4.10.12

Sussurri

I sospiri sopiti riemergono,
violenti e reali,
nel gemito d'amore.
Come sentimenti
un tempo nascosti
diventano infine reali.
Nuovi desideri,
la visione di corpi,
e svariati colori sulla pelle.
E una tazza calda
che sfiora
labbra rosse.
Piedi nudi camminano
tra polvere e veli
mentre fuori arde il sole.
La tenda spostata
rivela l'arte
e uccide la morte.
Sorrisi e sussurri,
il giorno
che segue la notte.

1.10.12

Sole, cuore, amore...

Che la vita è strana...
Da qualche tempo non riesco a scrivere di mostri. Non li sogno, non ci penso e non mi viene nulla quando mi piazzo lì con la tastiera. Dita immobili o veramente impacciate. E dire che il romanzo ora noto come J&J (ma che avrà altro titolo) a me piace molto e non solo a me. Ma non ce la faccio.
E nemmeno a modificare il tascabile, cosa che faccio con lentezza visto che non sono abituata a riscrivere nulla - mai fatto nemmeno un tema in brutta in tutta la carriera scolastica.
Non posso dire di essere contenta, mi sembra di non riuscire mai a concludere molto.
Ma ho preparato il romanzo - quello solito - per il Premio Calvino, ho lavorato un poco qua e un poco là, ho inziato a dipingere in modo leggermente diverso, e ho inaspettatamente iniziato una storia nuova completamente diversa dal mio solito. Una storia dolorosa e intensa (non me lo dico da sola, giuro), ma una storia d'amore. Non che non ci sia amore nelle storie che scrivo, c'è sempre. Ma di solito è un amore più cattivo, aggressivo, a volte confuso.
Invece qui no. Una storia delicata. Come non mi è mai passato per la testa di scrivere. E la sento, e le parole vengono da sole, senza sforzo alcuno, come è giusto che sia. Come mi succede quando qualcosa funziona. Come è successo per le prime 300 pagine di J&J e del tascabile, come è successo per i 212mila caratteri (130 pagine circa) del romanzo in partenza per il Calvino.
E mi sento più delicata io, in un certo senso. E ho voglia di cantare, tanto che giovedì sarò a una lezione di prova per riprendere il lavoro alle corde vocali dopo anni. Non so dove mi porterà, credo da nessuna parte, ma mi divertirò una volta tanto.
E non so che altro dire se non che mi sento orribilmente bene.

21.9.12

Sembra

In questo periodo sembra che io non abbia nulla da dire. Invece a volte ne ho fin troppo e non so da dove cominciare, quindi non scrivo e prendo pochi appunti su quello che mi accade, per poi elaborarli e decidere che li posso usare. Ho una grande energia che sta spingendo per uscire e ancora non riesco a canalizzarla. Questo mi preoccupa, come sempre. Perché l'energia è al contempo creativa e distruttiva e quando sono così tendo a esagerare con tutto. Non dormo, sono stanca, nervosa, aggressiva e avrei voglia di mandare a quel paese il mondo intero.
Eppure allo stesso tempo sto dipingendo, scrivo e mi sento meravigliosamente.
Forse avrei bisogno di un bel giro di psicoterapia...

19.9.12

L'uomo con la cicatrice attraversò lo spiazzo senza guardare. I capelli appena scossi dal vento, lo sguardo deciso, i jeans un poco lenti sul fondoschiena e una maglietta rosso fuoco tirata sul torace ampio e stretta sui bicipiti. Stava andando a parlare con quell'uomo seduto al bar da oltre un'ora apparentemente perso nei suoi pensieri, ma attento a ogni movimento dei dintorni. C'era qualcosa di
losco in lui, come una patina d'unto che si portava dietro senza aver mai saltato una doccia.
Senza esitare un istante, l'uomo con la cicatrice si mise a sedere sulla sedia accanto all'altro, chinandosi su di lui per trasmettergli il messaggio che era venuto a portare. Poi riprese una posizione normale, fece spuntare da chissà dove un pacchetto di sigarette e se ne accese una, il tutto prima che il cameriere del bar si accorgesse di lui. Ordinò un caffè, attendendo una risposta dal suo interlocutore.
Niente zucchero, un sorso amaro e potente prima di andarsene. L'uomo venuto dal mare aveva dato la sua risposta. Era un no.

16.9.12

Beat it, no one wants to be defeated...

La ragazza dall'anima nera era soggiogata dalla luce dell'amica. Lei sembrava così forte, selvaggia e libera, così vera, che nulla reggeva il confronto. Era facile abbandonarsi alla risata dell'amica, sentirsi a casa e amata. Vedeva Taffy come una forza della natura, l'amica con cui condividere ogni cosa, quella che l'avrebbe salvata dai suoi demoni.
Era un bel pomeriggio, un caldo e soleggiato giorno di Giugno. Non che avessero il modo di vedere l'esterno, chiuse nel grande teatro della città ad aspettare l'ora del saggio mangiando patatine e schifezze sedute tra le prime file della platea. I capelli già legati e sistemati per lo spettacolo. Dovevano solo aspettare e lo facevano ridendo. Era il saggio di danza Jazz, quello meno impegnativo e più scatenato. Quello in cui avrebbero urlato in scena e finto di essere bad girls.
Aspettarono la chiamata, rientrarono dietro le quinte e si sistemarono al fondo del retropalco dopo essersi truccate pesantemente occhi e bocca. Laggiù, tra ballerine che riscaldavano i muscoli e ragazzi in attesa di entrare in scena, passarono in rassegna i posti liberi e scelsero di andare là dove era più pericoloso e divertente andare: accanto al motociclista che sarebbe entrato in scena con loro insieme alla sua custom rosso fuoco, bassa, lunga e pesante. Lui, un culturista con lunghi capelli neri e mossi, era amico di una compagna di corso. Una decina d'anni più vecchio di loro, non un vero biker se non per la moto che aveva con sé. Mentre aspettavano il loro turno, le due ragazze cominciarono a giocare con lui, flirtando in modo scherzoso e facendo battute più o meno pesanti per provocarlo. Lui sembrava frastornato e divertito.
A un tratto, la rapida e solare Taffy si lanciò incontro all'uomo baciandone le labbra con un gesto rapido, per non farsi fermare. L'uomo sorrise e per risposta si precipitò a baciare la ragazza dall'anima nera, che stava leggermente distante per lasciare spazio all'amica.
Un bacio a labbra chiuse, semplice e veloce. Una risposta al sole verso l'ombra.
Taffy si fece indietro ridendo. Poi ballarono. Gridarono e si azzuffarono in scena per lui. Ma per qualche bizzarro motivo lui aveva scelto l'anima nera che non lo avrebbe amato.
Sotto ai riflettori, i flash del fotografo bloccarono l'istante per sempre. La mente delle ragazze lo fecero diventare il loro "evento", la sera da ricordare per tutta la vita. Senza contare i baci rubati e scambiati dietro alle lunghe tende nere del teatro. Erano belle, giovani e vivaci. Avrebbero fatto del mondo il loro palcoscenico.
Forse...

Lacrime

C'è stato un tempo in cui non piangevo mai.
Mai per la cosa giusta, almeno. Piangevo di rabbia, per capricci da bambina, per un compito non riuscito bene. Quando ancora i compiti li facevo.
Non ho pianto quando è morto mio nonno, anzi, ero contenta per lui. Non ho pianto quando è mancata mia nonna, due mesi dopo. Ed è stata la persona che mi aveva cresciuta mentre mia mamma lavorava.
E mi trovavo a piangere per cose inutili, sapendo che non era per quello che avrei dovuto piangere, sentendomi diversa ancora una volta, perché incapace di dare il giusto peso alle cose.
Non so se fosse una reale incapacità di farlo, sicuramente dentro di me il dolore c'era, e forte.
Ma le lacrime hanno imparato la loro via e a un certo punto della vita ho permesso alle mie emozioni di uscire in qualsiasi momento. Piangere è diventato un aiuto, uno sfogo, un piacere.
Mi spiace per chi non lo sa fare, per chi pensa che sia segno di debolezza. Mi spiace per chi non permette alle proprie emozioni di uscire e blocca la sua stessa vita in un dolore silenzioso. O in una gioia muta.

11.9.12

Narciso, o la causa dell'amore

Mi chiamava Paul, come fossi un maschio. Non avevamo niente in comune, apparentemente.
Ma ha letto le mie poesie, tutte. Ha ascoltato la mia storia e s'è innamorato di me. Follemente, come mai gli era capitato. Un sentimento forte, difficile da comprendere e da dominare.
Una questione di viscere che si contorcono, di budella.
Ma non avevamo in comune abbastanza, o forse troppo.
Lui aveva visto il mio dolore e di quello si era innamorato. Della donna che aveva sofferto, che ispirava tenerezza, affetto. Aveva visto solo quello e l'aveva riconosciuto come se si fosse specchiato.
E siccome io ero una versione migliore di lui di quella sofferenza ha pensato di amarmi. No, mi ha amata. Senza vedere tutto il resto di me, solo avendo riconosciuto in me i suoi stessi dolori.
Non è la prima volta che mi capita di notarlo.
Come se ci innamorassimo di quella parte di noi stessi che vediamo riflessa nell'altro. Colpiti da quel fulmine che già colpisce il nostro cuore da sempre. Il nostro dolore, il nostro modo di sentire, di amare, di desiderare di essere amati. Ecco, e se ci innamorassimo veramente di noi, in fondo, non correremmo il rischio di affogare cercando nell'altro noi stessi?