27.9.20

Inadeguatezza

Ho smesso di ballare, anni fa, perché all'improvviso mi sono sentita inadeguata. 

Non era questione di esserlo davvero o di quel che pensavano gli altri: di colpo lo ero. O mi ci sentivo, o comunque ho pensato che tutti quelli che mi avevano detto che non ce l'avrei mai fatta - e che io ho impiegato ogni energia a contraddire - di colpo avessero ragione. Probabilmente non l'avevano, perché dall'altra parte avevo diverse persone che mi dicevano il contrario, ma non è mai quello che pensano gli altri a fare la differenza. È solo che in un attimo è cambiato tutto, dentro di me.

Le motivazioni sono molteplici. Da una parte sicuramente è un problema di insicurezza che per un periodo è sparita sotto il controllo dell'adolescente incazzata che ero, tutta tesa a dar battaglia a un mondo che vedevo nemico e ingiusto. Quella ragazza decisa è sparita di colpo dopo un'esperienza disgustosa, rendendosi conto di non avere una corazza abbastanza dura, di non avere il controllo su niente, di non avere la natura di un caterpillar. Nel turbinio di pensieri confusi del momento, l'idea di non meritare il mio stesso sogno e anzi di meritarmi una punizione per aver osato tanto ha preso il sopravvento.

C'è anche il rapporto complicato con il corpo e con l'immagine che arriva dallo specchio. Facile sognare, ma ciò che poi ci torna rivedendoci è altra cosa. Ho sempre pensato al mio corpo come a una presenza ostile, un peso inutile, una zavorra che mi impediva di "volare". Questo anche quando non avevo problemi di peso o di cellulite. Il primo amore della mia vita - decisamente platonico - è stato il pattinaggio artistico su ghiaccio. Amavo la leggerezza che traspariva da quei movimenti, i costumi sospesi nell'aria e il vento tra i capelli... So che in realtà, come ogni cosa, pattinare, saltare e volare implicano uno sforzo muscolare non indifferente ma da bambina ero estasiata dall'idea di non avere un peso, di non avere limiti fisici o qualcosa che mi tenesse al suolo. Ecco, nella mia ansia di leggerezza il corpo è sempre stato un altro nemico e come tale mi si è spesso rivoltato contro. Le mie oscillazioni costanti, l'incapacità di gestire emozioni in modo consapevole, il desiderio - perché no - di farmi male. Ricordarmi che non mi piaccio, ogni tanto, fa parte del mio modo perverso di punire la mia imperfezione. Non mi sono mai concessa un errore e tutti quelli che ho fatto - non importa se per colpa mia o di altri - o che ho considerato tali, io li ho sempre pagati per auto-tassazione.

Allora sì, ho smesso di ballare perché ho commesso un errore e di colpo mi sono ricordata di quanto non fossi meritevole, di quanto avessero ragione i miei detrattori, di quanto fossero illusi o interessati i miei "fan" e di quanto fossi stupida e sporca. Inadeguata ai miei sogni.

Poi sono cresciuta.

Qualche anno fa ho incontrato la pole dance. Immagino che se qualcuno di voi mi segue da un po' già lo sappia. Sei anni, per la precisione. Anni in cui ho ripreso a lavorare "sul" corpo. Non solo per una questione di allenamento o di sex appeal, era una cosa più profonda che andava a toccare giù giù il punto esatto da cui partono le insicurezze. Capire, osservare il proprio corpo mentre esegue figure, mentre balla, un lavoro allo specchio e con altre donne, tutte diverse per fisico, età, capacità atletiche e artistiche. Dopo un paio d'anni stavo da dio. Davvero. Lezioni, saggi, esibizioni, gare... Una cosa che alcuni non avrebbero mai pensato e pur non essendo particolarmente magra o "figa", senza problemi.

È stata una palestra importante per l'autostima e, come per la danza, una vera a propria passione. Quasi una droga. Mi è servita in un momento di decisioni difficili, in un momento di crisi personale, lavorativa e in un certo senso esistenziale. Mi è servita molto, perché ha occupato i miei pensieri e il mio corpo mentre io "andavo avanti" e crescevo una nuova versione di me. In questa versione di me ho capito che non sono una nullità, che sono in grado di fare cose che non pensavo e che nonostante tutto - il mondo continua a non essere un gran posto, le delusioni esistono, gli ideali non salvano dall'avvento della realtà, niente è separato e niente è eterno così com'è - sono contenta di me. Lo sono.

Ma ancora una volta è successo qualcosa e io sono quasi tre anni che cerco l'errore. Improvvisamente, in questo mio nuovo e più adulto percorso, mi sono sentita inadeguata. 

Ero nella sala superiore del Female Arts Studio a Modena, a prepararmi per la mia ennesima gara. Una gara di exotic a cui si partecipa con selezione e a cui l'anno prima non avevo avuto accesso. Ero lì con una bella coreografia della mia insegnante Natalya Ryzhikh che mi aveva già fatto ottenere un settimo posto tra gli amatori in un'altra gara internazionale (Exotic Moon, una garanzia), quindi non particolarmente in ansia per l'esibizione. Chi mi conosce sa che non sono animale da competizione, di solito mi accontento di fare il mio pezzo al meglio e va come va. Ero pronta col mio costume, truccata e in fase di riscaldamento. Sola - in mezzo alle altre millemila concorrenti - con le mie borse e la valigia accanto. Ho alzato gli occhi allo specchio e in quel preciso momento ecco che è tornato il mio demone. Mi sono vista e mi sono sentita fuori luogo, sbagliata, quasi ridicola. Non perché più in carne di altre, non perché più vecchia o peggio truccata o che ne so. Chi frequenta le gare di exotic lo sa che è tanto spettacolo e che c'è di tutto un po', e soprattutto lì niente sembra eccessivo. Quindi, oltre al fatto che nessuno mi ha detto o fatto nulla che potesse farmi sentire così, non avevo nessun motivo per sentirmi in quel modo. Ma mi ci sono sentita. È stato un attimo, eh. Scacciato via il pensiero ho fatto tutto quello che dovevo ma una volta tornata alla mia vita normale la sensazione è rimasta. Fuori luogo, sbagliata, quasi ridicola. Poi ho iniziato a non guardare lo specchio, poi a non riprendere più le prove, poi a non gareggiare e non esibirmi, poi a sentirmi incapace di muovere anche solo un passo nel modo giusto. Non è reale, lo so. È tutto nella mia testa, ma mi sta bloccando e il desiderio di smettere ogni cosa si fa sentire. Come allora.

Solo che stavolta la conosco, la bestia. Sì, sto cercando di capire cosa abbia scatenato di nuovo questo meccanismo. Perché nel frattempo ho preso dieci chili, ho avuto una tendinite, ho mal di schiena, il soffio al cuore e avendo sospeso per infortunio ora al palo sono una ciofeca come avessi appena iniziato. E la tentazione di mollare è costante; la rabbia, il dolore, la sensazione di aver sbagliato tutto e ancora sbagliare... Può essere iniscurezza, in fondo ora sono una cinquantenne in un mondo di ventenni, può essere depressione, può essere un milione di cose ma non voglio smettere anche questa cosa. Perché smettere di ballare mi ha uccisa già una volta e non voglio morire più. Ci ho messo una vita a capire cosa era successo allora e ci ho messo tanto per riprendermi, ho elaborato e accettato ciò che ho vissuto. Sono cambiata, mi sento diversa, non ho più la rabbia di quei giorni e nemmeno la voglia di farmi male, ma ho bisogno di capire perché non voglio perdere un'altra vita nel rimettere insieme i pezzi. 

Vorrei smettere questa inutile battaglia con la mia inadeguatezza, perché è tempo sprecato. Perché nessuno di noi è inadeguato solo che è facile sentircisi. Abbiamo modelli sotto il naso tutti i giorni cui dovremmo adeguarci per sentirci "vincenti" ma poi, anche quando abbiamo vent'anni e pesiamo 48 kg e niente potrebbe fermarci, in realtà cerchiamo una perfezione che non esiste, un corpo che non esiste, una bravura che magari non è la nostra. Possibile che non riusciamo a essere semplicemente ciò che siamo senza tutte queste idee assurde nella testa? Io non lo so, voi ci riuscite?

13.9.20

Lo so

 Un po' come fossi uscita da me stessa, ultimamente non ho aggiornato il blog, né le pagine Facebook, né altro.

Ne avevo bisogno, ne ho bisogno.

Davvero il 2020 è un anno strano, altro che il 2018 - che definivo "l'anno che non c'è" - e speriamo che porti qualche frutto. Sì, la pubblicazione de "Il gioco dei vampiri" mi ha dato un po' di soddisfazioni, nonostante sia un lavoro complesso. Non so dire quanto ancora andrà avanti (sempre con il mio modo di non farmi pubblicità), ma sono d'accordo con una mia amica- lettrice quando dice che è il romanzo più "maturo" che ho scritto - o pubblicato finora.

"Il gioco dei vampiri" è stato scritto volutamente un sopra le righe. Visto che non intendevo pubblicarlo ho pensato di evitare qualsiasi filtro alle immagini che avevo in mente. Perché poi è una cosa che dovrei fare sempre, invece di preoccuparmi di piacere a chi legge (ovvio che poi sarebbe meglio se piacesse, ché altrimenti sarebbe puro esercizio). Le reazioni sono state varie (dal "sono arrossita leggendo" al "Ferrero tu sei pazza", al "è più pornografico che erotico" fino al paragone con un altro lavoro disturbante qual è "Eyes wide shut") e di sicuro molte delle persone che lo hanno letto non ne faranno una recensione sulle piattaforme web. In realtà l'ho scritto senza pensare a cosa stavo scrivendo, ho solo seguito le idee nei tempi morti (in pausa pranzo al lavoro, per esempio) e quando avevo voglia di distrarmi. Non avevo idea di cosa stessi scrivendo, di cosa sarebbe stato il lavoro finito; l'ho capito rileggendolo per eliminare gli errori (e scrivendone una parte col tablet non vi dico cosa non ho trovato grazie al T9) e mi è piaciuto quello che ci ho trovato. Un viaggio iniziatico, quasi tantrico, in cui l'immersione graduale e non sempre "volontaria" nel proprio inconscio fatta da Wendy diventa un viaggio alla scoperta di sé e della propria natura, cui arrendersi non senza dolore o fatica.

In un certo senso, anche se non esattamente quello di cui racconta il romanzo, pure io sto facendo un viaggio simile. La mia vita è cambiata molto negli ultimi anni. Ho fatto progressi, ho fatto passi indietro, ho preso decisioni, ho fatto errori e scoperte e in qualche modo sono soddisfatta di me anche se non tutto è come immaginavo. 

Sto assolvendo al mio compito di mamma di cane terminale e ciò implica un nuovo addio e vecchi ricordi, risveglia parti di me che erano sopite e mi fa porre domande su cosa sarò dopo. No, non è il primo cane che devo salutare, non il primo animale che lascio. Cali però è diversa, lo è sempre stata, e vivere senza di lei sarà più difficile comunque. 

Sto imparando a convivere con il mio corpo che invecchia - faccio fatica, ovviamente, ad accettarlo - e con le cose che non riesco più a fare senza uno sforzo immane. Sto cercando ancora un nuovo equilibrio in cui la spinta creativa non cozzi così prepotentemente con la vita da distruggerla. Il fatto è che ogni volta cambia, che se soffoco una delle due pulsioni blocco immediatamente l'altra e mi ritrovo ferma; viva ma ferma. Tranquilla, ma non soddisfatta. E avrei voglia di scrivere, di dipingere, di ballare eppure in questo momento non ci riesco perché ho paura di "rompermi". In me tutto esplode, sempre, solo che sono stanca di raccattare i miei stessi pezzi ogni volta e rimetterli assieme per poi esplodere di nuovo. 

Una volta il mio monaco (ne ho uno pure io, come Wendy, ma terribilmente umano) mi ha detto che devo cercare di non fermare questo vento, anche se è difficile imparare a controllarlo. Ed è vero: se lo lascio andare distrugge soltanto pur di fare la sua strada, ma non sempre ho la capacità di convogliare tutta la sua forza verso una sola direzione. Sono tempesta. 

Sono quattro e non ho ancora imparato a essere uno.

 

4.7.20

Ci ho messo un po'...

Non so se sia a causa di Mercurio retrogrado, ma l'ultimo periodo è stato segnato da ritardi, contrattempi e scocciature che mi hanno anche un po' tolto l'entusiasmo.
Durante la chiusura ho avuto tempo di fare l'editing e di preparare il mio ultimo divertissement per la pubblicazione. Dopo una serie di esperienze non del tutto positive e di considerazioni e meditazioni furibonde tra me e me, ho deciso che avrei pubblicato questa storia in self. Sì, è vero: non sono capace di farmi pubblicità e alla lunga può essere controproducente, ma cercare un editore è ogni volta estenuante e ogni volta qualcosa non mi rende soddisfatta di ciò che faccio.
Non è una questione di guadagni; alla fine se coi proventi dei libri ci faccio sì e no una pizza all'anno, non è che ci sia da immaginare chissà quali risvolti. Più che altro è che quello che scrivo non è mai solo quello che sembra e spesso non ha un genere ben definito, oppure ha un genere definito ma esula dai parametri di quel genere e non è pubblicabile, oppure è scritto appositamente per risultare un "fumettone" e non mi interessa se non è originale a sufficienza perché non cerco di fare Letteratura, a me preme di raccontare storie.



Quindi ho scritto la storia di Wendy.
Non so se la ricordate (o almeno se quelli che hanno acquistato il racconto "La caccia" anni fa se la ricordano), ma è una signorina che va a caccia di vampiri in postacci a luci rosse e che durante una delle sue missioni incontra tale Michael. Vampiro, cattivo, sexy, perverso.
Ecco, siccome avevo in mente di scriverne più episodi, poi il mio editore vecchio ha ceduto l'azienda ad altri e mi è un po' passata la voglia, a un certo punto ho ritirato il racconto e l'ho tenuto al caldo, coperto da un panno, finché non è cresciuto.
La mia pagnotta è diventata un romanzo che è sì erotico, ma come al solito è tante altre piccole cose e che mi è piaciuto moltissimo scrivere. A volte un po' esagerato, forse, ma pieno di sfaccettature e di introspezione (detto di un erotico in effetti suona strano).
Quindi ci ho lavorato e ora è un ebook carino, confezionato tutto da me. Aspetto di stringere il cartaceo in mano per dire se la sensazione è quella giusta, ma per me il lavoro vale la pena.
Ci ho messo un po' anche a dirlo, perché non so farmi pubblicità. Non ci riesco e probabilmente non ci riuscirò mai.
Però è qui. Io ve lo consiglio. Si chiama "Il gioco dei vampiri" ed è una cosa importante per me.
A voi il piacere. Tutto...

14.6.20

Sangue

Pic: Globalist
Poi c'è il sangue, poi la musica.
Poi ci sono vene in evidenza sulla pelle, poi c'è l'azzurro cangiante, poi c'è il verde tutto intorno.
Poi c'è il bosco, poi la luce che gioca con le ombre.
Poi c'è il cuore diviso.
Poi c'è il desiderio forte. E la pelle che brucia, e i baci la notte e le braccia ad accoglierti.
Poi c'è la voglia, la brama, la fame di tanta gioventù ormai sopita.
Poi c'è l'assenza, il vuoto, la vita che scorre.
Poi c'è l'amore folle.
Poi c'è una mente senza controllo, un corpo che non risponde, la presa che sfugge.
Il dolore, la paura, il silenzio, la consapevolezza.
Tutto. Qui. Niente.
Scorre, altrove, lontana.
E il sangue, e la musica, e il viaggio vorticoso fino a casa.
E, vicino, possibile, nulla.
Il destino. Il non temere, affidarsi. Fidarsi.
E il cuore diviso, e la musica e il sangue...

14.5.20

Noi e loro

Il mondo ci vuole contrapposti.
La nostra mente ci vuole contrapposti.
La nostra paura ci vuole contrapposti.


Ci siamo noi e ci sono loro.
Ci sono io e c'è chi è altro da me. C'è ciò che è mio, c'è cosa riguarda solo me.
Ci sono io, gli altri sono un problema.


Anni di buddismo mi hanno insegnato che nella vita tutto è interconnesso.
Allora qual è il punto?
La paura.
Solo la paura è in grado di governare così bene la sensazione di divisione dal mondo. Io non so spiegare, non ho le parole, non ho conoscenza. Non ho un testo cui appigliarmi. Ma vedo.

Questa paura che hanno usato contro di noi per anni sta facendo effetto. Ci guardiamo tutti con diffidenza, puntiamo il dito, allontaniamo.
Non siamo più disposti a vivere.
Non siamo più capaci di restare da soli eppure mai come ora ho respirato tanta distanza dagli altri che diciamo mancarci.
Non è così che deve funzionare.

Il meccanismo serve a sopravvivere, a far sopravvivere un Io. Ma tanti Io non fanno un Noi da tempo. Tanti Io restano separati e negano il mondo.
Quanto odio, quanta rabbia, quanta paura.
Come siamo finiti quaggiù?

6.5.20

L'analisi illogica del testo 13 - Quarantena

Dal primo giorno di quarantena avevo in mente questo racconto di King (sì, lo so, sempre lui) ma non sapevo ancora perché e forse non lo so nemmeno adesso.
Sono molto affezionata alla serie della Torre Nera, che permea ogni altro lavoro di King come traccia sotterranea non sempre percepibile se non si è letta una quantità sufficiente dei suoi lavori. Questo racconto, "Le piccole sorelle di Eluria" è parte della storia di Roland Deschain anche se può essere letto indipendentemente. Fa parte della raccolta "Tutto è fatidico" (S&K, 2002) ma risale al 1997 ed è collocabile all'inizio del percorso di Roland, prima quindi del primo libro della serie.



Perché mi è venuto in mente? Bella domanda.
Mentre tornavo a casa dopo l'ultimo giorno di lavoro, l'atmosfera intorno a me era molto cambiata. Fino al giorno prima era tutto abbastanza normale ma quella sera, mentre camminavo verso casa, l'ululato continuo delle ambulanze mi aveva dato l'impressione di trovarmi altrove. Il vento, poche macchine, la luce che calava e la gente un po' più curva del solito che rientrava a casa. Non so, sarà stata la desolazione che ho sentito addosso ma il paesaggio western è arrivato subito dopo.
Quel west poco sano, di un mondo che è andato avanti, una dimensione parallela che si regge su energie che noi non comprendiamo. Quell'aria sabbiosa, densa, che soffoca il respiro. E l'abbandono della città di Eluria, fatiscente e densa di morte, in cui attendono cose che un tempo erano uomini; mutanti lenti e dal colorito malsano, né zombie né vivi come erano un tempo... E l'aggressione, e quei morti che cercano di prendersi il vivo. La massa contro il singolo in una lotta impari, la resa dolorosa.

Poi la tenda d'ospedale, la luce che l'avvolge, la sensazione d'essere sospesi. Quelle inquietanti religiose e il loro cibo drogato, e gli insetti che cantano. L'idea che a salvare la vita sia l'uomo Gesù che così poco piace alle Sorelle. E un finto fratello che la menzogna non protegge abbastanza, e il tradimento di uno dei mutanti e quello della prescelta. Il popolo e le istituzioni e in mezzo Roland; ferito, confuso dalla droga, a tratti innamorato di Sorella Jenna, inorridito da ciò che ha intorno. Non salvezza ma morte certa, e una morte sporca e spiacevole del tutto priva di onore. E l'orrore cui è costretto a non poter porre termine, per sé e per gli altri ricoverati. Un'attesa lenta nel dormiveglia e furiosa nella speranza di uscirne presto, e vivo.

Ed ecco, quando tutto sembra perduto l'occasione arriva e pare ci sia un orizzonte sicuro al di là delle colline di Eluria, per lui e per Jenna - che tutto perde del suo mondo e del suo futuro assicurato - e per un randagio sopravvissuto e macilento che per un po' li segue. Ma non può esistere un lieto fine, non con quelle premesse, non per Roland che ancora deve vedere tanto di quel mondo, che ancora deve partire per la sua ricerca e che da tanto tempo non ha tempo per l'amore...

Ecco, forse ho capito che non c'era niente da capire. Forse questo racconto è semplicemente un racconto di quarantena, di desolazione e di sofferenza, di solitudine e di paura per il futuro. Per ognuno ha una sfaccettatura differente, questo momento. Ed è bello sapere che nelle pagine di un anziano e meraviglioso scrittore c'è già tutto il mondo. Il nostro e l'altro.
C'è la vita con tutta la sua meraviglia e l'orrore. C'è quel senso di impotenza di fronte al ka, al destino, al futuro, che ci appartiene. C'è la storia dell'uomo. E non è questione di genere letterario.

20.4.20

Ciò che popola i miei sogni

Prima c'erano ascensori senza gabbia, ondeggianti in uno spazio vuoto, che a prenderli rischiavi di cadere. E scale senza ringhiera e senza finestre, pianerottoli in penombra e scure porte di legno. E c'erano atrii in marmo con spirali di scale che se ti sbagliavi non arrivavi mai più al piano; il lusso, uomini in giacca e papillon che incrociavo in corridoi infiniti.



Non mi sono mai persa, non sono caduta, ho avuto paura. Ma le case mi hanno sempre accolta.



Prima ancora c'era una casa che ne era molte insieme. Ampia, iper moderna, con vetrate immense e un giardino esterno che copriva gli sguardi del mondo. Ci andavo spesso di notte, dove la luce gialla dei lampioni esterni entrava da quelle che sembravano veneziane verticali in un salone bronzo con divani minimal dalle zampe di metallo e con tante piante verdi, e un camino. Attraversando le sue stanze ti trovavi in un'ala abbandonata, in un bagno bianco e azzurro con una vasca enorme e lunghe finestre fino al soffitto, e un balcone. E una zona segreta e ancora scale, piani ammezzati e libri dappertutto.

E ancora un alloggio con una sala in cemento e vetro con un tappeto zafferano, in un palazzo a conca, muri ruvidi e una feritoia quasi al soffitto da cui entra la luce, e una cucina con un terrazzo, un pianerottolo verandato e scale bianche verso il cortile ampie e piene d'aria, e prato inglese e un bosco al limite. E una composizione di rocce al centro del giardino.


E ancora una casa dal corridoio scuro che termina su un terrazzo di pietra sull'orlo di un giardino selvaggio e cupo, con aghi di pino a terra e un sentiero che porta a un enorme leone di pietra su cui arrampicarsi, bambine.

E quella il cui terrazzo si scioglie in mare, lambito dalle onde, di legno e sassi. E quella con il salotto oro e verde militare, le tende pesanti e le finestre antiche. Quella con il pergolato in terrazzo e un tavolo in ferro battuto e piccole piastrelle colorate. E quella con l'atrio immenso e alto fino al cielo, una parete a rettangoli di vetro su tutto quell'azzurro, quella le cui scale portano a un ufficio bianco e a una testa mozzata e viva. E che a discenderle raggiungi la piscina.

La casa accanto al fiume con le tre sorelle e l'alluvione. E altre che ricordo e non ricordo e che si perdono tra un sogno e l'altro, e che tornano a volte con i loro misteri e il significato nascosto di ognuna di esse...

Anche stavolta, salendo una scala barocca ampia e luminosa sono arrivata dove volevo.
Una casa enorme che necessitava di ristrutturazione. Bella, soffitti alti e quadri e arazzi, ma mal tenuta. Infiltrazioni d'acqua, crepe e pezzi d'intonaco cadenti. E io, da dentro, con persone diverse a seconda del momento, a controllare i danni e il lavoro da fare. E mia mamma, e il mio ex marito, e padroni di casa sconosciuti. L'acqua che scende lungo le pareti e niente che si rovina in casa.

Poi una coppia di ospiti che faccio accomodare su un divano di velluto color curry. E un'aquila reale, brillante d'oro, che cerca di trascinare via uno di loro, mentre un animale indefinito fa cadere l'altro ospite. Il desiderio di esser sola, in fondo, nei miei luoghi. E la luce dai fori nei muri, e il bello di vedere le pareti cedere. Sapere che non succederà niente di brutto.

Al fondo della sala un pannello che si stacca. Tiene tutta la parete, sopra ci sono due figure austere, tra la divinità greca - tunica porpora per lei, ocra per lui - e una coppia regale. Dei o regine, si staccano dalla parete che li ha sorretti finora. Un altro crollo, altra luce che arriva da dietro. Il senso di qualcosa di ineluttabile e necessario, eliminare il vecchio.


Io che temo chiusura sogno di aprire la mia casa alla luce. Se c'è bisogno, e c'è, saper lasciare la propria oscurità, il proprio desiderio di nascondere l'anima al mondo. Se c'è bisogno, e c'è, cedere alla vita senza paura di rinunciare a ciò che dava certezza. Se c'è bisogno, e c'è, cambiare la propria anima e accogliere il bello, accogliere la luce, lasciarsi illuminare dal nuovo. Crescere. Diventare chi sono.