24.2.22

Quel che non ti fortifica ti uccide...

 



Sì, lo so, dovrebbe essere il contrario.

Ma non siete stanchi di dover essere forti a ogni costo? Di dover dimostrare che qualsiasi cosa succeda reggete il colpo? Che non solo state in piedi nella tempesta ma che quasi quasi come il tenente Dan di Forrest Gump vi arrampicate sulla cima dell'albero per mostrare il dito medio al Creatore?

Beh, io sì. Da tempo.

Tutta questa smania di essere superiori, sempre pronti, sempre giovani, performanti, col fisico giusto, con la mente sempre tesa all'obbiettivo, resilienti e anche un poco grati se la vita ci ha preso a randellate sui denti io non la reggo. Alla fine è un dover sempre essere qualcuno che non si è, un doversi negare i momenti di dolore, di debolezza, di paura per dimostrare al mondo (ma sotto sotto siamo convinti che serva pure a noi avere una mente sempre concentrata su quello che vogliamo ottenere) che ce la facciamo.

É che poi diventa difficile essere sé stessi così. E che forse al mondo non importa un fico secco se ce la facciamo o meno, se esistiamo o meno. Se ci godiamo il viaggio o siamo lanciati in una folle corsa verso la morte (che alla fine è lì che andiamo, comunque) come il treno Blaine della saga della Torre Nera di King (appare in "Terre Desolate" e nel mio preferito "La Sfera del Buio"). Who cares?

Che poi è vero che ciò che non ti ammazza ti rende più forte ma chi è tanto scemo da dire "guarda, in vita mia ho preso solo mazzate e vedi come sono tosto"? Io, almeno, di tante mazzate avrei fatto volentieri senza. Sì, sono ancora qui e ho il mio bel caratterino  - ma ce l'avevo già da piccola e sono sicura che sarei stata simpatica lo stesso - e di certo non sono morta ma giuro che le mazzate qualche conseguenza la lasciano. Come le piccole sofferenze o i disagi prolungati nel tempo, le situazioni che non riusciamo ad affrontare o che fingiamo di sostenere benissimo (non importa se lo facciamo con gli altri o solo con noi stessi, alla fine tutto lavora dentro allo stesso modo), le arrabbiature e le umiliazioni. Che già ce ne sono tante di piccole cose che possono guastarci il viaggio, di quelle grosse purtroppo ce ne capitano ma ben venga il poter affermare: "sto di merda".

Quando ho iniziato la terapia ho passato le prime sedute a raccontare la mia vita alla psicologa. Lei ha preso appunti, ha aspettato che tirassi fuori gli eventi (avremmo discusso dopo di come mi faceva sentire ciascuno e degli effetti collaterali che ancora mi porto dietro a strascico) per poi dirmi: "caspita, lei ha vissuto in una vita sola il triplo delle cose che di solito vivono i miei pazienti, mi stupisco che sia anche un minimo equilibrata" (e al tempo non lo ero granché). Ecco, io ho fatto un po' da punching ball per tutta la vita e a forza di mazzate qualche neurone mi si è rintronato. Certo, non sono morta ma sono in analisi da una vita e ancora oggi mi rendo conto di quanto ogni evento abbia condizionato quelli successivi, in certi casi in modo disastroso, in altri solo un tantino bizzarri.

Non voglio fare elenchi, ognuno di noi ha passato i suoi guai ma credo che il continuare ad affrontare la vita gridando "Questa è Sparta" quando dentro siamo in grado di sopravvivere giusto a Gardaland sia dannoso per la salute. E sì, quel che non ti uccide ti fortifica, ma a furia di sanguinare muori ugualmente. Forse è meglio proteggersi il più possibile (e si può fare vivendo qui e ora e non proiettati in un qualcosa che forse non ci sarà mai o che non sarà mai più) e coltivare quel minimo di saggezza e consapevolezza per rendersi conto delle ferite che sanguinano e farsi curare in tempo.


15.2.22

Cineteca personale - 1

 Vi capita mai di ricordare scene di film all'improvviso come ad Ally McBeal capitavano quelle buffe visioni? Quelle cose che creano collegamenti con ciò che state facendo e ve lo rendono lieve almeno per un po'?

Immagine: SkyTg24

Sono cresciuta guardando e riguardando film fino a impararli a memoria, ossessivo compulsiva anche in questa mia passione, consumando decine di VHS vergini per registrare ogni cosa mi piacesse e facendolo senza programmazione ma togliendo ogni interruzione pubblicitaria nel frattempo.

Ho amato il cinema fin da piccola, come i libri e come la musica, e in fondo come ogni manifestazione artistica. Certo i professori all'università mi hanno sempre accusata di guardare solo film stupidi un po' come alle superiori mi dicevano che leggevo solo schifezze ma intanto leggevo e guardavo film di ogni tipo e credo sia stato tempo speso molto bene.

Credo di aver già raccontato più volte di quanto ami "Guerre Stellari" e di quante volte sono riuscita a trascinare al cinema i miei familiari nel 1978 per rivederlo fino alla nausea. Non voglio però parlare di questo o di una ipotetica lista di film della vita, a dire il vero non ne ho nemmeno una. 

Mi è successo la settimana scorsa di pensare all'insonnia della notte precedente e di tornare con la mente a questa scena qui. A quel "tu doo doo - doo" sempre più nevrotico di Debra Winger e al balletto in accappatoio di Robert Redford, avvocati insonni in "Legal Eagles" (tradotto in Italia con un improbabile "Pericolosamente Insieme") che tanto mi hanno fatto ridere alla fine degli '80. Credo di aver consumato la cassetta, insieme a mia sorella, ripetendo battute e imprimendo le faccette della Winger nella memoria. E riconoscere sotto a questa scena un altro dei miei film preferiti: "Singing in the rain" con il bravissimo Gene Kelly.

Non è tra i miei preferiti, quindi perché parlarne? Perché gli spunti per sorridere arrivano da qualsiasi fonte, volendo, e anche quelli per ragionare. La storia è ben congeniata, il cast è ottimo e ben affiatato, insomma perché no? Il regista Ivan Reitman è scomparso giusto poco fa e se avete riso con "Ghostbusters" potete sorridere con questo legal thriller a sfondo romantico con una strepitosa - come sempre - Daryl Hannah a fare da contorno.

Io son venuta su a pane e Freddy Krueger, ma non solo di horror e di fantascienza si campa. 


11.2.22

Tersicore

 Io ero.

Semplicemente, senza fronzoli o sovrastrutture. Giovane, sognatrice, decisa. Ero tutto e ho usato ogni briciola di ciò che ero per essere ancora, e ancora, eterna.

foto Wallhere.com


Assorta in un sorriso di ciglia scure, stretta in un abbraccio senza fine, aggrappata a quella casa che sentivo nel cuore. Ero. Persa in milioni di balletti mai ballati, presa dalle immagini dei sogni. Ero.

Cantavo forte e scrivevo parole e corpi insieme. Forte della mia forza unica, passione. Ero passione, sempre. Giorni, notti, ore, anni a bruciare. E cantare bruciando. E bruciare danzando, per poi rinascere il mattino dopo.

Ed ero terrore, dolore, sangue. Ero la vita tutta. E la morte. E avevo lacrime e risate colme di gioia e pensieri folli, torbidi, veri. Ero io. Sempre.

Passo dopo passo, giorno dopo giorno, sogno dopo sogno. Come fosse respirare, la mia danza. Lo era, in ogni cosa. Come io ero.

Avevo.

Musica, sogni, visioni, luci, colori, parole, la pelle pitturata e nuda. Avevo desideri urgenti, avevo voce e volevo usarla. Avevo poesie e mitologie potenti, e la magia, e tutto attorno. E il mondo ai miei piedi. E non erano importanti il sangue, le ferite, le parole pesanti e tutto il male del mondo. Brillavo.

Ero viva. Dentro a una ragazza che sognava di volare. Ero Tersicore.

31.12.21

Questa non è più camera mia - parte terza - discorso di Capodanno

Poi succede che improvvisamente ti trovi alla vigilia di un nuovo anno e non hai nessuna voglia di fare bilanci, perché conti alla mano sono due anni quasi che non faccio altro che ricalibrarmi di mese in mese. L'anno scorso è stato in qualche modo più pesante del precedente ma in qualche modo è stato utile. 



Mi ero persa, nel tempo, per svariati motivi. Avevo smesso di parlare, di esprimermi. Ho smesso di ballare. Ho perso Cali, credo il colpo peggiore dell'anno anche se già lo sapevo dall'estate precedente. Ho perso i punti cardinali della mia vita per poi ritrovarne alcuni e ricominciare e ricostruire con basi nuove. Ho cercato di adottare un cucciolo e ora aspetto che arrivi una canappia adulta da un canile dell'Abruzzo. Ho detto tanti no - che non sono abituata - e ho intenzione di dirne altri quando sarà il caso, sapendo che ho vicino chi quei no li rispetta sempre. Non ho perso l'abitudine di osservare e decidere in base ai fatti, questo resta a mio favore anche se non discuto più le mie decisioni.


Ho riaccolto Tersicore, anche se non abbiamo ancora un equilibrio perfetto come avevamo un tempo; ho ricominciato a sognare, a vedere i corpi muoversi, a sentire la musica attraverso le immagini. Ho creato un pezzetto di coreografia per il saggio di pole delle mie amiche, ché per ballare è ancora presto. Ho di nuovo idee e voglia di ricominciare, anche se non so da dove perché ho perso il feeling e gli stimoli. Ricominciare fa male, resta sempre il fantasma di ciò che è stato e che in certi casi non ci sarà più allo stesso modo. I lividi, la fatica, il corpo che si deve abituare.

Ho scritto tanto, da ottobre a questa parte, rielaborando quel lavoro che da troppo avevo sospeso. E mi piace, finalmente. Ho avuto belle conferme e ne aspetto altre, anche se significa fare sul serio stavolta. Ho voglia di farlo, di raccontare le mie storie senza dover pensare ad altro.

Ho iniziato a chiamare col suo nome lo stupro, che finora ho sempre glissato sul termine pensando di renderlo più gentile. Ho capito che in alcune cose di gentilezza non ce n'è e che non fa meno male se fai finta che non esistano. E che è inutile nascondere cicatrici e non voler vedere i segnali.

La volta scorsa sono uscita ridendo dallo studio della mia terapeuta.

Ho capito che niente è come prima. Ora che tutto il mio mondo è praticamente raso al suolo io mi sento più consapevole, più libera e a tratti anche più felice. Questo mi ha insegnato quest'anno e mezzo di purgatorio: ridefinire i confini.

Inutile girarci attorno: sono cambiata.

C'era tutta una serie di priorità che ora non c'è più, una serie di persone di cui pensavo di non poter fare a meno che in qualche modo mi hanno dimostrato che posso benissimo, una serie di cose di cui non mi importa più una cippa.

Non sento urgenza. Non di evadere, non di fare, non di pubblicare, non di vedere, non di sentire, non di far vedere che ci sono, non di dimostrare che sono brava, non di ammazzarmi di fatica per niente. 

Ho trovato che non voglio limiti posti da altri, che non voglio essere imbrigliata dalla visione che altri hanno di me, che ancora non voglio adeguarmi. Che non sono una cosa, non una scommessa, non una persona da salvare, non una che si deve accontentare. Che non ho voglia di inseguire qualcosa, nemmeno un sogno. Che non voglio essere sistemata e infelice.

Che ho voglia di prendermi cura di me, anche solo scegliendo cosa mi rende felice, anche se può sembrare egoista. Che ho voglia di accettare chi sono anche se non sono come vorrei. 

Che questo mondo si muove in un modo che a me non piace e che non ho nessuna voglia di adeguarmi ancora, a costo di perdere in simpatia e popolarità.  Non sono più asociale di prima, ammetto di sentirmi meno tollerante ma non mi interessa trovare colpevoli in giro. Che ognuno continui a pensare ciò che vuole, ad agire come vuole, ad arrabbiarsi inutilmente. Io mi tiro fuori. Questa non è più camera mia, forse non lo è mai stata. Quindi, ecco. Vado nella mia, almeno lì ci sto bene.



28.11.21

Ballerine - singolare femminile 8

 "Le ballerine sono tutte puttane".

Questo mi ha detto mio padre quando, a tredici anni, gli ho detto che volevo fare un corso di danza professionale. Tutte, punto. Un dogma.

Io, che all'epoca mi sentivo già "ballerina inside", quel termine me lo sono attaccato addosso e me lo sono portato dietro come si fa con ogni delicato insegnamento di mamma e papà. Non che ci credessi, davvero, ma mi ha aperto gli occhi sul tipo di considerazione che potevo aspettarmi dal mondo.

Ed è inutile stare a spiegare che danzare per mestiere è la cosa più dura e difficile del mondo e che ci vuole una passione immensa per non mollare, ci vuole autostima per non crollare, ci vuole tanta rabbia, sacrificio e forza di volontà. Le ballerine sono facili, sorridono, hanno questa predisposizione alla fisicità, sono esibizioniste, sempre svestite. Sono, forse, un po' più libere di altre?


Questo mi è tornato in mente mentre ieri guardavo un post su Instagram di una mia conoscente che di mestiere fa la pole dancer. Leggere le decine di messaggi di insulti che riceve a ogni video che pubblica mi ha dato il voltastomaco. Uomini, vabbè uomini, ma anche donne che le danno della puttana solo perché ogni giorno fa il suo lavoro: balla e insegna, tutto qui. E porta avanti una battaglia che ci coinvolge tutte, non in quanto ballerine ma in quanto donne. A leggere i commenti che ha riportato con tanto di screenshot nel suo post mi è venuta la nausea. Mi sono vergognata per loro, per tutti quegli utenti che nascosti dietro al loro pc pensano di poter dire la qualunque a chi vogliono. Inutile denunciare, tempo perso si sa. Un po' come quando ti stuprano e la colpa è tua. E certo.

Siamo nel 2021, accidenti. Il medioevo non è ancora finito? Possibile che non abbiano altro da fare che insultare la gente? Possibile che anche le donne si mettano a spiegare che certo, se fai video in cui balli con quei tacchi e apri le gambe in quel modo... Io davvero non ho mai visto fare spaccate dai ginnasti tenendo le gambe chiuse, perché mai dovrebbe farlo una ballerina? E cosa dovrebbe fare una donna nel 2021? Ballare no, si è capito. Forse dobbiamo stare a casa a fare piccoli cuccioli d'uomo per poi educarli a insultare altra gente?

Sono arrabbiata. Ho sempre pensato che molto del "potere" del patriarcato derivasse da una falla educativa, dal fatto che a forza di roghi e inquisizioni ci abbiano convinte a farci la guerra tra noi per averne un vantaggio. Insomma, lo fanno con tutto il resto...

Ogni volta che penso di non valere abbastanza vedrò un'altra donna come rivale e insegnerò a chi ho accanto che lei è "brutta e cattiva" mentre io no. Un gioco che ci hanno abituato a fare, così ce ne stiamo buonine lì a riverirli e a portar loro la cena in tavola mentre loro passano il tempo a dare della zoccola a una che manco conoscono ma che gli rode che non se ne stia zitta e buona a casa a far la maglia. Sono arrabbiata, perché ogni giorno ne vedo o ne sento una e mi sento svilita. 

Stamattina andavo a comprare il cibo per la mia gatta e un cretino stava in strada a masturbarsi cercando di attirare l'attenzione delle donne di passaggio. Ho letto oggi della pacca sul culo di un tifoso a una giornalista e della risposta idiota del suo collega dallo studio. Sento ogni giorno di violenze domestiche, di femminicidi, di molestie. E quando già vivi sotto assedio, perché sai che se il bus è affollato potresti trovarti uno che ti si struscia addosso o che ti tocca e non potrai fare quasi niente senza attirarti gli sguardi disturbati degli altri passeggeri  - perché è ovvio che sei tu che non vai bene - quando già vivi sotto assedio non puoi stare a pensare al resto.

Al fatto che sul lavoro ci siano uguali discriminazioni, vuoi di stipendio, vuoi di qualifica. Al fatto che i tuoi diritti vengono costantemente attaccati nel nome di ideali di un secolo fa o forse più, al fatto che tutte le battaglie fatte in passato non hanno risolto un accidenti e questo non è un mondo per donne. Senza andare troppo lontano. Qui, in Europa, paesi civili. Quelli che additano gli altri.

E mi chiedo quanta strada dobbiamo fare ancora se non possiamo dire "faccio la ballerina" o "sono una pole dancer" senza che scatti il risolino, o la battuta. Anche da quelli insospettabili, eh, nessuno esente. Perché non puoi mostrare il tuo corpo e non essere una poco di buono. Quanta strada se alla prima foto su Facebook arrivano i messaggi in privato "sei un'artista del palo", "come arrampichi bene", "tu sì che sai maneggiare"... Non è nemmeno da dire che anche se una fosse una stripper professionista non cambierebbe nulla. Sì, faccio la stripper, quindi? Mi devi insultare? Ti sto dando fastidio? Cosa, esattamente? Il nostro corpo viene usato continuamente per vendere prodotti, per attirare attenzioni e in mille altri modi, perché mai non dovremmo essere noi stesse a giudicare come vogliamo usarlo?

E, santa pazienza, in quale pianeta delle scimmie vi hanno educati se non sapete nemmeno cosa sia il rispetto per il prossimo e pensate di avere diritto di giudicare e insultare gente di cui però seguite i profili?


 


14.8.21

Favole - Singolare femminile 7

Come spesso capita con gli argomenti "sensibili", mi trovo a scrivere e riscrivere questo post senza riuscire a dire tutto esattamente come lo sento. 

Ero partita da un romanzo che ho letto di recente - ispirato a una vicenda di cronaca, che tratta di femminicidio - e dalle mille domande irrisolte che mi aveva lasciato in testa. Domande cui ovviamente non so rispondere e che riguardano il complesso rapporto tra i sessi e il problema culturale che coinvolge tutti noi. Il romanzo in questione è "Credi davvero (che sia sincero)" di Roberto Ottonelli e racconta la storia di Martina e Antonio dall'inizio a dopo il tragico epilogo usando con estrema sensibilità un punto di vista alternato tra i due protagonisti che da una parte rallenta la lettura e dall'altra forse concede spazio a una maggiore riflessione. Il romanzo è breve e si legge rapidamente, se vi interessa l'argomento lo trovate qui.



Al di là del romanzo, però, c'è una serie infinita di questioni, sfumature, reazioni. Da una parte è vero che per natura tendiamo tutti a semplificare, catalogare e suddividere le cose in modo da "controllarle" di più, dall'altra siamo martellati da un'informazione più morbosa che realistica che tende a rimetterci in pace con il mondo inquadrando buoni e cattivi e fornendo loro giustificazioni e alibi. Una forma di catarsi di cui probabilmente abbiamo bisogno per non soccombere all'idea che questo mondo sia incontrollabile.

Come siamo arrivati fin qui è difficile da comprendere, visto che ci sembra di vivere in un mondo civile. A me pare che i rapporti tra i due sessi - ma anche tra esseri umani se andiamo a guardare in profondità - siano andati peggiorando. Non voglio parlare ci colpe o motivi, comunque.



C'è che, comunque, ogni volta che ci si trova davanti a una vittima si cerca di capire perché quest'ultima non si sia resa conto di cosa stava succedendo nonostante gli avvertimenti di amici, parenti, le notizie che ormai ci arrivano addosso da qualsiasi media. A mio parere questo è uno degli innumerevoli modi di incolpare la vittima una seconda volta (lo stesso vale quando nei casi di violenza sessuale si sta a contare i centimetri di gonna indossata dalla vittima quasi fosse una questione di matematica) e di non valutare l'aspetto psicologico profondo che sembra unire vittima e carnefice in un gioco terribile. Per esperienza personale e per aver sentito e letto parecchio in merito, mi sono fatta l'idea che tra i due elementi che compongono una coppia "tossica" ci sia una complementarità inconsapevole e che entro un determinato limite fa funzionare la coppia ma il cui equilibrio non è sempre stabile e soprattutto, visto che le persone sono in costante mutamento, con il tempo tende a modificare le esigenze di ciascuno. 

Allo stesso modo, ogni volta che ci si trova davanti a un carnefice c'è la tendenza a ricercare un punto di origine per il sue essere "il male"; maltrattamenti, abusi, esperienze negative diventano una sorta di alibi che a volte creiamo per non accettare l'atto violento come parte dell'essere umano. Certo, l'omicidio è una cosa terribile e in un mondo civile non verrebbe mai in mente a nessuno di commetterne uno. In un mondo civile ed equilibrato, cosa che esiste solo nei peggiori film anni '50.

Le relazioni sono complicate. Sempre.

C'è da dire che fin da piccoli siamo tutti bombardati da concetti e ideali riguardo all'amore e alla coppia che sono tossici quanto alcune relazioni. Il pensiero di essere gli unici a poter rendere felice qualcuno, per esempio, o quello di trovare un senso alla propria vita solo avendo un partner; l'idea che tutto resti sempre uguale e che una volta stabilito un legame questo non possa cambiare; l'idea che le esigenze proprie e altrui resteranno immutate rendendo una relazione momentaneamente perfetta - perché al momento soddisfa le necessità di ciascuno - eterna. L'idea che in questa ricerca non si possa fallire, che le cose siano o debbano essere sempre come le desideriamo, che per mantenere questa stabilità occorra compiere sacrifici immensi, l'idea di possedere l'altro o di controllarlo (cosa che è ancor più evidente nel modo in cui viene concepito il corpo delle donne ancora oggi). Si tende a non tenere conto del fatto che in una coppia rientrano due persone con esperienze, caratteri, ideali, visioni, obiettivi diversi. Che non per tutti "coppia" significa la stessa cosa, che non per tutti è "il" punto d'arrivo di un percorso. Non si tiene conto del fatto che si cambia e che a volte ci si ritrova con uno sconosciuto al fianco, che pur amando qualcuno sia necessario a volte lasciarlo andare, che le necessità di un giorno non sono le stesse dieci anni dopo. Che non esiste "e vissero tutti felici e contenti" ma che da lì nascono mille percorsi diversi e difficili in cui possono esserci incomprensioni, liti. In cui a volte si scopre l'incompatibilità e bisogna porre un rimedio prima di essere infelici in due, o tre, o cinque.


Sono figlia di genitori divorziati e non c'è un giorno in cui non ringrazi - avendo vissuto da più grande il nuovo rapporto di mia madre con il suo compagno - per avermi risparmiato liti e musi lunghi quotidiani e per avermi fatto capire che si può smettere di amarsi e restare civili. Che si può iniziare una vita nuova senza "uccidere" nessuno. Che si può superare un rifiuto, che un rifiuto non implica una mancanza. 


Che non esistono le favole, ma che certe volte siamo tentati dal loro appeal. Che certe volte siamo stanchi, o deboli, o scoraggiati, o depressi, arrabbiati col mondo, soli, spaventati. Certe volte ci arrendiamo e ci lasciamo cullare dall'idea che esista davvero un paese lontano lontano in cui per una volta ci va tutto bene e vivremo per sempre felici e contenti. Questo è uno dei motivi per cui non ci rendiamo conto, o scivoliamo lenti nelle sabbie mobili di una relazione malata. Vogliamo crederci e scegliamo di non vedere che, avvolti nel nostro mantello rosso, stiamo andando a spasso nel bosco con il lupo cattivo...


Come al solito non ho detto tutto, non ho probabilmente reso l'idea. Ma almeno ci provo.



12.8.21

L'analisi illogica del testo 15 - Mondo cannibale

 Vi direte, ancora horror...

Vi dirò: in parte, ma mai peggio del mondo in cui viviamo.

Ho iniziato la prima quarantena con gli zombie. Da una parte erano già nell'aria (l'anno scorso ho dato il via alla visione di "Fear the walking dead") e pur non essendo mai stata un'appassionata del morto vivente in generale, alla fine come il buon Romero, trovo una certa somiglianza tra il mondo in cui viviamo e una qualsiasi storia di zombie. 


Restando per ora fuori dal testo, che horror non è, la visione di zombie che affollano il centro commerciale  o che vengono distratti dai fuochi d'artificio, l'idea di un virus arrivato da chissà dove che fa risvegliare i morti diciamo che può ricordarci la nostra attualità. Ora io non sono un'esperta di zombie, ho sempre avuto una certa predilezione per i vampiri, ma questi "cannibali" hanno innescato in me una serie di riflessioni. 


Il virus, la massa, le nostre abitudini, i comportamenti indotti da necessità e da abili manipolazioni, l'impossibilità di uscire da un circolo vizioso che ci lega stretti, il sistema consumista, i falsi miti. L'illusione di avere un potere decisionale, di poter governare la nostra vita come ci piace e non come siamo obbligati a fare fin dalla nascita. L'obbligo a stare nella media. Al nostro posto senza scalpitare, facendo il nostro dovere e godendoci il piccolo premio che ne deriva. Dagli zombi siamo passati a una sorta di "Matrix", in cui fungiamo da batterie umane che alimentano un sistema esterno, felici di stare nel nostro limbo. Allo stesso tempo mi è tornato in mente anche "Essi vivono" e la sua serie di messaggi subliminali volti a tenere a bada una società intera affinché sia produttiva fino a farla consumare. 



Certo, è il nostro sistema a renderci così. Necessario e inevitabile che si debba produrre e consumare, anche se la corsa ci costa più di quanto ci gratifichi. Più di quanto buona parte di noi possa farlo, almeno, mentre una piccolissima parte si gode i frutti del nostro lavoro. In questo ultimo anno ho come l'impressione che la forbice che distanzia le due parti si sia ingigantita e che la pandemia ci abbia impoveriti, spaventati e resi ancora più "schiavi" del sistema. Che non può cambiare senza stravolgimenti e che probabilmente non cambierà nemmeno stavolta, lasciandoci ancor più alla mercé dei pochi che hanno il potere di decidere per noi. 

Le immagini degli alieni del film di Carpenter, delle human factory di "Matrix" e quelle degli zombie messe insieme dipingono una parte della nostra realtà. La nostra evoluzione. Vittime di illusioni, di falsi dei e  pronti a divorarci l'un l'altro. Oggetti, prede, meccanismi.


Poi, finalmente, sono tornata a Sonmi.

Ricordo di aver guardato "Cloud Atlas" con lo stupore negli occhi. Il film, più che il romanzo da cui è tratto, per la sua trasposizione che ne semplifica la visione d'insieme. Ricordo l'immediata sensazione che dietro alle "mangerie" di Papa Song ci fosse lo specchio della nostra condizione. Non tanto in quanto cloni, ma più per il nostro destino - della maggiorparte di noi che lo si voglia o meno - di vittime sacrificali di un sistema. Nati per lavorare tanto quanto i polli da batteria sono nati per farsi mangiare. Illusi, continuamente imbottiti di stimoli a consumare, di modelli cui conformarsi, di ideali di uguaglianza e libertà che mai raggiungeremo. Siamo, come tutte le Sonmi, destinati a lavorare, a produrre, a consumare e poi a diventare inutili. Numeri, braccia, gambe, energie da spremere finché ne resta. Il premio, l'illusione di riceverne infine uno che valga la fatica, sembra venirci ricordato ripetutamente. Cose tipo "un giorno, se ti impegni, anche tu puoi diventare questo" se da una parte sono uno stimolo al miglioramento personale, dall'altra ci illudono che valga per tutti mentre è chiaro che le nostre fatiche non sono tutte uguali e che non necessariamente tutto si può ottenere solo con l'impegno. Ché a volte una botta di culo è necessaria, perché non siamo tutti uguali.

Allo stesso tempo, non solo siamo obbligati a lavorare come automi per reggere il peso del sistema non importa come - e le morti sul lavoro che si contano ancora e sempre ne sono purtroppo un segno - per i pochi che ne gioveranno di più - e la gestione delle grandi industrie negli ultimi anni, impostata più sul punto di vista dell'economia che della qualità (e del prodotto, e della vita del lavoratore) è cosa ben evidente - ma siamo indotti a una sorta di cannibalismo tra noi, come succede con le Sonmi che vengono ritirate a fine carriera. In una costante "lotta tra poveri", in cui siamo spinti a incolpare chi sta peggio di noi per ciò che a noi non arriva come se fossero loro a portarcelo via, siamo come cannibali che si nutrono dei propri simili senza accorgerci dei tizi che da sopra ai grattacieli ci osservano mangiando caviale e aragosta  godendo dello spettacolo manco fossimo gladiatori in un'arena. 

Non so descrivere meglio l'immagine che ho in mente della nostra società negli ultimi anni. Forse è sempre stato così e il mio software si è danneggiato solo ora permettendomi di vedere oltre. Forse ho inconsapevolmente inghiottito la pillola rossa di Morpheus - perché mai lo avrei fatto di proposito - e ora mi è più chiaro il mio ruolo di "non eletta" ma di semplice "forza lavoro" in un mondo in cui non ho alcun potere né possibilità di scegliere, checché se ne dica. 



Il volto di Sonmi 451 quando scopre che per tutta la vita si è nutrita letteralmente dei suoi simili mentre aspettava di poter ricevere finalmente la sua ricompensa dice tutto. E se è vero che tutto è connesso - e lo è - rendersi conto per tempo di ciò che stiamo facendo sarebbe decisamente meglio.