23.10.16

On sex - Singolare femminile 5

Un mio contatto Facebook ha iniziato ieri una discussione letteraria.
Da che mondo è mondo, noi eterni aspiranti scrittori ci domandiamo cose per cui non esistono risposte, la più frequente delle quali risulta essere "perché tizio sì e io no?"; domanda che può avere miliardi di risposte - tutte abbastanza seccanti - di cui tutte e nessuna esaustive.
Toccava spesso a Fabio Volo, spesso a Moccia, soprattutto quando uscivano i nuovi libri e c'erano le code nelle librerie. Ce lo si domanda per astrologi e chef, per sportivi ventenni che pubblicano autobiografie, ce lo si domanda spesso per chiunque abbia un pelo di fortuna più di noi.
Che passiamo mesi in attesa di risposte e alla ricerca di un contatto che ci dia speranza.


Ce lo si chiede tanto, ultimamente, riguardo all'esplosione di fenomeni quali la trilogia delle sfumature, riproposte in tutte le salse in ogni angolo del globo, con versioni italiane - sempre trilogie - con tentativi di imitazione inutili e "dannosi". Ce lo si chiede perché, in un'epoca in cui tutto dovrebbe già essere sdoganato da tempo, il sesso - soprattutto quello delle donne - ancora desta clamore, divisioni, sdegno, riprovazione e quant'altro.
Che non sia mai. A noi donne il sesso non piace, lo facciamo per dovere e per compiacere l'uomo... Come no. Cioè, forse qualcuna lo fa per questo, ma sarebbe ora di finirla.

Il "perché" del mio contatto Facebook, autrice e donna, riguardava Melissa P.
Essendo una questione letteraria, il mio intervento a riguardo si è limitato a quegli aspetti che a volte possono determinare il successo di un libro-autore-personaggio-filone. O a volte no, ma non essendoci una ricetta precisa ho espresso le mie supposizioni, facendo scattare comunque un susseguirsi di pensieri. C'è il fatto che Melissa P. era una ragazzina, ai tempi di "Cento colpi di spazzola...": bella, pulita, giovane e insieme capace di scrivere certe sconcezze. Il personaggio che contrasta visibilmente con il libro che presenta. Il personaggio, appunto. Il valore letterario dell'operazione è da tutti giudicato inconsistente. Dal mio punto di vista non è un romanzo erotico (non mi stimola alcuna curiosità o desiderio, non smuove un ormone) anche se posso capire che dal punto di vista del lettore maschio possa essere differente. Non mi scandalizza. Non lo faceva quando è uscito e oggi ancor di meno. Gli adolescenti sperimentano. Succede da sempre, succede a tanti, succede con maggiore o minore morbosità, ma succede. Inutile gridare allo scandalo perché l'autrice era tanto giovane. Ovvio che trovandosi un personaggio così e una storia che poteva turbare, mezza campagna pubblicitaria era fatta. Il fatto che poi la stessa autrice abbia pubblicato e pubblichi ancora (sulle vendite effettive non c'è mai certezza, ma la presenza in libreria c'è), che collabori con riviste e televisione è stata una sua buona capacità di inserirsi in un ambiente tutto sommato chiuso, tanto da sopravvivere e crearsi un nome. Buon per lei, che tra l'altro sembra pure simpatica.

Ora, le altre riflessioni...
Ha destato tanto scalpore, certo. Una ragazzina non dovrebbe conoscere quelle cose. Non dovrebbe parlarne con tanta libertà (e con troppo distacco, come fosse una donna navigata che non ha fatto altro tutta la vita) e in modo così crudo. Una ragazzina dovrebbe fare sesso con amore e per amore, provare sentimenti quasi eterni per La persona con cui lo fa. Ma siamo sicuri? Non è quello che ci piace raccontarci per sentirci bene? Per non sentirci sporche quando abbiamo un desiderio? Per rassicurare i possibili partner?
E chi ci fa sentire sporche? Chiunque ci giudichi. Quindi i partner, le amiche, i conoscenti, gli sconosciuti, il branco, la comunità. Che sono poi le stesse persone che ci offrono una ricarica telefonica per una foto di tette, o quelle che ci palpano il sedere in autobus pensando sia roba loro, o quelle che scrivono il nostro numero di telefono nei bagni pubblici, quelle che pubblicano on line i nostri video intimi, quelle che riprendono il nostro stupro. Sono quelle persone per cui noi finiamo per soffocare ogni istinto di vita. Quelle che "te la sei cercata".



Quelle che se ci stai sei troia e se non ci stai sei troia lo stesso.
Affidiamo il compito di vegliare sulla nostra immagine a queste persone. E non sempre sono maschi. A giudicare una donna sono più brave le donne stesse. Per quale motivo, tra invidia della libertà altrui e senso di inadeguatezza, tra ignoranza e sottomissione - reale - alle leggi dell'uomo.
E pensare che una volta eravamo "la Dea". Noi, creatrici, in ogni senso. Noi oggi incapaci di solidarizzare con le nostre simili e sempre più pronte a giudicarle e a educare a giudicarle.
Incapaci di lasciarci andare al nostro lato naturale e selvaggio per dei limiti che alla fine ci siamo auto imposte. Per cosa? Insicurezza? Paura?
E chi lo dice che a fare sesso non si provino sentimenti? E chi lo dice che il corpo e la mente sono due cose separate? E chi lo dice che a voler seguire i propri istinti - nel rispetto assoluto dell'altro e con consapevolezza - si sbagli qualcosa?
Rispetto e consapevolezza.

C'è qualcosa di male nel riprendersi con una videocamera? La cosa squallida è usare quei filmati per danneggiare qualcuno, non girarli e rivederseli a piacimento.
Qualcosa di male a sperimentare cose e posizioni? No, se si desidera farlo e non lo si fa solo per compiacere qualcuno.
Qualcosa di male nell'assumere un ruolo in un gioco sessuale? No, se è ben chiaro che quel ruolo fa parte di un gioco le cui regole sono scritte da chi gioca. Che possono essere discusse e cambiate nel momento in cui una persona coinvolta lo desideri. Che non c'è niente di male nel dire "sei mia" se con questo non si intende il possesso dell'altra persona vista come oggetto. Che non è l'essere sottomesse in qualcosa di piacevole che ci disgusta, ma il doverlo essere nella vita, relegate a un ruolo che ci è stato assegnato d'ufficio alla nascita insieme al fiocco rosa.

C'è che quando si parla di donne e sesso c'è sempre un doppio registro, un pregiudizio latente e una condanna se qualcuna di noi esce dai canoni. Condanna che siamo noi stesse ad autorizzare perché non siamo chiare nemmeno con noi stesse su cosa ci piace e cosa vogliamo. Se continuiamo a vedere ogni altra donna come una rivale, ogni uomo come l'unica realizzazione della nostra vita. Il principe azzurro sta solo nelle favole, per nostra fortuna.
I nostri panni potrebbero essere assai più comodi se cominciassimo a liberarci di paure stupide e se riuscissimo a farci rispettare ogni giorno per qualsiasi parte di noi.

12.10.16

Ricredersi - parte 1

Sono cresciuta con la fantasia della "donna guerriera", complice mia madre e i fumetti Lancio Story.
Non sono mai stata una combattente, o quasi mai. Ne parlavo con un'amica insegnante (ma una speciale) dopo aver esposto i miei dubbi sul sistema scolastico. Ne parlo spesso in diversi ambiti.
Credo che per combattere sia necessaria una forte motivazione, cosa che fino a un certo punto non ho avuto. Poi ho incontrato la danza.
La mia prima passione, quella più forte, quella per cui ho sacrificato ogni cosa per anni. Nemmeno sacrificato, dedicato le mie energie. Certo non è stato facile. Non tanto per la danza in sé, anche se il non essere né leggera né dotata ha avuto un certo peso. La lotta è stata soprattutto per convincere gli altri che, nonostante tutto, io potevo farcela. Ne ero più che certa e il tanto lavoro fatto dava certo i suoi bei risultati. Sì, probabilmente non sarei mai stata un'etoile, ma non era questo che volevo. Mi bastava poter danzare. E per convincere tutti ho dovuto faticare più che a imparare a muovermi.
In famiglia non erano d'accordo, avevano altri progetti per me, eppure ho fatto quello che ho voluto, lottando, per anni.
Non mi aspettavo il crollo, non mi aspettavo l'evento che ha in qualche modo - subdolamente - cambiato la mia vita. Tutta la sicurezza della lotta fatta fino a quel momento mi è mancata di colpo.
Con una, due, mille scuse, ho smesso di lottare. Ho fatto di tutto per smettere.
Di fatto, finita quella lotta sono morta.

Ho imparato l'arte di scorrere. Ci sono cose che evidentemente non sono per noi. Ci sono fatiche che non dovremmo fare. Ci sono altre cose che vengono naturalmente a noi e che sono fluide, lisce, ci vestono perfettamente e non costano uno sforzo gigantesco.
Quelle sono le cose che ho imparato a fare. Ringraziando anche la Vita per avermi aiutata a comprendere, questo attaccamento folle non è sano. Seguire il flusso e leggere (non nei fondi del caffè) i segnali, capire quando è il caso di insistere oppure è meglio mollare. Perché alla fine non c'è più stato niente, niente, per cui valesse la pena lottare. In nessun ambito.

Nemmeno ora, penso. Vivo la maggior parte delle cose come inessenziali. Mi piacciono, ci sono, ma non mi ci identifico. In certi momenti mi pare una conquista enorme. Niente la cui mancanza potrebbe farmi male. Scrivere, lavorare, dipingere, leggere, non solo. Il lasciare andare anche alcuni rapporti finora tenuti da conto. Amici, parenti, conoscenti. Entrano ed escono dalla mia vita lasciandomi ciò che devono, prendendo ciò che offro.
Ho notato che faccio meno differenze, mi racconto allo stesso modo e ciascuno sceglie il suo significato nelle mie parole. Si fermano, e io fermo, quelli che colgono più sfumature (basta che non siano grigio, nero o rosso), perché scoprire sfumature ha un fascino particolare e sono pochi quelli che si fermano a guardare davvero. Ma non li trattengo: se vedo che vanno, lascio che vadano. Non c'è scritto da nessuna parte che si debba stare insieme per forza.
Posso sembrare superficiale, frivola, sciocca, leggera. Eppure costa anche lasciare andare. A volte più che trattenere, ma anche qui non combatto.

Poi un pomeriggio sono a farmi coccolare dal mio acconciatore di fiducia e in tv passano un video. Mi infastidisce quella canzone, perché non mi piace il testo. Va contro il mio pensiero. Eppure mi trovo a piangere. Come se una parte di quel messaggio fosse arrivato a segno.


Ed ecco che riparte il mio pensare. Perché non credo che sia obbligatorio combattere per tutto. Non siamo fatti per questo. Siamo fatti per vivere, non per inseguire qualcosa perdendo di vista tutto il resto. Quindi?
Non credo che la vita sia una lotta, eppure ho lottato con tutte le mie forze, un tempo. Ed ero viva.
E c'è in me abbastanza passione per ricominciare a lottare? Qualcosa per cui valga la pena farlo? Bruciare. Dentro.
Senza sentirmi perdente in partenza, perché a un rapido calcolo di probabilità io non ne ho alcuna. Di avere ciò che desidero senza farmi molto male, magari troppo, magari senza alcun risultato.
Ecco, io in questo momento sto lottando (qui sì, mentalmente) tra la parte di me che mi dice che non posso e quella che mi dice "almeno provaci". Costi quello che costi.
Perché va bene scorrere, va bene cogliere i segni dell'universo, va bene seguire la via più naturale. Ma qualcosa che mi faccia sorridere come so di poter fare; averlo, quel qualcosa, conquistarlo...
Forse è vero che la vita non è combattere, forse è vero che le battaglie dobbiamo sapercele scegliere per bene - perché la passione brucia e consuma tutto - e che rinunciare non è un fattore di disonore; forse è vero che scorrendo si vive meglio.
Ma riscoprire la passione e correre incontro a quella battaglia, non sarebbe una fine gloriosa?

2.10.16

Ricomincio da me

Chi mi segue sa che non è stato un gran periodo.
Non lo è.
Certo, ci sono tante, tantissime cose di cui sono felice. Di me, soprattutto, in molte sfaccettature.
Sono contenta delle persone che frequento, che mi piacciono molto. Che stimolano, apprezzano, non sono competitive e capiscono quando parlo.
Sono contenta dei miei progressi, dei miei sforzi cocciuti per restare giovane. Del mio aspetto, che poi dimostra che il lavoro funziona. Abbastanza da insistere.
Sono contenta dei risultati ottenuti, anche di quelli minimi. Perché ho tanto, comunque.
E ho ancora tanta strada da fare, prima di essere libera.
Devo crescere.
E lavorare.
E imparare a rispettare le mie esigenze. Imparare a dire più no. Imparare a rinunciare.
E scrivere, scrivere ancora.
La mia storia, le mie storie.

9.9.16

L'analisi illogica del testo 10 - Ottusi e infelici

Un po' il filo conduttore di "Scream", in fondo, ciò che facciamo per cadere in trappola.
Quelle idee stupide che vengono quando si è colti dal panico; un po' come in amore, a volte, anche.
So che in qualche modo, a parte i primi episodi di questa strana serie di post di analisi illogica, finisco sempre per prendere come metro di paragone un horror. Tant'è.

L'horror insegna a vivere, o meglio ci insegna quanto siamo stupidi, brutti, cattivi e senza speranza. Inutile mascherarci.

Così lo sappiamo già che Louis Creed, il protagonista di Pet Sematary di King, farà un errore seppellendo il gatto nel cimitero indiano. Perché è una cosa stupida e terribilmente umana. Piuttosto che spiegare "la morte" alla bambina più grande preferisce l'incognita della magia. E infatti il gatto mica torna normale. Ma è un gatto. Un animale, sarà quello che ha fatto andare storto qualcosa. E il gatto si può sempre sopprimere...
Stupido e umano.
Così come è stupido e molto umano quando a morire è il piccolo Gage. Troppo piccolo per andarsene, troppo dolore per tutti. E lo capiamo che sta facendo un errore quando ripete l'esperimento del cimitero indiano, ma capiamo benissimo perché lo fa. Perché siamo umani e ci piacerebbe poter fare una scelta in un momento di dolore che invece di scelte non ne dà.

E infatti non funziona, nemmeno con Gage. Bellissimo demonio biondo. Glielo aveva detto di non farlo, quel maledetto fantasma che lo perseguita da quando è arrivato a Ludlow, più volte. E niente, anche se qualcuno più saggio di noi prova ad avvisarci noi andiamo imperterriti col nostro sacco in spalla fino al cimitero indiano. Perché l'altra volta è andata male, ma questa volta no. Invece sì, va male un'altra volta. Non può andare diversamente, lo sappiamo noi e lo sa lui - nel profondo - ma preferisce raccontarsi una storiella. Quindi, dopo il disastro, ecco che Louis ci casca per la terza volta, non pago delle perdite subite fino a quel momento.

«Steve», disse, con voce alterata e incerta. «Ciao, Steve. Vado a seppellirla. Devo farlo solo con le mie mani nude, credo. Ci vorrà fino a stasera, forse. Il terreno lassù è molto sassoso. Non mi daresti una mano?»
Steve aprì la bocca, ma non ne uscì neppure una parola. Nonostante la sorpresa, nonostante l’orrore, lui voleva dare una mano a Louis. Chissà perché, là in mezzo a quei boschi, sembrava ben fatto, sembrava molto… molto naturale.
«Louis», riuscì a dire alla fine, «cos’è successo? Lei era… era nella casa in fiamme?»
«Ho aspettato troppo a lungo, con Gage», ribatté Louis. «Qualcosa si era impadronito di lui perché ho aspettato troppo. Ma con Rachel sarà diverso, Steve. So che sarà diverso.»
Barcollava un poco e Steve comprese che Louis era impazzito: lo capì perfettamente. Louis era folle e di una stanchezza abissale.


Inutile dire che cosa succederà dopo.
Il romanzo non lo dice, non tutto. Ma certo lo sappiamo, come lo sa Louis, che non può andare bene.
Eppure lo fa: compie ogni singolo passo verso la follia e la morte. Verso il fallimento.
Verso quello che aveva cercato di evitare con tutto se stesso.
In questo caso la perdita della sua famiglia, la morte e la sofferenza, che sono poi buona parte delle cose che temiamo tutti.
Sono anche cose che succedono facilmente.




Sto ragionando da tempo sulla perdita, sul perché e come le cose finiscono. Non perché voglia evitarmelo, non si può. Noi cambiamo, inevitabilmente, e il cambiamento ci fa paura perché è più semplice restare attaccati ai pochi dati certi che abbiamo, ai meccanismi che conosciamo.
Una leggenda tibetana narra che l'uomo sia nato dall'unione tra una scimmia e un demone. Non mi è difficile crederci. Perché un po' animali lo siamo, pure tanto, ma pensiamo di non esserlo. Perché siamo un tantino ottusi, quando si tratta di combattere le nostre paure o realizzare i nostri desideri.
Tendiamo a compiere le stesse azioni anche quando non hanno dato buoni risultati.
Tendiamo a non imparare dai nostri errori, o dalle esperienze negative. Così possiamo ripeterle all'infinito e avere lo stesso risultato altre mille, duemila, diecimila volte.
Insistiamo diabolicamente, nella strana convinzione che modificando una sola variabile dell'esperimento il risultato sarà differente.
Così in tutto.
Come in amore. E anche qui torno ai miei classici (orrore e amore, che siano parte di una sola cosa?).

Perché non impariamo mai dai nostri errori e tendiamo a ripetere la medesima modalità relazione dopo relazione. Comunque vada. Anzi, peggiorandola a volte. Non tenendo presente che abbiamo di fronte persone diverse e che magari per ogni persona c'è un modo diverso di interagire per instaurare un rapporto decente.

Ma noi no, caterpillar. Ci piace un'idea di relazione e vogliamo appiccicarla alle persone con cui stiamo. Ci piace quell'idea e proviamo a ripeterla finché non sarà esattamente ciò che vogliamo. Per poi magari fallire ugualmente per una variabile differente dalla volta prima.
Nella scelta dei partner, nel comportamento che teniamo, nel mostrarci diversi da ciò che siamo pur di farci accettare...
Un po' come tentare di avere un bambino per incastrare un/una fidanzato/a, anche fingendo, per poi tentare di avere un bambino per salvare un rapporto, cosa che "ai miei tempi" accadeva spesso.
Usiamo giochetti, piccoli inganni, strategie. E roviniamo tutto, spesso.
Tutto perché "la volta scorsa ho aspettato troppo, ma con Rachel sarà diverso".

Invece di fare la cosa saggia ed evitare la catastrofe.
Perché appunto siamo tutti diversi, reagiamo a cose diverse, abbiamo paure e desideri simili ma non uguali. Abbiamo un passato che è inciso nella carne. Abbiamo bisogni differenti.
Quello che per un po' ha funzionato con qualcuno, non necessariamente funzionerà con noi.
Forse basterebbe non ripetere gli schemi, non fare ciò che ci si aspetta da noi (ciò che ci aspettiamo da noi stessi) e non cadere in trappola. Per non essere ottusi e infelici.

Siamo davvero condannati a ripetere sempre gli stessi errori?


24.8.16

Ero qui

Stavo sistemando alcune immagini su Canva per farmi pubblicità, per poter dire che ci ho provato.
Il sito offre una serie di possibilità e spunti, niente male. Poi il resto lo devi far tu. Come sempre.

Non ho fatto tutto quello che volevo, non ancora. Mi stanca abbastanza in fretta, perché i romanzi pubblicati sono storie terminate e tornarci su in continuazione mi deconcentra e annoia. Per quanto mi piacciano e sia felice di averli scritti e pubblicati, sono distanti da me.
Però credo che per un po' sia sufficiente. Manca "Gli attimi in cui Dio è musica", ma recupererò.
Ero qui e mi chiedevo quanto poi sia utile. Mi dicono di sì, io non ci credo molto, ci provo. Forse dovrei essere più convinta.
Le notizie al telegiornale non sono rassicuranti né piacevoli.
La posta non porta grandi novità, più che altro bollette e scocciature.

Sembra che io non riesca a liberarmi in fretta, ma prima o poi, non demordendo...

Poi ecco.
Ero qui e il mio editore ha appena comunicato che "molla" la casa editrice ai nuovi arrivati. Son segnali. Perché poi da quando non arrivati non è che le cose siano migliorate, quindi osservo e lascio che sia il tempo a fare ciò che deve. Per seguire il flusso. Non è che non me lo aspettassi. Quindi, come già era nell'aria da tempo, è ora di ricalibrare il tiro. E l'inquietudine riguardo allo scrivere di questi tempi era anche lei un segnale, le decisioni prese ultimamente credo siano arrivate sull'onda. In anticipo forse, ma in linea. Fine di un'era - piccola.

E non a caso ho ricominciato a scrivere e a progettare, senza immaginare uno sbocco sicuro per le mie storie. Perché di opportunità ce ne sono decine, forse centinaia. Quali siano valide e sicure da fregature e delusioni è difficile da dire. Ovviamente. Si basa tutto sull'esperienza altrui, che però a volte è un criterio soggettivo e che magari vale per il rapporto di chi ci parla con il "suo" editore, cosa che non garantisce lo stesso rapporto a te. Tutto troppo vago per farsi un'idea in poco tempo.

Come anche erano vaghe le risposte ultimamente. Le vendite nulle, le royalties in ritardo (anche qui, da pagarsi una colazione abbondante, mica comprarsi un paio di pantaloni), le comunicazioni diradate. Oggi anche altre novità, che a me non son piaciute granché. E in ogni caso già non ero più così entusiasta. Quindi si ricomincia, come ogni volta.
Con il cinismo e la curiosità felina che mi contraddistinguono. Senza inutili entusiasmi, con il solito duro lavoro. Ora aspetto una risposta per "Area..." e comincio l'editing di "Tutto...", e intanto scrivo.
Altro. Sempre.
Ero qui...

Sono qui.

Domani chissà.

12.8.16

Le relazioni pericolose - Singolare femminile 4

Certe volte il luogo più sicuro è quello in cui corriamo più rischi.
Questo ci è molto chiaro quando sentiamo parlare di femminicidio, di violenza domestica o cose simili. Ci è meno chiaro se sentiamo parlare di violenza psicologica, anche se molte persone ormai conoscono la portata di questo problema.


Certe volte il luogo più sicuro è quello in cui corriamo più rischi.
Sembra assurdo se paragonato a ciò che ho scritto prima, ma non è solo la violenza il pericolo che corriamo. Non parlo come donna ma come essere umano, perché le relazioni pericolose di cui voglio parlare sono normalissime relazioni, perlopiù sentimentali.



A cena discutevamo di come a volte per proteggerci creiamo dei muri che diventano prigioni. Una corazza, come a volte sono i chilogrammi di troppo, per difenderci dal mondo circostante. Utile, certo, nei momenti di difficoltà. Quando siamo feriti o depressi, quando abbiamo bisogno di limitare i danni per ripartire. Allora quelle difese servono, come le menzogne che raccontiamo a noi stessi per poterci perdonare un giorno. Perché non ci sentiamo all'altezza delle nostre o altrui aspettative, perché non abbiamo rispettato il nostro codice, perché non siamo stati abbastanza "vincenti".

Non sono però le relazioni che vanno male, quelle più pericolose. A volte sono quelle che funzionano a essere le più dannose. Sembra assurdo. Quelle che vanno male ci feriscono, torturano, ci fanno piangere e impazzire. Ci fanno passare ore a discutere con amiche o amici ma ci fanno crescere. Ci fanno crescere sempre. E questo non è mai un male.
Quelle pericolose sono invece più subdole. Sono quelle che ci fanno sentire al sicuro, sistemati e a posto. Tranquilli. Quelle che ci addormentano i sensi e la volontà, che in cambio di quella pace fittizia ci toglie ogni stimolo a crescere.
Quella calma che ci fa stare bene così, che non ci spinge a migliorarci, che non ci mostra i nostri difetti se non nelle parole dell'altro, perché di solito in queste gabbie ci si finisce in due. E si fa di tutto per mantenere quell'equilibrio così comodo e così rassicurante, tanto che ci si scorda qualsiasi necessità. Ci si adatta, ci si adegua, ci si muore in modo silenzioso.

Le relazioni pericolose ci intrappolano in un paradiso artificiale di sabbie mobili che se da una parte ci proteggono da qualsiasi possibilità di rischio, dall'altra ci tolgono la passione e la propensione al sogno. E senza sogni ci limitiamo a vegetare, sicuri dentro alle nostre mura difensive, fino a una morte opaca per carenza di stimoli. Perché se è vero che le passioni forti finiscono per logorarti, è anche vero che senza passione non si cambia e non si cresce, non ci si scopre altro da ciò che gli altri ci hanno sempre rimandato, non si vive.

8.8.16

Destino

Il 12 giugno scrivevo questo:
Nel sogno lui controlla i blog che segue. Il più importante, il preferito, ha un post in home page che dice: "Ancora 52 giorni e si chiude".Mai che mi arrivino più numeri in un sogno solo. L'unica volta che è successo non li ho ricordati. Un amico mancato da poco mi elencava le ragioni per cui sono una bella persona ma la numerazione di tali motivi non aveva un senso logico. Peccato non averli segnati al risveglio. Qualche istante dopo erano andati.

Il dubbio era se il numero fosse 52 o 56. Così mi sono segnata i giorni, contandoli sul calendario. Cinquantadue giorni erano il 4/8, il giorno prima del mio compleanno, il giorno della Luna nuova in Leone e di Marte in Sagittario. Secondo il mio astrologo di fiducia (Simon & the Stars) è un inizio importante, dopo mesi se non anni di pesantezza - che in effetti c'è stata.
Cinquantasei giorni sono oggi. Non so perché ma mi sembra che sia oggi il giorno giusto. Oggi inizio le pratiche per recedere dal contratto per "La caccia" e "La festa", i due racconti vampirico-erotici che avranno presto o tardi una vita diversa. Oggi ricevo il mio regalo di compleanno (nel ritardo canonico di Prime) dalla mia famiglia - che sarà di buon auspicio per le mie scritture future. Stasera festeggio con gli amici di sempre (e un infiltrato di fiducia) - e qui altri regali non meno importanti ma meno importanti della compagnia - e oggi, sì, mi sento "nuova".
Che a 47 anni è già parecchio.


Poi c'è stato un altro sogno, in effetti.
Il maestro e io camminavamo insieme e lui rideva e scherzava, e chiacchieravamo. Lui mi chiedeva qualcosa e io gli rispondevo. Poi gli ho chiesto: "ma questa cosa, quando la risolverò?" e lui ha risposto "aspetta dopo la cena".
Dopo la cena. Quale cena? Perché un "la" presuppone una cena specifica. E boh?
Insomma, se ascolto i miei sogni i presagi di un cambiamento ci sono.

Intanto ho fatto due chiacchiere con la mia amica ed editor, che mi aiuterà a concludere anche l'avventura di Antonella, Giulia ed Emiliano. Perché, come con la storia di Jack e Jane, potrei andare avanti all'infinito e non concluderla mai. Invece ho bisogno di chiudere.
Chiudere e respirare con qualcosa di nuovo, con personaggi e ambienti diversi. Anche se poi magari significa riprendere in mano il "tascabile" per l'ennesima volta e stavolta magari dargli una versione definitiva. Che un po' se la merita. L'ho maltrattato troppo, tra un torneo e una prima stesura. Deve avere la sua conclusione, o finisce che non lo farò mai - come il primo romanzo che ho scritto e che ancora sta lì all'ennesima riscrittura e non mi piace ancora.

E ho delle storie in mente, altre, oltre ai miei soliti progetti aperti. Due, prima di altre idee abbozzate. Solo ancora non so come svilupparle. Quindi attendo.
Un racconto da ampliare, anche.
Devo solo ricominciare.
Le strade sono tante, ma so che sceglierò quella giusta lasciandomi trasportare dall'istinto, come sempre. In un modo nuovo.
Più libera.