Se c'era una cosa di cui Clara era fiera, questa era la perfezione dei suoi piedi.
Piedi piccoli, un 36 che entrava anche in un 35, forti e soprattutto molto arcuati. Cosa che per una ballerina equivale ad una fortuna. Fin dai primi anni di lezione Clara aveva notato quanti sforzi facessero molte compagne e compagni di danza per dare la forma giusta ai loro piedi, per fare in modo che avessero quella linea estetica così necessaria al loro lavoro.
Col tempo aveva ricevuto i complimenti di amici, insegnanti, colleghe. Aveva imparato ad amarli come parte fondamentale del suo corpo e a riconoscerne i limiti.
Doveva sempre dosare l'energia, quando saliva sulla mezza punta e soprattutto quando doveva salire sulle punte. Correva perennemente il rischio di spingere troppo in là, di andare oltre. Certo, i suoi piedi erano bellissimi, ma le caviglie non erano fatte per equilibri così precari.
Più di una volta le capitò di farsi male, esagerando per entusiasmo con la spinta. Passi quando si trattava di mezza punta, ma una volta riuscì a prendere una storta terrificante mentre provava un balletto con le punte. Il giorno dopo aveva il piede talmente gonfio che non riusciva a metterlo a terra. Eppure, appena sparito il gonfiore, Clara era dinuovo lì a saltellarci sopra.
Coi suoi piedi faceva di tutto, riducendoli in stati pietosi ed allo stesso tempo adorandoli sempre più.
Una tendenza che cominciava a prender... piede in quel periodo era di danzare scalzi.
Chi poteva permetterselo si comprava delle speciali protezioni, una sorta di mezza scarpina da mezza punta, un infradito con una piccola suola esclusivamente per l'avampiede. Con quelle si poteva fare qualsiasi movimento senza rischiare di farsi male.
Un sistema più economico e un po' più scomodo era di mettersi del cerotto telato o anche del nastro isolante intorno al piede, sempre per coprire quella zona su cui il peso tende a farsi sentire. Restava sempre un mare di adesivo sui piedi e non c'era alcool che lo togliesse in breve tempo. Così, spesso, le ragazze danzavano scalze.
Non era un grande problema finchè il pavimento era coperto di linoleum, senza giunte troppo profonde tra i vari pezzi. Purtroppo, spesso i pavimenti su cui Clara e le sue amiche si trovavano a ballare erano in legno, regolamentari per la danza classica e anche ben tenuti, ma terribili se usati a piedi nudi. Schegge, graffi, calli infiniti. E la possibilità, che Clara ovviamente sperimentò, di appoggiarsi proprio sulla linea vuota tra un asse e l'altro prima di partire con una pirouette.
Quella volta, Clara si ritrovò a raccogliere trucioli di pelle fresca e sanguinolenta dal pavimento.
Portando con se il segno indelebile dell'evento.
Da ascoltare: "Footloose" di Kenny Loggins
12.12.07
8.12.07
Heaven
Tu sei la vita stessa. Sei il respiro che riempie i miei polmoni, quella scintilla che mi permette di vivere ogni giorno nell'attesa di incontrarti.
Lo so che sarà difficile che ciò avvenga, ma ho bisogno di crederci. Con tutta me stessa. Perchè amare mi rende la vita felice, migliore.
Il dolce tocco delle tue labbra mi ridarà la vita che ho perso aspettandoti. Il sorriso che finora è legato alle tue parole, dipenderà solo dalle tue carezze. Dai tuoi occhi.
Riavrò la magia che solo un incontro come il nostro può creare. Avrò una nuova giovinezza, pensieri più liberi dall'odio che porto con me. Tornerò all'innocenza dell'anima che un tempo avevo. Mi sentirò libera.
Libera di amarti con ogni cellula, di donarti tutto ciò che sono senza timore. Voglio offrirti mille volte quello che chiedi ed avere solo il tuo respiro sulla mia pelle in cambio.
Mi sei mancato, mi manchi da così tanto tempo che quasi credevo non esistessi. Che fossi frutto della mia immaginazione, del mio essere inquieta. Credevo fossi solo un bel sogno.
Ed ora ci sei, quasi alla mia portata, quasi palpabile anche nei sogni. Ma sei vivo e sei qui. Vicino quanto basta a percepire il tuo profumo nell'aria.
E così lontano che quasi la distanza mi uccide. Come se fosse invalicabile pur non essendolo. Vorrei essere io per te quel che tu sei per me. Ma non chiedo tanto, mi accontento di lasciare che tu possegga la mia anima come un tempo, che inondi con la tua forza le mie vene e che mi porti via dal mio corpo, per sempre.
Non ho un sogno che non ti riguardi, un sorriso che non parli di te. Non ho altro in questo mio cuore che il desiderio di sfiorarti ancora una volta.
E se fosse tutta un'illusione non importa. Voglio vivere di questo sogno e non svegliarmi più. Voglio credere che sia vero, nonostante tutto. Non mi importa, perchè sei la cosa più vicina al paradiso che io abbia conosciuto. Guardare il tuo viso è la morte di ogni realtà. Persa nei tuoi occhi io non posso far altro che lasciarmi andare.
Lo so che sarà difficile che ciò avvenga, ma ho bisogno di crederci. Con tutta me stessa. Perchè amare mi rende la vita felice, migliore.
Il dolce tocco delle tue labbra mi ridarà la vita che ho perso aspettandoti. Il sorriso che finora è legato alle tue parole, dipenderà solo dalle tue carezze. Dai tuoi occhi.
Riavrò la magia che solo un incontro come il nostro può creare. Avrò una nuova giovinezza, pensieri più liberi dall'odio che porto con me. Tornerò all'innocenza dell'anima che un tempo avevo. Mi sentirò libera.
Libera di amarti con ogni cellula, di donarti tutto ciò che sono senza timore. Voglio offrirti mille volte quello che chiedi ed avere solo il tuo respiro sulla mia pelle in cambio.
Mi sei mancato, mi manchi da così tanto tempo che quasi credevo non esistessi. Che fossi frutto della mia immaginazione, del mio essere inquieta. Credevo fossi solo un bel sogno.
Ed ora ci sei, quasi alla mia portata, quasi palpabile anche nei sogni. Ma sei vivo e sei qui. Vicino quanto basta a percepire il tuo profumo nell'aria.
E così lontano che quasi la distanza mi uccide. Come se fosse invalicabile pur non essendolo. Vorrei essere io per te quel che tu sei per me. Ma non chiedo tanto, mi accontento di lasciare che tu possegga la mia anima come un tempo, che inondi con la tua forza le mie vene e che mi porti via dal mio corpo, per sempre.
Non ho un sogno che non ti riguardi, un sorriso che non parli di te. Non ho altro in questo mio cuore che il desiderio di sfiorarti ancora una volta.
E se fosse tutta un'illusione non importa. Voglio vivere di questo sogno e non svegliarmi più. Voglio credere che sia vero, nonostante tutto. Non mi importa, perchè sei la cosa più vicina al paradiso che io abbia conosciuto. Guardare il tuo viso è la morte di ogni realtà. Persa nei tuoi occhi io non posso far altro che lasciarmi andare.
5.12.07
Forever Young
C'era quel tempo in cui ridevamo insieme. Tempo di musica, di canzoni ascoltate tra una lezione e l'altra, cantate nella saletta del bar. Ce ne stavamo lì, beate, a pensare che il tempo non sarebbe mai passato. Che non ci saremmo allontanate mai l'una dall'altra. Insieme per sempre, a scuola, nelle giornate in cui non ci andavamo, nelle serate in cui potevamo uscire insieme. A ballare, a correre per rientrare a casa. Insieme sulla golf nera di due idioti.
Insomma, c'era quel tempo in cui vivevamo senza grandi paure, se non quella di non farcela.
Stavamo abbracciate per ore e ridevamo per niente. Ci scrivevamo poesie con troppa eternità dentro e con grandi promesse d'amore. Ancora osavamo promettere qualcosa senza sentirci ipocrite.
Non ci sono promesse. Non ci sono più le nostre risate. Era la fine del sogno, ti ricordi? Avresti scritto per me, un giorno. Invece ci sono io che scrivo di te.
Quel tempo mi manca. Mi mancano tutte le cose stupide che riuscivamo ad indossare pur di essere notate. Pur di distinguerci dagli altri. La feccia. Gli insensibili.
I tempi in cui venivi a prendermi alla stazione ed io ti accompagnavo al bus dopo le lezioni. Quando non ci costava niente scherzare con gli altri ragazzi e fare amicizia con qualcuno. Quando facevamo follie insieme pur di trovare un ragazzo che ci piacesse.
Mi mancano le passeggiate sotto ai portici e le pirouettes, i salti, i balletti improvvisati sulla via della scuola. Le giornate delle prove a scuola, accoccolate in un angolo a guardare i primi ballerini. Quelle delle prove in teatro, sedute in platea al buio, sgranocchiando schifezze e acconciando i capelli in modi ancora più improbabili dei nostri vestiti.
Chissà che cosa mi ha fatto pensare che sarebbe durato per sempre. Forse il tuo sorriso. O la mia speranza che voleva intensamente che durasse.
Non ho mai avuto intenzione di perderti. Eppure te ne sei andata, o me ne sono andata io. Ormai è fatta.
Abbiamo avuto idee folli. Ci siamo lanciate nel turbine della vita senza paracadute e con gli occhi bendati. Non importava nulla finchè eravamo insieme. Era tutto fantastico. Persino passare la notte con un ciccione antipatico, parlando senza interruzione, affinchè tu potessi stare col suo amico. E riderne ancora per anni.
Baciare la tua bocca sapendo che i ragazzi ci guardavano. Farli impazzire coi nostri corpi giovani, allenati, forti. Non poteva fermarci nessuno.
C'era quel tempo e c'eravamo noi. Eravamo una cannonata. Una cosa sola. Mi sentivo perduta senza di te, senza i tuoi denti piccoli e le tue labbra scure. I tuoi disegni e la tua calligrafia. Senza la tua complicità sono diventata triste. Era difficile un'intesa come la nostra.
Era difficile una vita come la nostra, difficile che durasse quanto volevamo.
Quanto la cantavamo, urlando, "Let us die young or let us live forever". Andando su fin dove la nostra voce arrivava, sperando fosse vero.
Io, se chiudo gli occhi, lo spero ancora...
Insomma, c'era quel tempo in cui vivevamo senza grandi paure, se non quella di non farcela.
Stavamo abbracciate per ore e ridevamo per niente. Ci scrivevamo poesie con troppa eternità dentro e con grandi promesse d'amore. Ancora osavamo promettere qualcosa senza sentirci ipocrite.
Non ci sono promesse. Non ci sono più le nostre risate. Era la fine del sogno, ti ricordi? Avresti scritto per me, un giorno. Invece ci sono io che scrivo di te.
Quel tempo mi manca. Mi mancano tutte le cose stupide che riuscivamo ad indossare pur di essere notate. Pur di distinguerci dagli altri. La feccia. Gli insensibili.
I tempi in cui venivi a prendermi alla stazione ed io ti accompagnavo al bus dopo le lezioni. Quando non ci costava niente scherzare con gli altri ragazzi e fare amicizia con qualcuno. Quando facevamo follie insieme pur di trovare un ragazzo che ci piacesse.
Mi mancano le passeggiate sotto ai portici e le pirouettes, i salti, i balletti improvvisati sulla via della scuola. Le giornate delle prove a scuola, accoccolate in un angolo a guardare i primi ballerini. Quelle delle prove in teatro, sedute in platea al buio, sgranocchiando schifezze e acconciando i capelli in modi ancora più improbabili dei nostri vestiti.
Chissà che cosa mi ha fatto pensare che sarebbe durato per sempre. Forse il tuo sorriso. O la mia speranza che voleva intensamente che durasse.
Non ho mai avuto intenzione di perderti. Eppure te ne sei andata, o me ne sono andata io. Ormai è fatta.
Abbiamo avuto idee folli. Ci siamo lanciate nel turbine della vita senza paracadute e con gli occhi bendati. Non importava nulla finchè eravamo insieme. Era tutto fantastico. Persino passare la notte con un ciccione antipatico, parlando senza interruzione, affinchè tu potessi stare col suo amico. E riderne ancora per anni.
Baciare la tua bocca sapendo che i ragazzi ci guardavano. Farli impazzire coi nostri corpi giovani, allenati, forti. Non poteva fermarci nessuno.
C'era quel tempo e c'eravamo noi. Eravamo una cannonata. Una cosa sola. Mi sentivo perduta senza di te, senza i tuoi denti piccoli e le tue labbra scure. I tuoi disegni e la tua calligrafia. Senza la tua complicità sono diventata triste. Era difficile un'intesa come la nostra.
Era difficile una vita come la nostra, difficile che durasse quanto volevamo.
Quanto la cantavamo, urlando, "Let us die young or let us live forever". Andando su fin dove la nostra voce arrivava, sperando fosse vero.
Io, se chiudo gli occhi, lo spero ancora...
Un lungo viaggio
Ho dieci anni.
Un caschetto biondo, un fisico normale, una grande vitalità. Sono impazzita per Star Wars, che ho visto da poco al cinema trascinando chiunque mi desse ascolto a vederlo. Per la bellezza di venti volte in poco più di un mese. Sono figlia unica e amo stare sola. Chiudermi in camera mia a disegnare, arrampicarmi su qualche albero per leggere, imparare l'inglese dai testi dei Beatles. Mi piace l'aria aperta, camminare a piedi nudi nella neve, mangiare con le mani, giocare col mio cane Ringo.
Adoro sognare storie che non ho mai letto anche se non ho ancora letto molto. Cantare a squarciagola, strillare acuti nel giardino di mia nonna. Storpiare i testi di canzoni e poesie per dire la mia. E decisamente non amo la scuola.
E' la primavera del 1980, e sto per andare in India con mia mamma.
Un'occasione unica, mi dicono. Forse perchè il biglietto per i bambini è poco costoso e perchè mia mamma continua ad andare là e a tornare con delle cose bellissime. Oppure perchè per una volta, finalmente, ci andrò anche io.
A dire il vero non è che viaggiare mi sia mai piaciuto molto. Ho sempre sofferto la macchina. Dei mal di testa tremendi e una gran voglia di rimettere. Mia mamma è eccitatissima, prenderò l'aereo e farò un viaggio lunghissimo. Non sono contenta?
La mia preoccupazione principale, invece, sono i vaccini. Odio i medici e le iniezioni. Questo da quando il pediatra mi ha vaccinata da piccola facendomi un male tremendo. Io non perdono.
Però stringo i denti, all'ufficio di igiene. Mi faccio vaccinare come una bimba grande e tento disperatamente di non mostrare il mio disappunto.
Che male, però.
Quello che mi fa abbastanza schifo è il chinino, per la malaria. Le pastiglie sono amarissime e ne devo prendere un sacco. Odio anche le pastiglie. E una serie di altre cose che elencherò pian piano.
Non ho paura dell'aereo. Mia mamma è andata tante volte in aereo e non le è mai successo niente. Quindi non mi spaventa. Poi, in ogni caso, lei sarà con me. Questa è l'unica cosa importante. Saremo insieme.
Insieme a noi, come al solito, c'è il compagno di mia mamma. Lui che non ci molla mai un attimo. E' simpatico, quando vuole. Ci sa fare in qualche modo, ma è un disastro ugualmente. Forse è la mia mamma che è super, però lui mi sembra davvero imbranato.
Non devo occuparmi di niente, tranne di decidere cosa voglio portarmi dietro. Proprio con me sull'aereo, non coi bagagli. Non esito nemmeno un istante. Con me viene il libro di Star Wars, che ho appena iniziato a leggere. Non capisco perchè mia mamma guarda il cielo ogni volta che nomino il film, mi ha detto che le piaceva... Però sembra contenta del fatto che io ami leggere.
Mamma è preoccupata che io non mangi. Lo sono sempre tutti, in effetti. Io non mangio molto. Fin da piccola hanno sempre fatto fatica a farmi assaggiare cose nuove e a farmene mangiare a sufficienza. Tranne la Nutella, quella la mangio volentieri. E le merendine Fiesta, anche se mi scatenano l'acetone e le vomito regolarmente. In ogni caso, mamma è previdente e aggiunge alla valigia un sacco di generi alimentari di mio gusto: sottilette, formaggini Mio, insomma qualche porcheriola che posso gustare se non mangio regolarmente.
Pare che in India tutto sia piccante e che sia completamente diverso da qui.
Andiamo da Torino a Roma, per prendere il volo che ci porterà a Delhi. Mamma mi ha raccontato un sacco di storie divertenti sui suoi primi viaggi in India. Pare che fosse rimasta sconvolta, per questo mi ricorda spesso quegli episodi. Devo essere pronta.
Si è messa d'accordo col suo rappresentante, un giovane italo-indiano di nome Shomir, per farci fare un giro anche turistico. Perchè mia mamma ci va per lavoro. Lei importa cose che si chiamano articoli da regalo e che vende ai negozi. C'è un po' di tutto, dall'ottone al vimini, alla cartapesta, al marmo. Quando vado con lei al lavoro gioco spesso con alcuni di questi oggetti e mi diverto un mondo quando arrivano le casse dall'aeroporto con le nuova merce. Mi piace aiutare mia mamma a ordinare le scatole e mettere i prezzi sul campione che resta in vista. Sono una bimba poco ordinata, ma lì sono diversa.
Sull'aereo, mia mamma mi dà una gomma da masticare. Dice che così il decollo non mi darà fastidio alle orecchie. Io la prendo volentieri. Le Brooklyn mi piacciono molto, soprattutto le peppermint. Una volta raggiunto il nostro posto, mamma mi sistema accanto al finestrino ed io tiro fuori il mio libro. Lei mi allaccia le cinture ed io comincio a leggere. Quasi non mi accorgo del decollo e mamma ne è un po' delusa. Pensava che sarei stata emozionata. Invece no.
Dopo Roma, dove cambiamo aereo e ne prendiamo uno più grande, facciamo scalo ad Atene, in Grecia. Lo so che lo sapete dov'è. E' che a me, patita di storia e di mitologia, la Grecia fa più effetto degli aerei. Prima di atterrare e dopo il decollo passo il tempo col naso al finestrino, cercando gli Dei... Per poi tornare al mio amato libro. Unica sosta per il film. Buffo vedere un film con delle cose di gomma azzurra nelle orecchie. Dicono che sono cuffie, ma le cuffie dello stereo di mio nonno sono ben diverse. Boh...
In effetti le cuffie sono una gran cosa. Dopo il film ci gioco a lungo. Passo da un canale all'altro senza sosta. Cambio lingua in pochi istanti, poi c'è la musica classica che piace ai miei nonni e quella jazz che piace a mia mamma. Lei e il suo compagno sonnecchiano. Io, come al solito, sono sveglia come un grillo. Non è l'aereo. Sono io che posso passare il tempo come mi pare. Invisibile e sopra alle nuvole...
Un caschetto biondo, un fisico normale, una grande vitalità. Sono impazzita per Star Wars, che ho visto da poco al cinema trascinando chiunque mi desse ascolto a vederlo. Per la bellezza di venti volte in poco più di un mese. Sono figlia unica e amo stare sola. Chiudermi in camera mia a disegnare, arrampicarmi su qualche albero per leggere, imparare l'inglese dai testi dei Beatles. Mi piace l'aria aperta, camminare a piedi nudi nella neve, mangiare con le mani, giocare col mio cane Ringo.
Adoro sognare storie che non ho mai letto anche se non ho ancora letto molto. Cantare a squarciagola, strillare acuti nel giardino di mia nonna. Storpiare i testi di canzoni e poesie per dire la mia. E decisamente non amo la scuola.
E' la primavera del 1980, e sto per andare in India con mia mamma.
Un'occasione unica, mi dicono. Forse perchè il biglietto per i bambini è poco costoso e perchè mia mamma continua ad andare là e a tornare con delle cose bellissime. Oppure perchè per una volta, finalmente, ci andrò anche io.
A dire il vero non è che viaggiare mi sia mai piaciuto molto. Ho sempre sofferto la macchina. Dei mal di testa tremendi e una gran voglia di rimettere. Mia mamma è eccitatissima, prenderò l'aereo e farò un viaggio lunghissimo. Non sono contenta?
La mia preoccupazione principale, invece, sono i vaccini. Odio i medici e le iniezioni. Questo da quando il pediatra mi ha vaccinata da piccola facendomi un male tremendo. Io non perdono.
Però stringo i denti, all'ufficio di igiene. Mi faccio vaccinare come una bimba grande e tento disperatamente di non mostrare il mio disappunto.
Che male, però.
Quello che mi fa abbastanza schifo è il chinino, per la malaria. Le pastiglie sono amarissime e ne devo prendere un sacco. Odio anche le pastiglie. E una serie di altre cose che elencherò pian piano.
Non ho paura dell'aereo. Mia mamma è andata tante volte in aereo e non le è mai successo niente. Quindi non mi spaventa. Poi, in ogni caso, lei sarà con me. Questa è l'unica cosa importante. Saremo insieme.
Insieme a noi, come al solito, c'è il compagno di mia mamma. Lui che non ci molla mai un attimo. E' simpatico, quando vuole. Ci sa fare in qualche modo, ma è un disastro ugualmente. Forse è la mia mamma che è super, però lui mi sembra davvero imbranato.
Non devo occuparmi di niente, tranne di decidere cosa voglio portarmi dietro. Proprio con me sull'aereo, non coi bagagli. Non esito nemmeno un istante. Con me viene il libro di Star Wars, che ho appena iniziato a leggere. Non capisco perchè mia mamma guarda il cielo ogni volta che nomino il film, mi ha detto che le piaceva... Però sembra contenta del fatto che io ami leggere.
Mamma è preoccupata che io non mangi. Lo sono sempre tutti, in effetti. Io non mangio molto. Fin da piccola hanno sempre fatto fatica a farmi assaggiare cose nuove e a farmene mangiare a sufficienza. Tranne la Nutella, quella la mangio volentieri. E le merendine Fiesta, anche se mi scatenano l'acetone e le vomito regolarmente. In ogni caso, mamma è previdente e aggiunge alla valigia un sacco di generi alimentari di mio gusto: sottilette, formaggini Mio, insomma qualche porcheriola che posso gustare se non mangio regolarmente.
Pare che in India tutto sia piccante e che sia completamente diverso da qui.
Andiamo da Torino a Roma, per prendere il volo che ci porterà a Delhi. Mamma mi ha raccontato un sacco di storie divertenti sui suoi primi viaggi in India. Pare che fosse rimasta sconvolta, per questo mi ricorda spesso quegli episodi. Devo essere pronta.
Si è messa d'accordo col suo rappresentante, un giovane italo-indiano di nome Shomir, per farci fare un giro anche turistico. Perchè mia mamma ci va per lavoro. Lei importa cose che si chiamano articoli da regalo e che vende ai negozi. C'è un po' di tutto, dall'ottone al vimini, alla cartapesta, al marmo. Quando vado con lei al lavoro gioco spesso con alcuni di questi oggetti e mi diverto un mondo quando arrivano le casse dall'aeroporto con le nuova merce. Mi piace aiutare mia mamma a ordinare le scatole e mettere i prezzi sul campione che resta in vista. Sono una bimba poco ordinata, ma lì sono diversa.
Sull'aereo, mia mamma mi dà una gomma da masticare. Dice che così il decollo non mi darà fastidio alle orecchie. Io la prendo volentieri. Le Brooklyn mi piacciono molto, soprattutto le peppermint. Una volta raggiunto il nostro posto, mamma mi sistema accanto al finestrino ed io tiro fuori il mio libro. Lei mi allaccia le cinture ed io comincio a leggere. Quasi non mi accorgo del decollo e mamma ne è un po' delusa. Pensava che sarei stata emozionata. Invece no.
Dopo Roma, dove cambiamo aereo e ne prendiamo uno più grande, facciamo scalo ad Atene, in Grecia. Lo so che lo sapete dov'è. E' che a me, patita di storia e di mitologia, la Grecia fa più effetto degli aerei. Prima di atterrare e dopo il decollo passo il tempo col naso al finestrino, cercando gli Dei... Per poi tornare al mio amato libro. Unica sosta per il film. Buffo vedere un film con delle cose di gomma azzurra nelle orecchie. Dicono che sono cuffie, ma le cuffie dello stereo di mio nonno sono ben diverse. Boh...
In effetti le cuffie sono una gran cosa. Dopo il film ci gioco a lungo. Passo da un canale all'altro senza sosta. Cambio lingua in pochi istanti, poi c'è la musica classica che piace ai miei nonni e quella jazz che piace a mia mamma. Lei e il suo compagno sonnecchiano. Io, come al solito, sono sveglia come un grillo. Non è l'aereo. Sono io che posso passare il tempo come mi pare. Invisibile e sopra alle nuvole...
Lasciami
Prima o poi la leggerete dinuovo...
Per ora devo toglierla.
Per ora devo toglierla.
4.12.07
Kayleigh
Io ti ho già visto.
Il tuo viso mi appare come se sbucasse dalla nebbia dei ricordi, guardandoti so già quali sono le tue espressioni, il modo che hai di passarti le mani nei capelli o di fermarti a pensare prima di dire qualcosa. Eppure non so quando ho imparato il linguaggio del tuo viso, in questa vita quasi sconosciuto.
Mi ricordo di te e non ho pace, perchè non so da quale mondo provieni e in quale modo mi toccherai stavolta. Dentro di me lo so che mi hai già toccata, forse mille volte e ancora.
Nella mia mente ho immagini tue che non ho registrato io. Tu sei qui e non so perchè. Non so se sei tornato da me o se stavo fuggendo io. Non so se mi hai seguita e da dove, da quando.
So solo che finchè non mi sfiorerai dinuovo io non avrò quiete.
Non desidero altro e allo stesso tempo ne ho il terrore assoluto. Tu sei qui.
Sei nei miei pensieri, il primo colore che vedo senza aprire gli occhi. La sensazione di poter toccare le tue mani senza che tu sia presente, il desiderio di farlo che rincorre i miei momenti con te.
Le tue mani forti. I tuoi occhi dolci e sicuri. Il tuo sorriso che mi sembra così familiare quando so che non è qui che ti ho conosciuto.
Vorrei sentire il tuo calore. Tenere il tuo cuore tra le mani, la tua anima in pugno. Vorrei baciare il tuo viso ed il tuo corpo come un tempo so di aver fatto. Tu mi hai rapita. Hai preso il mio tempo, il mio sguardo ed ora torni a me.
Non so quando riuscirò a riviverti. So che quando il tuo respiro si unirà al mio avrò tra le labbra il sapore dell'eternità. Avrò insieme passato, presente e futuro. Avrò un istante di vita vera.
E la pace, l'unica cosa che cerco.
Il tuo viso mi appare come se sbucasse dalla nebbia dei ricordi, guardandoti so già quali sono le tue espressioni, il modo che hai di passarti le mani nei capelli o di fermarti a pensare prima di dire qualcosa. Eppure non so quando ho imparato il linguaggio del tuo viso, in questa vita quasi sconosciuto.
Mi ricordo di te e non ho pace, perchè non so da quale mondo provieni e in quale modo mi toccherai stavolta. Dentro di me lo so che mi hai già toccata, forse mille volte e ancora.
Nella mia mente ho immagini tue che non ho registrato io. Tu sei qui e non so perchè. Non so se sei tornato da me o se stavo fuggendo io. Non so se mi hai seguita e da dove, da quando.
So solo che finchè non mi sfiorerai dinuovo io non avrò quiete.
Non desidero altro e allo stesso tempo ne ho il terrore assoluto. Tu sei qui.
Sei nei miei pensieri, il primo colore che vedo senza aprire gli occhi. La sensazione di poter toccare le tue mani senza che tu sia presente, il desiderio di farlo che rincorre i miei momenti con te.
Le tue mani forti. I tuoi occhi dolci e sicuri. Il tuo sorriso che mi sembra così familiare quando so che non è qui che ti ho conosciuto.
Vorrei sentire il tuo calore. Tenere il tuo cuore tra le mani, la tua anima in pugno. Vorrei baciare il tuo viso ed il tuo corpo come un tempo so di aver fatto. Tu mi hai rapita. Hai preso il mio tempo, il mio sguardo ed ora torni a me.
Non so quando riuscirò a riviverti. So che quando il tuo respiro si unirà al mio avrò tra le labbra il sapore dell'eternità. Avrò insieme passato, presente e futuro. Avrò un istante di vita vera.
E la pace, l'unica cosa che cerco.
2.12.07
Sadness, part I
Nel buio e nel silenzio.
Le lacrime che scendono senza che io possa fermarle, il grido di dolore che si ferma nel mio stomaco ma che rimbomba nella testa e fa tremare il mio corpo. Questa prigione mi spaventa. Questo non riuscire a sentire la gioia dentro me. Vederla solo nel cielo e tra i rami.
Cercarla negli occhi degli altri. Disperatamente.
Cercarla ogni giorno, sempre.
Non so cos'è questo dolore. Non l'ho mai capito. L'ho dominato, qualche volta. Altre volte ho cercato di dimenticarlo, il più delle volte riuscendo a farlo diventare un sottofondo costante. Un rumore sordo sotto alla melodia della vita, della mia e di quella altrui.
Ho sempre capito la sofferenza, mi basta uno sguardo.
Riesco a leggerla e a sentirla negli occhi degli altri. E vorrei poterla dimenticare, per un attimo. Vorrei ridere e non sentire il peso che mi trascina giù. Cancellare tutto quello che mi ha resa come sono. Troppo sensibile e troppo disarmata.
Ci sono momenti in cui ringrazio di essere ciò che sono, momenti in cui per nulla rinuncerei alla mia disponibilità a soffrire con gli altri, a piangere i lutti altrui. Momenti in cui accetto in pieno la mia natura pur non comprendendo quale sia la mia missione.
Non ho motivo di sentire dolore. E non ho paura di sentirlo, non ne ho da molto tempo. Ma ho paura di me e di poterlo provocare negli altri.
Sono solo stanca. E piango da sola il mio dolore, al buio, senza sapere da dove viene.
Non è l'abbandono, non è per il male subito, non è per la disattenzione di chi ha calpestato i miei pezzi sparsi a terra (e qui cito Vecchioni, lo so). Non è amore non ricevuto. Potrebbe essere amore non dato. L'amore che non mi sono concessa. L'amore che non provo per me stessa e per la mia vita, quello che non sono riuscita a dimostrare per gli altri che mi hanno amata.
L'amore, non è quella l'unica cosa che conta?
Ma se davvero io ho imparato ad amare, perchè questo dolore mi schiaccia ancora?
Le lacrime che scendono senza che io possa fermarle, il grido di dolore che si ferma nel mio stomaco ma che rimbomba nella testa e fa tremare il mio corpo. Questa prigione mi spaventa. Questo non riuscire a sentire la gioia dentro me. Vederla solo nel cielo e tra i rami.
Cercarla negli occhi degli altri. Disperatamente.
Cercarla ogni giorno, sempre.
Non so cos'è questo dolore. Non l'ho mai capito. L'ho dominato, qualche volta. Altre volte ho cercato di dimenticarlo, il più delle volte riuscendo a farlo diventare un sottofondo costante. Un rumore sordo sotto alla melodia della vita, della mia e di quella altrui.
Ho sempre capito la sofferenza, mi basta uno sguardo.
Riesco a leggerla e a sentirla negli occhi degli altri. E vorrei poterla dimenticare, per un attimo. Vorrei ridere e non sentire il peso che mi trascina giù. Cancellare tutto quello che mi ha resa come sono. Troppo sensibile e troppo disarmata.
Ci sono momenti in cui ringrazio di essere ciò che sono, momenti in cui per nulla rinuncerei alla mia disponibilità a soffrire con gli altri, a piangere i lutti altrui. Momenti in cui accetto in pieno la mia natura pur non comprendendo quale sia la mia missione.
Non ho motivo di sentire dolore. E non ho paura di sentirlo, non ne ho da molto tempo. Ma ho paura di me e di poterlo provocare negli altri.
Sono solo stanca. E piango da sola il mio dolore, al buio, senza sapere da dove viene.
Non è l'abbandono, non è per il male subito, non è per la disattenzione di chi ha calpestato i miei pezzi sparsi a terra (e qui cito Vecchioni, lo so). Non è amore non ricevuto. Potrebbe essere amore non dato. L'amore che non mi sono concessa. L'amore che non provo per me stessa e per la mia vita, quello che non sono riuscita a dimostrare per gli altri che mi hanno amata.
L'amore, non è quella l'unica cosa che conta?
Ma se davvero io ho imparato ad amare, perchè questo dolore mi schiaccia ancora?
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