14.3.23

Una favola senza senso

 C'era una volta un re senza memoria che governava una terra senza tempo dove tutto si confondeva e niente se ne andava via davvero.


Egli aveva sposato una regina senza vergogna che non faceva che mentire a se stessa e agli altri per nascondere le sue paure.

Dalla finestra del castello senza torri, la principessa senza sorriso sognava di vedere un mondo senza guerra e senza morti. Ma sapeva che era solo utopia. 

C'era un principe senza un regno che cercava di trovare un senso alla sua delusione e uno stregone senza più poteri che ripeteva invano i suoi incantesimi nella speranza di tornare nel suo mondo.

E una donna senza testa che inventava parole nuove senza saperlo, e due sorelle senza un'anima che sognavano di avere ancora la loro servitù. 

Sul campo di battaglia un cavaliere senza un braccio scendeva da cavallo a raccogliere i suoi pezzi, mentre un erede senza colpe cresceva in un mondo di mostri. 

E un uomo buono lavorava senza sosta per amore dei suoi cari mentre il mondo intorno sembrava esplodere. E una veggente senza una sfera magica che interrogava oracoli per scoprire il proprio destino, e una dama senza cuore che osservava questo mondo come non ne avesse mai fatto parte. 

E alla fine di questa storia c'era una sirena senza più marinai da sedurre che nuotava in un mare senza confini e una nave senza motori né vele partiva da questa terra senza nome per un viaggio senza ritorno. 

19.1.23

Mentre il mondo intorno non si accorge che sto gridando

 Ti sto dicendo addio

con un inchino profondo,

e grazie. 

Di tutti i sogni, 

degli incubi 

e le ferite indecenti;

dei mille sorrisi, 

delle tante lacrime 

e le migliaia di parole. 

Sono senza dei, 

senza famiglia, 

senza patria;

senza cuore, 

senza testa 

ma sono umana. 

Ti sto dicendo addio 

mia ossessione, 

mia musa. 

E nonostante i tuoi sforzi 

per imbrigliarmi l'anima 

sono ancora libera. 

O di nuovo 

o non lo sono mai stata, 

nè lo sarò. 

Non ho pelle, 

non ho pace, 

non ho difese. 

Non un posto, 

nè un destino 

ma ancora respiro. 

Ti sto dicendo addio 

perché non è più vita 

ma una lenta e inesorabile 

piccola morte 

e io non ho più voglia

di soffrire. 

Nè voglia, 

nè forza, 

nè fiato;

non più un singolo

istante 

di questo... 



16.1.23

Lo zodiaco contro

 Anni fa leggendo una interpretazione del mio tema di nascita ho imparato che la mia Luna in Toro mi avrebbe dato un guizzo artistico - forse in ambito musicale ma non per forza - che difficilmente si sarebbe tramutato in qualcosa di concreto.

Sì, in effetti ho passato una decina di anni della mia vita a studiare danza e qualche altro a studiare canto e recitazione e nessuna di queste cose ha mai dato i frutti sperati anche se per lungo tempo ho cercato di imparare il più possibile e - almeno per la danza - ho lottato con tutte le mie forze per poi mollare all'improvviso, non senza un valido motivo. O più di uno.

La danza non è stata l'unica cosa. Col tempo ho apprezzato pittura, disegno e fotografia imparando a cavarmela osservando il lavoro degli altri e cercando di imitarlo per poi farlo mio. Anche qui i miei risultati non sono sempre stati memorabili ma l'arte richiede tempo e col passare degli anni questo viene meno. Lavoro, famiglia, incombenze di ogni tipo prendono il sopravvento e il resto non può che essere qualcosa a cui dedicare attimi soltanto.

Poi c'è stata la scrittura.

Ho sempre scritto, fin da quando ho preso coscienza del mio amore per le storie. Certo, ci è voluto del tempo per imparare a farlo in modo utile e sono abbastanza sicura di non farlo così male. Sono bravina, miglioro, sono sicura che migliorerò ancora. Ma anche qui non ho avuto i risultati sperati e anche se come me - e meglio di me - ci sono decine di migliaia di autori che condividono la mia stessa frustrazione, mi rendo conto che è stato bello impegnarsi in questi anni ma non ho più voglia di investire ogni energia nel tentativo di farmi pubblicare "bene". L'ultimo romanzo che ho pubblicato con editore è "Addio a Bodhgaya" e a oggi - che è stato ripubblicato in una specie di self publishing alla chiusura della casa editrice. Ma è stato sette anni fa.



"Il gioco dei vampiri" l'ho pubblicato da me, per divertimento. Come mi ero divertita a scriverlo, così ho deciso di fare un esperimento senza investirci più del dovuto, perché non era il "mio genere" e non mi interessava essere conosciuta per aver scritto un romanzo hard. Il self non è una passeggiata ma lascia una libertà maggiore. Anche le poesie di "L'universo è amore e sangue" e i racconti sparsi di "Presenze" sono self e francamente non ho mai nemmeno controllato i resoconti delle vendite perché sapevo che sarebbero state quasi zero.




Il progetto serio, quello su cui avrei investito, però, non ha chances. Presentato a due agenzie non ha subito critiche pesanti ma nemmeno è risultato abbastanza interessante e ormai l'ho finito da una vita. L'ho scritto una vita fa. Per quanto mi renda conto della sua validità non avrei nessun motivo per mettermi di nuovo a lavorarci sopra per renderlo accettabile agli editori. Un romanzo "vecchio" scritto in modo "vecchio" perché ormai io sono altro. Quindi, da inizio anno trovate la prima parte di "Area 3-13" su Wattpad leggibile gratuitamente in attesa di caricare le altre due parti del romanzo.



Ne parlerò ancora, ne parlerò fino alla nausea perché ci credo ma siccome l'importante non è tanto riuscire a vendere poche centinaia di copie quanto farsi leggere dalle persone e condividere la propria storia sperando di emozionare o divertire o colpire qualcuno. Per questo scrivo, per raccontare. 

Il resto non è più importante.

Pubblicare non lo è, inseguire un destino non mio non lo è. Non riconoscere quando è il momento di accettare che una cosa non è per noi non fa che prolungare l'agonia.

Forse ho davvero quel guizzo artistico, lo so che non sono priva di questo "tocco" ma non sarò mai abbastanza determinata perché non ho quella fame. Allora basta ossessioni. 

Una volta scrivere mi rendeva felice, ma se smettesse di farlo cosa potrei scrivere se non "cose morte"?  

3.1.23

Su e giù

 


Sto facendo su e giù

con altri pensieri. 

Un panda sul pigiama,

torta sullo stomaco.

Prima non c'eri, 

non vale. Vattene via. 

Ho voglia di indossarti,

di portarti dentro, 

di mandarti al diavolo. 

Di essere perfida, 

di non essere io, 

di dimenticare,

di ricordare solo sorrisi. 

Colori abbastanza diluiti,

soffia per vedere.

Ho voglia di gridare,

di gridare.

Sono muta. 

30.12.22

Il solito post di capodanno

Qualche settimana fa prima di entrare in laboratorio per l'ennesima giornata di lavoro sono passata al bar per il solito caffè. Ho fatto come sempre due chiacchiere con Christian - pima era Massimo, ma le cose cambiano - dandogli appuntamento per il solito caffè della pausa pranzo. Gesti che ripeto ogni giorno lavorativo da anni, come mille altri.
A pranzo, però, la porta del bar era chiusa pur essendo tutto acceso e all'apparenza normale e fuori dalla porta c'era un piccolo gruppo di clienti affezionati (o abituali) che diceva di aver trovato chiuso già da metà mattina e che di Christian non c'era traccia. Qualcuno di loro ha chiamato il proprietario del locale per avere notizie ma fino a quel punto nessuno sapeva nulla. 
Il giorno dopo ho saputo che Christian aveva avuto una piccola ischemia - piccola per fortuna - e che non sentendosi bene aveva chiuso la porta e si era messo un attimo giù nel locale, per riposare quei dieci minuti. Invece non si era svegliato, o meglio era lì nel retro semi cosciente che non riusciva a muoversi né a comunicare mentre a distanza di una vetrina c'era il mondo.



Qualche giorno fa una mia amica ha postato su Facebook - luogo che frequento sempre meno ma che ancora mi tiene collegata a persone che non posso frequentare per distanza e vita - una lunga riflessione sul tempo e su quanto ne siamo "schiavi" pur essendo il tempo un concetto e non una cosa tangibile. Secondo la filosofia buddista l'unico tempo che esiste è il presente, perché è l'unico in cui viviamo, o "siamo". Per il resto il tempo o è storia o è fantasia. Eppure, appunto, ne siamo schiavi.
Ci manca, corre, lo ipotechiamo, lo vendiamo, ne perdiamo dietro a qualcosa che vorremmo ma che al momento non è alla nostra portata, lo programmiamo come se fosse sempre disponibile. Invece no.
Ci frega a volte la faccenda del "cosa vuoi fare da grande?", che ci porta a proiettare nel futuro aspettative di realizzazione o felicità che potrebbero o non potrebbero diventare la nostra realtà. Il più delle volte non lo diventano e le aspettative si trasformano in frustrazioni e  delusioni. A volte in rabbia.



In questi ultimi anni sono stata molto arrabbiata, lo ammetto. Ho lottato per costruirmi una vita nuova e per tutto quello che ho fatto ho ottenuto bellissimi risultati. Una parte di questa vita è meravigliosa ed è più simile a me di quanto lo fosse, che so, un lustro fa. Eppure le solite aspettative fetenti hanno avvelenato una parte di questo periodo. Sicuramente non ho fatto abbastanza per "inseguire" i miei sogni, perché in fondo lo so di essere un'adorabile cazzona, ma le esperienze che ho fatto non sono state all'altezza dei miei sogni e mi hanno lasciato un tocco di amarezza che fatica a scivolare via. Ho lavorato tanto e sodo pensando che un giorno avrei visto spuntare una pianta da ogni seme gettato, come dovrebbe essere. Invece ho solo qualche rametto in più e la fatica fatta mi sembra troppa. 
Mi sento come se avessi perso tempo sognando che so di diventare un'insegnante di pole - o anche solo di riuscire a fare qualcosa lì che mi desse soddisfazioni oltre che lividi. Oppure con la scrittura, dove so di non essere del tutto incapace e di poter almeno raccontare storie, e dove invece mi rendo conto che le mie storie non interessano a quasi nessuno e che in qualche modo "scrivo vecchio" non inseguendo criteri ormai divenuti norma. E così via, tanto da dubitare di avere o meno un talento, uno qualsiasi, pur riconoscendomi parecchie qualità.
Ecco, in questi anni mi sono sentita spesso come ingabbiata - sì, in una gabbia d'oro, ma non basta - in un mondo che non mi poteva rispecchiare abbastanza. Dove il bellissimo ambiente che mi sono creata intorno non era sufficiente per farmi sentire soddisfatta. Di me, forse, ma più che altro della mia vita. Sento di avere un mondo interiore che preme e che fatica a uscire. Sento esplodere la voglia di ridere, di vivere per davvero nel presente senza rifugiarmi in sogni e futuri lontani. 
Perché il tempo non esiste.
Perché il tempo è adesso.
Perché nessuno di noi può sapere quanto ce n'è.
Perché niente deve avere il potere di rubarcelo.
Perché c'è solo il presente e tocca dargli un valore.
Perché è ora di vivere.


Tra poco più di un giorno inizia un nuovo anno. Questo è stato in qualche modo devastante. Ho lasciato tanto dietro di me, volente o nolente. Certe volte è necessario per poter proseguire un viaggio. Non restare ancorati a sé e all'idea di sé. Avere fame.
Se posso farmi un augurio per questo nuovo anno è di ritrovare la curiosità, di uscire dalla comfort zone qualche volta in più e di godere di ogni attimo senza aspettare di avere l'occasione giusta. Senza dipendere dal tempo. Perché di tempo non ce n'è. 



30.11.22

Di nuvole e silenzi

 


Di nuvole e silenzi

 mi sono nutrita, 

e di sussurri forti 

e di mani strette sulla pelle nuda. 

Di parole e sguardi, 

di ossessioni condivise, 

di continue ispirazioni. 

E ora viene la vita 

e non basta 

a colmare gli spazi; 

nel sottosuolo 

mi uccidono il cuore. 

Viene dicembre. 

La luce muore, 

poi ricomincia il mondo. 



Credo sia uno dei periodi più faticosi degli ultimi anni. Ho messo in discussione ogni aspetto della mia vita, perché non ero felice. L'ho fatto e continuo a farlo perché mi sento persa. Ho questa sensazione di aver perso la via una volta che ho perso il desiderio di danzare, come se - ed è terribilmente vero - dal movimento dipendesse ogni parte della mia vita.

Così, anche se con la scrittura sembrava che tutto procedesse ugualmente, a un certo punto mi sono trovata senza parole. Motivazione, interesse, ispirazione. Ho provato con tutti i miei espedienti ma non ho riscontrato alcun miglioramento.

Ma...

Una persona importante mi ha detto che scrivo meglio quando parlo di cose che fanno parte della mia esperienza - non necessariamente biografia, comunque.

Una persona saggia mi ha detto che quando sono in stallo è inutile insistere con quel progetto ed è molto meglio aprirne uno completamente nuovo. Almeno per un po'.

Una persona molto speciale mi ha detto di ricordarmi che valgo e che sono capace.

Quindi, ora che tutto quello che vorrei fare è stare a letto nel buio della stanza come un tempo oppure annebbiare la mente con decine di dvd in una sorta di "film therapy" volta a farmi piangere ogni lacrima che ho in corpo per sbarazzarmi di tutte queste emozioni orribili, ora che sento di non averne...

... ecco che con una matita e un post-it viola inizio a trovare parole.

Parole che non so se hanno un senso, parole che non ho idea se potranno mai diventare "qualcosa" o se resteranno sparse come mille altre. Ma sono parole che escono e che quindi mi fanno bene, ora che mi sento ancora sul fondo di un pozzo che impedisce al movimento di compiersi. 

E chissà, magari un giorno avrò anche voglia di accendere della musica e accennare un passo o due.


5.11.22

Forse avevano ragione loro

Devo ammetterlo: è un periodo difficile per me.

Forse la stanchezza, forse l'età che avanza con i suoi primi acciacchi. Forse l'essere costantemente esposta a tutto, soprattutto alla rabbia degli altri, alle loro delusioni, alle convinzioni gridate al vento, alla necessità di dire la propria sempre e soprattutto con l'arroganza del proprio punto di vista.

Dev'essere stato a fine maggio, una domenica pomeriggio, quando ho cominciato a pensare di essere circondata da mostri. Non so spiegare esattamente quale circuito impazzito della mia mente abbia messo insieme il concetto, ma guardavo le persone intorno a me e le vedevo "brutte", vecchie e spente, con sorrisi grottesschi dipinti in volto ma ormai trasformate. Quello che si vedeva da fuori era forse - lombrosianamente - ciò che trasmettevano da dentro.


Sì, insomma. Un po' come trovarmi in un film horror, in una sorta di "the walking dead" in cui travestita da zombie attraversavo indenne la piazza gremita di morti. 

Andando avanti ho iniziato a diventare insofferente rispetto a molte di queste persone, infastidita da qualsiasi manifestazione venisse da loro, anche innocua. Mi sono sentita sempre più "sola" tra gente che non mi somiglia affatto, esclusa da qualsiasi possibilità di dialogo - non che gli altri non ci provassero, ero io che non avevo più voglia di ascoltare certi discorsi che continuo a trovare insensati, notizie assurde che un tempo avrebbero occupato pagine di giornaletti di infima categoria spacciate per notizie vere etc. - perchè come fuori sincrono rispetto alla realtà che percepiscono gli altri.

Certo, più avanti sono scoppiate liti. Poi ho chiuso rapporti, poi ho iniziato a chiudermi io e continuo a farlo. Stanca e sempre più inorridita dal livello in cui si è arrivati a esprimersi, che per me rasenta l'inciviltà. Rifiutare un dialogo se dall'altra parte non si intravede una possibilità di intesa - non di arrivare utopisticamente ad avere lo stesso punto di vista ma anche solo di parlare la stessa lingua - non è arroganza. È mero sopravvivere. Evitare di sprecare energie utili.

Il fatto è che poi continui a guardare le stesse persone e le vedi "felici", unite, realizzate, forse "vincenti". Ora, io non sono mai stata una fanatica della teoria delle persone "vincenti" o "perdenti", per me le persone sono solo persone - ognuna con i suoi pregi e difetti, carattere e storia - tutte ugualmente rispettabili finché sono rispettose del prossimo; difficile per me dare del "vincente" a qualcuno. Non credo nel successo, non nel denaro e difficilmente in status symbol. Solo che...

Anni fa stavo guardando un film - horror per cambiare - in cui un virus trasformava buona parte della popolazione in zombie (dev'essere una costante della mia vita, ormai: non più vampiri ma zombie...) mentre gli altri diventavano... Mostri. Credo fosse "28 giorni dopo", il titolo. Insomma, mi aveva colpito il fatto che le persone non infette fossero di fatto diventate peggio di quelle trasformate loro malgrado in bestie affamate prive di qualsiasi capacità di pensiero. Crudeli, sadiche e prive di compassione. A quel tempo mi chedevo se non ci fosse da augurarsi di beccarselo, il virus, per evitare di diventare dei mostri consapevoli. Perchè per me il metro di giudizio era quello: la capacità di distinguere. Maledetta consapevolezza.




Ed ecco che, complice la stanchezza e una punta di depressione che ne consegue, mi sorge la domanda: "e se avessero sempre avuto ragione loro?"

In definitiva, oggi, a cinquantatrè anni, mi trovo a chiedermi chi sono.