24.5.16

Esserci, a Exotic Moon...

Ebbene sì, l'ho rifatto.
Stavolta con tacco 17, corsetto e capelli posticci. Consapevole che sarei arrivata ultima fin dall'iscrizione. Consapevole che il mio mito sarebbe stato al tavolo della giuria, che le altre partecipanti alla mia categoria avrebbero avuto dalla loro parte l'età e la forza. Che miglioro ogni giorno e a ogni gara, ma non sarò mai come loro. Il che non mi scoccia nemmeno, a dire il vero.

Non che non l'abbia presa sul serio. Comunque ho prenotato minimo un'ora di "practice time" a settimana e ho aggiunto una lezione fissa di exotic - quella specialità della pole dance che prevede tacchi e movenze sensuali - oltre alle mie solite due settimanali. Ho aumentato le sessioni di addominali, scelto una canzone che mi facesse emozionare, cercato il look giusto. Sulla musica mi sa che dovrò lavorare ancora, perché anche stavolta pare che io cantassi durante l'esibizione, ma di quasi tutto il resto sono soddisfatta. Il fatto è che mi sono ripetuta la coreografia in mente per così tanto tempo che non l'ho mai provata con la musica, perché ci stava e ci sta tutta. Non ho mostrato i progressi a Natalya, che ha organizzato la gara e che ha comunque riso la prima volta che sono arrivata a lezione con la coda di cavallo lunga 70 cm. ben piazzata sui miei capelli corti. Mi ha sempre detto di far crescere i capelli per ballare, l'ho accontentata.



Foto: Alessandro Altavilla
Ho partecipato insieme alle mie amiche, ci siamo allenate e abbiamo riso, ci siamo sostenute fino all'ultimo momento e anche dopo. Siamo una bella squadra, noi. Poi c'è chi vince e chi si piazza meno bene, e ci sono io che parto sapendo di perdere. Il fatto è che non mi dispiace. Non sono mai stata una persona competitiva. Penso, al massimo, di essere competitiva-passiva, ovvero che non mi importa di essere la migliore, ma se una persona riesce a fare una cosa, allora devo riuscirci anche io. Non vale per tutto, sono anche di una pigrizia vergognosa. Ci sono cose che non mi passa nemmeno per la testa di fare: troppo sforzo e dolore fisico. Ma vale per molte delle "figure" che le mie amiche più giovani fanno e io sono ancora troppo pesante e debole per fare.
In ogni caso parto consapevole di quello che posso fare. Che è un vantaggio dell'età.
Parto sapendo che ci sarà sempre un "ultimo" in ogni gara. Sapendo che non voglio addosso l'ansia di arrivare al podio perché non è mai contro gli altri che gareggio.

Anche stavolta è toccato a me aprire la gara. La prima a esibirsi, come a Pole Position. Credo che col tempo mi ci abituerò. Come a non provare i pali prima dell'esibizione. L'altra volta per paura di farmi male vista la contrattura, questa volta per non stressarmi troppo. Tanto alla fine va come va.
Infatti il dee-jay ha fatto partire la musica che non ero ancora a posto e ho dovuto recuperare quell'attimo di "incredulità", non partire come avrei dovuto e cercare di non andare nel pallone e bruciarmi il pezzo. La seconda sorpresa è stato il palo spin che non girava quanto quello a cui sono abituata, il che mi ha portata a improvvisare qualcosa una prima volta e a sfiorare il disastro la seconda. Ma ho finito. Ho fatto il mio pezzo, più o meno come l'avevo in testa arrivando sana alla fine, con ancora la forza di uscire, senza scivolare (un attimo di incertezza nello scendere dal palo dopo la fine del brano), mediamente soddisfatta di me. Che dal saggio di Natale non ero più molto sicura di essere in grado di finire un'esibizione senza farmi male o morire a mezzo minuto dalla fine. Invece ho finito, salutato, sono andata a bere in camerino e mi sono vista le altre ragazze con tutta la pace e la tranquillità di chi non ha paura di vederne una più brava.

Foto: Alessandro Altavilla

Mi è piaciuto molto, tutto. Soprattutto "travestirmi" con i capelli lunghi e giocare con un corpo che ho spesso maltrattato e non amato. Fare la sexy senza sentirmi fuori posto. Vedere lo spettacolo da dietro le quinte - ehm, no, da dietro la tenda di Swarovski - e godermi il contatto con tante e bravissime atlete. Vedere due delle mie amiche sul podio e chi si era rifugiata in camerino a piangere essere una delle migliori in classifica. Ed essere riconosciuta da Arianna Candido, che era tra i giudici all'Italian Pole Dance Contest e che stavolta gareggiava nella categoria Professional. Il che significa che magari casco anche, magari non sono "er mejo", ma lascio un segno.
Per me non conta vincere. Non ho l'età nemmeno per pensare allo sforzo della competizione. Per me conta essere lì, con loro. Con quelle che poi vincono e con quelle che no. Con quelle che ce la mettono tutta e anche di più. perché essere anche solo l'ultima di loro mi fa sentire bene. Esserci. Basta.

17.5.16

Sette anni al Salone

Uno dei riti degli ultimi anni è stato il sabato pomeriggio al Salone del libro. Ogni anno, con gli amici fidati e con chi finiva per unirsi alla comitiva, si passava il tempo tra gli stand osservando più che acquistando - anche se un anno abbiamo inseguito un'amica dotata di trolley e lista di titoli specifici - e massacrando piedi e schiene senza un attimo di tregua, per poi trovarci a cena insieme a raccontarci le impressioni.
Da quando poi ho pubblicato il mio "Parole d'amore insano", nel 2009, frequentare il Salone è diventato un modo per imparare qualcosa in più del secondo lavoro che mi sono scelta.
Perché pur restando una passione, la scrittura è un lavoro complesso.
Così, se nei primi anni vagavo in cerca di editori, di contatti, di stand che mi somigliassero. Inutile dire che la magia è svanita in fretta. Forse il fatto di avere qualche parente infiltrato che mi raccontava aneddoti e retroscena, forse l'assistere con aumentato disincanto allo show che questa manifestazione si porta dietro e che forse attira molto del pubblico ma non me, non so dirlo.

Nel 2010 ho partecipato per la prima volta al Torneo IoScrittore e assistito dal vivo alla prima selezione in assoluto delle opere che potevano procedere con il Torneo. Inutile dire che non c'ero, tra quei nomi, anche perché avevo partecipato con una raccolta di racconti messa insieme a poche ore dalla scadenza dei termini per l'iscrizione.
Bene, l'evento mi ha delusa a tal punto da evitarlo tutti gli anni successivi. Non per la mia esclusione. L'ho evitato per noia, come a noia mi sono venuti gli scrittori, gli aspiranti, i riusciti e i "quanto sono bravo io". L'ho evitato e ho evitato l'evento analogo anche quando finalmente sono riuscita ad accedere alla seconda fase del Torneo con un romanzo di fantascienza su cui mi riprometto continuamente di rimettere mano.

Fatto sta che più passava il tempo, più diventavano importanti altre cose. Come mi ha detto una giovane scrittrice - proprio questo sabato e proprio davanti al cartellone con i "300" selezionati di IoScrittore - alla fine, se togliamo qualche dibattito e i vip, resta un insieme di stand dove si vendono libri. Quindi il mio tour ha assunto toni sempre più critici e meno affezionati. Un giro, pochi acquisti quasi mai scontati, incontri con contatti facebook e con amici che non si riesce a incontrare durante l'anno, parenti compresi.

L'anno in cui ho collaborato maggiormente con Gazzetta Torino, il 2014, ci sono stata due giorni. All'apertura e il sabato. La discrepanza tra quello che vedevo e ciò che sentivo affermare in televisione era grande. Non c'era tutta la gente che dicevano, gli stand più affollati erano quelli dove si mangiava o si cucinava e quelli con i vip di turno, non necessariamente autori. Ho visitato stand, conosciuto persone, fatto una breve intervista e organizzato una serie di incontri. Ma l'impressione che fosse una nave che imbarcava acqua era già forte. Poi gli articoli, i servizi in televisione, ogni cosa mi ci riportava. Il Salone era cosa vecchia, e lo è ancora.
Questo sabato, dopo un anno di assenza, sono tornata. Non solo non ho fatto più di cinque minuti di fila per prendere il biglietto - stavolta senza passare dall'ingresso per gli accreditati - ho superato il metal detector in meno di un attimo, ma non ho avuto difficoltà a prendere un panino e da bere, ho camminato senza difficoltà tutto il pomeriggio, ho visitato stand senza dover spingere qua e là... Insomma, se già due anni fa non c'era tutta questa folla, quest'anno mi sembrava di non esserci andata davvero di sabato. Molta polizia, molti vip - ho visto Pippo Baudo, i vestiti di due anni fa di Mauro Corona, l'immancabile Saviano (per un paio di ragazzine che passavano "quello pelato che scrive") e l'onnipresente Vitali (per fortuna non l'altro mio incubo) - niente personaggi di Star Wars nonostante l'uscita dell'ennesimo episodio, brutto, proprio questo inverno. Quindi è successo di riconoscere volti visti solo su facebook e di fermarmi per salutare al volo, è successo di incontrare una persona speciale che non riesco mai a vedere e di poterla abbracciare, è successo che son tornata a casa pensando che l'anno prossimo no. Non ha più senso.

Devo crearmi un altro rito. Un altro mondo che mi appartenga e mi somigli. Devo essere l'altra me.

8.5.16

Schizofrenia portami via...

Domenica di maggio, raffreddore da spavento, tempo incerto.
Ho il portatile acceso e i file delle bozze del cartaceo di "Sette stanze" aperti ma sapientemente lasciati sulla barra inferiore a decantare. A dire il vero non ho voglia di fare questo lavoro, anche se devo.
Come avrete sentito più volte, c'è tutto un lavoro oltre al raccontare storie, di cui non sono affatto innamorata. A me piace scrivere, inventare, raccontare. Il resto, dal preparare file per mandarli agli editori al revisionare, rivedere, approvare, pubblicizzare, chiedere interviste e recensioni... tutta roba che mi fa venire la nausea. Diciamo che non ho la vena commerciale e che qualsiasi cosa non sia strettamente legata all'immaginazione mi annoia a morte.

Così penso ad altro, soprattutto alla pole.

Nell'ultimo anno e mezzo è ciò che ho fatto con più assiduità, più ancora che scrivere. Da un lato mi riporta a quando ero ragazzina e sognavo di fare la showgirl, studiavo danza e canto e preparavo coreografie che non avrei mai ballato. Dall'altro mi diverte e mi fa mettere alla prova anche ora che ho qualche annetto sul groppone.
Sì, perché iniziare la pole dance a 45 anni suonati non è da tutti e anche se ho una "compagna" di 72 non vuol dire che sia cosa normale.
Mi ritrovo spesso in classe con persone che hanno quasi la metà dei miei anni e spesso e volentieri non sento nemmeno la differenza, se non per gli acciacchi post allenamento. Ho dalla mia che oramai conosco i segnali del corpo e cerco di non strafare quando sento che sono a rischio, anche perché recuperare non è sempre semplice.
Iniziare è stato difficile.
Tutti gli anni di danza mi hanno lasciato addosso quel minimo di grazia che serve a far da contorno ai movimenti, ma a parte una buona forza nelle gambe non è rimasto molto altro. Il fatto di essere ferma da anni e di non aver mai usato le braccia se non per "scena", invece, sono stati un handicap e ancora lo sono in parte.
I primi mesi di lezione sono stati una prova di forza di carattere.

Sono arrivata a lezione con il gruppo delle "signore", le over 40 del mercoledì. Sovrappeso, imbranata e timidissima, nelle mie coulottes e canottiera, non riuscivo a tenere il ritmo se non nel riscaldamento. Così ho deciso di aggiungere un giorno a settimana e, siccome le "signore" c'erano solo al mercoledì, ho iniziato a frequentare un corso di giovani aspiranti poler. Se già arrancavo così, la desolazione di certe lezioni in cui tutti riuscivano a fare gli esercizi tranne me era totale. Non una verticale, non una semplice "salita" sul palo, piccolissimi risultati come fare un mezzo giro senza scivolare giù di sedere...

Ma non ho mollato un giorno. Nemmeno quando all'ennesimo tentativo venivo giù come una pera. Nemmeno quando, tentando di farmi fare una foto della prima butterfly (foto che ancora non ho) sono cascata di ginocchia rischiando di frantumarmi in mille pezzi. Sarà che sono un leone, sarà che soffro della sindrome di Grisù il draghetto, ma se una cosa non mi riesce io mi impunto perché non è possibile che io non riesca, se ci riescono gli altri.
Fatto sta che piano piano, senza farmi del male, ho iniziato a vedere i primi risultati. Piccoli, sicuramente, perché ancora alcune cose basilari proprio non mi vengono: le braccia ancora troppo deboli, addominali e dorsali in crescita, una flessibilità da statua di marmo, il peso che continua a essere quello che è...

Così sono arrivata al primo saggio, un primo luglio afoso e sudatissimo, trovandomi con tacchi 15 e un completino rosso a ballare tutta sola su un palco e, nonostante tutto, uscirne viva. E promettermi di andare avanti, perché stare appesa a testa in giù è un po' come stare a casa.

Il mio passo successivo, oltre ad abbandonare le "signore" per un posto fisso tra le ragazze, è stato il continuare a stringere i denti. le difficoltà sono sempre mille. Si migliora con un allenamento costante e con un lavoro interminabile. Anche perché quelle posizioni che prima ti venivano, un giorno misteriosamente non ti vengono più, gettandoti nello sconforto. Ti vengono quelle nuove e quelle che ti sembravano acquisite... boh?
Fatto sta che nel giro di qualche mese dal mio anniversario di palo mi sono iscritta all'Italian Pole Dance Contest, prima gara della mia vita se escludiamo i Giochi delle Gioventù fatti alle elementari. Dell'esperienza ne ho parlato a inizio aprile e ora, che è inizio maggio, sono già iscritta a un'altra gara. La cosa divertente è che non mi importa di vincere - cosa di cui non ho alcuna possibilità - ma sono felice come una pasqua di provare e riprovare e di riempirmi di bolli e lividi, di acciacchi e frustrazioni. Stavolta ancora con i tacchi alti e con un piccolo travestimento, perché la vita è un gioco ed è giusto divertirsi mentre si può.

Ecco, io dovevo correggere le bozze del cartaceo del mio romanzo. Sì.
Perché poi io amo scrivere, e sognare, quasi quanto volare. Solo che non riesco mai a essere dove devo e quando devo, perché a forza di volare via con la testa finisco anche per vivere una vita scomposta tra il bisogno di sognare e quello di sognare fisicamente. Divisa tra mente e corpo.

28.4.16

L'analisi illogica del testo 9 - La cosa assurda della vita

La cosa assurda della vita è che dobbiamo morire.
Tralasciamo il fatto che non credo che la morte sia una cosa definitiva se non per un certo corpo specifico e un certo "essere" una creatura piuttosto che un'altra; che non mi importa se l'energia che ha creato quello che io chiamo "me" si ri-formerà per creare una quercia o un gatto.
Dico sempre che la vita è una sola per volta e non mi interessa se sono stata Cleopatra o un elefante nella mia vita precedente, che quel che conta è qui e ora e che quel che sarà, sarà.
Il problema è che oggi, qui, è come se morire fosse una cosa innaturale. Come se non si dovesse fare, un tabù. Ci spaventa a tal punto da non volerla accettare, eppure ci tocca. E non è che c'è una scadenza prestabilita, come se a morire dovessero essere solo gli anziani - ma solo perché ancora non si è arrivati a un progresso tale da impedirlo pure a loro - o alla gente cattiva.
Purtroppo no. La morte arriva un po' quando le pare e non sta a guardare il curriculum. Sembra brutto e cinico da parte mia, parlare di questo argomento ora. Eppure sono stanca di sentire retoriche insistenti su quanto sia terribile una certa morte.
Eh no, non è una certa morte a essere terribile: lo è tutta, ed è assolutamente naturale comunque. Una cosa che ci può succedere in ogni momento e che non necessariamente è diversa da quella morte che capita dall'altra parte del pianeta. Una cosa che non ha un vero senso se non  quello di essere la fine di una certa forma di noi. Ed è giusto perché per noi è assurda che ci fa paura.
Al di là del dolore della perdita, che comprendo e che non posso non rispettare (lo ho provato anche io, più volte), non c'è un senso da cercare che serva a placare la mente o a farci accettare la cosa.
Ma si muore. A venti come a quaranta, a tre come a novanta, a quindici come a settantuno.
Ed è assurdo fare distinzioni su una o sull'altra. Il dolore provocato a chi resta è enorme in ogni caso. Non esiste una morte "utile". Esiste solo la morte. Che può essere stupida, orribile, beffarda, o semplicemente assurda.
Lunedì mi è tornato alla mente un racconto di Stephen King. So che è un autore ricorrente nelle mie analisi illogiche, ma spesso è il più bravo a farmi pensare alle cose. Nella raccolta "Tutto è fatidico" ci sono alcune perle, tra cui il racconto "Pranzo al Gotham Cafè" in cui la morte assurda ha il volto (e il coltello da cucina) del maitre di un ristorante di classe. Così il pranzo tra due ex coniugi e l'avvocato della donna, già difficile di per sé, si trasforma in un incubo. Rapido, insensato e terribile.

"Attento!" urlai a Humboldt, e da un tavolo contro la parete un uomo smilzo con gli occhiali senza montatura lanciò un grido, lasciando cadere sulla tovaglia frammenti scuri di cibo masticato.
Humboldt non sembrò sentire né il mio urlo né quello dell'uomo. Guardava il maitre aggrottando la fronte con fare minaccioso. "Non aspettarti di rivedermi qui dentro se questo è il modo..."
"Iiiiiii! IIIIIIIII!" gridò il maitre, e lanciò un fendente nell'aria. Fece un suono sommesso, come una frase sussurrata, e il punto e a capo fu il rumore della lama che si conficcava nella guancia destra di William Humboldt. Dalla ferita sgorgò un getto violento di goccioline di sangue che decorarono la tovaglia di puntini, con un motivo a ventaglio. Vidi con chiarezza (e non lo scorderò mai) una goccia di sangue rosso vivo cadere nell'acqua del mio bicchiere e scendere verso il fondo lasciandosi dietro un filamento rosato, come fosse una coda. Sembrava un girino sanguinante"
(Tutto è fatidico, Sperling & Kupfer 2002, pag 384)

Rapido, insensato, terribile.
Come nella realtà. Se ci penso su, mi torna in mente la volta in cui, in tangenziale a Torino abbiamo incontrato il classico tizio contro mano. Che a raccontarlo non ci si crede, ma è successo. Quel mattino me ne stavo seduta al mio posto di passeggera e guardavo fuori come sempre. Davanti a noi un tir rallentava mentre nel prato alla mia destra un gruppo di operai vestiti di arancione correva verso l'asfalto. Inserita la freccia, mio marito ha effettuato il cambio di corsia e stava accelerando per sorpassare il camion quando davanti a noi si è materializzato l'impensabile: un puntino rosso sulla nostra stessa corsia sembrava avvicinarsi invece di mantenere la distanza o allontanarsi. Il tempo di rientrare nella corsia da cui provenivamo e quel puntino ci passava accanto. Il tizio al volante, per niente spaventato, guidava tranquillo mantenendo la sua destra e viaggiando contromano sulla corsia di sorpasso. Ecco, se avessimo iniziato a superare il tir e ci fossimo trovati affiancati a esso, probabilmente non sarei qui a scriverlo.
Quello che mi è passato per la testa in quel momento era qualcosa tipo "ma che cazz..." e mi è sembrato assurdo, incredibile. Idiota. Però è successo.
Gli incidenti succedono in continuazione.

Io credo che sia giusto rimanere turbati davanti agli incidenti e alle morti assurde. Credo sia giusto soffrire per conoscenti e sconosciuti che perdono la vita quando non ci sembra la loro ora. Credo sia umano, ma che sia altrettanto fondamentale ricordare che non esiste un'età giusta per morire, che non sempre succede in un modo "adatto" alle nostre aspettative e che invece di farci tanta retorica su dovremmo pensare a quanta gente di cui non sappiamo nulla muore tanto quanto quella che vediamo al telegiornale. Ai bambini che muoiono di fame o di Aids in Africa e nel terzo mondo, a quelli che annegano nel Mediterraneo - che siano adulti o bambini non cambia - a quelli che sono vittime di guerre e attentati in paesi di cui non ci importa granché. A quelli che muoiono per mano di altri dopo grandi sofferenze, a quelli che magari vediamo dormire per strada ogni giorno finché non li vediamo più. Credo che sia importante riappacificarci con la morte. Per vivere meglio.

25.4.16

Cosa faccio quando non scrivo

Capita raramente, ma capita.
Sì, stavolta è un po' peggio del solito. Non scrivo, non leggo e non mi occupo di libri con la consueta voracità. Forse una overdose, forse la leggera delusione per la scarsità di vendite e/o condivisioni.
Arrivato a inizio anno il report delle vendite dei miei ebook per l'anno 2015: prima delusione. Non tanto per "Gli attimi in cui Dio è musica", che aveva venduto quasi 200 copie digitali l'anno prima e che ne ha venduta ancora una al mese in media per tutto l'anno, quanto per i due racconti.
Ora lo so che non è facile emergere e che non sono una brava a vendersi. So anche che sia "La caccia" che "L'altra donna" meriterebbero un po' di più. Forse, soprattutto, il secondo, che non ho scritto per divertimento ma per raccontare una storia. Sì, le recensioni ci sono e sono buone (io controllo poco e di solito controllo solo su Amazon per pigrizia e per mancanza di tempo) ma non ha venduto nemmeno venti copie, come il suo "gemello" erotico. Anche se mescolare sesso e vampiri non è una gran novità, anche se bla bla bla, io che ho provato a leggere altri lavori dello stesso genere posso dirmi da sola che non è tanto peggio del resto e che tutto sommato merita una chance. Poi è uscito "Addio a Bodhgaya" e anche lì, sebbene non ci sia ancora la versione cartacea, la somma delle copie vendute il primo mese mi ha abbattuta. Non oso pensare a quanto venderà "Sette stanze", che è uscito poco dopo.
Colpa mia, di sicuro.

Non leggo, dicevo. A forza di spulciare nei lavori altrui ho una specie di repulsione anche per i libri di una qualità maggiore. Non riesco ad appassionarmi, se non a pochi e rarissimi libri. Tanto che ho iniziato un libro da più di un anno e non sono nemmeno a metà, ed è un libro che mi piace. Ne ho letti rapidamente altri, per scrivere recensioni o articoli, ma non mi hanno catturata. Proprio no.

Quindi cosa faccio? Vivo.
Lavoro, cammino, cucino e mi butto nella pole dance. Lo avrete notato, lo so. Ne ho parlato da poco ed è uno dei pochi post che ho scritto qui ultimamente. Lo faccio nonostante l'età e la fatica perché mi diverte più di tutto il resto anche se non sono brava quanto vorrei. Non tutte le lezioni sono uguali, io rendo una volta sì e una no. Cose che mi riuscivano perfettamente di colpo non mi vengono per mesi. Non ho forza in mani e braccia, non sono flessibile e sono pesante. Ma rido e gioco e sono felice. Dopo la prima gara non mi sono data tempo e sono già iscritta alla prossima. Sarà fantastico.

Poi sostanzialmente aspetto.
Risposte, conferme, una nuova strada. Un salto di qualità. Spero di riuscire a farlo con "Area...", che è stato un lavoro lungo e complesso e che ora è in attesa di uno sbocco, come "L'universo...", altra creazione degli ultimi anni. E torno a parlare di scrittura, lo so. Perché ne sto lontana ma mi possiede.
Ho almeno due progetti da terminare e non ho forse la forza di farlo adesso, anche se altre e nuove idee continuano a premere e prima o poi dovrò affrontare il mostro. E sfondare. Qui e là. Perché ho voglia di un destino differente. Di soddisfazioni. Di sognare sempre di più.

Cosa faccio quando non scrivo?
Sogno.

17.4.16

Recinzioni Selvagge: Pagine e pop corn - Intervista a Paola Ferrero


 “Pagine e Pop corn”

Diamo il benvenuto nella nostra sala proiezioni a Paola Ferrero, autrice torinese di racconti, romanzi e poesie. Pubblica dal 2009, anno del suo esordio con “Parole d’amore insano”. Adora scrivere e dipingere, cose che fa nel pochissimo tempo libero che le resta.

Cominciamo parlando di te: film o serie tv? Per quale motivo?
Serie tv, di sicuro. Mi piace affezionarmi ai personaggi, seguire la loro crescita, i cambiamenti di rotta, le loro reazioni alle cose che succedono. Un po’ come mi piace nei romanzi-saga. Non amo ritrovare lo stesso identico personaggio da un libro all’altro. La vita fa cambiare, è giusto ed è bello che il cambiamento ci sia anche nelle “storie”.

Se fossi il protagonista di una serie tv?
Potrei essere uno dei supereroi casuali di Heroes. Non so se tra i buoni o tra i cattivi. So che spesso mi sono sentita “diversa” e che questa diversità è stata un peso diviso con poche persone con lo stesso disagio.

Quanto e come influisce ciò che guardi con ciò che scrivi?
Essendo appassionata di cinema e tv per forza il mio immaginario si nutre anche di ciò che amo vedere. Il mio modo di scrivere, il mio metodo, è come la descrizione di scene che ho ben chiare in mente come se le stessi vedendo sullo schermo. Mi piace la scrittura veloce, come il montaggio; amo le tinte nette dei film di Michael Mann o le visioni oniriche di Tarsem Singh, sono cose che cerco di riprodurre a parole quando scrivo.

Pillola rossa o pillola blu? (In caso non si 
conoscesse Matrix: "Pillola azzurra, fine della storia: domani ti sveglierai in camera tua e crederai a quello che vorrai. Pillola rossa, resti nel paese delle meraviglie e vedrai quant'è profonda la tana del bianconiglio.") Fantasia o realtà?
Fantasia. Non sono per la verità a ogni costo. Nemmeno quando leggo sto a consultare Wikipedia per ogni dettaglio, a volte non è nemmeno importante sapere in che città del mondo si svolge una storia. Che sia verosimile,sì, ma non maniacale. Cerco qualcosa che mi faccia evadere, quando leggo. Cerco un "altrove" in cui la mia storia possa vivere. Cerco un "altrove" in cui vivere io.   

Genere preferito, letterario e cinematografico?
Sono onnivora, da sempre. In letteratura amo però horror e dramma e per il cinema/tv opto per fantascienza e commedie intelligenti. In nessun caso leggo o vedo storie legate alla seconda guerra mondiale, mi fanno troppo male.

La tua "Corazzata Potemkin"?
Direi "Pitch black" per il cinema e "Hannibal" (Lecter, per precisare) per la letteratura: penso di non aver mai incrociato di peggio. Volontariamente, perché poi potremmo anche considerare che esiste "50 sfumature...", ma non sono riuscita a leggerne più di una trentina di pagine. Noiosissimo.

Se il tuo libro fosse un film, chi sarebbe il regista e quale cast sceglieresti per interpretare i tuoi personaggi?
Il mio ultimo romanzo breve, "Addio a Bodhgaya", è una storia romantica e può essere letta in modi diversi. Credo che un regista come Lasse Hallstrom (The shipping news, Chocolat, Le regole della casa del sidro) potrebbe andare bene. Per i protagonisti, invece, nessun volto troppo noto. Sono tre ragazzi giovani, due europei e uno indiano, normali. Il fatto è che un volto troppo noto distrarrebbe dalla meraviglia dell'India e dal tema della storia.

Raccontaci un po' del tuo lavoro...
"Addio a Bodhgaya" nasce come racconto di viaggio. Mentre Arianna camminava per le strade polverose dell'India, però, è nata l'urgenza di raccontare le sue motivazioni più profonde. Perché era lì da sola, perché era così importante quel viaggio. Poi è arrivato Lucas e la sua assenza ha preso il sopravvento su qualsiasi idea avessi prima. Il lutto, il dolore privato e quello del mondo, il superamento del primo con la consapevolezza che tutto ha un inizio e una fine. Quindi è diventato un racconto troppo lungo ed è un romanzo molto breve. Una dannazione per editori...


Hai previsto un sequel, o un prequel? Uno spin off?
Questa è la prima domanda che una lettrice mi ha scritto nella primissima recensione ricevuta. Niente prequel o sequel. La storia è già tutta lì e sarebbe molto doloroso tornare ulteriormente indietro. Per un attimo ho avuto l'idea di raccontare il punto di vista di Lucas in uno spin off, come ho già fatto per "Gli attimi in cui Dio è musica", il mio primo romanzo. Non so se lo farò, per ora ho altre storie da scrivere.


Altri progetti?
Sempre troppi. Ora sta per uscire "Sette stanze", un romanzo romantico e sofferto, e "La festa", un racconto erotico che segue "La caccia". Ho terminato la revisione di un fantahorror impegnativo e lo sto inviando agli editori per vedere se piace. Sto finendo di scrivere un'altra storia tra il dramma e il paranormale. Di questo genere ho pubblicato un racconto l'anno scorso: "L'altra donna".


Se qualcuno volesse seguirti, dove ti può trovare?

Ho un blog: "Le storie di Clara"

Una pagina Facebook: Paola Ferrero

Pagine Google Plus, Twitter e Goodreads.

Potete acquistare "Addio a Bodhgaya", "Gli attimi in cui Dio è musica", "L'altra donna" e "La caccia", nonché lo spin off gratuito "Vittorio". Trovate anche "Sette stanze", tutti i link e le descrizioni sono nella pagina "Finora pubblicato" di questo blog.


E ora diamo inizio allo spettacolo!

Promozione in corso

Gentili passanti, volevo informarvi che per la promozione ideata dalla casa editrice che ha pubblicato i miei lavori, da oggi potrete trovare in offertissima i miei ebook.
Trovate "Gli attimi in cui Dio è musica" a €1,99;
"La caccia" e "L'altra donna" a €0,99;
"Addio a Bodghaya" e "Sette stanze" se non da oggi comunque in questi giorni.
Vi ricordo in ogni caso che "Vittorio", lo spin off de "Gli attimi..." è gratuito da sempre.
Altre mille offerte seguendo l'hashtag #primaveranimata
Per quanto riguarda il libro di poesie "Parole d'amore insano" potete richiedermi una copia cartacea scrivendo una mail a delgado969@hotmail.com
Grazie mille.