Il professore di Italiano finisce di dettare la lezione su Moravia…
“…un’apatica sensazione.”
Dal primo banco, una alunna dai lunghi capelli biondi e dagli occhi azzurri, alza la mano sorridendo. Ha l’espressione gioiosa dei diciott’anni, dei pensieri felici che fanno volare via le giornate.
“Professore, ma cosa significa patica?”
Lui la guarda, indeciso. Poi risponde:
“Al tuo paese non so, ma in italiano non vuol dire nulla…”
Lei, espressione di vuoto mentale, riguarda il quaderno. E non capisce.
13.12.08
12.12.08
Di quella volta che son finita sul giornale...
11.12.08
Aspettative
Come anche per altri argomenti, mi tocca cominciare con un "non so perché".
Io scateno aspettative. Sempre fatto.
In un modo o nell'altro, fin dai primi passi, gli altri si aspettano cose da me. Normale, dite.
Mia nonna mi ha insegnato a scrivere (con la mano giusta, che io di natura sarei mancina), a tenere un pennello in mano, a scatenare la mia fantasia. Forse si aspettava che diventassi una artista in tenera età. In effetti... (alle elementari ho scritto un tema in versi e sono un tipo creativo). I genitori, ovvio, avevano le loro. Più o meno pressanti.
Gli insegnanti a scuola volevano che io fossi la migliore sempre, mentre io volevo solo essere normale. Evitare i compiti, le interrogazioni, i pomeriggi a studiare. Avrei voluto divertirmi, ad esempio. Non trovarmi perennemente come termine di paragone per le compagne di classe che già non mi cagavano manco di striscio. Gli insegnanti si aspettavano che io mi comportassi da prima della classe, che avessi a cuore una carriera scolastica da 10/60/110 e lode. Invece a me non poteva importare di meno.
Quando facevo danza molti si aspettavano che io mi mettessi in competizione con le mie colleghe, mentre a me bastava poter ballare, imparare tutte le coreografie possibili, poter salire su un palco. Uno solo tra i miei insegnanti lo ha capito. Uno solo mi ha detto che sarei stata una buona ballerina professionista. Non una star, non l'etoile. Nemmeno una prima ballerina. Ma una professionista. Lui si aspettava da me solo quello che potevo dargli. L'unico.
I miei fidanzati/innamorati/amanti/storie da una sera/baci rubati, tutti e **, mi hanno guardata e hanno visto qualcun altra... Non ero io.
Vi pare, ad esempio, che una aspirante ballerina con un buon Q.I. e una discreta educazione/cultura avrebbe potuto sposare a 15 anni un aiuto cuoco? (Scaricato al volo dopo la richiesta) Certo che no.
Ma non è solo questione di richieste impossibili, no. La questione è che nessuno ha mai preso in considerazione la persona che sono. Vedevano in me quello che volevano loro. Un giocattolino, una che si può e deve manovrare, una che può essere solo felice ad avere un futuro qualunque.
Ce l'avevo già un futuro qualunque. Anche da sola.
Tutti a decidere cosa e come e perché dovevo fare. Con chi dovevo parlare, con che abbigliamento dovevo uscire, quali progetti portare avanti, quali speranze coltivare. Quanto dovevo mangiare, cosa dovevo scrivere nelle mie lettere, quando dovevo reagire e quando no. Tutti a pensare al sistema migliore per togliermi la vita. La libertà. I sogni. La dignità. Tutti a cercare di farmi sentire una merda, perché loro avevano voglia di gestirmi come gli pareva. Se io non ero d'accordo, se non stavo bene, se chiedevo qualcosa di più o di diverso, se manifestavo lati del carattere, non obbedivo, non mi accontentavo... così non andavo bene.
E giù mazzate. Commenti, cattiverie, battute. Qualche schiaffo, piccole vendette.
Va bene, io sono un tipo accomodante. Faccio poche richieste e cerco di non avere da discutere ogni volta. Di solito amo chiedere le cose una volta sola. Mi piace che le persone mi ascoltino quando parlo e che capiscano quando chiedo qualcosa.
Anche al lavoro, stessa storia. Io mi assumo le mie responsabilità, ma quando chiedo qualcosa si tergiversa sempre. Che sia l'istruzione data alla nuova arrivata, che sia evitare un discorso inutile, che sia la richiesta di un piccolo aumento. Si fa finta di niente. Perché tanto io sono buona. Tanto non reagisco, tanto non creo problemi.
Quanto vorrei un machete!
Io scateno aspettative. Sempre fatto.
In un modo o nell'altro, fin dai primi passi, gli altri si aspettano cose da me. Normale, dite.
Mia nonna mi ha insegnato a scrivere (con la mano giusta, che io di natura sarei mancina), a tenere un pennello in mano, a scatenare la mia fantasia. Forse si aspettava che diventassi una artista in tenera età. In effetti... (alle elementari ho scritto un tema in versi e sono un tipo creativo). I genitori, ovvio, avevano le loro. Più o meno pressanti.
Gli insegnanti a scuola volevano che io fossi la migliore sempre, mentre io volevo solo essere normale. Evitare i compiti, le interrogazioni, i pomeriggi a studiare. Avrei voluto divertirmi, ad esempio. Non trovarmi perennemente come termine di paragone per le compagne di classe che già non mi cagavano manco di striscio. Gli insegnanti si aspettavano che io mi comportassi da prima della classe, che avessi a cuore una carriera scolastica da 10/60/110 e lode. Invece a me non poteva importare di meno.
Quando facevo danza molti si aspettavano che io mi mettessi in competizione con le mie colleghe, mentre a me bastava poter ballare, imparare tutte le coreografie possibili, poter salire su un palco. Uno solo tra i miei insegnanti lo ha capito. Uno solo mi ha detto che sarei stata una buona ballerina professionista. Non una star, non l'etoile. Nemmeno una prima ballerina. Ma una professionista. Lui si aspettava da me solo quello che potevo dargli. L'unico.
I miei fidanzati/innamorati/amanti/storie da una sera/baci rubati, tutti e **, mi hanno guardata e hanno visto qualcun altra... Non ero io.
Vi pare, ad esempio, che una aspirante ballerina con un buon Q.I. e una discreta educazione/cultura avrebbe potuto sposare a 15 anni un aiuto cuoco? (Scaricato al volo dopo la richiesta) Certo che no.
Ma non è solo questione di richieste impossibili, no. La questione è che nessuno ha mai preso in considerazione la persona che sono. Vedevano in me quello che volevano loro. Un giocattolino, una che si può e deve manovrare, una che può essere solo felice ad avere un futuro qualunque.
Ce l'avevo già un futuro qualunque. Anche da sola.
Tutti a decidere cosa e come e perché dovevo fare. Con chi dovevo parlare, con che abbigliamento dovevo uscire, quali progetti portare avanti, quali speranze coltivare. Quanto dovevo mangiare, cosa dovevo scrivere nelle mie lettere, quando dovevo reagire e quando no. Tutti a pensare al sistema migliore per togliermi la vita. La libertà. I sogni. La dignità. Tutti a cercare di farmi sentire una merda, perché loro avevano voglia di gestirmi come gli pareva. Se io non ero d'accordo, se non stavo bene, se chiedevo qualcosa di più o di diverso, se manifestavo lati del carattere, non obbedivo, non mi accontentavo... così non andavo bene.
E giù mazzate. Commenti, cattiverie, battute. Qualche schiaffo, piccole vendette.
Va bene, io sono un tipo accomodante. Faccio poche richieste e cerco di non avere da discutere ogni volta. Di solito amo chiedere le cose una volta sola. Mi piace che le persone mi ascoltino quando parlo e che capiscano quando chiedo qualcosa.
Anche al lavoro, stessa storia. Io mi assumo le mie responsabilità, ma quando chiedo qualcosa si tergiversa sempre. Che sia l'istruzione data alla nuova arrivata, che sia evitare un discorso inutile, che sia la richiesta di un piccolo aumento. Si fa finta di niente. Perché tanto io sono buona. Tanto non reagisco, tanto non creo problemi.
Quanto vorrei un machete!
6.12.08
Guida al sonno per pazzi scatenati
Non so come possa succedere, ma fin da piccola in certi momenti ho potere sui miei sogni. Non su tutti, purtroppo. Sono nota per i miei incubi.
Ad esempio, da piccola sapevo che se mi addormentavo ascoltando i battiti del mio cuore avrei avuto un incubo. Succedeva ogni volta. Incubi da bambini, con personaggi molto simili a quelli dei cartoni animati o dei fumetti. Niente di troppo complicato.
Poi sono arrivati gli incidenti automobilistici. Quello più ricorrente era l'investimento di un bambino che correva in strada per prendere la palla, vicino ai giardini. Si ripeteva anche più volte a settimana, con il sangue e poltiglia non ben identificata sparsa sull'asfalto. Al risveglio avevo un sapore terribile in bocca e spesso la nausea.
Così ho cominciato a pilotare i sogni. Dopo essermi sdraiata e rilassata un pochino, formavo l'immagine di un posto (anche sconosciuto), vedevo dei personaggi, insomma mi facevo le prime scene di un film personale. Da lì, il sogno partiva facilmente e quasi sempre le cose andavano per il verso giusto. Cose pacifiche, storie d'amore (rigorosamente platonico, ero troppo piccola per altro), avventure nello spazio, amicizie che nascevano e si sviluppavano in situazioni mai complesse.
Capitava spesso, anche, che io riuscissi a "svegliare" una parte di me quando il sogno prendeva una brutta piega e lo riprendevo da un punto già sognato per dirigerlo verso un finale migliore. Il bello è che mi ricordavo tutto, al risveglio. E se volevo, la sera dopo potevo riprendere la storia da dove l'avevo lasciata.
Questa capacità è andata scemando dopo i 12 anni, circa. Il mio rapporto con il mondo onirico, però, è sempre rimasto particolare.
Gli incubi sono sempre rimasti parte integrante del mio sonno, anche se raramente mi spaventano davvero. Ho avuto sogni strani, anche alcuni premonitori.
La mia mente riesce a sognare anche quando sono sveglia, in certi momenti. Il che è un vantaggio enorme quando magari ho da fare un lavoro noioso e ripetitivo. Almeno le mie mani lavorano in automatico e io mi vivo altre storie. Storie che poi riesco a sviluppare e scrivere in modo comprensibile. Mi piace molto questa capacità.
L'unico difetto è che spesso la parte immaginativa ha il sopravvento e in certi momenti mi ritrovo a vivere emozioni inaspettate mentre magari sto andando a lavorare a piedi col mio i-pod nelle orecchie. Un brano, delle immagini si formano immediate e magari mi trovo commossa fino alle lacrime nel bel mezzo di Corso Vinzaglio, o sul tram, con la gente che mi guarda e non capisce perché sono così sconvolta.
Quando va bene ho al massimo la pelle d'oca, mi sento la pelle delle guance paralizzata e tutto torna a posto in pochi istanti. Tempo di riprendere il controllo. Quando sono un po' più tesa, magari non riesco a controllarmi e qualche lacrima scende.
Sono emotivamente instabile, già lo so. Non mi preoccupa nemmeno, meglio che essere priva di sensazioni come mi è capitato tra i 21 e i 27. Allora non c'ero, ma non c'ero davvero.
Però, quando vado a letto, non ho nemmeno più bisogno di cominciare io i miei sogni. Sono quasi sempre belli, magari strani, ma belli. Spesso misteriosi, magici o dolci.
E molto spesso volo, la notte, tra gli alberi. Mi piace da impazzire l'aria sul viso, la luce della luna piena che mi guida. Un fuoco lontano.
So quando è la notte giusta per un bel sogno: un bel bacio della buonanotte mi coglie di sorpresa quando sono lì lì per addormentarmi. Un bacio avvolgente, caldo e pieno di amore, che mi smuove le viscere e mi trascina nel sonno. Non ho nemmeno bisogno di sapere chi me lo da. Non è importante.
L'importante viene dopo.
Da ascoltare: "the clockwise witness" dei Devotchka
Ad esempio, da piccola sapevo che se mi addormentavo ascoltando i battiti del mio cuore avrei avuto un incubo. Succedeva ogni volta. Incubi da bambini, con personaggi molto simili a quelli dei cartoni animati o dei fumetti. Niente di troppo complicato.
Poi sono arrivati gli incidenti automobilistici. Quello più ricorrente era l'investimento di un bambino che correva in strada per prendere la palla, vicino ai giardini. Si ripeteva anche più volte a settimana, con il sangue e poltiglia non ben identificata sparsa sull'asfalto. Al risveglio avevo un sapore terribile in bocca e spesso la nausea.
Così ho cominciato a pilotare i sogni. Dopo essermi sdraiata e rilassata un pochino, formavo l'immagine di un posto (anche sconosciuto), vedevo dei personaggi, insomma mi facevo le prime scene di un film personale. Da lì, il sogno partiva facilmente e quasi sempre le cose andavano per il verso giusto. Cose pacifiche, storie d'amore (rigorosamente platonico, ero troppo piccola per altro), avventure nello spazio, amicizie che nascevano e si sviluppavano in situazioni mai complesse.
Capitava spesso, anche, che io riuscissi a "svegliare" una parte di me quando il sogno prendeva una brutta piega e lo riprendevo da un punto già sognato per dirigerlo verso un finale migliore. Il bello è che mi ricordavo tutto, al risveglio. E se volevo, la sera dopo potevo riprendere la storia da dove l'avevo lasciata.
Questa capacità è andata scemando dopo i 12 anni, circa. Il mio rapporto con il mondo onirico, però, è sempre rimasto particolare.
Gli incubi sono sempre rimasti parte integrante del mio sonno, anche se raramente mi spaventano davvero. Ho avuto sogni strani, anche alcuni premonitori.
La mia mente riesce a sognare anche quando sono sveglia, in certi momenti. Il che è un vantaggio enorme quando magari ho da fare un lavoro noioso e ripetitivo. Almeno le mie mani lavorano in automatico e io mi vivo altre storie. Storie che poi riesco a sviluppare e scrivere in modo comprensibile. Mi piace molto questa capacità.
L'unico difetto è che spesso la parte immaginativa ha il sopravvento e in certi momenti mi ritrovo a vivere emozioni inaspettate mentre magari sto andando a lavorare a piedi col mio i-pod nelle orecchie. Un brano, delle immagini si formano immediate e magari mi trovo commossa fino alle lacrime nel bel mezzo di Corso Vinzaglio, o sul tram, con la gente che mi guarda e non capisce perché sono così sconvolta.
Quando va bene ho al massimo la pelle d'oca, mi sento la pelle delle guance paralizzata e tutto torna a posto in pochi istanti. Tempo di riprendere il controllo. Quando sono un po' più tesa, magari non riesco a controllarmi e qualche lacrima scende.
Sono emotivamente instabile, già lo so. Non mi preoccupa nemmeno, meglio che essere priva di sensazioni come mi è capitato tra i 21 e i 27. Allora non c'ero, ma non c'ero davvero.
Però, quando vado a letto, non ho nemmeno più bisogno di cominciare io i miei sogni. Sono quasi sempre belli, magari strani, ma belli. Spesso misteriosi, magici o dolci.
E molto spesso volo, la notte, tra gli alberi. Mi piace da impazzire l'aria sul viso, la luce della luna piena che mi guida. Un fuoco lontano.
So quando è la notte giusta per un bel sogno: un bel bacio della buonanotte mi coglie di sorpresa quando sono lì lì per addormentarmi. Un bacio avvolgente, caldo e pieno di amore, che mi smuove le viscere e mi trascina nel sonno. Non ho nemmeno bisogno di sapere chi me lo da. Non è importante.
L'importante viene dopo.
Da ascoltare: "the clockwise witness" dei Devotchka
27.11.08
Ma tu guarda, la vita...
Da quando l'ho letto Twilight (e almeno uno dei seguenti libri) mi è rimasto impresso. Sono romantica, a volte troppo, amo le emozioni, le sensazioni forti e tutte 'ste cose da ragazzina.
Sono sempre stata una amante dei vampiri, di questa commistione di sangue, sensualità, morte. Della loro non-vita. Del loro essere blasfemi nel non rispettare le regole della vita.
Così, la storia d'amore tra Bella ed Edward mi sembrava fantastica, meravigliosa. Mi riempiva lo stomaco, mi saziava con quel senso di amore forte ed eterno che tutti, un po', vorremmo. Se non fosse che poi, con l'uscita del film e la conseguente sovraesposizione di qualsiasi cosa abbia a che fare con esso, ho cominciato a leggere alcune recensioni.
Su questo amore puro, casto per ovvii motivi, trattenuto fino all'esasperazione per paura delle conseguenze. Sul fatto che sia questo il tipo di romanticismo che le ragazze cercano.
Già leggendo Eclypse, poi New Moon, il personaggio di Edward, così bello, così dolce, perfetto in ogni sua minima espressione (che essendo morto, tra l'altro, non ha nemmeno più l'inconveniente di lasciare alzata la tavoletta o di scorreggiare liberamente mentre guarda la tv), così premuroso, pronto a sacrificarsi, a stare lontano dalla sua amata per non metterla in pericolo... beh, un po' di nausea me l'ha data. Per carità, avercelo uno strafigo che ti adora anche se sei supernormale (anzi pure un po' troppo imbranata), però...
Mentre il piccolo Jacob, colui che arde di lupesca febbre, ha cominciato a far breccia nel mio cuore. Lui si, disposto a qualsiasi cosa ma non a rinunciare, nonostante tutto. Lui che sa stare vicino, che protegge senza avere dalla sua parte l'immortalità, che non chiede molto e che sa accettare le decisioni altrui. Lui che anche soffrendo è sempre disponibile a dare qualcosa in più. E penso che l'amore con un licantropo sia energia, istinto, una esplosione non senza rischi, ma ugualmente eccitante. Niente di trattenuto, di ragionato.
Non è che cominciano a piacermi i lupi mannari?
Perché sarebbe grave, davvero.
Sono sempre stata una amante dei vampiri, di questa commistione di sangue, sensualità, morte. Della loro non-vita. Del loro essere blasfemi nel non rispettare le regole della vita.
Così, la storia d'amore tra Bella ed Edward mi sembrava fantastica, meravigliosa. Mi riempiva lo stomaco, mi saziava con quel senso di amore forte ed eterno che tutti, un po', vorremmo. Se non fosse che poi, con l'uscita del film e la conseguente sovraesposizione di qualsiasi cosa abbia a che fare con esso, ho cominciato a leggere alcune recensioni.
Su questo amore puro, casto per ovvii motivi, trattenuto fino all'esasperazione per paura delle conseguenze. Sul fatto che sia questo il tipo di romanticismo che le ragazze cercano.
Già leggendo Eclypse, poi New Moon, il personaggio di Edward, così bello, così dolce, perfetto in ogni sua minima espressione (che essendo morto, tra l'altro, non ha nemmeno più l'inconveniente di lasciare alzata la tavoletta o di scorreggiare liberamente mentre guarda la tv), così premuroso, pronto a sacrificarsi, a stare lontano dalla sua amata per non metterla in pericolo... beh, un po' di nausea me l'ha data. Per carità, avercelo uno strafigo che ti adora anche se sei supernormale (anzi pure un po' troppo imbranata), però...
Mentre il piccolo Jacob, colui che arde di lupesca febbre, ha cominciato a far breccia nel mio cuore. Lui si, disposto a qualsiasi cosa ma non a rinunciare, nonostante tutto. Lui che sa stare vicino, che protegge senza avere dalla sua parte l'immortalità, che non chiede molto e che sa accettare le decisioni altrui. Lui che anche soffrendo è sempre disponibile a dare qualcosa in più. E penso che l'amore con un licantropo sia energia, istinto, una esplosione non senza rischi, ma ugualmente eccitante. Niente di trattenuto, di ragionato.
Non è che cominciano a piacermi i lupi mannari?
Perché sarebbe grave, davvero.
22.11.08
Sono le quattro e tutto va bene
La decisione è presa.
Si svolta comunque. Anche se non nella direzione prevista. C'è una storiella che racconta che la strada migliore è quella più difficile, quella meno trafficata. Me la ricordo raccontata dalla mitica insegnante di "Fame- Saranno Famosi", Lydia Grant (interpretata da Debbie Allen), quando parlava della scelta fatta a suo tempo tra l'essere una ballerina o una insegnante.
Beh, no, non voglio insegnare a scrivere, anche se avrei un diploma che potrebbe qualificarmi per tale arduo compito.
No, voglio cambiare io, cambiare testa, cambiare modo, riconquistarmi un diritto che ora avrei pagando (e se pago che diritto è?).
Quindi, bando alle ciance, si cambia...
Si svolta comunque. Anche se non nella direzione prevista. C'è una storiella che racconta che la strada migliore è quella più difficile, quella meno trafficata. Me la ricordo raccontata dalla mitica insegnante di "Fame- Saranno Famosi", Lydia Grant (interpretata da Debbie Allen), quando parlava della scelta fatta a suo tempo tra l'essere una ballerina o una insegnante.
Beh, no, non voglio insegnare a scrivere, anche se avrei un diploma che potrebbe qualificarmi per tale arduo compito.
No, voglio cambiare io, cambiare testa, cambiare modo, riconquistarmi un diritto che ora avrei pagando (e se pago che diritto è?).
Quindi, bando alle ciance, si cambia...
17.11.08
Dubbio amletico
Capita oggi che mi domandi: ma io, dico io, voglio continuare a vita a cucire biancheria per il Giorgietto per due lire o voglio concludere altro nella vita?
Per meglio spiegare la situazione, ammetto di aver mandato per la prima volta delle mie "creature" a un editore e annuncio che l'editore in questione mi ha fatto un'offerta che potrei anche rifiutare, ma...
Ecco, io mi chiedo cosa voglio fare oggi e da oggi in poi.
E odio pormi delle domande così difficili.
Per meglio spiegare la situazione, ammetto di aver mandato per la prima volta delle mie "creature" a un editore e annuncio che l'editore in questione mi ha fatto un'offerta che potrei anche rifiutare, ma...
Ecco, io mi chiedo cosa voglio fare oggi e da oggi in poi.
E odio pormi delle domande così difficili.
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