31.12.20

Buoni propositi e cattive intenzioni

Non sono mai stata brava a chiedere.

Non sono mai stata capace di metter giù, nero su bianco, obbiettivi e scalette. Sono incostante - la mia amica Krizia suggerirebbe di dire sono stata incostante, perché non bisogna fissare definizioni che poi ci rimandano a dare un'immagine di noi stessi fissa e immutabile invece di aprire la mente verso nuove modalità - e istintiva, seguo comunque la sensazione del momento e niente, nessun obbiettivo resta fisso per più di un nanosecondo nella mia mente.

Se vogliamo, in carenza di passione speciale, nessun tipo di obbiettivo mi pare abbastanza importante da dedicarci più di tanto e se invece la passione c'è, il tempo già lo dedico a quella, quindi perché inseguire sempre qualcosa? Ho poi la stramaledetta abitudine alla bastiancontrarietà (perdonate il neologismo non petaloso) per cui se mi impongo di fare qualcosa di specifico, riesco immediatamente a fare tutt'altro anche se non necessario. Indi per cui non ho più tentato l'impresa di scrivere un elenco di cose che non farò perché mi distraggo o mi boicotto da sola.


Non che io non desideri cose, eh. Li vedo anche io i post su Instagram dei miei riferimenti nella pole e mi ripeto sempre "oh, che bello, ora lo provo", poi salvo il video e non provo mai più quella figura anche se sul momento morirei pur di avere la mia foto in quella posizione lì. Anche se vorrei quell'apertura, quel fisico, quella leggerezza, quel saper volare in modo fluido, mentre io cado, rotolo, mi aggrappo - il più delle volte, perché ho anche i giorni sì - sempre con i miei 135° di spaccata. Sono sempre stata pigra, una volta almeno avevo solo la danza da fare tutto il tempo che volevo, ora ho lavoro, casa e un'età che mi fanno stancare a sufficienza e non ho più voglia di rincorrere le cose.

Quindi?

Siccome con i buoni propositi non funziona dovrei dedicarmi alle cattive intenzioni. Tipo tornare a vivere, non appena la situazione globale lo permetterà e soprattutto dopo aver concesso tutta la mia attenzione alla "canappia" tumorata che pian piano se ne sta andando. 

Tornare a pole, appena possibile con un rinnovato abbonamento open in modo da restare fuori casa e non avere mai più una vita sociale al di fuori dello sport. Vedere se riesco anche a fare danza, perché mi manca. Tornare a scrivere senza strafare, lasciando la parte sadica di me a sfogarsi altrove. Terminare gli incompiuti e fare come un tempo. Mandarli al buon vecchio Fabio che mi porta pure bene ma che non ama il mio fantasy. Smettere di non crederci.



Fare in gran segreto le cose che finora non ho osato fare e sentirmi libera da giudizi e pregiudizi miei e altrui. Sondare, capire, curare, crescere.

Ma soprattutto tornare a pole, a vivere. Perché una certa Anna, in un file nel cassetto, ha bisogno di arrivare a fare una figura particolare, che sarà metafora della sua vita da personaggio e che libererà me da un'ossessione in più.

Tremate.

Della maggior parte di queste cose non avrete notizie mai. E non vi dispiacerà.


(Le foto sono provini del fantastico genio del male Yuri Bote, scatti grezzi. Non vi dico quanto ho pianto nel riceverli e quanto mi sento idiota in questo momento, tanto a chi importa?)

30.12.20

Rabbia e Pace

 Se c'è un titolo da dare all'anno che volge al termine è questo.

Non è iniziato benissimo, gli strascichi di una lunga crisi personale e artistica, scontenta di me - dall'aspetto all'intento espressivo, alla mia ossessione, alla mia debolezza irrisolta - e dei risultati che non ottengo mai come vorrei. Il mio mondo come prigione, il vuoto di possibilità - vuoi per situazione, vuoi per non aver mai voglia di uscire dalla maledetta comfort zone - la necessità di essere/avere qualcosa di più completo, la sensazione di non essere "piena".

E la non voglia di essere imbrigliata in progetti non miei, il non voler far parte di qualcosa che non mi "prende" completamente. La lenta ripresa dopo un lungo periodo di infortunio, la fatica e la frustrazione.

Poi, ancora, uno stop forzato a causa della prima reclusione. Che poi vera reclusione non è stata, se non affettiva, ché tutte le persone che avrei voluto vedere erano troppo lontane fisicamente seppur vicine in altri modi. La scuola di pole, le ragazze con cui mi allenavo quasi ogni giorno, le nuove amicizie di danza, il mio mondo. Sì, ero preoccupata per l'aspetto economico - già lo stipendio è quel che è, ancora in cassa integrazione e con i soldi che non arrivano, dopo il primo mese cominciavo a essere in ansia - come chiunque si sia trovato a casa da un momento all'altro; preoccupata per le conseguenze della chiusura e per l'impatto che il rientro avrebbe avuto. D'altra parte il non avere l'obbligo di andare a lavorare ogni giorno mi ha dato la possibilità di chiudere un progetto di scrittura e pubblicare quel trionfo di zozzaggine che è "Il gioco dei vampiri" - cosa di cui mi vanterò e vergognerò a morte per tutta la vita - e di riflettere su me stessa e su chi voglio essere.

La pace di marzo-aprile-maggio, l'avere tempo di respirare senza essere fagocitata da impegni, corse, obblighi e fatiche improbe, mi ha dato modo di sentire che mi stavo/stavano chiedendo troppo. Che dovevo rallentare e scegliere - cosa che poi volente o nolente ho dovuto fare a causa della suddetta cassa integrazione ritardataria - e rispettarmi un poco di più. Godermi la casa e le mie due amiche pelose, qualche chiamata via Skype - poche, comunque - o Whatsapp, musica, film e cucina. 

E sì, il rientro è stato ancor più difficile del previsto, tra il rallentamento economico e le nuove regole ossessive da rispettare. Fogli, moduli, firme, con la sensazione di esser presa per i fondelli, come se firmare un modulo mi avesse potuto preservare da qualsiasi cosa. Ho faticato a fare ogni singolo passo da metà maggio ad agosto, in attesa delle ferie - che avrei comunque passato a casa come ogni anno - con la sensazione che mi si chiedesse di correre ben più di prima ma nemmeno allo stesso prezzo. Non ne faccio una questione prettamente economica, anche se lavorare serve perlopiù a guadagnarsi da vivere e vivere non è lavorare. La questione sta nella qualità della vita e quella è peggiorata. Non poco. 

Così, dopo la pace, la consapevolezza di aver bisogno di più spazio e tempo, e aria, è arrivata la rabbia. Che forse era latente nella preoccupazione precedente, sì, ma che è cresciuta nel tempo fino a diventare evidente. Insofferenza, senso di impotenza e di essere solo un numero. Le immagini nella mia mente vagavano da Matrix a Blade Runner, a Cloud Atlas. Essere carne da macello, sacrificabile nel nome del dio denaro, senza alcuna possibilità di venirne fuori. Non migliore, almeno viva.

Fino al secondo giro di ruota, in cui ero - stavolta - tra chi poteva uscire per lavorare e poco più. Quindi niente palestra, niente allenamenti a casa di amiche, niente cene, qualche panino in piedi fuori dal bar, ancora qualche chiamata Skype, un paio di lezioni on line e il cane che peggiora poco a poco. Ecco. Il mio ultimo trimestre è stato il delirio al lavoro e a casa senza possibilità di distrazione, tanto che a sto punto non so nemmeno chi sono. E ancora mi sento presa in giro e usata e obbligata in una vita non mia, in cui la mia unica voglia è chiudere tutto, lasciare il mondo fuori e vaffanculo. Non comunicare più, non dire, non scrivere, non ballare, non dipingere. Eppure allo stesso tempo la voglia è lì, il bisogno di usare la mia voce ancora e ancora, ma sempre più vera. 

Quello che lascio qui, alla vigilia della vigilia di un nuovo anno che non promette granché, è una persona che non ce la fa più. A non essere. A non esistere. A non valere. Con lei vorrei chiudere. Cosa vorrei per il prossimo anno? 


P.

7.11.20

Questa non è più camera mia...

Ho usato parole antiche per cercare casa.

Per cercare lei, anche, che a quelle parole aveva affidato tutto mentre io, come sempre, mi ribellavo. Per quanto abbia provato a liberarmene non ci son mai riuscita. Così, mentre la mente cercava una via di fuga dai pensieri riguardo al futuro, tornare a un certo passato è servito a rassicurarmi.

Le stesse parole per anni, ripetute ancora. Gli stessi errori di un tempo, le stesse domande.

È che in un sogno mi son resa conto che dietro a un velo c'era una stanza della mia casa che finalmente mi rassomiglia. Era lì, così sotto al mio naso da non vederla a lungo, presa dal guardare altrove. Lì, luminosa e calda, con il parquet tirato a lucido e le finestre ampie e lunghe inondate dal sole. E una pianta gigante nell'angolo a sinistra, e la voglia di fermarmi lì. Dove, non so.

Qualcosa di me cui non sono cosciente, qualcuno che sono e che non è arrivato. 

Non è un buon momento. Un anniversario intenso, con un riemergere di pensieri legati al cane e alla sua vecchia padrona. Uno stop forzato a ogni possibile distrazione, anche se io poi so distrarmi con ogni cosa, che mi costringe a fare i conti con la mia vita. Con la sensazione di non essere adatta a questo luogo, con la sofferenza di una vita che in fondo è imposta (nonostante le opportunità di scegliere), con la necessità di evadere e gli acciacchi dell'età.



Mentre cucivo in laboratorio, combattuta tra la voglia di piangere e la rabbia del sentirmi imprigionata, mi è tornato in mente "coerenza dall'inizio alla fine" e la sua provenienza. Ho ricordato di aver fatto studi e approfondimenti senza mai ascoltare davvero fino in fondo. E mi son chiesta se io sono davvero questa qui, se esprimo tutto ciò che sono, se lo faccio correttamente, se il mio aspetto rappresenta davvero il mio "animo", se uso le mie capacità nel modo giusto, quello che più si accorda col mio essere. Ed è un no, confuso e ancora arrabbiato come un tempo. Un no che in parte deriva dal mio non volermi mai mettere in gioco, mai del tutto, per paura di non piacere o di non essere capace. Da qui l'auto ironia alle stelle, da qui la necessità di "nascondermi" dietro a personaggi che non mi somigliano mai del tutto per studiare il prossimo, per disturbarlo, per non trovarmi mai esposta e vulnerabile.

(foto di Fabrizio Maffioletti)

Mia madre ha contribuito molto a questo mio atteggiamento, da una parte con l'esempio e dall'altra presentandosi sempre come persona risolta e invincibile. Essendo, ai miei occhi, una guerriera sempre pronta all'ultima battaglia. Nel vederla morire, nell'assistere alla sua lenta e inesorabile agonia, ho compreso molta della sua fragilità. L'ho amata follemente e l'ho odiata tanto. L'ho vissuta come modello scomodo da seguire, certa che il suo fosse l'unico modo di esistere possibile: in lotta perenne con il mondo circostante, come se esso fosse costantemente una minaccia. In quarantun anni non mi ha raccontato esattamente cosa sia stato a renderla così, so di lei tante cose e troppo poche. E mi manca. Soprattutto ora che so che anche io posso farcela in questo mondo, che anni fa mi sembrava troppo complicato e che ancora non amo. 

So che mi sono fermata. So che non posso restare ferma. So che ho una serie di passi da fare per essere me apertamente e senza paura. Se spero di imparare qualcosa  da questo periodo di merda è solo questo che mi viene in mente.

Questa non è più camera mia, la mia vera casa è proprio qui, dietro al velo.

26.10.20

Fuori dalla ruota

 Forse dovrei riprendere il Prozac.

Rassegnarmi.

Fare il mio lavoro di bravo criceto, produrre e tornare a casa nel carro bestiame come dovrei fare secondo il sistema. Dimenticare i sogni, i desideri e le poche cose che mi fanno andare avanti. Annebbiarmi.

Spegnermi.



Alla fine non è una cosa nuova, l'essere solo un numero. Lo so da tempo e l'unica cosa che mi ha salvata è stata la mia capacità di sognare e di aggrapparmi a ciò che vedevo di bello e leggero. Diverso da me.

Mi sono illusa di poterne stare fuori, di galleggiare nelle mie mille cose fino a quando il mio obbligo nella grande ruota della società non fosse finito. E poi è arrivato quest'anno.

Non lo nego: il lockdown mi è servito per pubblicare il romanzo che altrimenti non avrei pubblicato. Avevo deciso di non farlo più. Può essere perché in fondo non amo mettermi in gioco sul serio e dopo i primi libri pubblicati ci voleva un vero salto di qualità, che implica un lavoro extra, un impegno maggiore mentre per me scrivere è facile, pure troppo, e io sono pigra e insicura.

Ma chiusa in casa con le mie parole in testa è stato semplice. Ho lasciato tutto il carico che aveva dentro e ho sorriso pensando a che facce avrebbero fatto i lettori. Scrivere "Il gioco dei vampiri" è stato facile, divertente. Fluido e liberatorio. Rileggerlo mi ha resa consapevole di quanto di più io possa fare ma a oggi non ho la forza di compiere il salto. 

La forza che ho sempre avuto finora era data dal tempo che passavo fuori dalla ruota. All'aperto, con gli amici, in palestra. Non più del necessario, mai in mezzo alla gente - non mi è mai piaciuto - e in modo quasi religioso. Ma ora...

E sì, sto parlando solo di me. Ma tra le persone cui voglio bene ci sono alcune che di sport ci vivono, come di arte, come di ristorazione e le vedo colme di una disperazione sempre più grande, come quella che sento io e mi chiedo fino a che punto dovremo essere schiavi di questo sistema in cui il profitto e la produttività contano più del benessere psicofisico della maggior parte degli individui che lo compongono a beneficio di pochi e vuoti, cinici mostri.


24.10.20

Ho perso le parole (cit.)

 Da qualche tempo mi mancano le parole.

Sono state soffocate dalla chiusura di marzo, da tutti i pensieri di aprile e dalla riapertura di maggio, senza criterio nel considerare le vite degli individui come tali; sono morte nell'attesa di giugno - 200 Euro per tutto un mese - e nell'affanno di luglio per recuperare quel poco di speranza di una ripresa del lavoro; non hanno trovato modo di tornare ad agosto né un minuto nella corsa di settembre e ora...

Le prospettive così poco allettanti per il futuro mi lasciano fiacca e disadattata. Non sono preoccupata per la mia salute, mai stata.

Pur avendo spento la tv e la radio sono sommersa da numeri di cui non mi importa assolutamente niente. Non sono negazionista ma rifiuto di vivere nel terrore. So che si muore, so anche che fa parte della vita e che pur non andandosele a cercare le cose succedono ugualmente: prima o poi, di qualcosa, morirò anche io. E non è poco rispetto per chi c'è passato o ci sta passando, per chi ha perso qualcuno, per chi sta male. La vita è fatta di questo, anche. Di malattia e morte, come di nascita e di vecchiaia. Inutile correre a Samarcanda, inutile immaginare un mondo in cui saremo tutti giovani e sani per sempre. Quindi faccio il possibile per evitare il pericolo ma voglio continuare a vivere la mia vita, qualsiasi cosa capiti.

Non credo nei complotti, eppure so che da ogni cosa c'è sempre qualcuno che sa trarre profitto. So di essere solo un ingranaggio piccino in un mondo di cui non ho una comprensione così ampia. So che "devo" produrre necessariamente, per il mio e l'altrui sostentamento. So che da quando sono tornata al lavoro sto facendo il triplo della fatica per il medesimo pezzo di pane ed è questo che non mi dà pace. Essere niente a parte quel piccolo ingranaggio per chi sta sopra di me e decide. 

Sono fortunata. Un lavoro da dipendente e a tempo determinato. Ma non è tutto nella vita e per me da sempre è solo ciò che mi permette di fare tutto il resto. Che non è chissà quale folle cosa. Pagare le spese, mangiare, curare le bestie di casa, pochissimo shopping, sere in palestra, a letto alle 23,30 quasi sempre. Pochi amici ma buoni, con cui passare il tempo libero senza assembramenti. Una cena fuori, due passi, un gelato, una fuga di un giorno al mare. Più che altro qualche allenamento casalingo e qualche birra in più con quella che ormai è "la mia congiunta" pur non essendo l'amore mio. Non chiedo molto. Sono una a "basso mantenimento" come dicevano forse in "Harry ti presento Sally".

Mi scoccia la burocrazia assurda tesa a far scarica barile nel momento giusto, tipo la firma ogni mattina al lavoro riguardo alla salute. Che poi io la febbre la misuro da quando è iniziata 'sta storia, visto che ho il raffreddore 12 mesi l'anno. Mi scoccia dover portare la mascherina quando sono sola per strada se poi vedo la gente gomito a gomito in pizzeria vicino al lavoro e nessun problema a riguardo. Mi scoccia vedere gli amici ristoratori in difficoltà perché con alcune restrizioni lavorare diventa davvero un'impresa. Mi scoccia che non passi un tram e che la metro nelle ore di punta sia piena e nessuno decida di tentare di sistemare le cose. Mi scoccia vedere le code per entrare a scuola.
Mi dispiace che si parli di chiudere palestre e parrucchieri. Per la pole poi, dove siamo immerse nell'alcol con cui puliamo i pali costantemente e con sale poco capienti mi pare ancora più assurdo. E il non riuscire già oggi a fare la spesa on line... manco avessi chiesto lievito di birra.

Mi sento un criceto tra milioni di criceti, bloccato in un ingranaggio da cui non posso uscire. Un numero utile a far girare la baracca e niente più. Il sistema mi pesa addosso. Hai voglia a fuggire con la mente in luoghi immaginari per salvare quel minimo di felicità; hai voglia a sognare momenti, soddisfazioni. Non mi basta più tutta l'immaginazione che ho. Non riesco nemmeno più a scriverla.


28.9.20

I tre aspetti degli amori che scrivo...

 Attenzione, contiene spoiler che riguardano "Il gioco dei vampiri"

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Mi sono accorta che in due dei miei romanzi esiste uno schema particolare. Non era voluto in nessuno dei casi, l'inedito fanta-horror e "Il gioco dei vampiri" eppure in entrambi i romanzi la protagonista si ritrova in un ménage poco tradizionale che mi ha portata a riflettere sulla diversa natura sia dei personaggi che dei sentimenti che per loro nutrono le protagoniste.

Credo che in entrambi i casi le protagoniste incontrino aspetti dell'amore differenti che nei romanzi assumono l'identità di uomini diversi. Ho letto spesso storie in cui c'è una sorta di lotta tra due personaggi per conquistare la protagonista femminile, solitamente rappresentano passato/presente oppure bene/male per far propendere il lettore per quello dei due che sembra "migliore". Tutto, almeno nei romance, porta a un naturale lieto fine. Ora, visto che io non amo il classico lieto fine e nelle mie storie c'è comunque una forte componente sentimentale, in qualche modo ho sempre complicato le cose. Per prima cosa non c'è mai un personaggio completamente buono o cattivo, nonostante tutto. Almeno non i protagonisti principali della storia. 

In questi due romanzi, a differenza degli altri miei scritti finora terminati, non c'è un innamorato migliore dell'altro, non uno peggiore. Ci sono maschi tendenzialmente Alfa - per quanto io trovi assurda la definizione - ognuno con caratteristiche precise e molto diversi tra loro. In buona sostanza, però, posso distinguerli in tre diversi tipi d'amore (e ho detto di amore e non di amante per un buon motivo).

C'è l'amore viscerale o romantico in senso filosofico (Michael, nel caso de "Il gioco dei vampiri"), quello senza senso e tutto sensi che travolge e trascina via tutto ciò che trova. Sia qui che nell'inedito, questo personaggio coinvolge la protagonista e la costringe a vivere qualcosa cui non era preparata ma cui evidentemente era predestinata. Non è mai un rapporto sereno, ha un che di patologico ma serve da tramite per lo sviluppo sia della storia che del personaggio femminile. È in sostanza una guida, un maestro e un complice. Nell'inedito questo tipo di uomo ricopre il suo ruolo inconsapevolmente, essendo in pratica se stesso senza un secondo fine, cosa che invece Michael sembra avere - forse anche la consapevolezza di essere per Wendy sia dannazione che rivelazione - nell'utilizzare la donna amata per eliminare il nemico. Per quanto forte sia comunque il legame, alla fine è difficile che questo tipo di rapporto vada oltre la sua funzione.  

C'è un amore impossibile o romantico in senso più comune; quello perfetto alla Principe Azzurro per intenderci (e qui è il turno di Lucio, ne "Il gioco dei vampiri"), che avvolge e fa sognare la protagonista. La fa sentire amata e "perfetta" come nessuna. Nell'inedito la protagonista ne viene affascinata pian piano mentre per Wendy è un vero e proprio colpo di fulmine pur portando con sé i mille dubbi riguardo alla natura di Lucio e all'impossibilità di vivere un rapporto normale in una situazione tanto complessa come la loro. Stesso problema nell'inedito, in cui però la protagonista non si ferma a pensare alle conseguenze delle sue azioni, troppo presa dal suo percorso e dalla necessità di capire. Lucio è tutto ciò che Wendy vorrebbe in un mondo ideale. L'abbraccio rassicurante di qualcuno che la ama così com'è e per quello che è. 

L'ultimo è l'amore concreto, quello che c'è e che cresce con la storia. Un incontro casuale, un salvataggio, una specie di controparte maschile di ciò che è o vorrebbe essere la protagonista. Una presenza forte che non necessita della relazione in sé ma che viene coinvolto suo malgrado dagli eventi e sceglie nonostante le difficoltà e le differenze di intraprenderla. È, ne "Il gioco dei vampiri", il caso di Mirko - anche se la parola amore nel suo caso non viene mai pronunciata - che ha annusato il potenziale di Wendy ma non ha mai cercato di conquistarla, curioso di conoscerla ma non ossessionato da lei. Nell'inedito è un uomo che fatica ad accettare la protagonista e le sue stranezze ma che alla fine cede ai propri sentimenti, nonostante tutto. Certo è diverso da Mirko e non è ben definito il suo destino ma è quello che resta, dopotutto. 

Ognuno di questi tre "caratteri" ha sia aspetti positivi che negativi, può risultare interessante e piacevole pur non essendo quello destinato a rimanere. Forse ne "Il gioco dei vampiri" sono un po' più marcati, meglio delineati rispetto all'inedito - che tra l'altro ho terminato molto prima della storia di Wendy ma che non ha ancora visto la luce della pubblicazione - ma lo schema è lo stesso. 

Alla fine sono convinta che ognuno di noi incontri questi tre tipi di persone, tre amori diversi, ognuno con un suo valore e peso specifico nella propria storia personale. Per quanto forte ci appaia il legame viscerale, per quanto sia perfetto quello romantico, alla fine è quello concreto che resta. Ci vorrebbe un pizzico di ognuno dei tre per avere il compagno perfetto, immagino. Trovo interessante scoprire, comunque, somiglianze e differenze nelle storie che scrivo. È un bellissimo gioco introspettivo e non mi stanca mai. Così come lo faccio con i romanzi "seri" che leggo, amo riflettere sui miei. Un esercizio infinito...

27.9.20

Inadeguatezza

Ho smesso di ballare, anni fa, perché all'improvviso mi sono sentita inadeguata. 

Non era questione di esserlo davvero o di quel che pensavano gli altri: di colpo lo ero. O mi ci sentivo, o comunque ho pensato che tutti quelli che mi avevano detto che non ce l'avrei mai fatta - e che io ho impiegato ogni energia a contraddire - di colpo avessero ragione. Probabilmente non l'avevano, perché dall'altra parte avevo diverse persone che mi dicevano il contrario, ma non è mai quello che pensano gli altri a fare la differenza. È solo che in un attimo è cambiato tutto, dentro di me.

Le motivazioni sono molteplici. Da una parte sicuramente è un problema di insicurezza che per un periodo è sparita sotto il controllo dell'adolescente incazzata che ero, tutta tesa a dar battaglia a un mondo che vedevo nemico e ingiusto. Quella ragazza decisa è sparita di colpo dopo un'esperienza disgustosa, rendendosi conto di non avere una corazza abbastanza dura, di non avere il controllo su niente, di non avere la natura di un caterpillar. Nel turbinio di pensieri confusi del momento, l'idea di non meritare il mio stesso sogno e anzi di meritarmi una punizione per aver osato tanto ha preso il sopravvento.

C'è anche il rapporto complicato con il corpo e con l'immagine che arriva dallo specchio. Facile sognare, ma ciò che poi ci torna rivedendoci è altra cosa. Ho sempre pensato al mio corpo come a una presenza ostile, un peso inutile, una zavorra che mi impediva di "volare". Questo anche quando non avevo problemi di peso o di cellulite. Il primo amore della mia vita - decisamente platonico - è stato il pattinaggio artistico su ghiaccio. Amavo la leggerezza che traspariva da quei movimenti, i costumi sospesi nell'aria e il vento tra i capelli... So che in realtà, come ogni cosa, pattinare, saltare e volare implicano uno sforzo muscolare non indifferente ma da bambina ero estasiata dall'idea di non avere un peso, di non avere limiti fisici o qualcosa che mi tenesse al suolo. Ecco, nella mia ansia di leggerezza il corpo è sempre stato un altro nemico e come tale mi si è spesso rivoltato contro. Le mie oscillazioni costanti, l'incapacità di gestire emozioni in modo consapevole, il desiderio - perché no - di farmi male. Ricordarmi che non mi piaccio, ogni tanto, fa parte del mio modo perverso di punire la mia imperfezione. Non mi sono mai concessa un errore e tutti quelli che ho fatto - non importa se per colpa mia o di altri - o che ho considerato tali, io li ho sempre pagati per auto-tassazione.

Allora sì, ho smesso di ballare perché ho commesso un errore e di colpo mi sono ricordata di quanto non fossi meritevole, di quanto avessero ragione i miei detrattori, di quanto fossero illusi o interessati i miei "fan" e di quanto fossi stupida e sporca. Inadeguata ai miei sogni.

Poi sono cresciuta.

Qualche anno fa ho incontrato la pole dance. Immagino che se qualcuno di voi mi segue da un po' già lo sappia. Sei anni, per la precisione. Anni in cui ho ripreso a lavorare "sul" corpo. Non solo per una questione di allenamento o di sex appeal, era una cosa più profonda che andava a toccare giù giù il punto esatto da cui partono le insicurezze. Capire, osservare il proprio corpo mentre esegue figure, mentre balla, un lavoro allo specchio e con altre donne, tutte diverse per fisico, età, capacità atletiche e artistiche. Dopo un paio d'anni stavo da dio. Davvero. Lezioni, saggi, esibizioni, gare... Una cosa che alcuni non avrebbero mai pensato e pur non essendo particolarmente magra o "figa", senza problemi.

È stata una palestra importante per l'autostima e, come per la danza, una vera a propria passione. Quasi una droga. Mi è servita in un momento di decisioni difficili, in un momento di crisi personale, lavorativa e in un certo senso esistenziale. Mi è servita molto, perché ha occupato i miei pensieri e il mio corpo mentre io "andavo avanti" e crescevo una nuova versione di me. In questa versione di me ho capito che non sono una nullità, che sono in grado di fare cose che non pensavo e che nonostante tutto - il mondo continua a non essere un gran posto, le delusioni esistono, gli ideali non salvano dall'avvento della realtà, niente è separato e niente è eterno così com'è - sono contenta di me. Lo sono.

Ma ancora una volta è successo qualcosa e io sono quasi tre anni che cerco l'errore. Improvvisamente, in questo mio nuovo e più adulto percorso, mi sono sentita inadeguata. 

Ero nella sala superiore del Female Arts Studio a Modena, a prepararmi per la mia ennesima gara. Una gara di exotic a cui si partecipa con selezione e a cui l'anno prima non avevo avuto accesso. Ero lì con una bella coreografia della mia insegnante Natalya Ryzhikh che mi aveva già fatto ottenere un settimo posto tra gli amatori in un'altra gara internazionale (Exotic Moon, una garanzia), quindi non particolarmente in ansia per l'esibizione. Chi mi conosce sa che non sono animale da competizione, di solito mi accontento di fare il mio pezzo al meglio e va come va. Ero pronta col mio costume, truccata e in fase di riscaldamento. Sola - in mezzo alle altre millemila concorrenti - con le mie borse e la valigia accanto. Ho alzato gli occhi allo specchio e in quel preciso momento ecco che è tornato il mio demone. Mi sono vista e mi sono sentita fuori luogo, sbagliata, quasi ridicola. Non perché più in carne di altre, non perché più vecchia o peggio truccata o che ne so. Chi frequenta le gare di exotic lo sa che è tanto spettacolo e che c'è di tutto un po', e soprattutto lì niente sembra eccessivo. Quindi, oltre al fatto che nessuno mi ha detto o fatto nulla che potesse farmi sentire così, non avevo nessun motivo per sentirmi in quel modo. Ma mi ci sono sentita. È stato un attimo, eh. Scacciato via il pensiero ho fatto tutto quello che dovevo ma una volta tornata alla mia vita normale la sensazione è rimasta. Fuori luogo, sbagliata, quasi ridicola. Poi ho iniziato a non guardare lo specchio, poi a non riprendere più le prove, poi a non gareggiare e non esibirmi, poi a sentirmi incapace di muovere anche solo un passo nel modo giusto. Non è reale, lo so. È tutto nella mia testa, ma mi sta bloccando e il desiderio di smettere ogni cosa si fa sentire. Come allora.

Solo che stavolta la conosco, la bestia. Sì, sto cercando di capire cosa abbia scatenato di nuovo questo meccanismo. Perché nel frattempo ho preso dieci chili, ho avuto una tendinite, ho mal di schiena, il soffio al cuore e avendo sospeso per infortunio ora al palo sono una ciofeca come avessi appena iniziato. E la tentazione di mollare è costante; la rabbia, il dolore, la sensazione di aver sbagliato tutto e ancora sbagliare... Può essere iniscurezza, in fondo ora sono una cinquantenne in un mondo di ventenni, può essere depressione, può essere un milione di cose ma non voglio smettere anche questa cosa. Perché smettere di ballare mi ha uccisa già una volta e non voglio morire più. Ci ho messo una vita a capire cosa era successo allora e ci ho messo tanto per riprendermi, ho elaborato e accettato ciò che ho vissuto. Sono cambiata, mi sento diversa, non ho più la rabbia di quei giorni e nemmeno la voglia di farmi male, ma ho bisogno di capire perché non voglio perdere un'altra vita nel rimettere insieme i pezzi. 

Vorrei smettere questa inutile battaglia con la mia inadeguatezza, perché è tempo sprecato. Perché nessuno di noi è inadeguato solo che è facile sentircisi. Abbiamo modelli sotto il naso tutti i giorni cui dovremmo adeguarci per sentirci "vincenti" ma poi, anche quando abbiamo vent'anni e pesiamo 48 kg e niente potrebbe fermarci, in realtà cerchiamo una perfezione che non esiste, un corpo che non esiste, una bravura che magari non è la nostra. Possibile che non riusciamo a essere semplicemente ciò che siamo senza tutte queste idee assurde nella testa? Io non lo so, voi ci riuscite?