12.6.16

Speciale Sette Stanze - parte 2

Speravate che me ne fossi dimenticata, vero? Invece no. Insisto.

Siccome sono contenta per l'arrivo del cartaceo, non posso non ricordare quando la pubblicazione non era nemmeno prevista. Perché in un "ambiente" in cui le attese sono infinite - e ti permettono di scrivere e scrivere romanzi tra una pubblicazione e l'altra - a volte ti tornano in mente le risposte e le soddisfazioni che ti arrivano da ogni lavoro.

Ormai lo sapete, in "Sette stanze" c'è un tizio che vomita e c'è una giovane cameriera. Si tratta di un romanzo sentimentale e introspettivo, si tratta di una vita da ricostruire, come una casa, una stanza per volta.

Qui di seguito gli ultimi otto giudizi ricevuti per le prime 24 pagine di "Sette stanze" nell'edizione 2014 di IoScrittore...




Giudizio n°8 - Voto 7

Il personaggio principale mi ha colpito molto. Anton è un protagonista forte, a tratti anche cinico e burbero ma, si puo' leggermente intravedere in queste poche pagine, una sfumatura dolce e sensibile. Dietro ad un uomo tutto ad un pezzo, vi si nasconde un' anima fragile dal passato complicato e difficile. Questa storia pecca forse di originalità, considerato che, spesso veniamo a conoscenza di persone che, dopo un passato triste o complicato e oscuro, provano a migliorarsi e a pentirsi. Anton a parere mio, cambierà sicuramente, dopo aver svelato tutti i suoi scheletri nell'armadio, grazie all'amore che scoprirà avere per la ragazza che incontrerà. Ti consiglierei, considerato che, prende molto e coinvolge abbastanza, di rivedere la sinossi. E' a tratti, un pò ripetitiva: sottolinei tanto il lato oscuro del passato di Anton. Rivedilo e sistemalo per bene.

Certe volte mi spiazza l'essere giudicata da aspiranti scrittori con un italiano "creativo". Perché poi di questi voti c'è chi tiene conto e non controlla che a giudicare un mio scritto, anche dal punto di vista grammaticale, ci sia qualcuno che non si esprime granché bene. Comunque: devo riscrivere la sinossi (che non ho conservato) il romanzo non si sa. Poco originale, ma considero che ne ha lette solo ventiquattro pagine e non sa il come...


Giudizio n° 9 - Voto 7

Buona impostazione del racconto: coinvolgente. L'incipit termina lasciando nel lettore la gustosa curiosità di come possa evolvere il romanzo. Il protagonista "Anton Eastman" ,scimmiottato dal personaggio "Edward Lewis" interpretato da Richard Gere nel film "Pretty Woman", cinico e spietato uomo d'affari della City londinese, rientra in quel classico che tanto piace al pubblico femminile del bello ,ricco e potente che nell'immaginario collettivo ha tutto; invece nel bel Anton qualcosa di grosso viene a turbarlo fino al punto di distruggere perfino la sua stessa esistenza....... Scorrevole lo stile dello scritto, semplice di facile apprendimento. Buon uso del virgolettato e grammaticamente corretto. Trovo ripetitivo gli "era" e gli "aveva". La frase: odorato di profumo di bucato aleggiava per casa, la trovo in contraddizione nella descrizione fatta della stessa come luogo chiuso, buio, polveroso, inabitato; poi riferito alla governante Maria nella frase: ne aveva fatte negli anni, credo sia da intendere: ne aveva viste negli anni. Avrei, infine, dato un nome alla città di mare dove si svolgono i fatti, forse l'autore lo mette nel proseguio del romanzo. 

A parte la difficile scimmiottatura da parte di Richard Gere (visto come "sta scritto" nel commento), il piacere dell'essere di facile apprendimento pur essendo pieno di verbi è inenarrabile. Al di là di tutto, la casa è disabitata e una persona passa due volte a settimana più per abitudine che per fare pulizia, cosa che comunque fa come chiunque abbia a cuore un luogo. Qualche volta si lavano i teli che coprono i mobili, qualche volta si tolgono le ragnatele. La signora Maria è lì da quando Anton era piccolo... E, nella frase "ne aveva fatte, negli anni" il soggetto era "telefonate", sottinteso lì, ma scritto bello evidente nella frase precedente. A volte basta leggere. Sì, la città non era essenziale, non all'inizio. Infatti la si scopre dopo e continua a non essere fondamentale.


Giudizio n° 10 - Voto 6,33

Anton non mi cattura piuttosto m'infastidisce!! E' un personaggio spento, forse ha qualcosa da nascondere. Scappa dal suo futuro ritrovando rifugio in un passato che aveva snobbato....Ma che dire...fai casini e scappi... oppure ti sei rotto i coglioni di vivere da riccone e sfruttare il mondo e adesso che lo hai fatto vuoi tornare nella vecchia casa di mamma.. .. Ma che personaggio è? Comunque arriva...qualcosa arriva e si comincia a delineare...anche perché se ne parlo in maniera infastidita significa che qualcosa è arrivato. C'è poca originalità nella storia.

Colpito. Anton non deve essere simpatico e non lo è. Nemmeno dopo è proprio il massimo. Non ho mai pensato che la storia in sé fosse originale. Lo sono in qualche modo i personaggi, la storia che c'è sotto e che nell'incipit non si può vedere. 


Giudizio n° 11 - Voto 4

Scritto sospeso - non compare mai il nome del luogo - e pervaso da imprecisioni - il protagonista entra in acqua al mattino e ne esce al tramonto (?) - che riconfermano continuamente la sensazione di inconsistenza. A questo si uniscono toni altisonanti ("Impotente, distrutto, solo") e melodrammatici (come nel paragone tra protagonista e bicchiere, "opachi e sopravvissuti"). In opposizione, un eccesso descrittivo e un uso abbondante di espressioni precostituite e immagini note, gettano trama e protagonista in rigidi cliché che collidono con le inesattezze che rendono lo scritto fluttuante (che lavoro fa il protagonista?). Nel complesso, è un lavoro ancora poco armonico. 

Aridaje con il nome del luogo. Ma se fosse New York, o Bali, o Tunisi? Cosa cambierebbe nel "sentire" del protagonista? Melodrammatico, altisonante, descrittivo. Sono colpevole. Ma non c'è un rigido cliché, in realtà. E il lavoro del protagonista si scopre nel resto del romanzo, come la città, come il suo oscuro segreto, come i segreti dei suoi genitori e della signora Maria... Per quel che riguarda poi il protagonista che entra in acqua al mattino e ne esce al tramonto, bastava leggere. In quel punto Anton si sveglia a casa di sua madre che il sole è già alto in cielo (ergo non è in spiaggia), percorre a piedi e senza fretta i dodici chilometri che lo separano dal mare (a passo regolare sarebbero 12x12,5 minuti a Km, quindi circa due ore e mezza), resta a lungo su un muretto a guardare il mare poi si immerge sperando di riuscire a lasciarsi andare quel tanto da annegare ma non ce la fa. Non è che va a divertirsi, è confuso, disperato e stanco. Quando si rende conto che non si lascerà morire in quel modo esce dall'acqua e il sole sta scendendo. Mi pare che, non essendo estate, si possa fare. Comunque ok.


Giudizio n° 12 - Voto 6,67

C'è un'aria molto tetra in questa storia, in fondo è l'aria che tira tutte le volte che ci ritroviamo a fare i conti con una coscienza che ha bisogno di rimettere a posto dei tasselli prima di tornare a brillare della luce di cui è fatta. Un uomo duro che inizia a far entrare luce dentro se stesso dalle crepe che proprio lui ha prodotto. Storie che hanno molto da comunicare, sia a chi ha già intrapreso un percorso di auto consapevolezza che a chi non se ne lascia sfiorare; le parole lette non possiamo dimenticarle, archiviarle si.

Un enorme boh? Almeno dal punto di vista letterario. Poi, per il resto, avrò comunicato qualcosa?


Giudizio n° 13 - Voto 6,33

La scrittura ha un buon ritmo e buoni spunti, tuttavia spesso fanno capolino alcuni luoghi comuni tanto nella descrizione dei personaggi quanto nello stile espositivo. 

Pulito, chiaro, corretto. Almeno utile a migliorare il romanzo.


Giudizio n° 14 - Voto 2,33

Che noia tutti questi personaggi che si svegliano una mattina, aprono la finestra, hanno un brivido di angoscia e fumando una sigaretta guardano al futuro immediato di una giornata che cambierà loro la vita! Tutti così adesso gli incipit? Già visto e già letto in almeno cinque incipit, questo testo ha anche lo svantaggio di non essere scritto in maniera coerente. Prima il flash sul protagonista (o personaggio principale) poi in cinque righe la storia passata (e infodump come se non ci fosse un domani). Quindi di nuovo il senso di smarrimento e infine la spiegazione di quando era iniziato il tutto (tutto? tutto cosa?) Il testo è scritto in maniera disorganica, come se l'autore volesse scrivere qualcosa ma non sapesse né bene cosa né, soprattutto, a quale aspetto di questa "cosa" dare maggiore importanza e coerenza. Dispiace molto ma testo negativo su tutta la linea. Si fatica in maniera incredibile ad arrivare alla terza pagina. 

Ok, qui non so da dove iniziare. Il protagonista - o personaggio principale che dir si voglia - non si sveglia una mattina e apre la finestra. Certo, una mattina si rende conto che l'ha fatta grossa (e non si sa cosa fino a ben più avanti) una volta di troppo e scappa. Senza prospettive e senza un minimo di amor proprio. Ma certo dopo aver letto ben cinque incipit diversi con lo stesso protagonista non si può andare oltre la terza pagina. Disorganico? Introspezione, il protagonista ha una vita a pezzi e non sa se farla finita o meno. Ovvio che un minimo di spiegazioni vanno date nell'immediato, credo. Altrimenti come la spieghi la disperazione? Non la spieghi? Poi come con la storia della città (come se i romanzi dovessero iniziare con "Torino, esterno giorno") se la spieghi è perché l'hai accennata, se non lo fai è perché non ne parli. E tutto, il tutto cosa, è iniziato almeno quaranta anni prima. Costruzione, distruzione e ricostruzione di un uomo. Ma certo non sta tutto nelle prime tre pagine che hai letto...


Giudizio n° 15 - Voto 6,67

Il linguaggio utilizzato è semplice, ma riesce lo stesso a tenere alta l'attenzione del lettore. Bisognerebbe ripulire l'incipit dalle ripetizioni (es. "mare grigio-azzurro" / il mare che "respira"), dai luoghi comuni e dalle frasi fatte (es. "...qualcosa gli si era rotto dentro" / "era scappato da Londra e dal lavoro in un lampo"), e incongruenze di fatti e immagini (la casa "polverosa e scura" cozza con quella della donna delle pulizie che la pulisce due volte a settimana e per di più senza che nessuno la sporchi visto che è disabitata!). Il malessere del personaggio principale si coglie tutto ma, a mio avviso, le retate in bagno per vomitare l'alcol ingerito sono eccessive. Nel complesso è un incipit più che sufficiente, suscita la voglia di proseguire la lettura.

Sono più che sicura che questo giudizio lo abbia scritto un uomo: una donna sa che anche una casa disabitata si sporca in un attimo e che può benissimo essere polverosa e scura anche se passi due volte a settimana a dare un'occhiata. L'ho già detto nella puntata precedente, credo. Le ripetizioni, quando c'erano, le ho sistemate e le frasi fatte qualche volta ho scelto di lasciarle lì. Scelte di scrittrice da sottoscala, probabilmente. Ma l'incipit comunque suscita la voglia di proseguire... 


Ok, abbiamo finito. Io mi sono divertita a rispondere, senza alcuna incazzatura. Beh, forse per il 2,33. Non per altro ma perché non è un voto da dare a chi ha almeno la capacità di usare un italiano corretto. Io stessa, partecipando, ho letto degli strafalcioni mostruosi ma credo di non aver mai dato meno di 4. Alla fine ho sempre cercato di motivare ogni voto con riferimenti a frasi e passaggi. Certo no perché altri incipit erano simili. Probabilmente il mio prossimo romanzo inizierà con "era una notte buia e tempestosa" (cit.)

5.6.16

Speciale Sette Stanze - parte 1

Stimolata dalla prossima uscita della versione cartacea e da una discussione eterna su Facebook riguardo ai giudizi del Torneo di IoScrittore, a cui ho partecipato a più riprese, una delle quali con "Sette Stanze", ho deciso di mettere a nudo - o alla berlina - il mio romanzo.


Devo specificare che chi ha dato i suoi giudizi lo ha fatto dopo aver letto solo l'incipit del libro, quindi grossomodo i primi due capitoli. Ventiquattro pagine in tutto. Che possono dare l'idea di cosa sia il romanzo ma anche averne una visione limitata.
Quindi ora, avendo cura di rispondere giudizio per giudizio, vado a postare tutti i commenti ricevuti, voti compresi.
Perché lo faccio?
Perché a volte chi legge e giudica le prime venti pagine di un romanzo avendo anche a portata di mano una sinossi (che in questo caso sta a metà tra un riassunto dettagliato della trama e una quarta di copertina, senza auto incensamenti o proclamazioni di essere l'ennesimo talento non riconosciuto dall'universo letterario) si limita a dare un'occhiata superficiale, perché nel Torneo si devono leggere 15 opere di concorrenti e non sempre si ha la voglia o l'intento di farlo correttamente.
Perché dopo il Torneo questo romanzo, che non è niente di che ma che non fa nemmeno schifo, è stato finalista in un altro concorso a livello nazionale e infine è stato selezionato per essere pubblicato dal mio attuale editore che, per carità, magari ha un sacco di difetti, ma è un editore. (Ovvio che se firmo e continuo a firmare io male non ci sto, proprio per niente)


Giudizio n° 1 - Voto 6
Mi piace la trovata che hai avuto delle sette stanze anche se ho ritenuto questo incipit (e immagino anche il proseguimento) troppo intimista. Ci sono una carrellata di sensazioni che sono gradevoli ma tuttavia non eccezionali o per lo meno non abbastanza comunicative. Alcune arrivano altre un po' meno. E' troppo lungo, è un romanzo sentimentale certo, ma tieni presente che chi legge questo tipo di romanzo, ha voglia di leggerSI e non di leggerTI. E' alla ricerca di pensieri che non è in grado di esprimere da solo, di qualcuno che capisca come si sente, non vuole leggere qualcosa che in un certo senso non gli riguarda; non so se capisci cosa intendo. Si è scritto bene, ma è così distante dal lettore che mi arriva qualcosa di "estraneo". Ti consiglio di metterci un po' più di trama e di non calcare troppo la mano su emozioni che riguardano solo te, scegli con cura le parole che indossano i tuoi libri. Ciao ciao buona fortuna.

Allora:  Sul fatto che sia troppo lungo, visto che sono 24 pagine e che non era scritta la lunghezza totale, vabbè... Sorvoliamo su quel "non gli riguarda" che mi fa orrore, è difficile che qualcuno MI legga dentro a un protagonista uomo di mezza età nel bel mezzo di una crisi esistenziale e sul punto di suicidarsi. Comunque giudizio che non mi aiuta a migliorare il romanzo, eventualmente.


Giudizio n° 2 - Voto 6,67

Il racconto è semplice, ben strutturato, i caratteri introdotti lentamente e con cura, sempre seguiti non solo nei loro atteggiamenti, ma anche nei loro pensieri. Critico un po' la scelta del cognome Eastman, ma può anche darsi che lo abbia cambiato per nascondere il suo "marchi italiano" e fare carriera. Purtroppo la storia del figlio prodigo è famosa sin dai tempi della bibbia, quindi nonostante la storia commuova sempre e ci faccia capire quanto sconfinato è il bene che ci vogliono i genitori e il loro perdono senza condizioni, forse mi ci vorrebbe la fine della storia per cambiare la mia opinione: per ora la storia non cattura troppo. 

Bene, semplicità e buona struttura sono già un passo avanti. Il cognome Eastman, quando uno ha un padre inglese, mi pare adeguato. Se poi vive a Londra e torna alla casa materna in Italia anni dopo la morte di lei, è difficile che venga perdonato al ritorno, semmai è già stato silenziosamente perdonato in passato, ma nelle prime 24 pagine non v'è traccia di tutto ciò. Non cattura, ci sta.

Giudizio n°3 - Voto 8,33

Intensa ricostruzione della crisi profonda di un uomo, ai limiti dell'ossessione, raccontata con un linguaggio poetico ed evocativo, lanciando al lettore continui spunti per la ricostruzione delle radici di essa. Le immagini molto belle ripagano di una certa lentezza che però promette di cessare a breve con la ricostruzione delle tappe del male di vivere di Anton e con il perfezionarsi dell’incontro con la ragazza della pizzeria delicatamente accennato. Mi auguro quindi di poter leggere il seguito.

Ok, poco da dire. In effetti inizia lento e molto introspettivo. E finisce con i cuoricini, che è strano per me. Ma la persona che ha scritto il giudizio in questione difficilmente lo saprà...


Giudizio n° 4 - Voto 5,67

La narrazione di questo incipit a parer mio risulta un pò statica. Se da un lato avevo curiosità di andare avanti, dall'altro mi perdevo nelle descrizioni. Sicuramente andando avanti nel testo si renderà più chiara la storia, ma questo inizio, da solo, non mi spingerebbe a continuare la lettura. Invece la trama sì! Interessante il mondo in cui si evincono i pensieri del protagonista, in maniera spontanea e lineare. A livello grammaticale il testo si legge piacevolmente, è un tipo di scrittura 'moderno' e leggero, alla portata di tutti. Molto intrigante il titolo e l'ambientazione delle sette stanze, specificata di volta in volta dai sottotitoli. 

Scrittura molto descrittiva, lo ammetto. Scrivendo proseguivo come per "dipingere" la scena. Perché non lo so, ma è così. Mi fa piacere che siano arrivati i pensieri e che il linguaggio sia scorrevole, vuol dire che anche pennellando dico qualcosa.


Giudizio n° 5 - Voto 8

L'opera "Sette stanze" è ben scritta ma presenta alcune imperfezioni. La particolarità del personaggio di Anton Eastman sta nel fatto che le informazioni sulla sua vita non sono date nell'immediato, ma nel corso della storia. La trama con l'avanzare delle pagine diventa sempre più intrigante, ma è poco scorrevole, come se mancassero delle parti. L'originalità di quest'opera, per quanto riguarda il genere sentimentale, consiste nel fatto che la sfera emozionale è sviluppata in diverse sfaccettature. Il linguaggio utilizzato si adatta al testo e c'è un ottimo utilizzo di sinonimi, onde evitare la ripetizione delle stesse parole; però, non viene utilizzata in modo appropriato la punteggiatura.

Bene, se da una parte la bellezza dell'incipit è che i fatti sono narrati poco per volta, dall'altra non ci sono tutti insieme. Un dramma. Strano che in un sentimentale sia originale lo sviluppo della sfera emozionale. Di solito bisogna essere di legno. Sulla punteggiatura sto lavorando ma dovrebbe farlo anche chi ha scritto il giudizio... 


Giudizio n° 6 - Voto 7,67

Un bambino felice più o meno come tanti altri si ritrova uomo in un’altra nazione, senza cuore e ricordi. Ma la vita trova sempre un’occasione per presentarti il conto e questo avviene anche in questo inizio di romanzo. Giornate passate tra una pizzeria, un bar ed il water dove svuotare tutto, anche l’anima possibilmente, sono ben descritte dall’autore e si sente quasi la puzza, o l’odore, dell’alcol che consuma il protagonista. E’ inevitabile che dove è iniziata mezzo secolo prima quella storia là deve finire, e qualcuno o qualcuna, la cui ombra sembra già essersi presentata silenziosamente ai lettori, faciliterà il percorso di revisione o forse lo porrà in secondo piano dando al tutto una luce diversa. Ci saranno sorprese e colpi di scena, ben scritte certamente, ma finora l’attenzione non sembra è stata catturata come dovrebbe, o vorremmo. Forse è dovuta alla freddezza del cinico uomo di affari italo-inglese, forse le sue origini italiane verranno fuori prepotentemente riscaldandoci l’anima. Speriamo! 

Al di là del voto buono, come nel precedente, il giudizio mi sembra poco strutturato. Mi racconta la trama del mio romanzo, quasi come le schede di lettura del Premio Calvino. Un po' confuso anche l'autore di questo giudizio, che non mi aiuta granché.


Giudizio n° 7 - l'ultimo della prima parte di questa avventura - Voto 5,67

Devo dire la verità, ho trovato la lettura dell'incipit un po' pesante. Non perché sia scritto male, anzi. Però troppo spesso mi pare che si indugi in particolari non troppo necessari. Il protagonista Anton Eastman solo in quest'incipit sta male non so quante volte, ecco forse avrei evitato di appesantire troppo la descrizione del suo disagio personale con bava, vomiti e quant'altro. A volte poi ci si perde in descrizioni e metafore fini a stesse, oppure in minuzie narrative secondo me evitabili. I personaggi nel complesso sono tutti poco simpatici al primo impatto: il protagonista, la donna delle pulizie, la segretaria, però questo è almeno efficace per l'atmosfera che immagino si volesse dare alla storia e al romanzo nel suo complesso. Per quanto riguarda ortografia e grammatica, nulla da eccepire.

Lo ammetto bis: mi piace la tragedia e ho fatto stare molto male il povero Anton prima di dargli una chance. Il fatto è che spesso per risalire bisogna toccare per bene il fondo e mentre scrivevo di lui sapevo che stava raschiando lì e che doveva farlo per forza per rinascere. Vomita, sì. Parecchio. Un uomo che non ha più motivo per vivere e non ha la forza di uccidersi. Non può essere simpatico e nemmeno suscitare simpatia nelle persone che lo incontrano. Quindi è ovvio che chi lo accoglie nella città natale dopo tanti anni di assenza e dopo aver abbandonato la madre al suo destino non lo tratta proprio con i guanti. Certi luoghi non dimenticano. (Altri ti ignorano, è vero, ma "Sette stanze" è luogo dell'anima) 


Chiudo qui la prima parte: quindici giudizi sono tanti e vi sarete annoiati al secondo. Ma se invece vi hanno incuriositi... L'e-book costa poco, ma davvero poco. Il cartaceo arriverà.

24.5.16

Esserci, a Exotic Moon...

Ebbene sì, l'ho rifatto.
Stavolta con tacco 17, corsetto e capelli posticci. Consapevole che sarei arrivata ultima fin dall'iscrizione. Consapevole che il mio mito sarebbe stato al tavolo della giuria, che le altre partecipanti alla mia categoria avrebbero avuto dalla loro parte l'età e la forza. Che miglioro ogni giorno e a ogni gara, ma non sarò mai come loro. Il che non mi scoccia nemmeno, a dire il vero.

Non che non l'abbia presa sul serio. Comunque ho prenotato minimo un'ora di "practice time" a settimana e ho aggiunto una lezione fissa di exotic - quella specialità della pole dance che prevede tacchi e movenze sensuali - oltre alle mie solite due settimanali. Ho aumentato le sessioni di addominali, scelto una canzone che mi facesse emozionare, cercato il look giusto. Sulla musica mi sa che dovrò lavorare ancora, perché anche stavolta pare che io cantassi durante l'esibizione, ma di quasi tutto il resto sono soddisfatta. Il fatto è che mi sono ripetuta la coreografia in mente per così tanto tempo che non l'ho mai provata con la musica, perché ci stava e ci sta tutta. Non ho mostrato i progressi a Natalya, che ha organizzato la gara e che ha comunque riso la prima volta che sono arrivata a lezione con la coda di cavallo lunga 70 cm. ben piazzata sui miei capelli corti. Mi ha sempre detto di far crescere i capelli per ballare, l'ho accontentata.



Foto: Alessandro Altavilla
Ho partecipato insieme alle mie amiche, ci siamo allenate e abbiamo riso, ci siamo sostenute fino all'ultimo momento e anche dopo. Siamo una bella squadra, noi. Poi c'è chi vince e chi si piazza meno bene, e ci sono io che parto sapendo di perdere. Il fatto è che non mi dispiace. Non sono mai stata una persona competitiva. Penso, al massimo, di essere competitiva-passiva, ovvero che non mi importa di essere la migliore, ma se una persona riesce a fare una cosa, allora devo riuscirci anche io. Non vale per tutto, sono anche di una pigrizia vergognosa. Ci sono cose che non mi passa nemmeno per la testa di fare: troppo sforzo e dolore fisico. Ma vale per molte delle "figure" che le mie amiche più giovani fanno e io sono ancora troppo pesante e debole per fare.
In ogni caso parto consapevole di quello che posso fare. Che è un vantaggio dell'età.
Parto sapendo che ci sarà sempre un "ultimo" in ogni gara. Sapendo che non voglio addosso l'ansia di arrivare al podio perché non è mai contro gli altri che gareggio.

Anche stavolta è toccato a me aprire la gara. La prima a esibirsi, come a Pole Position. Credo che col tempo mi ci abituerò. Come a non provare i pali prima dell'esibizione. L'altra volta per paura di farmi male vista la contrattura, questa volta per non stressarmi troppo. Tanto alla fine va come va.
Infatti il dee-jay ha fatto partire la musica che non ero ancora a posto e ho dovuto recuperare quell'attimo di "incredulità", non partire come avrei dovuto e cercare di non andare nel pallone e bruciarmi il pezzo. La seconda sorpresa è stato il palo spin che non girava quanto quello a cui sono abituata, il che mi ha portata a improvvisare qualcosa una prima volta e a sfiorare il disastro la seconda. Ma ho finito. Ho fatto il mio pezzo, più o meno come l'avevo in testa arrivando sana alla fine, con ancora la forza di uscire, senza scivolare (un attimo di incertezza nello scendere dal palo dopo la fine del brano), mediamente soddisfatta di me. Che dal saggio di Natale non ero più molto sicura di essere in grado di finire un'esibizione senza farmi male o morire a mezzo minuto dalla fine. Invece ho finito, salutato, sono andata a bere in camerino e mi sono vista le altre ragazze con tutta la pace e la tranquillità di chi non ha paura di vederne una più brava.

Foto: Alessandro Altavilla

Mi è piaciuto molto, tutto. Soprattutto "travestirmi" con i capelli lunghi e giocare con un corpo che ho spesso maltrattato e non amato. Fare la sexy senza sentirmi fuori posto. Vedere lo spettacolo da dietro le quinte - ehm, no, da dietro la tenda di Swarovski - e godermi il contatto con tante e bravissime atlete. Vedere due delle mie amiche sul podio e chi si era rifugiata in camerino a piangere essere una delle migliori in classifica. Ed essere riconosciuta da Arianna Candido, che era tra i giudici all'Italian Pole Dance Contest e che stavolta gareggiava nella categoria Professional. Il che significa che magari casco anche, magari non sono "er mejo", ma lascio un segno.
Per me non conta vincere. Non ho l'età nemmeno per pensare allo sforzo della competizione. Per me conta essere lì, con loro. Con quelle che poi vincono e con quelle che no. Con quelle che ce la mettono tutta e anche di più. perché essere anche solo l'ultima di loro mi fa sentire bene. Esserci. Basta.

17.5.16

Sette anni al Salone

Uno dei riti degli ultimi anni è stato il sabato pomeriggio al Salone del libro. Ogni anno, con gli amici fidati e con chi finiva per unirsi alla comitiva, si passava il tempo tra gli stand osservando più che acquistando - anche se un anno abbiamo inseguito un'amica dotata di trolley e lista di titoli specifici - e massacrando piedi e schiene senza un attimo di tregua, per poi trovarci a cena insieme a raccontarci le impressioni.
Da quando poi ho pubblicato il mio "Parole d'amore insano", nel 2009, frequentare il Salone è diventato un modo per imparare qualcosa in più del secondo lavoro che mi sono scelta.
Perché pur restando una passione, la scrittura è un lavoro complesso.
Così, se nei primi anni vagavo in cerca di editori, di contatti, di stand che mi somigliassero. Inutile dire che la magia è svanita in fretta. Forse il fatto di avere qualche parente infiltrato che mi raccontava aneddoti e retroscena, forse l'assistere con aumentato disincanto allo show che questa manifestazione si porta dietro e che forse attira molto del pubblico ma non me, non so dirlo.

Nel 2010 ho partecipato per la prima volta al Torneo IoScrittore e assistito dal vivo alla prima selezione in assoluto delle opere che potevano procedere con il Torneo. Inutile dire che non c'ero, tra quei nomi, anche perché avevo partecipato con una raccolta di racconti messa insieme a poche ore dalla scadenza dei termini per l'iscrizione.
Bene, l'evento mi ha delusa a tal punto da evitarlo tutti gli anni successivi. Non per la mia esclusione. L'ho evitato per noia, come a noia mi sono venuti gli scrittori, gli aspiranti, i riusciti e i "quanto sono bravo io". L'ho evitato e ho evitato l'evento analogo anche quando finalmente sono riuscita ad accedere alla seconda fase del Torneo con un romanzo di fantascienza su cui mi riprometto continuamente di rimettere mano.

Fatto sta che più passava il tempo, più diventavano importanti altre cose. Come mi ha detto una giovane scrittrice - proprio questo sabato e proprio davanti al cartellone con i "300" selezionati di IoScrittore - alla fine, se togliamo qualche dibattito e i vip, resta un insieme di stand dove si vendono libri. Quindi il mio tour ha assunto toni sempre più critici e meno affezionati. Un giro, pochi acquisti quasi mai scontati, incontri con contatti facebook e con amici che non si riesce a incontrare durante l'anno, parenti compresi.

L'anno in cui ho collaborato maggiormente con Gazzetta Torino, il 2014, ci sono stata due giorni. All'apertura e il sabato. La discrepanza tra quello che vedevo e ciò che sentivo affermare in televisione era grande. Non c'era tutta la gente che dicevano, gli stand più affollati erano quelli dove si mangiava o si cucinava e quelli con i vip di turno, non necessariamente autori. Ho visitato stand, conosciuto persone, fatto una breve intervista e organizzato una serie di incontri. Ma l'impressione che fosse una nave che imbarcava acqua era già forte. Poi gli articoli, i servizi in televisione, ogni cosa mi ci riportava. Il Salone era cosa vecchia, e lo è ancora.
Questo sabato, dopo un anno di assenza, sono tornata. Non solo non ho fatto più di cinque minuti di fila per prendere il biglietto - stavolta senza passare dall'ingresso per gli accreditati - ho superato il metal detector in meno di un attimo, ma non ho avuto difficoltà a prendere un panino e da bere, ho camminato senza difficoltà tutto il pomeriggio, ho visitato stand senza dover spingere qua e là... Insomma, se già due anni fa non c'era tutta questa folla, quest'anno mi sembrava di non esserci andata davvero di sabato. Molta polizia, molti vip - ho visto Pippo Baudo, i vestiti di due anni fa di Mauro Corona, l'immancabile Saviano (per un paio di ragazzine che passavano "quello pelato che scrive") e l'onnipresente Vitali (per fortuna non l'altro mio incubo) - niente personaggi di Star Wars nonostante l'uscita dell'ennesimo episodio, brutto, proprio questo inverno. Quindi è successo di riconoscere volti visti solo su facebook e di fermarmi per salutare al volo, è successo di incontrare una persona speciale che non riesco mai a vedere e di poterla abbracciare, è successo che son tornata a casa pensando che l'anno prossimo no. Non ha più senso.

Devo crearmi un altro rito. Un altro mondo che mi appartenga e mi somigli. Devo essere l'altra me.

8.5.16

Schizofrenia portami via...

Domenica di maggio, raffreddore da spavento, tempo incerto.
Ho il portatile acceso e i file delle bozze del cartaceo di "Sette stanze" aperti ma sapientemente lasciati sulla barra inferiore a decantare. A dire il vero non ho voglia di fare questo lavoro, anche se devo.
Come avrete sentito più volte, c'è tutto un lavoro oltre al raccontare storie, di cui non sono affatto innamorata. A me piace scrivere, inventare, raccontare. Il resto, dal preparare file per mandarli agli editori al revisionare, rivedere, approvare, pubblicizzare, chiedere interviste e recensioni... tutta roba che mi fa venire la nausea. Diciamo che non ho la vena commerciale e che qualsiasi cosa non sia strettamente legata all'immaginazione mi annoia a morte.

Così penso ad altro, soprattutto alla pole.

Nell'ultimo anno e mezzo è ciò che ho fatto con più assiduità, più ancora che scrivere. Da un lato mi riporta a quando ero ragazzina e sognavo di fare la showgirl, studiavo danza e canto e preparavo coreografie che non avrei mai ballato. Dall'altro mi diverte e mi fa mettere alla prova anche ora che ho qualche annetto sul groppone.
Sì, perché iniziare la pole dance a 45 anni suonati non è da tutti e anche se ho una "compagna" di 72 non vuol dire che sia cosa normale.
Mi ritrovo spesso in classe con persone che hanno quasi la metà dei miei anni e spesso e volentieri non sento nemmeno la differenza, se non per gli acciacchi post allenamento. Ho dalla mia che oramai conosco i segnali del corpo e cerco di non strafare quando sento che sono a rischio, anche perché recuperare non è sempre semplice.
Iniziare è stato difficile.
Tutti gli anni di danza mi hanno lasciato addosso quel minimo di grazia che serve a far da contorno ai movimenti, ma a parte una buona forza nelle gambe non è rimasto molto altro. Il fatto di essere ferma da anni e di non aver mai usato le braccia se non per "scena", invece, sono stati un handicap e ancora lo sono in parte.
I primi mesi di lezione sono stati una prova di forza di carattere.

Sono arrivata a lezione con il gruppo delle "signore", le over 40 del mercoledì. Sovrappeso, imbranata e timidissima, nelle mie coulottes e canottiera, non riuscivo a tenere il ritmo se non nel riscaldamento. Così ho deciso di aggiungere un giorno a settimana e, siccome le "signore" c'erano solo al mercoledì, ho iniziato a frequentare un corso di giovani aspiranti poler. Se già arrancavo così, la desolazione di certe lezioni in cui tutti riuscivano a fare gli esercizi tranne me era totale. Non una verticale, non una semplice "salita" sul palo, piccolissimi risultati come fare un mezzo giro senza scivolare giù di sedere...

Ma non ho mollato un giorno. Nemmeno quando all'ennesimo tentativo venivo giù come una pera. Nemmeno quando, tentando di farmi fare una foto della prima butterfly (foto che ancora non ho) sono cascata di ginocchia rischiando di frantumarmi in mille pezzi. Sarà che sono un leone, sarà che soffro della sindrome di Grisù il draghetto, ma se una cosa non mi riesce io mi impunto perché non è possibile che io non riesca, se ci riescono gli altri.
Fatto sta che piano piano, senza farmi del male, ho iniziato a vedere i primi risultati. Piccoli, sicuramente, perché ancora alcune cose basilari proprio non mi vengono: le braccia ancora troppo deboli, addominali e dorsali in crescita, una flessibilità da statua di marmo, il peso che continua a essere quello che è...

Così sono arrivata al primo saggio, un primo luglio afoso e sudatissimo, trovandomi con tacchi 15 e un completino rosso a ballare tutta sola su un palco e, nonostante tutto, uscirne viva. E promettermi di andare avanti, perché stare appesa a testa in giù è un po' come stare a casa.

Il mio passo successivo, oltre ad abbandonare le "signore" per un posto fisso tra le ragazze, è stato il continuare a stringere i denti. le difficoltà sono sempre mille. Si migliora con un allenamento costante e con un lavoro interminabile. Anche perché quelle posizioni che prima ti venivano, un giorno misteriosamente non ti vengono più, gettandoti nello sconforto. Ti vengono quelle nuove e quelle che ti sembravano acquisite... boh?
Fatto sta che nel giro di qualche mese dal mio anniversario di palo mi sono iscritta all'Italian Pole Dance Contest, prima gara della mia vita se escludiamo i Giochi delle Gioventù fatti alle elementari. Dell'esperienza ne ho parlato a inizio aprile e ora, che è inizio maggio, sono già iscritta a un'altra gara. La cosa divertente è che non mi importa di vincere - cosa di cui non ho alcuna possibilità - ma sono felice come una pasqua di provare e riprovare e di riempirmi di bolli e lividi, di acciacchi e frustrazioni. Stavolta ancora con i tacchi alti e con un piccolo travestimento, perché la vita è un gioco ed è giusto divertirsi mentre si può.

Ecco, io dovevo correggere le bozze del cartaceo del mio romanzo. Sì.
Perché poi io amo scrivere, e sognare, quasi quanto volare. Solo che non riesco mai a essere dove devo e quando devo, perché a forza di volare via con la testa finisco anche per vivere una vita scomposta tra il bisogno di sognare e quello di sognare fisicamente. Divisa tra mente e corpo.

28.4.16

L'analisi illogica del testo 9 - La cosa assurda della vita

La cosa assurda della vita è che dobbiamo morire.
Tralasciamo il fatto che non credo che la morte sia una cosa definitiva se non per un certo corpo specifico e un certo "essere" una creatura piuttosto che un'altra; che non mi importa se l'energia che ha creato quello che io chiamo "me" si ri-formerà per creare una quercia o un gatto.
Dico sempre che la vita è una sola per volta e non mi interessa se sono stata Cleopatra o un elefante nella mia vita precedente, che quel che conta è qui e ora e che quel che sarà, sarà.
Il problema è che oggi, qui, è come se morire fosse una cosa innaturale. Come se non si dovesse fare, un tabù. Ci spaventa a tal punto da non volerla accettare, eppure ci tocca. E non è che c'è una scadenza prestabilita, come se a morire dovessero essere solo gli anziani - ma solo perché ancora non si è arrivati a un progresso tale da impedirlo pure a loro - o alla gente cattiva.
Purtroppo no. La morte arriva un po' quando le pare e non sta a guardare il curriculum. Sembra brutto e cinico da parte mia, parlare di questo argomento ora. Eppure sono stanca di sentire retoriche insistenti su quanto sia terribile una certa morte.
Eh no, non è una certa morte a essere terribile: lo è tutta, ed è assolutamente naturale comunque. Una cosa che ci può succedere in ogni momento e che non necessariamente è diversa da quella morte che capita dall'altra parte del pianeta. Una cosa che non ha un vero senso se non  quello di essere la fine di una certa forma di noi. Ed è giusto perché per noi è assurda che ci fa paura.
Al di là del dolore della perdita, che comprendo e che non posso non rispettare (lo ho provato anche io, più volte), non c'è un senso da cercare che serva a placare la mente o a farci accettare la cosa.
Ma si muore. A venti come a quaranta, a tre come a novanta, a quindici come a settantuno.
Ed è assurdo fare distinzioni su una o sull'altra. Il dolore provocato a chi resta è enorme in ogni caso. Non esiste una morte "utile". Esiste solo la morte. Che può essere stupida, orribile, beffarda, o semplicemente assurda.
Lunedì mi è tornato alla mente un racconto di Stephen King. So che è un autore ricorrente nelle mie analisi illogiche, ma spesso è il più bravo a farmi pensare alle cose. Nella raccolta "Tutto è fatidico" ci sono alcune perle, tra cui il racconto "Pranzo al Gotham Cafè" in cui la morte assurda ha il volto (e il coltello da cucina) del maitre di un ristorante di classe. Così il pranzo tra due ex coniugi e l'avvocato della donna, già difficile di per sé, si trasforma in un incubo. Rapido, insensato e terribile.

"Attento!" urlai a Humboldt, e da un tavolo contro la parete un uomo smilzo con gli occhiali senza montatura lanciò un grido, lasciando cadere sulla tovaglia frammenti scuri di cibo masticato.
Humboldt non sembrò sentire né il mio urlo né quello dell'uomo. Guardava il maitre aggrottando la fronte con fare minaccioso. "Non aspettarti di rivedermi qui dentro se questo è il modo..."
"Iiiiiii! IIIIIIIII!" gridò il maitre, e lanciò un fendente nell'aria. Fece un suono sommesso, come una frase sussurrata, e il punto e a capo fu il rumore della lama che si conficcava nella guancia destra di William Humboldt. Dalla ferita sgorgò un getto violento di goccioline di sangue che decorarono la tovaglia di puntini, con un motivo a ventaglio. Vidi con chiarezza (e non lo scorderò mai) una goccia di sangue rosso vivo cadere nell'acqua del mio bicchiere e scendere verso il fondo lasciandosi dietro un filamento rosato, come fosse una coda. Sembrava un girino sanguinante"
(Tutto è fatidico, Sperling & Kupfer 2002, pag 384)

Rapido, insensato, terribile.
Come nella realtà. Se ci penso su, mi torna in mente la volta in cui, in tangenziale a Torino abbiamo incontrato il classico tizio contro mano. Che a raccontarlo non ci si crede, ma è successo. Quel mattino me ne stavo seduta al mio posto di passeggera e guardavo fuori come sempre. Davanti a noi un tir rallentava mentre nel prato alla mia destra un gruppo di operai vestiti di arancione correva verso l'asfalto. Inserita la freccia, mio marito ha effettuato il cambio di corsia e stava accelerando per sorpassare il camion quando davanti a noi si è materializzato l'impensabile: un puntino rosso sulla nostra stessa corsia sembrava avvicinarsi invece di mantenere la distanza o allontanarsi. Il tempo di rientrare nella corsia da cui provenivamo e quel puntino ci passava accanto. Il tizio al volante, per niente spaventato, guidava tranquillo mantenendo la sua destra e viaggiando contromano sulla corsia di sorpasso. Ecco, se avessimo iniziato a superare il tir e ci fossimo trovati affiancati a esso, probabilmente non sarei qui a scriverlo.
Quello che mi è passato per la testa in quel momento era qualcosa tipo "ma che cazz..." e mi è sembrato assurdo, incredibile. Idiota. Però è successo.
Gli incidenti succedono in continuazione.

Io credo che sia giusto rimanere turbati davanti agli incidenti e alle morti assurde. Credo sia giusto soffrire per conoscenti e sconosciuti che perdono la vita quando non ci sembra la loro ora. Credo sia umano, ma che sia altrettanto fondamentale ricordare che non esiste un'età giusta per morire, che non sempre succede in un modo "adatto" alle nostre aspettative e che invece di farci tanta retorica su dovremmo pensare a quanta gente di cui non sappiamo nulla muore tanto quanto quella che vediamo al telegiornale. Ai bambini che muoiono di fame o di Aids in Africa e nel terzo mondo, a quelli che annegano nel Mediterraneo - che siano adulti o bambini non cambia - a quelli che sono vittime di guerre e attentati in paesi di cui non ci importa granché. A quelli che muoiono per mano di altri dopo grandi sofferenze, a quelli che magari vediamo dormire per strada ogni giorno finché non li vediamo più. Credo che sia importante riappacificarci con la morte. Per vivere meglio.

25.4.16

Cosa faccio quando non scrivo

Capita raramente, ma capita.
Sì, stavolta è un po' peggio del solito. Non scrivo, non leggo e non mi occupo di libri con la consueta voracità. Forse una overdose, forse la leggera delusione per la scarsità di vendite e/o condivisioni.
Arrivato a inizio anno il report delle vendite dei miei ebook per l'anno 2015: prima delusione. Non tanto per "Gli attimi in cui Dio è musica", che aveva venduto quasi 200 copie digitali l'anno prima e che ne ha venduta ancora una al mese in media per tutto l'anno, quanto per i due racconti.
Ora lo so che non è facile emergere e che non sono una brava a vendersi. So anche che sia "La caccia" che "L'altra donna" meriterebbero un po' di più. Forse, soprattutto, il secondo, che non ho scritto per divertimento ma per raccontare una storia. Sì, le recensioni ci sono e sono buone (io controllo poco e di solito controllo solo su Amazon per pigrizia e per mancanza di tempo) ma non ha venduto nemmeno venti copie, come il suo "gemello" erotico. Anche se mescolare sesso e vampiri non è una gran novità, anche se bla bla bla, io che ho provato a leggere altri lavori dello stesso genere posso dirmi da sola che non è tanto peggio del resto e che tutto sommato merita una chance. Poi è uscito "Addio a Bodhgaya" e anche lì, sebbene non ci sia ancora la versione cartacea, la somma delle copie vendute il primo mese mi ha abbattuta. Non oso pensare a quanto venderà "Sette stanze", che è uscito poco dopo.
Colpa mia, di sicuro.

Non leggo, dicevo. A forza di spulciare nei lavori altrui ho una specie di repulsione anche per i libri di una qualità maggiore. Non riesco ad appassionarmi, se non a pochi e rarissimi libri. Tanto che ho iniziato un libro da più di un anno e non sono nemmeno a metà, ed è un libro che mi piace. Ne ho letti rapidamente altri, per scrivere recensioni o articoli, ma non mi hanno catturata. Proprio no.

Quindi cosa faccio? Vivo.
Lavoro, cammino, cucino e mi butto nella pole dance. Lo avrete notato, lo so. Ne ho parlato da poco ed è uno dei pochi post che ho scritto qui ultimamente. Lo faccio nonostante l'età e la fatica perché mi diverte più di tutto il resto anche se non sono brava quanto vorrei. Non tutte le lezioni sono uguali, io rendo una volta sì e una no. Cose che mi riuscivano perfettamente di colpo non mi vengono per mesi. Non ho forza in mani e braccia, non sono flessibile e sono pesante. Ma rido e gioco e sono felice. Dopo la prima gara non mi sono data tempo e sono già iscritta alla prossima. Sarà fantastico.

Poi sostanzialmente aspetto.
Risposte, conferme, una nuova strada. Un salto di qualità. Spero di riuscire a farlo con "Area...", che è stato un lavoro lungo e complesso e che ora è in attesa di uno sbocco, come "L'universo...", altra creazione degli ultimi anni. E torno a parlare di scrittura, lo so. Perché ne sto lontana ma mi possiede.
Ho almeno due progetti da terminare e non ho forse la forza di farlo adesso, anche se altre e nuove idee continuano a premere e prima o poi dovrò affrontare il mostro. E sfondare. Qui e là. Perché ho voglia di un destino differente. Di soddisfazioni. Di sognare sempre di più.

Cosa faccio quando non scrivo?
Sogno.