18.1.21

Riflessioni sparse in un campo minato

 Prima di ogni altra cosa voglio dire che lo so che sono fortunata.

Ho una casa, innanzitutto. Ho la possibilità di contattare gli affetti tramite web e telefono, anche se vivo sola. Ho un lavoro che nonostante i due mesi di cassa integrazione della primavera scorsa - i cui soldi sono arrivati con la calma e la lentezza di un bradipo in letargo, posto che vadano in letargo ma rende bene l'idea - ha ripreso a girare non senza fatica. Quella che era stata la preoccupazione principale del primo periodo di chiusure forzate ha lasciato il posto ad altre, forse meno immediate ma non meno importanti. 

Io non ho mai sofferto la solitudine e non è esattamente solitudine quella che ho sentito. Certo, non poter vedere la dolce metà, non poter frequentare la scuola di pole, non avere la possibilità di trascorrere una serata con le amiche di sempre o gli "amici del sabato sera" alla lunga hanno pesato sul mio umore, ma almeno all'epoca ero abbastanza sicura che le cose sarebbero cambiate. Non speravo nemmeno che tornassero come prima, e se avete frequentato questo blog lo sapete, ma dopo aver avuto lo spazio e il tempo per pensare a come avrei voluto vivere  ero decisa a iniziare a farlo.

Invece no. Da una parte perché c'era l'ansia generale di dover recuperare tutto il tempo "perduto" che ci ha fatto correre - volenti o nolenti - ancor più di prima e non concedendoci in cambio niente più di ciò che avevamo; dall'altra perché si è fatta sempre più chiara l'idea che non era finita affatto e che prima o poi sarebbe stato il momento di richiudere ogni cosa. 

Così i progetti che alla prima volta avevo iniziato a mettere in moto si sono congelati. Io mi sono bloccata. Di nuovo, e peggio.

Ci sono persone che sono abituate a pianificare, a scrivere scalette e rispettarle, a decidere con largo anticipo tutto ciò che desiderano. Io sono istintiva, come artista - se mi passate il termine - non riesco a produrre molto se non vivo. Le cose che mi ispirano arrivano spesso da "fuori": da un sorriso rubato per strada a un gesto, a una voce o un tramonto intenso, ogni istante può suggerirmi le parole per il mio prossimo romanzo o uno spunto per una coreo di pole, o la linea per un disegno. Anche solo limitare il mio sguardo sul mondo mi toglie aria al cervello.

Ma c'è di più. 

Non sono mai stata una persona con progetti a lungo termine, con obiettivi e scadenze, non mi è mai piaciuto fare programmi: mi fa sentire ingabbiata in qualcosa - anche se non è vero - senza possibilità di uscirne. Non che lo sia diventata nell'ultimo anno, ma almeno prima c'erano miliardi di possibilità ogni giorno e questa cosa io non la sento più. 

È come se mi avessero tolto la possibilità di progettare. Di alzarmi con la motivazione per fare qualcosa in più che andare a lavorare e tornare a casa già stanca. Di immaginare, svegliandomi, che la sera a pole potrei tentare questa o quella figura, chiedendo a Nat di aiutarmi o aiutando qualcuna delle mie amiche a fare qualcosa. Di chiedere a Marisa se dopo lezione le va una birretta, o un panino. Di stare fuori dalla fermata della metro a cantare le sigle dei cartoni animati anni '80, anche se non abbiamo assolutamente più l'età. Non solo, è come se con tutto il resto compresa la motivazione a scrivere si fosse spenta in un grosso "a che pro?";  come non ci fosse più niente da dire, o da immaginare, se non un infinito ripetersi di settimane al lavoro e poi casa. Come se la vita fosse già tutta lì e non mi dovessi più aspettare altro. 

E per me, dicevo, va ancora di lusso. Perché più andiamo avanti e più sento amici e conoscenti che perdono speranza e passione, e voglia di lottare ancora, perché ora sembra tutto inutile. Tutto ciò che si è fatto finora nella speranza di costruire qualcosa e tutto ciò che si desiderava aggiungere a quel progetto di vita. Perché alcune persone hanno avuto il coraggio di lanciarsi, investire, faticare e indebitarsi nella certezza di poter fare qualcosa di davvero loro e ora tutto è fermo, tutto è in bilico, tutto rischia di crollare da un momento all'altro.

Come se vivessimo cristallizzati nel tempo, senza possibilità di "fare". Di vivere. 

Ecco, io mi spavento un po' quando mi sento così vuota dentro. Se non posso nemmeno immaginare un domani, oggi è un giorno sprecato. E pur avendo in mente tante storie da scrivere, pur avendo voglia di allenarmi, pur volendo ancora creare io mi fermo, lo sguardo fisso e il pensiero assente, e non riesco a smuovermi da qui. Come se mi avessero portato via il futuro, un boccone per volta. 

Lo dico con tutto il rispetto per chi sta peggio di me e chi mi conosce sa benissimo che non sono mai stata cieca o sorda alle sofferenze altrui; lo dico con rispetto perché leggo e ho letto le vostre storie, le vostre esperienze. Lo dico sapendo che ci sono state cose terribili in questo anno. 

Ma ho paura che ce ne saranno ancora, e non direttamente legate al virus. 

6.1.21

L'analisi illogica del testo (senza testo) 14 - La forza e la magia

 Avevo già parlato, a caldo, delle mi impressioni sulla nuova trilogia - all'epoca appena iniziata - di Star Wars in un post qui.


Dopo aver visto il primo della serie J.J./Disney, ho evitato di spendere i soldi per andare al cinema e mi sono accontentata della versione in dvd appena reperibile a un buon prezzo. Il secondo, e dopo qualche tempo infine il terzo. Quello che forse concluderà la storia. Quello che, forse, salva l'ultima trilogia.


Per i ragazzi della mia generazione, per una buona parte di essi almeno, la saga di Guerre stellari ha rappresentato molto. Non solo a livello tecnico, ché all'epoca non eravamo tutti in grado di capire la magia del cinema e degli effetti speciali, ma anche per un modo di intendere la narrazione e il sogno, la sospensione dell'incredulità più totale cui avessimo assistito fino a quel momento, la meraviglia, la spiritualità un po' spiccia ma intensa che conteneva. Per me, bambina, è stato davvero un colpo di fulmine. Immagino che lo stesso effetto lo abbia avuto Matrix, qualche annetto dopo.

Non del tutto priva di difetti e incongruenze, già dall'inizio la prima saga  aveva il pregio di farle dimenticare tutte. Certo, a risentirle ora le mille ripetizioni di "c'è un conflitto in te" fanno quasi venire l'orticaria. Chi di noi non vive un costante conflitto tra "bene" e "male"? Tra ciò che ci piacerebbe e ciò che dobbiamo fare? Nei sentimenti che proviamo quotidianamente? Insomma, se sei il prescelto in una cavolo di guerra per salvare la galassia, vorrai mica scamparti la maledetta crisi di coscienza? Il problema di sentirlo ripetere millemila volte in nove film è più che altro un rischio di scadere in una semplice e ridicola macchietta. In questo, almeno, l'ultima serie ha un minimo di autoironia che strizza l'occhio al pubblico più giovane che sicuramente risente meno dell'effetto nostalgia e prende meno sul serio il percorso di un Jedi* - qui sbrigato in un paio di allenamenti nella foresta e nel tentativo di incontrare i fantasmi dei maestri miseramente fallito fino quasi alla fine. 

Da fan della vecchia guardia mi sono spesso domandata - e già lo accennavo nel post linkato sopra - perché, con tutte le possibilità che un universo così immenso potevano offrire (e che invece in qualche modo sta cercando di sfruttare George Lucas con gli spin off), perché offrire una ripetizione aggiornata della prima trilogia ricorrendo anche al fantomatico Imperatore di sempre se non per attirare noialtri anziani appassionati? Perché tra la prima e l'ultima continuano a esserci troppe somiglianze tanto da renderle quasi uguali nonostante le apparenze. 

Unico tratto distintivo - a parte l'autoironia che nella prima trilogia era dote del contrabbandiere Solo - è la faccenda del legame tra Rey e Ben, che invece di essere gemelli di nascita sono, diciamo "gemelli nella forza", cosa che come altri spunti interessanti viene liquidata con l'utilizzo dei suddetti come batteria vitale. E, al netto di mille ammiccamenti, la mancanza di una storia d'amore (nuova).

E questo trono?



E il novello quasi cattivo Kylo Ren che al pari di suo nonno è perennemente imbronciato e altrettanto capriccioso e infantile pur  nascondendo così un enorme ego da bambino ferito, utilissimo per lasciare aperta la porta al lato oscuro ma alquanto ridicolo a vedersi?

In quanto al titolo dell'ultimo episodio, che dire? Perché "l'ascesa di Skywalker" quando il solo e unico Skywalker è sempre Luke? E se era inteso come famiglia, perché non "degli"? 


Ma, diciamolo, forse io sono invecchiata.

Forse col meccanismo del prescelto, con il percorso spirituale che non è uguale per tutti, con il conflitto padre-figlio e con quello col maestro, con la lotta tra il bene e il male, con l'ambivalenza dei protagonisti (mai del tutto buoni,  mai del tutto cattivi), con le storie d'amore mal riuscite (mai dichiarate o mai vissute) e con tutte le trappole narrative tra archetipi, cliché e varie... beh, forse ci ho già fatto i conti abbastanza. 

Sull'estetica dei personaggi non vorrei dilungarmi, da tempo trovo brutti gli attori che altri trovano bellissimi e alla fine non è più importante (visto che per me IV, V e VI restano l'unica vera trilogia) perché la bellezza, in fondo, poco ha a che fare con la bravura. 


Quindi che dire? Continuo a pensare che la Forza non sia protagonista di questa trilogia come sembrava essere nella prima, penso comunque che la magia del cinema, sebbene sia difficile che io guardi un film con lo stupore di quella prima volta, la si può percepire e che quindi alla fine - anche per amore - la trilogia la salvo. Sperando che sia l'ultima, ché la prossima volta sarò troppo vecchia per fare una critica intelligente.




*Sul percorso di un Jedi, come sull'attuale scarsa resistenza a tutto ciò che non è immediatamente "godibile", sulla civiltà del "tutto e subito" e del divertimento a tutti i costi ci sarebbe da fare un discorso assai più lungo; se nella prima trilogia l'addestramento di Luke aveva preso quasi tutto il secondo episodio, il successivo - in ordine di uscita - di Anakin era già stato quasi del tutto saltato, ora è davvero inesistente un po' perché Rey sa già tutto (a questo punto poteva essere autogenerata come Anakin in versione 2.0) e un po' perché a uno spettatore giovane la cosa sarebbe di certo sembrata noiosa... 

31.12.20

Buoni propositi e cattive intenzioni

Non sono mai stata brava a chiedere.

Non sono mai stata capace di metter giù, nero su bianco, obbiettivi e scalette. Sono incostante - la mia amica Krizia suggerirebbe di dire sono stata incostante, perché non bisogna fissare definizioni che poi ci rimandano a dare un'immagine di noi stessi fissa e immutabile invece di aprire la mente verso nuove modalità - e istintiva, seguo comunque la sensazione del momento e niente, nessun obbiettivo resta fisso per più di un nanosecondo nella mia mente.

Se vogliamo, in carenza di passione speciale, nessun tipo di obbiettivo mi pare abbastanza importante da dedicarci più di tanto e se invece la passione c'è, il tempo già lo dedico a quella, quindi perché inseguire sempre qualcosa? Ho poi la stramaledetta abitudine alla bastiancontrarietà (perdonate il neologismo non petaloso) per cui se mi impongo di fare qualcosa di specifico, riesco immediatamente a fare tutt'altro anche se non necessario. Indi per cui non ho più tentato l'impresa di scrivere un elenco di cose che non farò perché mi distraggo o mi boicotto da sola.


Non che io non desideri cose, eh. Li vedo anche io i post su Instagram dei miei riferimenti nella pole e mi ripeto sempre "oh, che bello, ora lo provo", poi salvo il video e non provo mai più quella figura anche se sul momento morirei pur di avere la mia foto in quella posizione lì. Anche se vorrei quell'apertura, quel fisico, quella leggerezza, quel saper volare in modo fluido, mentre io cado, rotolo, mi aggrappo - il più delle volte, perché ho anche i giorni sì - sempre con i miei 135° di spaccata. Sono sempre stata pigra, una volta almeno avevo solo la danza da fare tutto il tempo che volevo, ora ho lavoro, casa e un'età che mi fanno stancare a sufficienza e non ho più voglia di rincorrere le cose.

Quindi?

Siccome con i buoni propositi non funziona dovrei dedicarmi alle cattive intenzioni. Tipo tornare a vivere, non appena la situazione globale lo permetterà e soprattutto dopo aver concesso tutta la mia attenzione alla "canappia" tumorata che pian piano se ne sta andando. 

Tornare a pole, appena possibile con un rinnovato abbonamento open in modo da restare fuori casa e non avere mai più una vita sociale al di fuori dello sport. Vedere se riesco anche a fare danza, perché mi manca. Tornare a scrivere senza strafare, lasciando la parte sadica di me a sfogarsi altrove. Terminare gli incompiuti e fare come un tempo. Mandarli al buon vecchio Fabio che mi porta pure bene ma che non ama il mio fantasy. Smettere di non crederci.



Fare in gran segreto le cose che finora non ho osato fare e sentirmi libera da giudizi e pregiudizi miei e altrui. Sondare, capire, curare, crescere.

Ma soprattutto tornare a pole, a vivere. Perché una certa Anna, in un file nel cassetto, ha bisogno di arrivare a fare una figura particolare, che sarà metafora della sua vita da personaggio e che libererà me da un'ossessione in più.

Tremate.

Della maggior parte di queste cose non avrete notizie mai. E non vi dispiacerà.


(Le foto sono provini del fantastico genio del male Yuri Bote, scatti grezzi. Non vi dico quanto ho pianto nel riceverli e quanto mi sento idiota in questo momento, tanto a chi importa?)

30.12.20

Rabbia e Pace

 Se c'è un titolo da dare all'anno che volge al termine è questo.

Non è iniziato benissimo, gli strascichi di una lunga crisi personale e artistica, scontenta di me - dall'aspetto all'intento espressivo, alla mia ossessione, alla mia debolezza irrisolta - e dei risultati che non ottengo mai come vorrei. Il mio mondo come prigione, il vuoto di possibilità - vuoi per situazione, vuoi per non aver mai voglia di uscire dalla maledetta comfort zone - la necessità di essere/avere qualcosa di più completo, la sensazione di non essere "piena".

E la non voglia di essere imbrigliata in progetti non miei, il non voler far parte di qualcosa che non mi "prende" completamente. La lenta ripresa dopo un lungo periodo di infortunio, la fatica e la frustrazione.

Poi, ancora, uno stop forzato a causa della prima reclusione. Che poi vera reclusione non è stata, se non affettiva, ché tutte le persone che avrei voluto vedere erano troppo lontane fisicamente seppur vicine in altri modi. La scuola di pole, le ragazze con cui mi allenavo quasi ogni giorno, le nuove amicizie di danza, il mio mondo. Sì, ero preoccupata per l'aspetto economico - già lo stipendio è quel che è, ancora in cassa integrazione e con i soldi che non arrivano, dopo il primo mese cominciavo a essere in ansia - come chiunque si sia trovato a casa da un momento all'altro; preoccupata per le conseguenze della chiusura e per l'impatto che il rientro avrebbe avuto. D'altra parte il non avere l'obbligo di andare a lavorare ogni giorno mi ha dato la possibilità di chiudere un progetto di scrittura e pubblicare quel trionfo di zozzaggine che è "Il gioco dei vampiri" - cosa di cui mi vanterò e vergognerò a morte per tutta la vita - e di riflettere su me stessa e su chi voglio essere.

La pace di marzo-aprile-maggio, l'avere tempo di respirare senza essere fagocitata da impegni, corse, obblighi e fatiche improbe, mi ha dato modo di sentire che mi stavo/stavano chiedendo troppo. Che dovevo rallentare e scegliere - cosa che poi volente o nolente ho dovuto fare a causa della suddetta cassa integrazione ritardataria - e rispettarmi un poco di più. Godermi la casa e le mie due amiche pelose, qualche chiamata via Skype - poche, comunque - o Whatsapp, musica, film e cucina. 

E sì, il rientro è stato ancor più difficile del previsto, tra il rallentamento economico e le nuove regole ossessive da rispettare. Fogli, moduli, firme, con la sensazione di esser presa per i fondelli, come se firmare un modulo mi avesse potuto preservare da qualsiasi cosa. Ho faticato a fare ogni singolo passo da metà maggio ad agosto, in attesa delle ferie - che avrei comunque passato a casa come ogni anno - con la sensazione che mi si chiedesse di correre ben più di prima ma nemmeno allo stesso prezzo. Non ne faccio una questione prettamente economica, anche se lavorare serve perlopiù a guadagnarsi da vivere e vivere non è lavorare. La questione sta nella qualità della vita e quella è peggiorata. Non poco. 

Così, dopo la pace, la consapevolezza di aver bisogno di più spazio e tempo, e aria, è arrivata la rabbia. Che forse era latente nella preoccupazione precedente, sì, ma che è cresciuta nel tempo fino a diventare evidente. Insofferenza, senso di impotenza e di essere solo un numero. Le immagini nella mia mente vagavano da Matrix a Blade Runner, a Cloud Atlas. Essere carne da macello, sacrificabile nel nome del dio denaro, senza alcuna possibilità di venirne fuori. Non migliore, almeno viva.

Fino al secondo giro di ruota, in cui ero - stavolta - tra chi poteva uscire per lavorare e poco più. Quindi niente palestra, niente allenamenti a casa di amiche, niente cene, qualche panino in piedi fuori dal bar, ancora qualche chiamata Skype, un paio di lezioni on line e il cane che peggiora poco a poco. Ecco. Il mio ultimo trimestre è stato il delirio al lavoro e a casa senza possibilità di distrazione, tanto che a sto punto non so nemmeno chi sono. E ancora mi sento presa in giro e usata e obbligata in una vita non mia, in cui la mia unica voglia è chiudere tutto, lasciare il mondo fuori e vaffanculo. Non comunicare più, non dire, non scrivere, non ballare, non dipingere. Eppure allo stesso tempo la voglia è lì, il bisogno di usare la mia voce ancora e ancora, ma sempre più vera. 

Quello che lascio qui, alla vigilia della vigilia di un nuovo anno che non promette granché, è una persona che non ce la fa più. A non essere. A non esistere. A non valere. Con lei vorrei chiudere. Cosa vorrei per il prossimo anno? 


P.

7.11.20

Questa non è più camera mia...

Ho usato parole antiche per cercare casa.

Per cercare lei, anche, che a quelle parole aveva affidato tutto mentre io, come sempre, mi ribellavo. Per quanto abbia provato a liberarmene non ci son mai riuscita. Così, mentre la mente cercava una via di fuga dai pensieri riguardo al futuro, tornare a un certo passato è servito a rassicurarmi.

Le stesse parole per anni, ripetute ancora. Gli stessi errori di un tempo, le stesse domande.

È che in un sogno mi son resa conto che dietro a un velo c'era una stanza della mia casa che finalmente mi rassomiglia. Era lì, così sotto al mio naso da non vederla a lungo, presa dal guardare altrove. Lì, luminosa e calda, con il parquet tirato a lucido e le finestre ampie e lunghe inondate dal sole. E una pianta gigante nell'angolo a sinistra, e la voglia di fermarmi lì. Dove, non so.

Qualcosa di me cui non sono cosciente, qualcuno che sono e che non è arrivato. 

Non è un buon momento. Un anniversario intenso, con un riemergere di pensieri legati al cane e alla sua vecchia padrona. Uno stop forzato a ogni possibile distrazione, anche se io poi so distrarmi con ogni cosa, che mi costringe a fare i conti con la mia vita. Con la sensazione di non essere adatta a questo luogo, con la sofferenza di una vita che in fondo è imposta (nonostante le opportunità di scegliere), con la necessità di evadere e gli acciacchi dell'età.



Mentre cucivo in laboratorio, combattuta tra la voglia di piangere e la rabbia del sentirmi imprigionata, mi è tornato in mente "coerenza dall'inizio alla fine" e la sua provenienza. Ho ricordato di aver fatto studi e approfondimenti senza mai ascoltare davvero fino in fondo. E mi son chiesta se io sono davvero questa qui, se esprimo tutto ciò che sono, se lo faccio correttamente, se il mio aspetto rappresenta davvero il mio "animo", se uso le mie capacità nel modo giusto, quello che più si accorda col mio essere. Ed è un no, confuso e ancora arrabbiato come un tempo. Un no che in parte deriva dal mio non volermi mai mettere in gioco, mai del tutto, per paura di non piacere o di non essere capace. Da qui l'auto ironia alle stelle, da qui la necessità di "nascondermi" dietro a personaggi che non mi somigliano mai del tutto per studiare il prossimo, per disturbarlo, per non trovarmi mai esposta e vulnerabile.

(foto di Fabrizio Maffioletti)

Mia madre ha contribuito molto a questo mio atteggiamento, da una parte con l'esempio e dall'altra presentandosi sempre come persona risolta e invincibile. Essendo, ai miei occhi, una guerriera sempre pronta all'ultima battaglia. Nel vederla morire, nell'assistere alla sua lenta e inesorabile agonia, ho compreso molta della sua fragilità. L'ho amata follemente e l'ho odiata tanto. L'ho vissuta come modello scomodo da seguire, certa che il suo fosse l'unico modo di esistere possibile: in lotta perenne con il mondo circostante, come se esso fosse costantemente una minaccia. In quarantun anni non mi ha raccontato esattamente cosa sia stato a renderla così, so di lei tante cose e troppo poche. E mi manca. Soprattutto ora che so che anche io posso farcela in questo mondo, che anni fa mi sembrava troppo complicato e che ancora non amo. 

So che mi sono fermata. So che non posso restare ferma. So che ho una serie di passi da fare per essere me apertamente e senza paura. Se spero di imparare qualcosa  da questo periodo di merda è solo questo che mi viene in mente.

Questa non è più camera mia, la mia vera casa è proprio qui, dietro al velo.

26.10.20

Fuori dalla ruota

 Forse dovrei riprendere il Prozac.

Rassegnarmi.

Fare il mio lavoro di bravo criceto, produrre e tornare a casa nel carro bestiame come dovrei fare secondo il sistema. Dimenticare i sogni, i desideri e le poche cose che mi fanno andare avanti. Annebbiarmi.

Spegnermi.



Alla fine non è una cosa nuova, l'essere solo un numero. Lo so da tempo e l'unica cosa che mi ha salvata è stata la mia capacità di sognare e di aggrapparmi a ciò che vedevo di bello e leggero. Diverso da me.

Mi sono illusa di poterne stare fuori, di galleggiare nelle mie mille cose fino a quando il mio obbligo nella grande ruota della società non fosse finito. E poi è arrivato quest'anno.

Non lo nego: il lockdown mi è servito per pubblicare il romanzo che altrimenti non avrei pubblicato. Avevo deciso di non farlo più. Può essere perché in fondo non amo mettermi in gioco sul serio e dopo i primi libri pubblicati ci voleva un vero salto di qualità, che implica un lavoro extra, un impegno maggiore mentre per me scrivere è facile, pure troppo, e io sono pigra e insicura.

Ma chiusa in casa con le mie parole in testa è stato semplice. Ho lasciato tutto il carico che aveva dentro e ho sorriso pensando a che facce avrebbero fatto i lettori. Scrivere "Il gioco dei vampiri" è stato facile, divertente. Fluido e liberatorio. Rileggerlo mi ha resa consapevole di quanto di più io possa fare ma a oggi non ho la forza di compiere il salto. 

La forza che ho sempre avuto finora era data dal tempo che passavo fuori dalla ruota. All'aperto, con gli amici, in palestra. Non più del necessario, mai in mezzo alla gente - non mi è mai piaciuto - e in modo quasi religioso. Ma ora...

E sì, sto parlando solo di me. Ma tra le persone cui voglio bene ci sono alcune che di sport ci vivono, come di arte, come di ristorazione e le vedo colme di una disperazione sempre più grande, come quella che sento io e mi chiedo fino a che punto dovremo essere schiavi di questo sistema in cui il profitto e la produttività contano più del benessere psicofisico della maggior parte degli individui che lo compongono a beneficio di pochi e vuoti, cinici mostri.


24.10.20

Ho perso le parole (cit.)

 Da qualche tempo mi mancano le parole.

Sono state soffocate dalla chiusura di marzo, da tutti i pensieri di aprile e dalla riapertura di maggio, senza criterio nel considerare le vite degli individui come tali; sono morte nell'attesa di giugno - 200 Euro per tutto un mese - e nell'affanno di luglio per recuperare quel poco di speranza di una ripresa del lavoro; non hanno trovato modo di tornare ad agosto né un minuto nella corsa di settembre e ora...

Le prospettive così poco allettanti per il futuro mi lasciano fiacca e disadattata. Non sono preoccupata per la mia salute, mai stata.

Pur avendo spento la tv e la radio sono sommersa da numeri di cui non mi importa assolutamente niente. Non sono negazionista ma rifiuto di vivere nel terrore. So che si muore, so anche che fa parte della vita e che pur non andandosele a cercare le cose succedono ugualmente: prima o poi, di qualcosa, morirò anche io. E non è poco rispetto per chi c'è passato o ci sta passando, per chi ha perso qualcuno, per chi sta male. La vita è fatta di questo, anche. Di malattia e morte, come di nascita e di vecchiaia. Inutile correre a Samarcanda, inutile immaginare un mondo in cui saremo tutti giovani e sani per sempre. Quindi faccio il possibile per evitare il pericolo ma voglio continuare a vivere la mia vita, qualsiasi cosa capiti.

Non credo nei complotti, eppure so che da ogni cosa c'è sempre qualcuno che sa trarre profitto. So di essere solo un ingranaggio piccino in un mondo di cui non ho una comprensione così ampia. So che "devo" produrre necessariamente, per il mio e l'altrui sostentamento. So che da quando sono tornata al lavoro sto facendo il triplo della fatica per il medesimo pezzo di pane ed è questo che non mi dà pace. Essere niente a parte quel piccolo ingranaggio per chi sta sopra di me e decide. 

Sono fortunata. Un lavoro da dipendente e a tempo determinato. Ma non è tutto nella vita e per me da sempre è solo ciò che mi permette di fare tutto il resto. Che non è chissà quale folle cosa. Pagare le spese, mangiare, curare le bestie di casa, pochissimo shopping, sere in palestra, a letto alle 23,30 quasi sempre. Pochi amici ma buoni, con cui passare il tempo libero senza assembramenti. Una cena fuori, due passi, un gelato, una fuga di un giorno al mare. Più che altro qualche allenamento casalingo e qualche birra in più con quella che ormai è "la mia congiunta" pur non essendo l'amore mio. Non chiedo molto. Sono una a "basso mantenimento" come dicevano forse in "Harry ti presento Sally".

Mi scoccia la burocrazia assurda tesa a far scarica barile nel momento giusto, tipo la firma ogni mattina al lavoro riguardo alla salute. Che poi io la febbre la misuro da quando è iniziata 'sta storia, visto che ho il raffreddore 12 mesi l'anno. Mi scoccia dover portare la mascherina quando sono sola per strada se poi vedo la gente gomito a gomito in pizzeria vicino al lavoro e nessun problema a riguardo. Mi scoccia vedere gli amici ristoratori in difficoltà perché con alcune restrizioni lavorare diventa davvero un'impresa. Mi scoccia che non passi un tram e che la metro nelle ore di punta sia piena e nessuno decida di tentare di sistemare le cose. Mi scoccia vedere le code per entrare a scuola.
Mi dispiace che si parli di chiudere palestre e parrucchieri. Per la pole poi, dove siamo immerse nell'alcol con cui puliamo i pali costantemente e con sale poco capienti mi pare ancora più assurdo. E il non riuscire già oggi a fare la spesa on line... manco avessi chiesto lievito di birra.

Mi sento un criceto tra milioni di criceti, bloccato in un ingranaggio da cui non posso uscire. Un numero utile a far girare la baracca e niente più. Il sistema mi pesa addosso. Hai voglia a fuggire con la mente in luoghi immaginari per salvare quel minimo di felicità; hai voglia a sognare momenti, soddisfazioni. Non mi basta più tutta l'immaginazione che ho. Non riesco nemmeno più a scriverla.