23.1.16

Distrazioni di massa

Certe volte ho come l'impressione che ci trattino come gli zombie del film di Romero.
La terra dei morti viventi



Un po' come nel film, ci lanciano dei bellissimi fuochi d'artificio e ci fan le cose sotto il naso.
Noi tutti belli lì a guardare il cielo, esattamente dove ci indicano e loro a girarci e rigirarci come niente fosse, pronti a farsi i propri interessi alla faccia nostra.






Quando penso alle unioni civili non mi vengono subito in mente i gay. A dire il vero non sto mai troppo a pensare all'orientamento sessuale altrui, alla religione altrui, ai gusti altrui, alle scelte altrui.

I miei genitori hanno chiesto l'annullamento del matrimonio quando ero molto piccola.
Di fatto sono cresciuta come figlia di "ragazza madre" e se anche mi sono mancate tante cose sono cresciuta bene.
Mia madre non si è mai risposata, pur convivendo per anni con un altro compagno. Quando il suo compagno è mancato, mia madre non ha avuto alcun diritto, pur avendolo curato e accudito - e sopportato, e amato - fino all'ultimo giorno. Se ci fosse stato bisogno di prendere delle decisioni riguardo alla salute del compagno, mia madre non avrebbe potuto farlo. Se io non fossi stata riconosciuta da mio padre e fosse successo qualcosa a mia madre, sarei stata data in affidamento a parenti pressoché estranei invece di restare con l'uomo con cui sono cresciuta.
Certo, nel mio caso sono stata fortunata ad avere un padre biologico presente, una madre non risposata e piena di risorse.
Quando penso alle unioni civili penso a me. Quando sento dei diritti dei "poveri" bambini, penso a me.
Eppure oggi se ne parla e pare che le unioni civili e la stepchild adoption riguardino solo i gay. Come se tutto il resto non esistesse o se qualcuno avesse da guadagnarci qualcosa a non fare approvare una legge agitandoci davanti al naso la questione omosessuale. Che non è che non esista, ma che non dovrebbe fare la differenza. Invece pare che la faccia, tanto che stiamo aspettando una legge da una vita. Una legge che dovrebbe dare a tutti gli stessi diritti che gli spettano. Donne, uomini e alieni. E bambini. Che dovrebbero crescere tra persone che li amano e che si amano indipendentemente dal sesso.
Io non so perché l'idea dell'omosessualità sia così spaventosa. Poi li senti, e tutti a dire: "ah, ma io ho amici gay... però..." Però cosa? Hai amici e non vuoi vederli felici? Non vuoi che abbiano i tuoi stessi diritti? Non vuoi che possano amarsi come tu ami il tuo/la tua compagna? Ma che cavolo di amico sei? E me lo dici come fosse una gran cosa, avere degli amici gay. Non una cosa normale.
E certo, se continuiamo a guardare gli altri fissandoci sui nostri limiti avremo sempre paura di chi non la pensa come noi - unici detentori della verità.

Inutile nascondersi dietro ai bambini, poi. Io non sono una fan della maternità, ma capisco chi desidera dei figli e posso immaginare che qualcuno li voglia a tal punto da farsi massacrare l'organismo pur di averne. Non capisco chi, invece, pensa di dover vietare a chicchessia di adottare i figli naturali di un partner nel nome di una famiglia "naturale". Che poi, naturale per chi? Ci sono decine di esempi in Natura di "famiglie" in cui a badare alla prole sono i più vari membri della comunità. Che sia "naturale" una famiglia imposta da qualcuno io lo trovo poco logico. Famiglia è anche il posto, nel nostro paese civile, in cui un uomo picchia la moglie o la uccide se viene lasciato, in cui alcune mamme portano via i figli al loro padre. Famiglia può essere un luogo terribile anche quando viene considerata normale da tutti. Allora perché non considerare "nucleo familiare" un insieme di persone che si amano, di qualsiasi genere, razza, religione esse siano? Non è di nuovo un falso problema? Non è di nuovo uno specchietto per allodole?


Stessa cosa quando sento parlare di Colonia. Non per sminuire i fatti, parlo di violenza e di riflessioni sul femminile molto più spesso di quanto vorrei. Quello che è successo è sicuramente grave, ma tutti i riflettori erano puntati sul fatto che a compiere questi fatti siano stati degli immigrati, in gruppo. Ovviamente islamici, visto che si deve per forza parlare di "guerra tra culture". E insisto sul fatto che la cultura è la stessa. Dal paleolitico a qui. La "nostra" e la "loro", anche se qui sulla carta abbiamo qualche diritto in più - alcuni da veramente troppo poco per farcene un vanto - abbiamo ancora qualche personaggio che in pubblico afferma che la donna deve essere sottomessa. Diciamocelo. Va bene se uno fa qualche "gioco di ruolo" erotico, ma la donna sottomessa va contro ogni conquista fatta dalle nostre nonne, madri e zie. Quindi, di quale cultura stiamo parlando?
Di una che vede nella donna un oggetto di proprietà, tale che si grida di proteggere "le nostre" donne dallo straniero, per poi fare con queste stesse donne le stesse cose degli altri. Insomma, ho preso tanti mezzi pubblici da sapere che la mano morta è un'abitudine lenta a morire e non sono certo gli immigrati a farla. E leggo e sento raccontare storie di violenza e abuso da troppo tempo per pensare che esista un'altra cultura. Certo, di diverso qualcosa c'è: qui sono tanto furbi da non ammettere pubblicamente che certe cose le farebbero, ma poi quanti dichiaravano che un certo politico era invidiabile per la quantità di "gnocca" a cui poteva arrivare? Qui si sa che la cosa non è da fare perché non è legalmente e moralmente ammissibile, ma chi si tirerebbe indietro se in gruppo si può dare una toccatina a qualche ragazza e farla franca? Perché poi si può sempre dire che "lei ci stava" e tutto cambia.
Di nuovo, a chi conviene farci pensare che esista un "nemico" altrove da temere e cacciare, punire, odiare?

Io non riesco a capirlo, davvero. SE ci riuscite voi, fatemelo sapere.

6.1.16

Lamette - singolare femminile 3

Qualche anno fa ho rischiato di malmenare una collega. Lo so, a volte esagero.
Commentando un articolo appena letto sul giornale, aveva insinuato che le donne che subiscono uno stupro se lo sono cercato. Ero furiosa, per vari motivi. Da una parte per il semplice fatto che, da persona informata quale poteva essere, basta leggere ogni giorno un quotidiano - pure quelli gratuiti - per capire di quali cifre si tratta; non solo, ma anche di quali persone vengono colpite. Poi perché mi rendo conto di che cosa sia una violenza e, al di là delle mode sado-maso dalle varie sfumature, non esiste una sola donna al mondo che vada cercando una cosa simile. Poi perché non è che se una è una "brava ragazza" non le può capitare ugualmente, non è questione di cattive abitudini. O di aspetto provocante, perché succede ad anziane e bambine - e bambini - e a persone con problemi mentali o ragazze in coma. E capisco che sia molto una questione di gusti e che magari io non trovo attraenti persone che per altri lo sono, però c'è un limite a tutto. Niente è come il sesso tra adulti consenzienti. O tra giovani consenzienti, o tra anziani consenzienti.
La cosa che più mi infastidiva, però, non era tanto l'accozzaglia di luoghi comuni da mentalità retrograda, quanto che ad affermare una cosa simile sia stata una donna sotto i quaranta. Come a giustificare, a distinguere una dall'altra le brave e le cattive ragazze. E le bambine? Le chiedo, e le nonne? E le pazienti psichiatriche e quelle in stato vegetativo? Perché magari non capita tutti i giorni, ma capita. E loro, come farebbero ad andarsela a cercare?
Dal mio punto di vista anche una prostituta può subire violenza, e credo che accada anche troppo spesso, solo che non può andarlo a denunciare. Perché già è difficile quando si è più che immacolati. C'è sempre qualcuno che insinua, qualcuno che con il mezzo sorriso pensa "eh, ma se l'è cercata", qualcuno che morbosamente ricerca il torbido. Lo sentiamo in tv ogni volta che a una donna capita di essere ammazzata - ora si dice femminicidio e io mi chiedo come si possa distinguere dall'omicidio visto che mi hanno fatto credere che uomini e donne avessero uguali diritti - e si cerca l'assassino in possibili "doppie vite"della vittima. Certo, come se ad avere un amante sia automatico che si meriti di essere ammazzate. Come se avere un passato "allegro e vivace" giustificasse la violenza. Come se, appunto, qualsiasi cosa si faccia sia sempre colpa nostra. Salvo poi scoprire che l'assassino è il marito che vuole scappare con un'altra - e allora la colpa è dell'altra, ovviamente, che ha manipolato il poveraccio.
Quindi è questo.
Noi ce la cerchiamo, alla fine. Siamo sempre noi. E che si parli di diritti e doveri, che si parli di taglio e cucito, che si parli di stipendio e lavoro; noi siamo sempre quelle sbagliate. Il problema è quando ci abituiamo a questa cosa. Talmente tanto che a meno di quarant'anni riusciamo a dire "eh, ma non capita mica a tutte..." dimenticando il tizio che ci fa la mano morta in tram, o i fischi dei muratori, o che l'amico di famiglia quando eravamo più piccole ci voleva sempre tenere in braccio e ci palpava con la scusa del solletico. Dimenticando che dobbiamo fare attenzione a come ci vestiamo, a come parliamo o scherziamo, alle cose che ci piacciono. Perché basta cliccare "mi piace" alla pagina Facebook di un romanzo erotico e via che piovono le richieste di amicizia maschili più improbabili. Basta scrivere "single" o pubblicare qualche commento piccante e vai di messaggi privati da chicchessia. Tra l'altro so da amiche che a volte tali messaggi sono pure corredati di foto "intime" non richieste.
Allora di cosa stiamo parlando?
Di qualcosa che non torna. Di tante belle parole e di un mondo che regredisce nei modi. Di mille modi di fare violenza, spesso anche tra donne.
La discussione con la collega era partita dalla notizia di un "dispositivo" anti-stupro, da portare inserito all'occorrenza. E io mi chiedevo dove saremmo arrivate, se pure ci toccava andare in giro con una dentiera da vagina per evitare la violenza. E quando, sempre?
Perché ti capita quando meno te lo aspetti, mica ci vai preparata al massacro.  Cosa fai, esci dicendo: "ah, sì, forse stasera mi stuprano". Mica te la cerchi, appunto. Allora cosa? Ci infiliamo un "dispositivo" e cosa?
Ci dimentichiamo che non è quello l'unico modo?
Poi cosa faremo? Ci fodereremo la bocca di lamette e metteremo supposte di acido? E se non bastasse?
Perché ahimè, non è solo quello il modo in cui subiamo violenza. Al di là dei dati sul femminicidio, terribile anche solo che debba esistere una parola che lo distingua, le violenze domestiche, lo stalking, la discriminazione in genere - vuoi di stipendio, vuoi di posizione lavorativa - ci sono tanti modi subdoli di svilirci, tanti che spesso noi stesse cadiamo nella trappola di considerarli veri e di usarli con altre quando ci sentiamo in difetto. Fosse anche solo la continua oggettivazione del corpo - che ultimamente riguarda anche il corpo maschile, ma sempre di oggettivazione si tratta - che deve adeguarsi a modelli sempre meno naturali. Da questa forma di violenza, culturale, non c'è protezione che valga. Non c'è un "dispositivo". Ci sarebbe la presa di coscienza, la consapevolezza, l'educazione e una riforma culturale che riporti le cose a un livello civile. Da parte delle donne prima che degli uomini. Se non abbiamo chiaro noi che cosa ci svilisce e anzi usiamo le stesse cose noi contro altre donne non ci basterà diventare tutte delle "vergini di Norimberga" per proteggerci da un altro sopruso. Portare i denti, dentro e fuori, con chiunque, sempre. Siamo sicure che sia questo l'unico modo?
Riguardo poi l'etichetta "femminicidio", temo che il dare un nome a una cosa che esiste da sempre come se fosse un fenomeno di adesso - non dimentichiamo che il delitto d'onore non è una cosa così lontana anche in casa nostra - non serva altro che a chiuderlo in un nuovo cassetto e lasciare le cose come sono. E al di là dei pochi casi in cui è una donna a eliminare l'ex partner per gelosia o vendetta - o per la stessa mancanza di rispetto per la vita dell'uomo che uccide la ex compagna - questa è l'ennesima conferma che la questione è culturale e non appartiene a un paese o a una religione in particolare. Si tratta di un problema presente in tutto il mondo. Solo con sfaccettature differenti.

31.12.15

Un anno se ne va...

Pare sia uso comune riflettere sull'anno passato, nel giorno in cui l'anno finisce e a me capita invece che oggi la mente stia pensando al futuro. Cosa strana, perché io si sa che non ci credo nel futuro - con felicità e speranza sono parole ostiche per me - e non amo fare progetti e pianificare; non organizzo, non mi aspetto successi, non chiedo.
Ecco che invece oggi si fa prepotente un senso di "rivalsa" sull'ultimo periodo. La lentezza estrema, i sogni che ho iniziato a fare, la fatica di affrontare ogni giorno uguale al precedente, abitudine nelle abitudini che in qualche modo mi stanno strette. La sensazione di volere di più, di non avere ciò che vorrei, non so se lo merito o meno, ma lo desidero.
Oggi, leggendo uno degli innumerevoli oroscopi per l'anno futuro in cui mi si diceva di non avere fretta, un senso di rabbia mi ha colta alla sprovvista:quanto ancora devo aspettare?
Sì, i progetti sono tanti e tutto si muove, ancora lentamente, ma io comincio a essere stanca. Anche in tv, in questo momento, Malika Ayane canta "adesso e qui", come fosse un segno.
Sì, inutile dire "non desiderare"... Cavolo, io voglio desiderare. Sono stanca di stare dietro ad aspettare.
Come direbbe Julia Roberts in "Pretty woman": io voglio tutto, voglio la favola.
Quindi ben venga la pubblicazione di "Sette stanze", a brevissimo disponibile sia in ebook che in cartaceo, ben venga quella di "Addio a Bodhgaya" - altro romanzo breve - sempre molto vicino; ben venga quella di "La festa", sequel dell'erotico vampirico "La caccia".
Ma non mi basta, ora comincio a scalpitare.
Anche se sono un leone ascendente bradipo, predisposta alla lentezza e al guardare il mondo con occhio annoiato e rimirandomi le zampe anteriori mollemente... comincio a scalpitare.
Vedo rosso come un piccolo toro - pianeta in cui campeggia la mia luna - ho voglia di risultati, di incornare un bersaglio, di vedere che la mia fatica, la mia attesa, il mio costante lavorare ingoiando bocconi a volte amari, porta a qualcosa. Piangere per stanchezza, per l'eternità che ci metto ad avere una risposta.
Non ho più voglia.
L'anno scorso... sì, mi ha dato piccoli e costanti segni che il progresso è a un passo. Ma ora basta, tra un po' salto. Non ce la faccio a procedere coi piedi legati. Quel singolo passo ci mette un sacco di tempo e io di tempo non ne voglio perdere più. Quando sai che cosa desideri, desideri che tutto inizi subito (anche questa è una citazione, anche non letterale). E io, oggi, desidero.

27.12.15

Una analisi illogica senza testo (e priva di spoiler)

La risposta è no.
Nel buio della sala dell'Ideal, poco dopo i miei otto anni, quando vidi entrare Dart Vader, nero nel fumo bianco dei folgoratori, rimasi senza fiato. Da quel momento in poi, per anni, ho visto e rivisto Star Wars prima al cinema, poi in tv, vhs, dvd un numero incalcolabile di volte, tanto che avrei potuto recitarlo al contrario senza sbagliare una battuta. Poi, ovvio, sono cresciuta. Cioè, no.
Non potevo crescere abbandonando quel mondo, che fa e farà parte di me in quella esatta versione del 1977; dimenticando la meraviglia di quegli effetti speciali, di quell'universo creato con un'immaginazione che oggi non esiste più.
Ho difeso per tutta la vita quel film e quella versione, anche discutendo con i miei professori all'università, privi di fantasia e spenti, che non comprendevano la ricchezza di ciò che ci vedevo. La magia. La Forza.
Tutto, nella prima trilogia, è pervaso dalla Forza. Non solo perché ne parlano, non solo per le evidenti ripetizioni che già creavano un effetto "ridondanza" nei due sequel, ma che lì facevano parte di un linguaggio in qualche modo sia nuovo che "di culto"; nella prima trilogia la Forza è tangibile al di là dei semplici effetti speciali. C'è, e si sente, si immagina, le si dà un significato quasi New Age, ma c'è.
Archetipi, certo. Una fantascienza che è in qualche modo un fantasy; il bene e il male, la lotta tra padre e figlio, il saggio maestro, il potere soprannaturale, armi speciali, la missione.
Una fantascienza che era diversa dai mondi creati da "Spazio 1999" fino a quel momento: non più quegli ambienti puliti, nuovi, impersonali - per non parlare delle scenografie improbabili e comunque bellissime di Star Trek - ma dei luoghi e delle attrezzature "vissute", che in qualche modo apparivano familiari e veri. Non una sola umanità a confronto con altre civiltà ma decine, centinaia di razze e specie diverse più o meno pacificamente conviventi.
Questo film ha condizionato il mio modo di percepire il mondo, nel bene e nel male; mi ha aiutata a credere nella magia della vita e del cinema. Niente è stato più appagante dello scoprire i trucchi utilizzati per quella versione. La Morte nera che esplode in un mare di scintille non ha niente a che vedere con l'esplosione perfetta e, di nuovo, impersonale della versione rimasterizzata uscita nel '97.
No, non ho apprezzato i "ritocchi" apportati da Lucas - pur essendo appassionata di effetti speciali, quelli fatti al computer non mi sembrano belli quanto gli originali - e continuo a vedere la versione vecchia appena posso.
Poi sono arrivati "L'impero colpisce ancora" e "Il ritorno dello Jedi". Stessa magia, con qualche ripetizione e qualche ingenuità, forse - o forse ero io a percepirle laddove anni prima non le avrei viste - ma ancora potenti.
A confronto con la "vecchia" trilogia, la seconda già sfigura. Ma ci sono ancora in parte le vecchie ambientazioni, c'è un futuro conosciuto che aspettava il suo passato e la Forza, che ormai conosciamo, appare nel momento in cui comincia la decadenza. Come fosse scontata, c'è e si manifesta senza "intaccare" l'immaginario che le si è creato intorno. C'è una magia di costumi e di nuovi mondi; personaggi da amare e il piccolo Anakin che da piccolo tesoruccio molto dotato diventa un adolescente capriccioso e arrogante e un adulto poco cresciuto con evidenti problemi di comprendonio. Che forse a non spiegarne l'evoluzione gli si faceva un piacere. In ogni caso, nonostante si noti la grande differenza tra le due trilogie, sia per profondità che per costi di produzione, non si può non legarsi anche a questa favola.
I sei episodi stanno tutti in bella mostra nella colonna porta dvd di casa. Almeno una volta l'anno si fanno un giro nel lettore e mi riportano a quella prima volta al cinema, bambina.
Quindi veniamo a oggi. No, a due giorni fa.
Quando sono entrata, priva di grandi aspettative, al cinema. Sì, perché J.J. è un genio. Questo lo so. Solo che tra mito e genio vince il mito, per me.
Il nuovo Star Wars è un film ben confezionato, buon ritmo, begli effetti, il ritorno dei protagonisti della prima trilogia studiato apposta per attirare i "vecchi" fan, qualche nuova arma. Il 3D...
Se non avessi mai visto il primo/quarto episodio, se non sapessi niente dei film precedenti, se non li sapessi a memoria potrei dire che il film mi è piaciuto. Ed è così che cercherò di considerarlo: come un film a parte. Nonostante non capisca perché, con un universo di possibilità al mondo abbiano dovuto far tornare i tre anzianotti invece di raccontare altro; nonostante io trovi delle somiglianze inquietanti tra il nuovo "male supremo" e Gollum; nonostante la bruttezza infinita dei protagonisti maschili; nonostante la trama pressoché ripetuta di primo e settimo... lo accetto.
Priva di grandi aspettative perché sapevo che avrei trovato un film "attuale", un blockbuster assoluto, qualcosa di altamente spettacolare e veloce. Una pellicola di J.J. lo è praticamente sempre. Perché lui è davvero bravo: a fare il suo lavoro, a portare la gente al cinema, a stupire.
Eppure se mi chiedete se mi è piaciuto l'episodio VII non posso che rispondere no. Se fosse stato un film qualunque mi sarebbe anche piaciuto. Questo l'ho trovato privo della magia, dell'immaginazione, della novità, della vita che accompagnava la prima trilogia. Privo della Forza.
E senza la Forza non c'è storia.

15.12.15

Della falsità e dei circoli viziosi

Oggi ho letto un paio di cose, in pausa pranzo.
La prima era una pagina della nuova politica di Amazon riguardo alle recensioni. Non che le norme fossero poco chiare, da sempre. Eppure dopo il recente scandalo delle recensioni false, pare che il sito abbia cancellato moltissime recensioni a loro parere sospette.

Riguardo alle recensioni su siti, piattaforme varie e blog, sono sempre stata molto critica. Da una parte la facilità con cui chiunque può dire bene o male di un tuo lavoro - semplicemente perché tuo amico o per uno scambio di segnalazioni - la scarsa affidabilità del giudizio di un lettore qualsiasi, la possibilità di farsi in questo modo auto promozione utilizzando profili creati apposta, il potere di un circuito di autori e autrici che si spingono a vicenda - che ovviamente giova solo a chi fa parte del circuito ma che non garantisce la qualità, esattamente come sopra.
Quindi ovvio che io sia sempre diffidente riguardo alle recensioni "non professionali". Non le leggo, non lo faccio né per scegliere le mie letture e nemmeno per gongolarmi o disperarmi nel caso riguardino me. Non ne chiedo, di solito. Chi, tra i miei amici, decide di lasciare traccia su Amazon del suo pensiero è libero di dire quel che pensa.
Allo stesso modo non scrivo recensioni di libri che non ho letto - al massimo ho pubblicato qualche segnalazione su Gazzetta Torino, che è cosa differente - e soprattutto non uso la recensione come mezzo di scambio. Scrivo quello che penso o non scrivo affatto. O insomma questo sarebbe il mio desiderio.
Uno dei motivi per cui non ho più scritto recensioni, però, o ne ho scritte poche, è che stavo cascando anche io nel circolo vizioso del "non si parla mai male di nessuno" e mi sentivo a disagio nel mondo finto zuccheroso di quelli sempre entusiasti del lavoro altrui, perché io non lo sono.
No, io sono una snob. Non mi piacciono tutti. Mi attacco alle virgole, ai nomi improbabili, alle frasi imprecise e ai tempi sbagliati. Ai dettagli che non corrispondono, ai buchi nella trama. Alla noia di una storia già vista e rivista, alla mancanza di editing, di cura, di un editore.
Diciamocelo, il più delle volte non parliamo male di un altro autore solo perché abbiamo paura che ci si ritorca contro, invece di argomentare efficacemente in una recensione - non pagata e non richiesta - esprimendo un giudizio quantomeno "professionale". Insomma, se si vuole scrivere è vero che ci si deve creare un pubblico e di certo è più facile crearselo essendo gentili ma a discapito di cosa?
Leggo da sempre solo i titoli che voglio leggere, non ho mai accettato di fare la recensione a un libro che non avrei letto di mia spontanea volontà e non penso che cambierò il mio modo di fare.
Leggere, per me, continua a essere un piacere - anche se è formativo in ogni senso - e non voglio che diventi un lavoro vero e proprio.
Quindi, appena possibile, riprenderò a scrivere le recensioni con il mio solito piglio critico.

La seconda cosa che ho letto, l'ho letta su una pagina Facebook di autori.
Io non vado forte in auto promozione. Evito il più possibile lo spam, che mi infastidisce anche quando lo subisco. Alcune pagine, purtroppo, sono sempre più luoghi in cui fare pubblicità alla propria opera. Il problema è che ci si fa spam uno con l'altro, ma non ci interessa molto il lavoro degli altri. Per qualche anno ho letto ogni singolo post di promozione, ho seguito i link di quelli che erano quantomeno scritti in italiano, aperto anteprime di quelli la cui sinossi poteva sembrare interessante, acquistato il poco che in effetti mi interessava. Poi ho smesso, per leggere solo le persone che conosco e frequento da un po', per seguire i loro consigli se segnalano qualcosa.
Purtroppo tra "emergenti" c'è questa specie di obbligo a comprarsi e sponsorizzarsi a vicenda. A me piace poco questa abitudine, perché falsa la percezione di chi scrive. Dà un feedback falsamente positivo all'autore e un'idea dei tuoi gusti bizzarra a chi invece legge e segue abitualmente la tua pagina. Ci sono romanzi di amiche che non leggerò mai. Molte mie amiche non leggeranno mai me. E non mi importa che scrivano recensioni o post al sapore di caramello se non piace loro il mio modo di scrivere.
Raramente condivido post che promuovono qualcuno solo per fare un piacere. Perché non lo trovo corretto. Mi importa di promuovere i lavori che trovo interessanti e spero che chi trova interessanti le mie storie abbia voglia di fare altrettanto. Non lo chiedo e non lo faccio su richiesta. Perché, come per le recensioni, non voglio che quello che condivido passi per qualcosa che faccio in cambio di altrettanta"devozione". Non mi importa se così facendo vendo centinaia di copie in meno.
Credo anche che sia controproducente indurre i propri "colleghi" ad acquistare un libro solo per farci un piacere se poi a loro non interessa leggerlo. Penso che ognuno di noi abbia un certo numero di lettori, che ogni libro abbia un determinato pubblico e che non si possano falsare certe cose. Non senza conseguenze.
Ora, è possibile che io sia un po' stronza, ma sentirmi obbligata a condividere la pubblicità di un perfetto sconosciuto altrimenti non verrà fatta a me, non mi piace. Non mi piace affatto. 

7.12.15

La donna che dovremmo essere - Singolare Femminile 2/l'analisi illogica del testo 2bis

(Post doppio a tema unico)
Tutta la sera che mi gira in testa una frase che ho copiato su un post it senza segnare da dove veniva. L'ho riconosciuta subito, in realtà, ma volevo essere certa. Così ho aspettato che il kindolo si ricaricasse e sono andata a cercare la pagina esatta. Devo per forza estrarne altre parti, perché quella frase, anche se significativa, da sola non basta.
Quando ho letto il romanzo di Silvia Longo ne sono rimasta folgorata, per la sua voce, per quel modo sottile ed educato di dirti le cose senza mai eccedere o sparire sotto al peso di una storia che vuole narrare.
Foto: Matteo Malagutti
Quello che ho subito sentito è che il suo modo di raccontare una sola donna, Viola, è in realtà il modo di raccontare noi tutte. Il nostro modo di amare restando spesso un passo indietro. Non rispetto al successo del nostro uomo, indietro nella nostra vita. Come fosse meno importante della sua, o di quella di un figlio. Questo dare incondizionato, che si chiede alla "madre" - che però è madre anche per il compagno, non solo per i figli, ed è madre anche per il padre - che si chiede come fosse naturale, tanto che a un certo punto lo diventa. Questo farsi carico di ogni respiro dell'altro. Adattarsi a tutto per lui. Rinunciare a sé, per lui.
Ecco, credo che questo dare non sia naturale affatto. Credo lo sia in certi casi e in certe alchimie e che in altri contesti diventi una prigione. Gabbia in cui si trova Viola, perfettamente inadeguata all'idea che lei stessa ha di ciò che dovrebbe essere.
Contorto, femminile. Un luogo in cui a noi donne capita di finire senza riuscire a farne a meno. Avere quel ruolo di "madre". Come se il mondo intero volesse questo da noi.
Invece, come capita a Viola, questo ruolo scatena un senso di rabbia e impotenza che è capace di stritolare una vita intera e farle vestire panni non suoi. Fino alla liberazione, che è dolorosa e traumatica, che la priva di un ruolo costruito in anni di limature. Liberazione che Viola stessa desidera segretamente sentendosi in colpa e punendosi con un peso da portare che si fa insostenibile davvero nel momento in cui si trova sola con sé, e con Mauro.
Come un suo doppio, quest'ultimo, un io dialogante che la mette al confronto con tutte le sue contraddizioni di donna "madre" che rivuole per sé il ruolo di donna "femmina" , rimasto nascosto per tutti gli anni in cui ha seguito quella che "doveva" essere la sua strada. Metodica, come l'uomo che ha scelto, Viola ha lavorato per anni al suo stesso smantellamento quando si trova davanti la vita - finalmente - senza rinnegare un solo attimo d'amore ma riconoscendo tutto il non-amore che ha vissuto. Soprattutto nei suoi stessi confronti, riversandolo sulla figura di Federico per poi specchiarcisi.

"Oppure sì, ci amavamo, ma non era il genere di amore che serviva all'altro."

Perché il problema di questa donna che ci siamo cucite addosso è che ci impedisce di essere ciò che siamo. Ci rende succubi, o violente, o represse, o infedeli, o frustrate, depresse, tristi, grasse. Ci fa rifugiare in personaggi di film o libri, illudere che la vita vera sia questa.
Poi qualcosa accade e noi ci risvegliamo, se accade davvero, e non sappiamo più chi siamo. Abbiamo paura perfino di respirare. Ci sentiamo in colpa se ci rendiamo conto di non essere quello che gli altri hanno sempre creduto che fossimo. Ci sentiamo "in difetto" pensando all'amore che abbiamo dato ogni giorno senza che fosse vero amore.
Un amore fatto non solo di non detto, perché a volte anche spiegarsi non basta e a volte nemmeno noi sappiamo che c'è un altro modo di vivere le cose. Un amore fatto di non visto e non vissuto, di non compreso perché in qualche modo dato per scontato. Anche senza volerlo, ed è questo il senso di quel "serviva all'altro". Un amore fatto di gentilezze e regali, ma anche di invisibilità di fronte alle necessità del partner. Invisibilità cui noi spesso ci prestiamo senza porci domande. O facendoci quelle sbagliate.
Perché non è un non-amore, è semplicemente un amore che non fa crescere. Che non fa bene a entrambi, che permette di reiterare gli stessi errori all'infinito e di crogiolarsi nelle proprie paure, illusioni, sicurezze. Un amore comodo, in qualche modo, finché non comincia a stare stretto davvero.

"Alla fine avevo cominciato a immaginare una vita senza di lui, che in qualche modo si concludesse la nostra convivenza. E nello stesso tempo mi sentivo colpevole di desiderare la libertà, la mancanza totale di obblighi, una vita da spendere a piacimento solo con le mie risorse, in base alle mie necessità. Una vita mia, finalmente."

Contorto, femminile. Il romanzo di Silvia è un ritratto che si adatta a ogni donna, ché almeno una volta nella vita ci si ritrova a farsi le stesse domande di Viola. Almeno una. E la risposta è vita, quella che ti sa stupire quando meno te lo aspetti e nei modi meno "comodi". La vita fa sempre un po' male prima di fare bene ed è il confronto con noi stesse, con la realtà, con l'altro-sconosciuto-noi che ci fa crescere e diventare le donne che dovremmo essere e non più quelle che il mondo ha pensato per noi. Donne non incapaci d'amore, ma capaci di amare nel modo giusto.
Capaci di sciogliere nodi interiori portati per secoli. Per vite intere. Capaci di usare il tempo al meglio, di non perdere una battuta. "Il tempo tagliato" non è la storia di Viola che ha perso il marito, né di lei che ha trovato un giovane nuovo amore. Non la storia di una fuga che è tuffo all'interno di un sé. Tutto questo solo per portare Viola a quello che non si è mai permessa di essere.

Quale frase ho trascritto? Quale ho riconosciuto come la voce di Viola e di molte donne?
"Ma c'è una cosa che voglio dirti. Anche senza amore, è per amore che l'ho fatto. Dall'inizio alla fine. Come una missione, per avere un senso. Perché nessuno soffrisse. A parte me."
Ecco, forse dovrebbe essere diverso il senso che ci diamo. Il nostro non è "quel" dare e non è tanto questione di non ricevere in cambio, ma di ricevere la cosa giusta. Per tutte le persone coinvolte. Prima che il tempo finisca senza averlo danzato fino all'ultima nota, l'amore.

19.11.15

Shit happens

Il fatto è che non ci sono cose giuste e cose sbagliate, ci sono solo cose. Cose che ci capitano.

Uno dei miei "difetti", secondo alcuni, è che non combatto mai più di tanto per le cose che vorrei. L'ho fatto una volta, contro tutto e tutti, pensando che ottenere quel risultato mi avrebbe resa felice. Fallire, sebbene sia stata una mia scelta, è stato terribile ma non ho smesso di lottare per paura di un nuovo fallimento. Ho semplicemente cambiato punto di vista.
Capita di desiderare qualcosa che non fa per noi. Ballare come professionista, anche se alcuni dei miei insegnanti erano sicuri che ce l'avrei fatta, non mi avrebbe resa più felice. Provarci mi è servito, anche provarci in modo insensato mi ha dato molto. Ma smettere mi ha dato di più.
La serie di eventi che mi ha portata a rinunciare è lunga e varia. A volte ho semplificato dicendo che ho incontrato le persone sbagliate. Il fatto è che non ci credo nemmeno io.
Credo che ci siano persone con cui si creano delle alchimie particolari, che in certi casi sono positive e in altri sono devastanti. Non necessariamente queste persone sono angeli o mostri. Alcune stimolano la parte migliore di noi, altre semplicemente ci impediscono di crescere, altre ancora ci rendono opachi. Tolgono vita, anche senza volerlo. Anche per troppo amore, in un certo senso.
Quello che credo riguardo alle persone lo credo anche riguardo alle cose che mi succedono. Ho cominciato a credere nei segnali.

Perché spesso la vita fa scherzi nonostante tutti i nostri tentativi di programmarla al meglio.
Un po' come quando in tangenziale ti rendi conto che quel puntino rosso che si avvicina è un'auto contro mano. Se te ne accorgi in tempo, se non stai sorpassando un tir, se, se se... magari te la cavi e vai in giro a raccontarla. Altrimenti è possibile che qualcuno sia più fortunato di te e possa raccontarlo al posto tuo.

Così, se vedo che una cosa non va a buon fine la prima, poi la seconda e la terza volta, allora spesso lascio perdere o investo meno energie nel portarla a termine. Senza rimpianti.
Da quando mi regolo in questo modo sto molto meglio. So che non sono il centro dell'universo, so che non ho il controllo su tutto e so che certe volte le cose vanno naturalmente nel modo giusto per noi. Forse non lo sembra, forse non è quello che volevamo, forse semplicemente avevamo in testa la cosa sbagliata per noi.


(la storia di Vittorio va in questa direzione)