16.9.12

Lacrime

C'è stato un tempo in cui non piangevo mai.
Mai per la cosa giusta, almeno. Piangevo di rabbia, per capricci da bambina, per un compito non riuscito bene. Quando ancora i compiti li facevo.
Non ho pianto quando è morto mio nonno, anzi, ero contenta per lui. Non ho pianto quando è mancata mia nonna, due mesi dopo. Ed è stata la persona che mi aveva cresciuta mentre mia mamma lavorava.
E mi trovavo a piangere per cose inutili, sapendo che non era per quello che avrei dovuto piangere, sentendomi diversa ancora una volta, perché incapace di dare il giusto peso alle cose.
Non so se fosse una reale incapacità di farlo, sicuramente dentro di me il dolore c'era, e forte.
Ma le lacrime hanno imparato la loro via e a un certo punto della vita ho permesso alle mie emozioni di uscire in qualsiasi momento. Piangere è diventato un aiuto, uno sfogo, un piacere.
Mi spiace per chi non lo sa fare, per chi pensa che sia segno di debolezza. Mi spiace per chi non permette alle proprie emozioni di uscire e blocca la sua stessa vita in un dolore silenzioso. O in una gioia muta.

11.9.12

Narciso, o la causa dell'amore

Mi chiamava Paul, come fossi un maschio. Non avevamo niente in comune, apparentemente.
Ma ha letto le mie poesie, tutte. Ha ascoltato la mia storia e s'è innamorato di me. Follemente, come mai gli era capitato. Un sentimento forte, difficile da comprendere e da dominare.
Una questione di viscere che si contorcono, di budella.
Ma non avevamo in comune abbastanza, o forse troppo.
Lui aveva visto il mio dolore e di quello si era innamorato. Della donna che aveva sofferto, che ispirava tenerezza, affetto. Aveva visto solo quello e l'aveva riconosciuto come se si fosse specchiato.
E siccome io ero una versione migliore di lui di quella sofferenza ha pensato di amarmi. No, mi ha amata. Senza vedere tutto il resto di me, solo avendo riconosciuto in me i suoi stessi dolori.
Non è la prima volta che mi capita di notarlo.
Come se ci innamorassimo di quella parte di noi stessi che vediamo riflessa nell'altro. Colpiti da quel fulmine che già colpisce il nostro cuore da sempre. Il nostro dolore, il nostro modo di sentire, di amare, di desiderare di essere amati. Ecco, e se ci innamorassimo veramente di noi, in fondo, non correremmo il rischio di affogare cercando nell'altro noi stessi?



8.9.12

Perle



Se solo il corpo
non avesse peso
e gli occhi non sentissero il bisogno
di riconoscere beltà
nel riflesso di uno specchio,
saremmo amanti
persi nei sogni
e nelle immagini
che le nostre menti,
all'unisono,
ci donano.
Se potessi dire amore
senza che ciò
significasse materia
non avrei più limiti
e nemmeno paura.
Ma ne ho.
Tutta questa libertà
persa nel solo nero
dei tuoi occhi
pesa più
di una galassia
di perle di mare.


5.9.12

Lost in Pennabilli

Che poi, una s'immagina di venire abbandonata in autogrill, appena uscita dal bagno dopo una interminabile coda - perché si sa che il bagno delle donne ha sempre uno strano affollamento, strano perché è altresì noto che le donne vanno in bagno in coppia... - invece...
Tornando da un breve viaggio e passando dalla Romagna per motivi cultural-personali del nostro maestro finiamo in pellegrinaggio a Pennabilli, paesino arroccato in cima a un cucuzzolo, circondato da colline e rocce di colori caldi e secchi della fine di agosto. Siamo qui per visitare la casa di Orazio della Penna, cappuccino del 1700 che ha svolto buona parte della sua missione in Tibet e che ha redatto il primo dizionario tibetano-latino. Non solo, siamo qui per Tonino Guerra, poeta, amico del nostro maestro fin dalla gioventù e recentemente scomparso.
Pennabilli è un piccolo angolo di paradiso, almeno visivamente parlando. A ogni angolo c'è qualcosa di meraviglioso che spunta, che s'intravede, che si manifesta o che semplicemente immagini essere lì. Perché magari non lo vedi. Stradine in salita lastricate di pietra, fotografie e quadri appesi alle pareti esterne dei palazzi, piante di Bignogna che si arrampicano ovunque. Una visione.
Tanto che non sai quale angolo fotografare e li fotografi tutti come una cretina, per poi dirti... "ma che cavolo mi fotografo le vie?"
E mentre noi cinque vagavamo col naso in aria, tra la casa del frate e il negozietto con i souvenir del poeta, meraviglioso anche lui, il nostro tempo passava. E il disco orario scadeva.
Così ci siamo divisi, i proprietari delle auto a cambiare il disco orario mentre il maestro, la bionda, il cane e io siamo rimasti sulla piazza della chiesa, in un angolo all'ombra accanto alla fontana dalla forma ad anfiteatro, alla proloco e al museo di calcolo matematico. Poi la bionda ha portato via il maestro, in cerca di un bar.
Io resto lì, tipo agente di collegamento della CIA tra le due squadre - ovviamente per ordine del maestro...
Passa il tempo. Scatto fotografie a ogni angolo da ogni prospettiva, mando un paio di sms alle amiche, mi godo il fresco e la visuale. E il tempo passa. Mando un sms all'amica che mi manda abbracci ogni mattina e le manifesto l'impressione di essere stata abbandonata. Passa altro tempo e finalmente un volto noto mi compare davanti.
"Cosa fai qui da sola?" mi chiede.
"Aspetto voi."
"Ah, ma noi siamo al bar!"
"Come, voi siete al bar... Tutti e quattro?"
"Eh, sì..."
"Ah, beh. E dirlo?"
"Eeehh..."





Appunto. Dimenticata. Almeno il posto era bello. Molto bello. Da tornarci.

25.8.12

Su come è facile confondersi e confondere

Ci sono sempre di mezzo le dannate aspettative.
Il desiderio di compiacere, la paura di perdere, la voglia di possedere ci fanno imprigionare la persona in qualcosa di statico tanto che quando il sogno finisce ci rendiamo conto che la persona per cui provavamo mille emozioni è più distante da noi di quanto potessimo immaginare. Differente in ogni cosa per cui l'abbiamo amata, sofferente se a noi fa comodo, indifferente se non risponde a bacchetta al nostro richiamo.
Quanto siamo contorti noi umani. Non solo con gli amati, ma con chiunque ci capiti a tiro siamo capaci di aspettarci che rispondano ai fatti o alle parole nel modo che si confà al ruolo che noi gli abbiamo assegnato. Che non è il loro, che non è quello che hanno scelto e che soprattutto non è definitivo.
Quante volte ci capita di conoscere una persona in un momento particolare della nostra e della sua vita, momenti che si incrociano per un destino sconosciuto e che possono legarci per sempre, come allontanarci. Se anche solo una settimana, un mese, un giorno, quella persona ha un umore differente già ci crolla l'idea che avevamo di lei.
E se capita di innamorarsi e di idealizzare l'altro tanto da renderlo quello che noi vogliamo, capita anche di diventare per breve tempo noi stessi ciò che vuole l'altro senza per forza mentire, ma solo adeguandoci al momento. Poi le cose cambiano, ma nella mente dell'altro noi restiamo uguali e nella nostra mente l'altro ci sembra strano. Ci sembra non capire.
Così a me capita spesso che se mi metto a scherzare poi non mi si prenda più sul serio, o che siccome spesso sono seria non si capisca quando scherzo. Non si capisce quando sto male e quando semplicemente sono di cattivo umore, quando desidero una cosa e quando ne farei a meno.
Eppure a me sembra di essere sempre la stessa persona. Nè più, nè meno del giorno prima.
E non lo sono, pur essendolo. Ma...
Se è così vero che "tutto scorre", perché non imparare a riconoscere l'altro anche quando non rispecchia l'immagine che avevamo di lui? Perché limitarsi a vederlo diverso? Perché non accettare che anche se un tramonto è pur sempre un tramonto, ogni sera avremo una versione differente e irripetibile di tramonto che abbiamo il dovere di assaporare come fosse l'ultimo.
Eliminare le etichette e lasciarsi andare all'imprevisto. Demolire le aspettative, lasciar morire le cose più belle e cominciare ad apprezzare quelle più brutte. Assaggiare la vita invece di chiuderla in teche di vetro e ammirarla da lontano.

15.8.12

Mi serve solo il tempo, ora.

In questa vacanza le cose hanno iniziato a prendere forma.
Sebbene io sia ufficilamente in ferie dal 3 sera è solo ora che comincio a sentire un minimo l'effetto della cosa. Sono stati giorni intensi, devo dire. Compleanno a parte, la prima settimana è stata faticosa come se non avessi mai smesso di lavorare. Pensieri, idee, programmi e progetti che si accavallavano nella mia mente senza darmi tregua. Senza avere una soluzione.
Poi è arrivata Monica col suo pupetto e nel semplice parlare di questo e di quello son diventate chiare più cose. Il cambiamento che sentivo arrivare è in atto, non c'è niente da fare. Tocca prendere il coraggio a due mani e lanciarsi seriamente nelle cose che amo. Perché non posso più relegarle solo a quei pochi minuti o ore setimanali che ho liberi da altri impegni che mi massacrano la vita.
Devo donare al mio "talento" il tempo che merita, o mi lascerà stremata dai troppi pensieri non agiti. E se ciò ha un costo devo smettere di aver paura di sacrificare qualcosa del mio modo di vivere ora.
Se non si è disposti a morire, non si può vincere. Lo dicevo un po' di tempo fa.
E le idee hanno cominciato a prendere forma, più forme, a dire il vero. Tante cose che voglio far emergere da qui dentro, perché è ora.
Intanto sto lavorando a un progetto alternativo/secondario ma interessante, che lascia sbocco a progetti che non riuscivo a inquadrare e che invece ora hanno un senso (tocca solo riadattare tutto e via); sto seguendo un consiglio (cosa che di solito evito come la peste) riguardo al romanzo della serie "intimistica" che non trova editore, ma che lo troverà presto; sto terminando il fantahorror che piace tanto alla mia minieditor che di solito schifa i romanzi di genere e invece si trova a scalpitare perché lo finisca.
Mano a mano che lavoro mi viene ispirazione per migliorare, sistemare, cambiare, piazzare, offrire le cose che ruotano intorno a questi progetti. Quello che mi serve è il tempo, ma se tutto funziona come stiamo programmando il tempo ci sarà per fare tutto, a partire da queste vacanze. Ho solo, tecnicamente, dieci giorni per finire quello che ho iniziato.
Poi, una vita davanti.