesa lenta nel dormiveglia e furiosa nella speranza di uscirne presto, e vivo.

Ed ecco, quando tutto sembra perduto l'occasione arriva e pare ci sia un orizzonte sicuro al di là delle colline di Eluria, per lui e per Jenna - che tutto perde del suo mondo e del suo futuro assicurato - e per un randagio sopravvissuto e macilento che per un po' li segue. Ma non può esistere un lieto fine, non con quelle premesse, non per Roland che ancora deve vedere tanto di quel mondo, che ancora deve partire per la sua ricerca e che da tanto tempo non ha tempo per l'amore...

Ecco, forse ho capito che non c'era niente da capire. Forse questo racconto è semplicemente un racconto di quarantena, di desolazione e di sofferenza, di solitudine e di paura per il futuro. Per ognuno ha una sfaccettatura differente, questo momento. Ed è bello sapere che nelle pagine di un anziano e meraviglioso scrittore c'è già tutto il mondo. Il nostro e l'altro.
C'è la vita con tutta la sua meraviglia e l'orrore. C'è quel senso di impotenza di fronte al ka, al destino, al futuro, che ci appartiene. C'è la storia dell'uomo. E non è questione di genere letterario.

20.4.20

Ciò che popola i miei sogni

Prima c'erano ascensori senza gabbia, ondeggianti in uno spazio vuoto, che a prenderli rischiavi di cadere. E scale senza ringhiera e senza finestre, pianerottoli in penombra e scure porte di legno. E c'erano atrii in marmo con spirali di scale che se ti sbagliavi non arrivavi mai più al piano; il lusso, uomini in giacca e papillon che incrociavo in corridoi infiniti.



Non mi sono mai persa, non sono caduta, ho avuto paura. Ma le case mi hanno sempre accolta.



Prima ancora c'era una casa che ne era molte insieme. Ampia, iper moderna, con vetrate immense e un giardino esterno che copriva gli sguardi del mondo. Ci andavo spesso di notte, dove la luce gialla dei lampioni esterni entrava da quelle che sembravano veneziane verticali in un salone bronzo con divani minimal dalle zampe di metallo e con tante piante verdi, e un camino. Attraversando le sue stanze ti trovavi in un'ala abbandonata, in un bagno bianco e azzurro con una vasca enorme e lunghe finestre fino al soffitto, e un balcone. E una zona segreta e ancora scale, piani ammezzati e libri dappertutto.

E ancora un alloggio con una sala in cemento e vetro con un tappeto zafferano, in un palazzo a conca, muri ruvidi e una feritoia quasi al soffitto da cui entra la luce, e una cucina con un terrazzo, un pianerottolo verandato e scale bianche verso il cortile ampie e piene d'aria, e prato inglese e un bosco al limite. E una composizione di rocce al centro del giardino.


E ancora una casa dal corridoio scuro che termina su un terrazzo di pietra sull'orlo di un giardino selvaggio e cupo, con aghi di pino a terra e un sentiero che porta a un enorme leone di pietra su cui arrampicarsi, bambine.

E quella il cui terrazzo si scioglie in mare, lambito dalle onde, di legno e sassi. E quella con il salotto oro e verde militare, le tende pesanti e le finestre antiche. Quella con il pergolato in terrazzo e un tavolo in ferro battuto e piccole piastrelle colorate. E quella con l'atrio immenso e alto fino al cielo, una parete a rettangoli di vetro su tutto quell'azzurro, quella le cui scale portano a un ufficio bianco e a una testa mozzata e viva. E che a discenderle raggiungi la piscina.

La casa accanto al fiume con le tre sorelle e l'alluvione. E altre che ricordo e non ricordo e che si perdono tra un sogno e l'altro, e che tornano a volte con i loro misteri e il significato nascosto di ognuna di esse...

Anche stavolta, salendo una scala barocca ampia e luminosa sono arrivata dove volevo.
Una casa enorme che necessitava di ristrutturazione. Bella, soffitti alti e quadri e arazzi, ma mal tenuta. Infiltrazioni d'acqua, crepe e pezzi d'intonaco cadenti. E io, da dentro, con persone diverse a seconda del momento, a controllare i danni e il lavoro da fare. E mia mamma, e il mio ex marito, e padroni di casa sconosciuti. L'acqua che scende lungo le pareti e niente che si rovina in casa.

Poi una coppia di ospiti che faccio accomodare su un divano di velluto color curry. E un'aquila reale, brillante d'oro, che cerca di trascinare via uno di loro, mentre un animale indefinito fa cadere l'altro ospite. Il desiderio di esser sola, in fondo, nei miei luoghi. E la luce dai fori nei muri, e il bello di vedere le pareti cedere. Sapere che non succederà niente di brutto.

Al fondo della sala un pannello che si stacca. Tiene tutta la parete, sopra ci sono due figure austere, tra la divinità greca - tunica porpora per lei, ocra per lui - e una coppia regale. Dei o regine, si staccano dalla parete che li ha sorretti finora. Un altro crollo, altra luce che arriva da dietro. Il senso di qualcosa di ineluttabile e necessario, eliminare il vecchio.


Io che temo chiusura sogno di aprire la mia casa alla luce. Se c'è bisogno, e c'è, saper lasciare la propria oscurità, il proprio desiderio di nascondere l'anima al mondo. Se c'è bisogno, e c'è, cedere alla vita senza paura di rinunciare a ciò che dava certezza. Se c'è bisogno, e c'è, cambiare la propria anima e accogliere il bello, accogliere la luce, lasciarsi illuminare dal nuovo. Crescere. Diventare chi sono.

10.4.20

Ciò che si muove dentro, un'analisi ancor più illogica senza il testo 12

Stavo cercando una foto per l'ennesima sfida su Facebook, cosa che di solito non faccio ma che - un po' come mettermi a prendere il sole sul mio mini terrazzo - in questo periodo mi fa passare un po' del tempo immersa in cose che amo.
Stavolta riguarda i 10 film (ma contemporaneamente ne sto facendo una che si occupa di libri) che in qualche modo mi hanno toccata. La prima considerazione, cercando le foto giuste, è stata che finora i film cui ho pensato sono tutti di fantascienza e fin qui ci sta (sono "Star Wars" - il primo storico, quindi l'episodio 4 e "Blade Runner", per poi arrivare al terzo che cercavo appunto stamattina). Non ho mai avuto dubbi su cosa mi ha catturata fin dal primo sguardo.
Poi ho scelto il film che mi ha stimolata di più tra quelli della sua serie, perché tra i tre che si salvano è davvero difficile trovare quello giusto: tutti sono gran film, ognuno con caratteristiche differenti, scelte registiche particolari e spunti di riflessione diversi.


Ho sempre amato "Alien".
Forse perché ho subito il fascino del proibito (quando è uscito nelle sale io ero troppo piccola e ho invidiato i miei cugini poco più grandi di me per averlo visto al cinema mentre io l'ho sempre visto in tv), forse perché poi era un mostro bellissimo - le linee di Giger, quell'armonia particolare che richiamano, la simbologia fallica, anche - e spaventoso. L'ho amato nel film originale di Scott, claustrofobico e molto "freddo"; l'ho amato nel sequel di Cameron così macho e sudaticcio; l'ho amato nel terzo episodio di Fincher, di nuovo claustrofobico e più intimo; l'ho amato meno nel quarto capitolo più per la mancanza di estetica del "mostro" finale che per altro.

Per alcune persone, il mostro del film rappresenta il cancro, la malattia che cresce in te e che ti uccide. Io non l'ho mai visto così, mentre è più facile vederlo come il lato primitivo nascosto in noi. Quella rabbia che vien fuori dallo stomaco e che distrugge ogni cosa non gli somigli. Una specie di "Es" primordiale, l'istinto puro, il lato cacciatore e omicida della nostra personalità, quello che a volte sembra governare la gente negli ultimi anni. Lo avevo detto in un vecchio post, qui. Non ho sviluppato l'idea ma all'epoca mi sembrava convincente più della malattia.
Però per me "Alien" è un'altra cosa ancora, più profonda. L'idea di questo semi parassita che necessita di un corpo altro per crescere, per poi venirne fuori letale e velenoso mi ha da sempre fatto pensare alla maternità. Lo so che sembra strano associare una creatura tanto pericolosa a un qualcosa di simile, in molti mi hanno fatto notare che il mio istinto di maternità non è proprio così spiccato, però oggi, cercando una foto per il contest ne ho riviste molte e mi pare che il rapporto con la maternità, con la figura materna e con l'istinto protettivo che si ha nei confronti delle madri sia più che evidente in tutti i film.


Cominciamo dal modo in cui si viene infettati: cosa sono i parassiti "stringifaccia" se non delle specie di spermatozoi  che volano verso un ospite e impiantano la vita? Ci somigliano anche e il loro unico scopo è, appunto, portare a termine una fecondazione, dopodiché si staccano e muoiono. Da lì, un piccolo vermicello cresce nell'addome di un ospite, per poi uscirne in modo molto violento e spiacevole e diventare un individuo a sé. Nel terzo episodio, poi, scopriremo che a seconda dell'ospite in cui l'alieno cresce, il DNA cambia assumendo anche le caratteristiche della creatura che lo ha portato a maturazione. Però esce, nasce proprio - non come una malattia che resta nascosta il più possibile e distrugge l'organismo da dentro - e nel nascere "termina" il suo creatore.


Nel secondo film, il tema della maternità è trattato in due filoni contemporaneamente: da una parte Rilpey trova la piccola Newt e il suo istinto materno la porta a proteggere la bambina a ogni costo; dall'altra c'è la Regina Madre degli xenomorfi, che entra in conflitto con Ripley che nel salvare Newt distrugge le uova col lanciafiamme. Il suo istinto materno si scontra con quello umano fino alla fine tragica sia dell'equipaggio che della Regina stessa, in un inseguimento e in una lotta tra le due madri che ricorda quello animale.
Succede poi che Ripley, nel terzo film, si ritrovi a essere lei stessa ospite di una Madre e che per questo motivo nessuno degli xenomorfi presenti sul pianeta prigione la attacca. La scena finale del suicidio di Ripley la vede trattenere al petto la Regina neonata mentre si lancia nelle fiamme in un gesto che sicuramente al di là del trattenerla per ucciderla ha un non so che di materno in sé.




Nel quarto episodio, i cloni di Ripley hanno DNA alieno e la creatura "nuova" ha un volto quasi umano (molto quasi) e l'ultima Ripley è di fatto riconosciuta dall'ibrido come la sua vera madre (mentre l'ultima Regina Madre ormai non depone più le uova ma partorisce direttamente).
Ad alimentare l'idea, dal punto di vista estetico, c'e la forma doppiamente fallica che Giger ha dato agli xenomorfi, in cui non solo la testa può ricordare quella del sesso maschile ma anche la "lingua" dentata che scatta a penetrare la vittima.
Poi sicuramente io avrò da andare ancora dalla psicologa, ma l'analisi mi pare sensata.
A voi la palla.

6.4.20

Nessuno, centomila, ma non quell'uno...



"Noi non siamo chi siamo", ripete incessantemente lo scienziato nell'episodio dal titolo Morte tra i ghiacci, nella prima stagione degli X-Files.
Al di là dei risvolti fantascientifici, la domanda su chi siamo in realtà è forse una delle più interessanti che possiamo porci.
Possiamo dire che siamo una persona diversa per ciascuna delle nostre conoscenze, che ciascuno tenderà non solo a vedere in noi solo quello che desidera vedere (che sia un pregio, un difetto, una necessità, qualche segno) ma anche a proiettarci addosso la propria fantasia.
Così diventiamo fanciulle indifese, persone terribili o dee di bellezza inusitata a seconda di chi ci osserva, senza peraltro essere nessuna di queste cose - o tutte insieme.

Oggi i social rendono ancora più complicata la faccenda. In una perenne ricerca di consenso, alcuni tendono a mostrare solo il meglio - foto ritoccate, premi vinti, attestati di virtù e qualità - altri a esibire il proprio lato tragico, altri il proprio successo spropositato. Nessuno però è solo ciò che mostra e pensare di conoscere una persona perché posta solo selfie sorridenti su Instagram o perché a volte esprime una lamentela su Facebook è quantomeno fuorviante.
Scegliamo quotidianamente cosa mettere in piazza e cosa no. A volte ciò che scriviamo è dettato da un'urgenza personale, altre volte riflette i pensieri che vorremmo far valutare ad altri, oppure ancora è solo la milionesima parte di ciò che stiamo vivendo.

Spesso mi capita di usare grandi parole per piccole cose, perché giocare con le parole è in qualche modo uno dei mestieri che mi sono scelta. Quando invece c'è qualcosa di grande (buono o cattivo che sia) è possibile che io non usi le parole ma la musica, la danza, il colore. Perché dolore e felicità non sempre si possono dire. E nemmeno leggere in uno sguardo.
Le nostre vite sono così complesse, a volte, che i momenti più difficili sono anche i più felici. Momenti in cui sappiamo che la nostra felicità avrà un prezzo, ma per quante siano le difficoltà è proprio lì che vogliamo andare e per quanto tutto ci spaventi, dentro lo sappiamo quale sarà la ricompensa.
Ma è difficile intuire la vita di qualcuno da due foto ritoccate e da un paio di post su Facebook, troppo facile appioppare ad altri le proprie facili conclusioni e fare commenti inopportuni. Perché per quanto pensiamo di conoscere una persona ci saranno sempre mille cose di lei che non sapremo mai e che non sappiamo neanche se ci viviamo insieme.

Siamo ognuno un pianeta a parte, controllato dalle stesse forze e composto degli stessi atomi in quantità diverse. Siamo interconnessi ma non per questo uguali, ognuno con la sua storia addosso e con un modo diverso di interpretare i segni. Fin troppo facile affibbiare a ciascuno i nostri stessi modi. Pensare che una persona sia come ce la siamo dipinta è molto più facile di quanto pensiamo. E da lì far scaturire un giudizio è altrettanto semplice.



Eppure ancora, nonostante tutto, noi pensiamo di avere un'immagine unica e univoca. Pensiamo di essere uno. Quell'uno lì, non un altro. Mentre l'altro a volte ci pare nessuno.
In realtà siamo tutti centomila. Poco da fare.
Ce ne accorgiamo quando all'improvviso le persone che abbiamo accanto non sono più come le vedevamo, quando ci danno etichette invece di guardarci e accettare l'insieme. Come se le etichette che ci diamo, la classificazione con cui ci semplifichiamo la vita, fossero realmente applicabili alla vita...


31.3.20

Scegliere

Fin da piccola ho avuto a che fare con i miei demoni personali.
Li chiamavo "Le tre P": pigrizia, pancia e paura.

Erano, e sono in parte anche adesso, i motivi per cui non faccio quasi mai più del necessario e così mi va bene perché alla fine bisogna anche imparare ad accettarsi per quello che si è: imperfetti.
Così, anche se sembro una persona attiva e dinamica, dentro di me la spinta a non fare è quasi sempre la più forte di quella opposta. Ci vuole una grande passione per farmi muovere.

Se però penso a me negli ultimi anni, mi rendo conto che tendenzialmente le "P" sono solo più due. No, non è che abbia sconfitto del tutto il mio terzo demone. Solo che, in un mondo in cui mi arrivano da tutte le parti gli stimoli ad avere paura, io ho scelto di non volerne avere. E no, non sono una persona tanto fortunata da poterlo fare per non aver mai subito avversità; non sono incosciente e mi rendo conto che la vita è un costante rischio. Ma non ho voglia di rovinarmela perché devo avere paura che qualcosa non vada come vorrei.
La vita non va quasi mai nella direzione che vogliamo, tocca farsene una ragione. E se, consapevoli che ogni giorno potrebbe capitare qualcosa che questa vita ce la cambia, invece di guardare la cosa come un problema la vivessimo con curiosità, non sarebbe meglio?
Invece di aver paura di perdere, pensare di acquisire qualcosa. Che sia esperienza, che sia un cambiamento in positivo, che sia lo stupore di una cosa inaspettata...

Stamattina scorrevo la home di Facebook e ho trovato, nel post di una vecchia amica, un'immagine, che pubblico qui sotto con tanto di "bollino" per la fonte. Riferita alla situazione attuale, a come reagiamo di fronte a questa incognita, all'isolamento, all'idea di ammalarci o di perdere gli affetti... Mi ha fatto riflettere.
Fin da subito non ho avuto paura di ammalarmi. Lo so che essere sana e fisicamente attiva non è una garanzia e che potrebbe capitare comunque, ma non mi spaventa - e non mi spaventa l'idea di morire. Non ho avuto nemmeno particolare timore per i miei familiari, che non vedo da un mese circa e che mi mancano come è normale che sia. Non ho affrontato le restrizioni pensando alla mia libertà minata da un decreto - liberi non siamo comunque, in questa società che ci vuole prima di tutto consumatori.
Non mi sono lasciata sopraffare dallo sconforto per il lavoro che non so se e come riprenderà. Sarà che in vita mia ho già perso quasi tutto più volte e sono ancora qui a raccontarla. Non mi sono lasciata andare alla tristezza perché, diciamocelo, al di là di sporadici incontri sotto casa mentre portavo il cane e qualche video chiamata da Skype io sono chiusa qui da più o meno tre settimane sola col mio cane e il gatto.

Ho iniziato spegnendo quasi tutto. Radio, tv e social in parte. Ho ascoltato il silenzio e le sirene intorno. Ho pensato alle persone che conosco che lavorano in ospedale e nei supermercati e ho provato gratitudine e "compassione" per chi questo momento lo sta vivendo peggio di me. So che stanno facendo quello che devono fare pur avendo paura ed essendo stanchi.
Ho cercato di non fare acquisti on line se non strettamente necessari, perché d'accordo che in questo momento i negozi sono chiusi per la maggior parte, ma pure i corrieri rischiano di brutto e non mi piace l'idea di farli rischiare perché io, a casa, ho voglia di un cuscino da arredamento. Quando sarà tutto più facile per tutti, sarà il momento di pensare ad abbellire la casa, che nel frattempo ho approfittato per sistemare meglio - cosa che rimandavo da tempo. Di tutte le notizie che mi sono arrivate, ho controllato se fossero attendibili e, nel dubbio che non lo fossero non le ho condivise. Già ci vogliono spaventati e disposti a fare qualsiasi cosa pur di salvarci, se devo proprio condividere qualcosa, che almeno sia utile a migliorare.

Ho ascoltato tutte le voci. Non credo assolutamente nel complotto, credo che in parte stiano scaricando a noi il barile delle responsabilità di un'economia volta solo ai guadagni di alcuni e credo anche che non impareremo a essere responsabili nonostante tutto il disastro che saremo chiamati ad affrontare. Però credo che lasciarsi sopraffare dalle emozioni sia la cosa peggiore da fare. Non mi interessa che il numero dei morti sia più alto o più basso di una normale influenza, non è mai stato questo il punto, soprattutto vista la condizione in cui lavorano medici e infermieri (il cui contratto nazionale è fermo da chissà quanti anni eppure sono lì, per noi). Il punto è che a forza di cercare qualcuno - "altro", "forte", "deciso" o "di successo" che fosse - che gestisse per noi le cose in modo da toglierci oneri e doveri, abbiamo lasciato il nostro mondo in mano a chi ci ha mangiati vivi per anni. Il punto è che stiamo pagando ora la scelta di adeguarci al meno peggio, il punto è che abbiamo smesso di imparare e ci siamo abituati a leggere i titoli e non gli articoli, che abbiamo smesso di scegliere. Ed è questa la cosa peggiore.

Io so che non è facile e che non sarà facile affatto, ma ho scelto di non avere paura o, almeno, di non lasciarle tanto spazio nella mia vita. So che ci saranno cose cui dovrò rinunciare. So che voglio vivere questo cambiamento in modo che mi faccia crescere.


29.3.20

Comunicare, vincere...

Ricevo stamattina una newsletter cui sono abbonata.
Ne scorro il testo, salto tutti i link cui mi rimanda e chiudo.
Mi rendo conto che, se già da tempo ho qualche problema con le "comunicazioni importanti" che tentano di vendermi qualcosa o di istruirmi a seguire il loro metodo per essere vincente.
Io non voglio essere vincente, questo è chiaro a chiunque mi frequenti.

Poi ripenso alla mail.
Comincia con una sorta di aggiornamento sulla situazione riguardo al virus, come per mettere in evidenza l'empatia dell'autore e farmi sentire che anche lui è qui. Coinvolto, presente e attento. Tre righe dopo mi scrive dell'argomento della newsletter e mi sottolinea più volte quanto sia importante quello che mi sta dicendo, ma io sono ancora disturbata dalle prime righe.
Mi torna subito in mente un post di "Talento e felicità", un team di persone che conosco bene e che si occupano di consulenze di carriera  (se volete seguirle su Instagram), in cui si parla di parole di plastica, ovvero quelle parole e quei modi di comunicare che sono diventati uno standard e che non necessariamente comunicano qualcosa. La formalità, la forma invece della sostanza.
Quello che mi ha sempre dato fastidio, come con le pubblicità, è questo tentativo di coinvolgere le mie viscere per farmi agire secondo un fine. Ora capisco che sia normale, se vuoi vendermi un prodotto, che tu me lo faccia percepire come assolutamente necessario. Altrimenti potrei non desiderarlo, ovvio. Capisco anche che ci siano studi approfonditi su come arrivare a questo scopo e che sia uso comune in politica, in pubblicità, sui social; siamo esposti ogni giorno a questo modo di comunicare e spesso cerchiamo di usarlo anche noi per "venderci".



No, non che io mi venda. Ma ho una pagina Facebook pubblica in cui promuovo i miei libri (ma non solo) e certe volte mi chiedo se dovrei adeguarmi anche io al sistema. Cioè, io vorrei vendere libri ma non mi piace affatto l'idea di dover usare come paravento la situazione emotiva di chi mi legge.
Ognuno di noi ha dei problemi, ognuno affronta ogni giorno delle difficoltà, che siano personali, di lavoro, di relazione, di soldi, di desideri irrealizzati, di frustrazione per non essere chi si vorrebbe.
Quando si vive una situazione che fa sentire a disagio è normale diventare vulnerabili ed è su questo che molta della comunicazione attuale si fonda. Farci avere paura, farci crescere un bisogno, farci seguire il loro modello per tenerci buoni. Funziona così da sempre.

Il gioco del mondo è creare uno status, scatenare una crisi per innescare il panico, ristabilire uno status simile al precedente ma con maggiori vantaggi per sé, aspettando che il panico diventi dolore, perché nessuno ama il dolore.

Questo lo pensavo cinque anni fa. All'epoca era dovuto a una lite con risvolto psicologico - io tendo a frequentare manipolatori, sto cercando di smettere e il primo passo è sempre e fondamentalmente accorgersi del meccanismo - ma, appena formulato il pensiero, mi è sembrato applicabile alla realtà del nostro mondo.
Così è ovvio che tutti gli spot urlati "contro" chi ci sta togliendo il poco che abbiamo (ma davvero abbiamo così poco?), contro chi minaccia il nostro status, contro chi o cosa non importa basta che sia  un "altro da noi"; tutti questi spot io li patisco. Mi fanno rabbia, certo, ma più verso chi li fa che verso le persone cui sono rivolti. Ovvio anche che mi faccia rabbia vedere molti seguire questo schema per paura di perdere qualcosa. Perché, e siamo alle solite, è troppo facile guardare fuori da sé e trovare il nemico.
Non nego che, nel momento in cui sono partite le attuali restrizioni, io abbia pensato a un tentativo di scatenare una crisi generale per poi trarne vantaggio. Probabilmente è anche così. Il Dio Denaro continua a governarci e trovarci tutti con le pezze al culo non farà che farci adeguare a lavorare anche di più per meno soldi di prima - perché non ci sono, dicono, quando in realtà ci sono sempre delle soluzioni - o impedirci di vivere "come prima", come se prima vivessimo bene e non strozzati da un giogo che ci impedisce di realizzarci.

Cosa c'entra con la newsletter?
Ecco, è il modo. Questo volermi convincere che si è preoccupati per la situazione prima di ogni cosa. Probabilmente è così che ti insegnano nelle scuole di web marketing. Non ne ho frequentate ma, visto che lo schema sembra sempre lo stesso in qualsiasi contenuto volto a farmi acquistare un bene o un prodotto, anche qui mi è sembrato "vuoto".
Se sono iscritta alla tua newsletter è perché mi interessa conoscere i tuoi contenuti, non farmi aggiornare da te sulla salute del mondo. Per questo esisterebbero i giornali o i canali specifici che (stendiamo un velo anche qui) dovrebbero informarmi senza cercare di vendermi alcunché - nemmeno una visione del mondo. Allora se mi vuoi sembrare più umano, o almeno più normale, lascia che siano loro a occuparsi del virus; lascia che io mi informi come e dove desidero senza cercare di farmi vedere che sei umano, Stai facendo il tuo lavoro: la newsletter mi serve per essere aggiornata rispetto a quello. Che tu sia profondamente colpito dalla situazione di paese non mi riguarda e se ti pare puoi condividerla con chi hai accanto materialmente.
Se mi sono iscritta alla tua newsletter è perché mi interessa la tua competenza, poi spero anche che tu sia umano ma non è da tre righe in una mail che me lo dimostri. Le parole sono importanti (cit.), mi piacerebbe che fossero usate meglio anche da chi mi circonda.
Perché sono stufa di essere trattata come una stupida, qui come altrove; sentirmi dire di cosa ho bisogno e cosa mi farebbe bene, sentirmi raccontare quanto sono bravi loro a fare qualsiasi cosa - compreso l'essere umani - e farmi mettere nella posizione di obbedire al diktat perché altrimenti non vinco.

Sapete che c'è? Io non vinco, non me ne frega niente.