18.11.16

Nebbia


Ci sono punti, nel nulla, che non ricordavo. È da tanto che non viaggio in treno. Mi ero dimenticata delle distese velate dell’inverno. Quei colori appassiti, il gelo sugli arbusti che costeggiano i binari. Gli strati sovrapposti di alberi sempre più sbiaditi.


Un tempo era il mio mondo, un paio di ore al giorno. Diverso, sì, ma sempre uguale.
La ultima volta che ho raggiunto Modena in treno ero quasi bambina, quasi adulta. Andavo a trovare mio padre, che allora ci viveva. Il “Treccia Bianca” non lo avevano ancora inventato e la giornata mi era sembrata lunghissima tra una stazione e l’altra. Potevo contare solo su un piccolo walkman, un paio di nastri nella borsa. Bagaglio leggero, anche allora.

In quel viaggio, come forse accade a ogni viaggio che si fa da soli, mi era sembrato di ricominciare. Cosa, non saprei. In definitiva la mia vita era un disastro. Avevo smesso di ballare, il mio unico sogno, avevo lasciato un fidanzato psicopatico, speravo di essere uscita da un tunnel da cui, invece, non ero uscita. Perché le cose non sono mai come sembrano.
Mio fratello era piccolo, ricordo di aver scritto poesie mentre lui dormiva nella stanza accanto alla mia, sentendo il suo respiro nel silenzio della notte fuori città. Avevamo girato il centro a piedi, era freddo anche allora, e in un negozio lì avevo comprato una gonna pantalone che ho amato per anni e una casacca tutta bottoni e sonagli che mi ha accompagnata in decine di serate in discoteca.

Anche allora avevo indosso degli stivali. Erano i “camperos” di Mara, neri e a punta leggermente squadrata. Li aveva lasciati a casa mia, li ho usati – come il suo pigiama e altri capi, come lei ha tenuto e usato i miei – per almeno un anno prima di incontrarla ancora. Usavamo così, tra noi. Non c’era un gran concetto di proprietà; ci si scambiava un po’ tutto. A volte troppo. Ma con le amiche si fa così.

È buffo come la nebbia stimoli i pensieri. Forse l’assenza di cose “vere” da guardare induce ad approfondire altrove. Ombre di case e alberi, cavi che corrono e si perdono nel vuoto. Dettagli più nitidi che richiamano a uno squallore tutto umano. Cartacce, rifiuti, bidoni, tutto dove esistono insediamenti umani è più triste ancora della nebbia.

Questa volta sono qui per altri motivi. La danza c’entra ancora. Non del tutto mia, o almeno solo in parte. Io vengo a imparare e a guardare Valentina. Che è così simile a quel che ero, che potevo essere un tempo, che non mi sono data il modo di diventare. Bella e fragile, in quel senso buono degli artisti, perfezionista e insicura. Perché alla fine se si vuole la perfezione non si può  essere sicuri. Non c’è mai quella certezza. E se c’è, è spavalderia bella e buona. Ma non è il suo caso.

E sono ancora io, nella nebbia, persa tra un ricordo e un rimpianto. Come se dopo questo viaggio in treno cambiasse la vita, come allora, mentre invece non cambia – se non impercettibilmente, se non come deve essere, col tempo suo – non ricomincia. Va solo avanti. Dritta sui suoi binari.
Biglietto pagato, ci si siede e si guarda fuori. Fino alla meta.

12.11.16

Abbracci

Giovanni si avvicina: stiamo scherzando sotto ai portici insieme a tutti gli altri.
Siamo nell'inverno del 1989, ho addosso la mia giacca viola e nera, fa freddo. A Pinerolo, poi, siamo quasi in montagna.
Giocando, Giovanni infila una mano nella tasca del mio giubbotto per prendere la mia.
Non so perché, ma reagisco malissimo. Lui non capisce, io non capisco. Il mio fidanzato dell'epoca nemmeno, ma non ha mai capito granché. Non se non gli serviva per ferirmi.
Si limita a sorridere, felice che la sua ragazza "metta a posto" un amico.

http://www.marcochiuchiarelli.com/

Non ci ho fatto caso a lungo.
Però oggi so che tendo a mantenere una distanza fisica tra me e gli altri, soprattutto se non sono persone che hanno con me un rapporto "fisico" - dove per fisico intendo persone che per motivi vari hanno bisogno di un contatto più ravvicinato, per esempio le compagne di pole dance con cui siamo abituate ad aiutarci a vicenda - o affettivo. Non mi lascio abbracciare, o toccare, volentieri.

A meno che non sia un certo modo di toccare o abbracciare tipico degli ambienti sportivi. Sono cresciuta tra ballerini e di certo il contatto fisico in questo caso non l'ho mai percepito come invasivo.
Invece, per il resto, e ci faccio caso da poco, la prossimità fisica mi infastidisce.
Forse perché prima non frequentavo molta gente, chiusa nel mio bozzolo a scrivere e a infarcirmi di telefilm; forse perché ora la mia vita si sta aprendo e il contatto è necessario.
In ogni caso mi lascio avvicinare da poche persone.
E ora credo di sapere perché, ma non è il momento di pensarci.
Solo, quanto arrivano in profondità certe cose...
Per quanto si elabori, è sempre uno scoprire un tassello in più della stessa storia: la tua.

1.11.16

Chiamale, se vuoi, rimozioni...

La collega, al lavoro, mi domanda in che anno abbiamo cominciato a lavorare per un cliente.
Non lo so.
Allora mi chiede in che anno ci siamo trasferiti, con la ditta, nell'attuale laboratorio.
Ancora non lo so.



Mi rendo conto in quel momento che sto di nuovo "perdendo gli anni", come quando ho smesso di ballare, quasi sempre qualche anno dopo un evento importante.
Funziona così: io prendo una mazzata e vado avanti. Vado avanti finché reggo, facendo anche finta che non sia successo niente. Non è facile accorgersi che qualcosa non va in me, non perché fingo con gli altri. Io fingo con me stessa.

Ho smesso di ballare tre anni dopo una mazzata. Non me ne rendevo conto ma avevo iniziato a perdere i ricordi. Gli anni si confondevano, sparivano i nomi, i volti tornavano in un bianco e nero sbiadito, senza emozione. Come un film guardato distrattamente. Ho lasciato che accadesse per anni.
C'è voluta una seconda mazzata per farmi risvegliare. A quel punto non sapevo chi ero, non più.
Chi ero e cosa volevo, cosa mi piaceva, cosa desideravo.

Dopo c'è stato un periodo di riscoperta, a volte dolorosa e altre volte piacevole. Ma non è bastato. Perché nella ricostruzione non ho tenuto conto di quel vecchio disastro e di quanto quelle ferite avessero lasciato il segno. Quindi ho fatto molta strada, sbagliando qualche tratto. Qualche.
Funziona così: rimuovo gli anni infelici. Quelli che fanno male.

Non gli eventi che hanno provocato il trauma, anche se a volte ci vuole un po' prima che io elabori la faccenda. Anche se tendo a rimuovere gli eventi, sono quelli meno prevedibili a farmi stare peggio. La morte, per esempio, non ha grossi strascichi, anche se mi fa stare male. Sono le delusioni e i tradimenti (no, non necessariamente quelli romantici/sentimentali/fisici), la mia incapacità di prevedere qualcosa, di evitare una brutta esperienza. E le brutte esperienze che capitano anche quando a me sembra di avere tutto sotto controllo.

Ho smesso di punirmi, anche se i meccanismi a volte partono da soli. Come la rimozione.
Gli anni precedenti la morte di mia madre, per esempio. Ho qualche ricordo, certo. Però confondo gli anni, non so cosa era prima e cosa dopo se non mi metto a pensarci seriamente. Non è alzheimer, se vi state chiedendo questo. Troppo selettiva per essere una malattia.
Vuol dire che sono viva, che sto cambiando ancora, che sto cercando finalmente quello di me che avevo perso, che vedo avanti. Perché ora vedo che sta succedendo. Mi rendo conto di quanto sto rimuovendo, so perché lo faccio.
Perché ho bisogno di uscire da questo bozzolo e volare via...

23.10.16

On sex - Singolare femminile 5

Un mio contatto Facebook ha iniziato ieri una discussione letteraria.
Da che mondo è mondo, noi eterni aspiranti scrittori ci domandiamo cose per cui non esistono risposte, la più frequente delle quali risulta essere "perché tizio sì e io no?"; domanda che può avere miliardi di risposte - tutte abbastanza seccanti - di cui tutte e nessuna esaustive.
Toccava spesso a Fabio Volo, spesso a Moccia, soprattutto quando uscivano i nuovi libri e c'erano le code nelle librerie. Ce lo si domanda per astrologi e chef, per sportivi ventenni che pubblicano autobiografie, ce lo si domanda spesso per chiunque abbia un pelo di fortuna più di noi.
Che passiamo mesi in attesa di risposte e alla ricerca di un contatto che ci dia speranza.


Ce lo si chiede tanto, ultimamente, riguardo all'esplosione di fenomeni quali la trilogia delle sfumature, riproposte in tutte le salse in ogni angolo del globo, con versioni italiane - sempre trilogie - con tentativi di imitazione inutili e "dannosi". Ce lo si chiede perché, in un'epoca in cui tutto dovrebbe già essere sdoganato da tempo, il sesso - soprattutto quello delle donne - ancora desta clamore, divisioni, sdegno, riprovazione e quant'altro.
Che non sia mai. A noi donne il sesso non piace, lo facciamo per dovere e per compiacere l'uomo... Come no. Cioè, forse qualcuna lo fa per questo, ma sarebbe ora di finirla.

Il "perché" del mio contatto Facebook, autrice e donna, riguardava Melissa P.
Essendo una questione letteraria, il mio intervento a riguardo si è limitato a quegli aspetti che a volte possono determinare il successo di un libro-autore-personaggio-filone. O a volte no, ma non essendoci una ricetta precisa ho espresso le mie supposizioni, facendo scattare comunque un susseguirsi di pensieri. C'è il fatto che Melissa P. era una ragazzina, ai tempi di "Cento colpi di spazzola...": bella, pulita, giovane e insieme capace di scrivere certe sconcezze. Il personaggio che contrasta visibilmente con il libro che presenta. Il personaggio, appunto. Il valore letterario dell'operazione è da tutti giudicato inconsistente. Dal mio punto di vista non è un romanzo erotico (non mi stimola alcuna curiosità o desiderio, non smuove un ormone) anche se posso capire che dal punto di vista del lettore maschio possa essere differente. Non mi scandalizza. Non lo faceva quando è uscito e oggi ancor di meno. Gli adolescenti sperimentano. Succede da sempre, succede a tanti, succede con maggiore o minore morbosità, ma succede. Inutile gridare allo scandalo perché l'autrice era tanto giovane. Ovvio che trovandosi un personaggio così e una storia che poteva turbare, mezza campagna pubblicitaria era fatta. Il fatto che poi la stessa autrice abbia pubblicato e pubblichi ancora (sulle vendite effettive non c'è mai certezza, ma la presenza in libreria c'è), che collabori con riviste e televisione è stata una sua buona capacità di inserirsi in un ambiente tutto sommato chiuso, tanto da sopravvivere e crearsi un nome. Buon per lei, che tra l'altro sembra pure simpatica.

Ora, le altre riflessioni...
Ha destato tanto scalpore, certo. Una ragazzina non dovrebbe conoscere quelle cose. Non dovrebbe parlarne con tanta libertà (e con troppo distacco, come fosse una donna navigata che non ha fatto altro tutta la vita) e in modo così crudo. Una ragazzina dovrebbe fare sesso con amore e per amore, provare sentimenti quasi eterni per La persona con cui lo fa. Ma siamo sicuri? Non è quello che ci piace raccontarci per sentirci bene? Per non sentirci sporche quando abbiamo un desiderio? Per rassicurare i possibili partner?
E chi ci fa sentire sporche? Chiunque ci giudichi. Quindi i partner, le amiche, i conoscenti, gli sconosciuti, il branco, la comunità. Che sono poi le stesse persone che ci offrono una ricarica telefonica per una foto di tette, o quelle che ci palpano il sedere in autobus pensando sia roba loro, o quelle che scrivono il nostro numero di telefono nei bagni pubblici, quelle che pubblicano on line i nostri video intimi, quelle che riprendono il nostro stupro. Sono quelle persone per cui noi finiamo per soffocare ogni istinto di vita. Quelle che "te la sei cercata".



Quelle che se ci stai sei troia e se non ci stai sei troia lo stesso.
Affidiamo il compito di vegliare sulla nostra immagine a queste persone. E non sempre sono maschi. A giudicare una donna sono più brave le donne stesse. Per quale motivo, tra invidia della libertà altrui e senso di inadeguatezza, tra ignoranza e sottomissione - reale - alle leggi dell'uomo.
E pensare che una volta eravamo "la Dea". Noi, creatrici, in ogni senso. Noi oggi incapaci di solidarizzare con le nostre simili e sempre più pronte a giudicarle e a educare a giudicarle.
Incapaci di lasciarci andare al nostro lato naturale e selvaggio per dei limiti che alla fine ci siamo auto imposte. Per cosa? Insicurezza? Paura?
E chi lo dice che a fare sesso non si provino sentimenti? E chi lo dice che il corpo e la mente sono due cose separate? E chi lo dice che a voler seguire i propri istinti - nel rispetto assoluto dell'altro e con consapevolezza - si sbagli qualcosa?
Rispetto e consapevolezza.

C'è qualcosa di male nel riprendersi con una videocamera? La cosa squallida è usare quei filmati per danneggiare qualcuno, non girarli e rivederseli a piacimento.
Qualcosa di male a sperimentare cose e posizioni? No, se si desidera farlo e non lo si fa solo per compiacere qualcuno.
Qualcosa di male nell'assumere un ruolo in un gioco sessuale? No, se è ben chiaro che quel ruolo fa parte di un gioco le cui regole sono scritte da chi gioca. Che possono essere discusse e cambiate nel momento in cui una persona coinvolta lo desideri. Che non c'è niente di male nel dire "sei mia" se con questo non si intende il possesso dell'altra persona vista come oggetto. Che non è l'essere sottomesse in qualcosa di piacevole che ci disgusta, ma il doverlo essere nella vita, relegate a un ruolo che ci è stato assegnato d'ufficio alla nascita insieme al fiocco rosa.

C'è che quando si parla di donne e sesso c'è sempre un doppio registro, un pregiudizio latente e una condanna se qualcuna di noi esce dai canoni. Condanna che siamo noi stesse ad autorizzare perché non siamo chiare nemmeno con noi stesse su cosa ci piace e cosa vogliamo. Se continuiamo a vedere ogni altra donna come una rivale, ogni uomo come l'unica realizzazione della nostra vita. Il principe azzurro sta solo nelle favole, per nostra fortuna.
I nostri panni potrebbero essere assai più comodi se cominciassimo a liberarci di paure stupide e se riuscissimo a farci rispettare ogni giorno per qualsiasi parte di noi.

12.10.16

Ricredersi - parte 1

Sono cresciuta con la fantasia della "donna guerriera", complice mia madre e i fumetti Lancio Story.
Non sono mai stata una combattente, o quasi mai. Ne parlavo con un'amica insegnante (ma una speciale) dopo aver esposto i miei dubbi sul sistema scolastico. Ne parlo spesso in diversi ambiti.
Credo che per combattere sia necessaria una forte motivazione, cosa che fino a un certo punto non ho avuto. Poi ho incontrato la danza.
La mia prima passione, quella più forte, quella per cui ho sacrificato ogni cosa per anni. Nemmeno sacrificato, dedicato le mie energie. Certo non è stato facile. Non tanto per la danza in sé, anche se il non essere né leggera né dotata ha avuto un certo peso. La lotta è stata soprattutto per convincere gli altri che, nonostante tutto, io potevo farcela. Ne ero più che certa e il tanto lavoro fatto dava certo i suoi bei risultati. Sì, probabilmente non sarei mai stata un'etoile, ma non era questo che volevo. Mi bastava poter danzare. E per convincere tutti ho dovuto faticare più che a imparare a muovermi.
In famiglia non erano d'accordo, avevano altri progetti per me, eppure ho fatto quello che ho voluto, lottando, per anni.
Non mi aspettavo il crollo, non mi aspettavo l'evento che ha in qualche modo - subdolamente - cambiato la mia vita. Tutta la sicurezza della lotta fatta fino a quel momento mi è mancata di colpo.
Con una, due, mille scuse, ho smesso di lottare. Ho fatto di tutto per smettere.
Di fatto, finita quella lotta sono morta.

Ho imparato l'arte di scorrere. Ci sono cose che evidentemente non sono per noi. Ci sono fatiche che non dovremmo fare. Ci sono altre cose che vengono naturalmente a noi e che sono fluide, lisce, ci vestono perfettamente e non costano uno sforzo gigantesco.
Quelle sono le cose che ho imparato a fare. Ringraziando anche la Vita per avermi aiutata a comprendere, questo attaccamento folle non è sano. Seguire il flusso e leggere (non nei fondi del caffè) i segnali, capire quando è il caso di insistere oppure è meglio mollare. Perché alla fine non c'è più stato niente, niente, per cui valesse la pena lottare. In nessun ambito.

Nemmeno ora, penso. Vivo la maggior parte delle cose come inessenziali. Mi piacciono, ci sono, ma non mi ci identifico. In certi momenti mi pare una conquista enorme. Niente la cui mancanza potrebbe farmi male. Scrivere, lavorare, dipingere, leggere, non solo. Il lasciare andare anche alcuni rapporti finora tenuti da conto. Amici, parenti, conoscenti. Entrano ed escono dalla mia vita lasciandomi ciò che devono, prendendo ciò che offro.
Ho notato che faccio meno differenze, mi racconto allo stesso modo e ciascuno sceglie il suo significato nelle mie parole. Si fermano, e io fermo, quelli che colgono più sfumature (basta che non siano grigio, nero o rosso), perché scoprire sfumature ha un fascino particolare e sono pochi quelli che si fermano a guardare davvero. Ma non li trattengo: se vedo che vanno, lascio che vadano. Non c'è scritto da nessuna parte che si debba stare insieme per forza.
Posso sembrare superficiale, frivola, sciocca, leggera. Eppure costa anche lasciare andare. A volte più che trattenere, ma anche qui non combatto.

Poi un pomeriggio sono a farmi coccolare dal mio acconciatore di fiducia e in tv passano un video. Mi infastidisce quella canzone, perché non mi piace il testo. Va contro il mio pensiero. Eppure mi trovo a piangere. Come se una parte di quel messaggio fosse arrivato a segno.


Ed ecco che riparte il mio pensare. Perché non credo che sia obbligatorio combattere per tutto. Non siamo fatti per questo. Siamo fatti per vivere, non per inseguire qualcosa perdendo di vista tutto il resto. Quindi?
Non credo che la vita sia una lotta, eppure ho lottato con tutte le mie forze, un tempo. Ed ero viva.
E c'è in me abbastanza passione per ricominciare a lottare? Qualcosa per cui valga la pena farlo? Bruciare. Dentro.
Senza sentirmi perdente in partenza, perché a un rapido calcolo di probabilità io non ne ho alcuna. Di avere ciò che desidero senza farmi molto male, magari troppo, magari senza alcun risultato.
Ecco, io in questo momento sto lottando (qui sì, mentalmente) tra la parte di me che mi dice che non posso e quella che mi dice "almeno provaci". Costi quello che costi.
Perché va bene scorrere, va bene cogliere i segni dell'universo, va bene seguire la via più naturale. Ma qualcosa che mi faccia sorridere come so di poter fare; averlo, quel qualcosa, conquistarlo...
Forse è vero che la vita non è combattere, forse è vero che le battaglie dobbiamo sapercele scegliere per bene - perché la passione brucia e consuma tutto - e che rinunciare non è un fattore di disonore; forse è vero che scorrendo si vive meglio.
Ma riscoprire la passione e correre incontro a quella battaglia, non sarebbe una fine gloriosa?

2.10.16

Ricomincio da me

Chi mi segue sa che non è stato un gran periodo.
Non lo è.
Certo, ci sono tante, tantissime cose di cui sono felice. Di me, soprattutto, in molte sfaccettature.
Sono contenta delle persone che frequento, che mi piacciono molto. Che stimolano, apprezzano, non sono competitive e capiscono quando parlo.
Sono contenta dei miei progressi, dei miei sforzi cocciuti per restare giovane. Del mio aspetto, che poi dimostra che il lavoro funziona. Abbastanza da insistere.
Sono contenta dei risultati ottenuti, anche di quelli minimi. Perché ho tanto, comunque.
E ho ancora tanta strada da fare, prima di essere libera.
Devo crescere.
E lavorare.
E imparare a rispettare le mie esigenze. Imparare a dire più no. Imparare a rinunciare.
E scrivere, scrivere ancora.
La mia storia, le mie storie.

9.9.16

L'analisi illogica del testo 10 - Ottusi e infelici

Un po' il filo conduttore di "Scream", in fondo, ciò che facciamo per cadere in trappola.
Quelle idee stupide che vengono quando si è colti dal panico; un po' come in amore, a volte, anche.
So che in qualche modo, a parte i primi episodi di questa strana serie di post di analisi illogica, finisco sempre per prendere come metro di paragone un horror. Tant'è.

L'horror insegna a vivere, o meglio ci insegna quanto siamo stupidi, brutti, cattivi e senza speranza. Inutile mascherarci.

Così lo sappiamo già che Louis Creed, il protagonista di Pet Sematary di King, farà un errore seppellendo il gatto nel cimitero indiano. Perché è una cosa stupida e terribilmente umana. Piuttosto che spiegare "la morte" alla bambina più grande preferisce l'incognita della magia. E infatti il gatto mica torna normale. Ma è un gatto. Un animale, sarà quello che ha fatto andare storto qualcosa. E il gatto si può sempre sopprimere...
Stupido e umano.
Così come è stupido e molto umano quando a morire è il piccolo Gage. Troppo piccolo per andarsene, troppo dolore per tutti. E lo capiamo che sta facendo un errore quando ripete l'esperimento del cimitero indiano, ma capiamo benissimo perché lo fa. Perché siamo umani e ci piacerebbe poter fare una scelta in un momento di dolore che invece di scelte non ne dà.

E infatti non funziona, nemmeno con Gage. Bellissimo demonio biondo. Glielo aveva detto di non farlo, quel maledetto fantasma che lo perseguita da quando è arrivato a Ludlow, più volte. E niente, anche se qualcuno più saggio di noi prova ad avvisarci noi andiamo imperterriti col nostro sacco in spalla fino al cimitero indiano. Perché l'altra volta è andata male, ma questa volta no. Invece sì, va male un'altra volta. Non può andare diversamente, lo sappiamo noi e lo sa lui - nel profondo - ma preferisce raccontarsi una storiella. Quindi, dopo il disastro, ecco che Louis ci casca per la terza volta, non pago delle perdite subite fino a quel momento.

«Steve», disse, con voce alterata e incerta. «Ciao, Steve. Vado a seppellirla. Devo farlo solo con le mie mani nude, credo. Ci vorrà fino a stasera, forse. Il terreno lassù è molto sassoso. Non mi daresti una mano?»
Steve aprì la bocca, ma non ne uscì neppure una parola. Nonostante la sorpresa, nonostante l’orrore, lui voleva dare una mano a Louis. Chissà perché, là in mezzo a quei boschi, sembrava ben fatto, sembrava molto… molto naturale.
«Louis», riuscì a dire alla fine, «cos’è successo? Lei era… era nella casa in fiamme?»
«Ho aspettato troppo a lungo, con Gage», ribatté Louis. «Qualcosa si era impadronito di lui perché ho aspettato troppo. Ma con Rachel sarà diverso, Steve. So che sarà diverso.»
Barcollava un poco e Steve comprese che Louis era impazzito: lo capì perfettamente. Louis era folle e di una stanchezza abissale.


Inutile dire che cosa succederà dopo.
Il romanzo non lo dice, non tutto. Ma certo lo sappiamo, come lo sa Louis, che non può andare bene.
Eppure lo fa: compie ogni singolo passo verso la follia e la morte. Verso il fallimento.
Verso quello che aveva cercato di evitare con tutto se stesso.
In questo caso la perdita della sua famiglia, la morte e la sofferenza, che sono poi buona parte delle cose che temiamo tutti.
Sono anche cose che succedono facilmente.




Sto ragionando da tempo sulla perdita, sul perché e come le cose finiscono. Non perché voglia evitarmelo, non si può. Noi cambiamo, inevitabilmente, e il cambiamento ci fa paura perché è più semplice restare attaccati ai pochi dati certi che abbiamo, ai meccanismi che conosciamo.
Una leggenda tibetana narra che l'uomo sia nato dall'unione tra una scimmia e un demone. Non mi è difficile crederci. Perché un po' animali lo siamo, pure tanto, ma pensiamo di non esserlo. Perché siamo un tantino ottusi, quando si tratta di combattere le nostre paure o realizzare i nostri desideri.
Tendiamo a compiere le stesse azioni anche quando non hanno dato buoni risultati.
Tendiamo a non imparare dai nostri errori, o dalle esperienze negative. Così possiamo ripeterle all'infinito e avere lo stesso risultato altre mille, duemila, diecimila volte.
Insistiamo diabolicamente, nella strana convinzione che modificando una sola variabile dell'esperimento il risultato sarà differente.
Così in tutto.
Come in amore. E anche qui torno ai miei classici (orrore e amore, che siano parte di una sola cosa?).

Perché non impariamo mai dai nostri errori e tendiamo a ripetere la medesima modalità relazione dopo relazione. Comunque vada. Anzi, peggiorandola a volte. Non tenendo presente che abbiamo di fronte persone diverse e che magari per ogni persona c'è un modo diverso di interagire per instaurare un rapporto decente.

Ma noi no, caterpillar. Ci piace un'idea di relazione e vogliamo appiccicarla alle persone con cui stiamo. Ci piace quell'idea e proviamo a ripeterla finché non sarà esattamente ciò che vogliamo. Per poi magari fallire ugualmente per una variabile differente dalla volta prima.
Nella scelta dei partner, nel comportamento che teniamo, nel mostrarci diversi da ciò che siamo pur di farci accettare...
Un po' come tentare di avere un bambino per incastrare un/una fidanzato/a, anche fingendo, per poi tentare di avere un bambino per salvare un rapporto, cosa che "ai miei tempi" accadeva spesso.
Usiamo giochetti, piccoli inganni, strategie. E roviniamo tutto, spesso.
Tutto perché "la volta scorsa ho aspettato troppo, ma con Rachel sarà diverso".

Invece di fare la cosa saggia ed evitare la catastrofe.
Perché appunto siamo tutti diversi, reagiamo a cose diverse, abbiamo paure e desideri simili ma non uguali. Abbiamo un passato che è inciso nella carne. Abbiamo bisogni differenti.
Quello che per un po' ha funzionato con qualcuno, non necessariamente funzionerà con noi.
Forse basterebbe non ripetere gli schemi, non fare ciò che ci si aspetta da noi (ciò che ci aspettiamo da noi stessi) e non cadere in trappola. Per non essere ottusi e infelici.

Siamo davvero condannati a ripetere sempre gli stessi errori?