15.2.13

Luce

Ah, se fosse vero il sogno,
Starei tra le tue braccia,
Assorta
Mentre sul mare
Il sole cresce e colora
Il mondo.
Non negherei le lacrime
Al tuo sguardo
E bacerei le tue
Senza ritegno.
Ti regalerei perle
E pezzi di vetro
Per costruire un castello
Di quadri e cuori
E giocherei con te
Sotto la luna piena.
Giorno e notte
Insieme,
Buio e luce.
T'amerei, amore,
Come fosse l'ultimo giorno
Del mondo che ho creato per te.
Piu' della vita, amore
E' luce...

12.2.13

Cigno Bianco, Cigno Nero

Come promesso, visto che è un po' che ne parlo, ecco che vi mostro l'ultimo quadro finito, ispirato al Lago dei Cigni. Dipinto su tela 40x50 con colori acrilici su fondo preparato con carta e stucco...
Se ci cliccate sopra magari si amplia...

11.2.13

Lavori in corso

Una buona notizia:
Ho finito stasera il quadro iniziato per la collega romana (dopo quella russa... si può dire che faccio pittura etnica?), che si intitola: "Cigno bianco, cigno nero". Ispirato ovviamente al Lago dei Cigni fa parte di una serie di idee ispirate da Tersicore, per cambiare. Su tela 50x60, dipinto con colori acrilici su un fondo di carta e stucco nei toni del grigio e del rosa (no, non sono impazzita), con i miei soliti tocchi di oro e argento e nero.
Dopodiché...
1) sono a buon punto con il secondo quadro ispirato a Carmen, che si chiama "Torero".
2) ho l'idea e il fondo semi-pronto per il prossimo "Giselle", molto diverso dai precedenti.
3) ho l'immagine quasi completa in mente per "Coppelia", il primo quadro veramente grande che dipingerò.
4) idee per altri quadri che a forza di meditare verranno fuori.
E questo per quel che riguarda il dipingere.
In questo momento ho sospeso per cause di forza maggiore le lezioni di canto (troppo lavoro, troppi hobby e poco tempo...), ma anche perché emotivamente sono sovraccarica forse anche a causa dell'insonnia tornata prepotentemente a farmi visita tanto da non farmi chiudere occhio da inizio mese se non imbottita di valeriana e melatonina in dosi da cavallo.
Ultimo ma non meno importante, anzi... lo scrivere.
A) Ho ricominciato a lavorare su una storia non legata alle mie solite produzioni tragiche (sebbene contenga ovviamente almeno un cadavere), di cui ho raggiunto le 50 pagine giusto ieri.
B) Ho ricominciato a ragionare sul fantahorror per arrivare a colmare la lacuna che resta dopo la 315esima pagina e che mi deve portare al termine. Manca così poco che avrei voglia di mordermi da sola per non averlo ancora finito.
C) Mi è balenata per la testa l'idea di rimandare il romanzo ingenuo all'ennesima edizione del torneo, con minimi cambiamenti a dire il vero visto che non ho avuto il tempo di riscriverlo daccapo come meriterebbe e nel frattempo mi hanno fatto sapere che non può esserci una storia d'amore in un romanzo di fantascienza... Quindi, se partecipa... sshhhtttt!!! Non si dice.
D) Attendo paziente l'esito (ridicolo) della spedizione di "Attimi" al premio Calvino, cui partecipa contro la sua stessa volontà... ;P (scema che sono)
E) Raccolgo poesie in attesa di averne un numero sufficiente per il prossimo, delirante libro.
Ecco quindi cosa mi capita quando non desidero strapparmi il cuore e darlo in pasto ai vermi, che resterebbe una fine degna di nota ma che mi sa non potrà succedere per mano mia...
E...
Non mancano le idee di espansione del blog con racconti scaricabili (e cestinabili) e altre brillanti idee ispirate alla mia attuale residenza e all'habitat circostante...

10.2.13

Desidero

Cammino,
nella notte scura di un giorno
mai ancora vissuto,
piangendo lacrime buie
in un lamento continuo.
Io,
sciocca e senza coraggio,
inciampo, cado al suolo,
mi ferisco le mani
e con questo sangue che cola
continuo a camminare
fino allo specchio d'acqua nera
e uso gli artigli che ho per mani
per strapparmi questo cuore marcio
dal petto inutile,
lo lancio nel vuoto
in pasto ai vermi
come gli compete.
Poi scendo
passo dopo passo
mi immergo.
Come manto di velluto
l'acqua mi cattura, mi copre.
Lascio andare il corpo,
mi abbandono
affinché mi inghiotta
mi divori
mi renda parte
dell'utero del mondo,
mi prenda la vita.
Inutile, come il mio cuore,
è il mio respiro.
Nulla, solo la notte,
solo il buio,
solo questo desidero.

6.2.13

La notte

Stavo per dire...
"Wow! Questi tappi per le orecchie funzionano che è una meraviglia..." Invece no, era passata nemmeno un'ora da quando mi ero infilata i suddetti tappi, convinta che a causarmi parte dell'insonnia fossero i rumori sospetti provenienti dalla casa accanto (sospetti... insomma... direi più che son rumori certi, ma farebbe meno effetto) oppure che i tram, i gatti, il cane, l'ascensore, la caldaia, le cavallette, gli alieni e le invasioni barbariche... che tutto il rumore del mondo si condensasse in un luogo molto vicino alle mie orecchie e che dei fantastici tappi gialli mi avrebbero salvata.
No, appunto. Nemmeno un'ora di sonno e le stelle sopra il letto si erano spostate di pochi millimetri da dove le avevo lasciate. Le ho contate una a una, misurato la distanza tra loro per controllare che non si fossero animate d'un colpo, osservato il loro brillare domandandomi se - per miracoli di una tecnica ancora inesistente - arrivando là vicino le avrei ancora trovate o se stessi in realtà ammirando una marea di luci morte. Domande, cioè, che uno si pone solo nel delirio di una notte insonne.
La tentazione di alzarmi e raggiungere il computer per scrivere un po' è stata vinta dalla temperatura poco invitante e dal fatto che, alla fine, scrivere durante un delirio funziona bene solo  per i tossici.
Quindi mi sono alzata, quello sì, ho soffiato delle bollicine nell'acqua col mio gasatore casalingo e mi sono riempita di melatonina e valeriana, aumentando quella che era la mia solita dose perché sentivo la crisi isterica incombente. Non dormivo bene da sabato, forse anche da venerdì notte. Ma il weekend l'ho passato praticamente in bianco, tranne alcuni sporadici episodi di sonno in cui uomini sfregiati... bla bla bla.
Quindi mi sono impasticcata per bene, ho baciato la gatta che mi fa da cuscino e mi sono rimessa a guardare le stelle cercando di ricordare cosa mi raccontava mio nonno - Piero, l'ingegnere - riguardo ai loro nomi e alle posizioni. Un tempo mi piaceva sapere del carro, dell'Orsa, delle costellazioni, di tutti i nomi d'estate e d'inverno. Poi tutto ha perso quell'importanza e ora guardo stelle chiedendomi se sono le stesse che vedevo dalla collina (sempre là vado a finire) e se da là le vedevo come le vedo ora.
Poi sono crollata. Un sonno apparentemente senza sogni, pesante come un macigno. Tanto che stamattina ho dolori ovunque, come se sopra di me si fosse addormentata una seconda e forse anche una terza Paola, una per notte. Saltato il lavoro, saltato tutto anche a causa della febbre che va e viene, ora sono riscaldata dal sole e godo del panorama senza farmi domande inutili.
La notte, si sa, è fatta per pensare. Di giorno tocca vivere.

5.2.13

Nebbia, sogni, futuro e altre puttanate...

Certe volte il sole sembra scomparire alla vista e solo un sottile velo di grigio avvolge il cielo della città. Eppure questa è una città viva. Anche nel suo cielo opaco delle giornate di afa o di umidità. Qui la collina ha luci e colori, che si apprezzano di più dopo le giornate meno luminose.
Ricordo che tornando a casa in auto dalla casa di mia madre, spersa nella campagna, non potevo non restare come ipnotizzata dalla collina. Dalle sue luci artificiali, il profilo che si staglia nell'oscurità circostante, luoghi conosciuti un tempo, quando ci vivevo, e ancora rintracciati a memoria tra i mille e più contorni di coste e boscaglia.
Soprattutto il faro, quello al parco della Rimembranza, in cima alla collina dove abitavo. Il suo passaggio accompagnava le mie notti insonni, in attesa di fantasmi che mi quietassero l'anima parlandomi in silenzio. Ero piccola, allora, e non conoscevo molto della vita ma amavo l'idea della morte. Un riposo e un'assenza di dolore che ancora adesso mi affascina, anche se mi sento condannata alla vita. Perché io sia così non lo so.
Come la parola futuro, che per me non ha mai avuto un gran senso, se non quando era legata a un sogno. Perché senza un sogno non c'è futuro e a volte i sogni svaniscono. Non senza un motivo, certo. Ma svaniscono. E a quel punto si resta senza un futuro, si dovrebbe ricostruire un sogno, ma non sempre è così facile.
Ecco, se in certi giorni la nebbia mi avvolge più del solito riesco a percepire questa assenza di futuro e mi lascia sgomenta. Non più inerte davanti allo svolgersi assurdo della vita, ma raggelata dal significato profondo di una parola di cui non mi importava nulla. Non vedere luce al di là del velo è terribile.
Come essere già morti.
Solo che ancora si soffre e si sente il gelo. La mancanza di sogni è l'inferno vero e proprio.
Se anche ho sempre amato l'autunno, i suoi colori e la malinconia degli alberi spogli ogni giorno di più, oggi spero che presto arrivi un sole tiepido e che con lui ritorni il sogno, il sorriso e il futuro che non ho mai desiderato.
O finirò per confondermi nella nebbia...

4.2.13

Shopping infernale...

La ragazza, avvolta nel suo cappotto scuro, fissava il riflesso del suo accompagnatore nella vetrina. 
Lui la teneva sottobraccio, il cappello calcato sui capelli castano chiaro e il bavero alzato per proteggersi dal freddo. Qualcosa non andava, in quel riflesso, ma era difficile a dirsi cosa fosse esattamente a stonare nei lineamenti sdoppiati del viso. I capelli lisci e appena ondulati dalla pressione del cappello erano lunghi tanto da mettere in ombra il poco del viso che era scoperto. Lei, invece, aveva capelli raccolti dentro a un morbido cappello di lana. E il viso nudo esposto alle intemperie aveva il colore rosato delle bambole di porcellana. 
D'un tratto il giovane la prese più saldamente e la portò fino alla panchina qualche metro più in là. Le due signore di mezza età sedute da tempo sulla panchina alzarono lo sguardo. L'uomo si chinò in avanti trascinando con sè la ragazza. 
"Lei è la donna più bella del mondo", disse poi con voce profonda e leggermente roca indicandola, rivolto alle due donne. Entrambe, a bocca aperta, lo fissavano inorridite. Così come si era avvicinato, se ne andò trascinando la sua ragazza ancora una volta per il braccio piegato. 
Davanti a una nuova vetrina l'uomo si fermò. Baciò la ragazza irrigidita sulle labbra e le disse: " hai visto, gliel'ho detto..." poi girò il viso mostrando la terribile cicatrice che lo sfigurava, pelle bruciata e strappata che faticava a rinascere.