18.5.10

Pane, burro e zucchero

Tra gli otto e i dieci anni non c’era momento in cui non avessi un libro in mano. Come aprivo gli occhi al mattino, se non ero obbligata ad andare a scuola (cosa che ho sempre detestato) avevo un romanzo in mano. Roba semplice, per iniziare. Poi sempre più complicata.

Capitava spesso che mangiassi con un libro aperto davanti, senza ascoltare una parola di ciò che mi veniva detto e trangugiando la minima quantità di cibo indispensabile per la sopravvivenza. Così, anche quando al mattino mi alzavo, la prima cosa che facevo era aprire un libro e leggere facendo colazione.

La nonna Mity mi portava anche la colazione a letto. Qualche volta mi preparava pane, burro e zucchero. Io mangiavo e leggevo.

Qualche anno dopo, quando la nonna non c’era già più, mi è capitato di riaprire quei libri. Tra le pagine, indelebile, l’odore di pane, burro e zucchero mi ricordava di tutte le volte che la nonna mi ha salvata. Dalla noia, dalla banalità, da una vita senza sogni.

Adesso, ogni tanto, vorrei poter aprire ancora qualche libro con quell’odore. L’odore dei sogni ancora da realizzare, i miei.

Uffa

In questa primavera bizzarra ho perso un'ora di sonno a notte. Da Marzo dormo più o meno 5 ore al giorno. Risultato è che l'umore è particolarmente instabile, sono sempre sull'orlo del pianto, quando non scoppio in lacrime per una cazzata qualsiasi (tipo un libro al profumo di pane, burro e zucchero che non ho più e che vorrei tenere ancora in mano).
Non riesco a concentrarmi sulle cose che devo fare, oltre al lavoro. Beh, a parte qualche piccolo particolare il mio lavoro non necessita di una gran concentrazione. Insomma, la parte manuale sarebbe in grado di farla anche un carciofo con un minimo di delicatezza nelle mani.
Ma non riesco a scrivere e nemmeno a seguire i blog delle persone che prima seguivo giornalmente. Mi metto lì e le idee tardano a scorrere. Di solito è molto più semplice. Apro la pagina e le parole vengono da sole, quasi sempre con una loro musicalità che non necessita grossi rimaneggiamenti. Ora che, intorno alle 60mila parole del romanzo nuovo (fanta-thriller-gothic), anche se ho un'idea precisa di come devo proseguire, alcuni dettagli stentano a prendere forma. Purtroppo sono particolari che non posso evitare di spiegare in questo punto, non posso non inserirli.
Allora leggo, o perdo tempo, o guardo la tv, o faccio solitari e partite a Mahjong, che non è il modo in cui vorrei passare il tempo.
Un torneo letterario cui ho partecipato mi ha vista esclusa dopo un paio di mesi. Non che io me la sia presa, sapevo di aver mandato una serie di racconti con qualche difetto e che i primi due (quelli che venivano giudicati nella prima fase del torneo) erano molto diversi tra loro, quindi non rendevano l'idea dello stile e della linea narrativa dell'intera raccolta. Errore mio, lo so. Ma è stata un'esperienza costruttiva (e lo sarà ancora di più quando saprò i giudizi che riguardano il mio lavoro), soprattuttonperché ho avuto modo di leggere brani di altre 12 persone che amano scrivere come me e di capire cosa c'è in giro.
Vorrei ringiovanire, ma questo non si può fare. Non tanto per motivi estetici (alla fine contiuo a dimostrare una decina d'anni meno di quelli che ho), quanto per come mi sento a volte.
Sono stanca. Non dormire non mi aiuta, lavorare in un sotterraneo nemmeno, soprattutto mi manca una parte dl mio mondo onirico, che mancando il sonno è spiacevolmente ridotto e di nuovo molto pulp. Vedasi il tentato omicidio in doccia da parte di un vecchietto sessualmente eccitato nei confronti della sua giovane e bella amante (che per fortuna non ero io, che avrei vomitato all'idea di un amante vecchio più che all'idea di esserne uccisa), con spargimento di sangue misto acqua per ogni dove... - in caso vi interessasse, qualche post più in là lo trovate, insieme ad altre cose rosse.
Ora, mentre in tv danno un film di fantascienza del 1973 con Yul Brinner, che non ho mai visto, ma i cui ho sentito parlare più e più volte, sto qui a domandarmi a che ora voglio spegnere questo portatilino bianco. Sbadiglio, ma è uan finta. Se andassi a letto adesso non dormirei che mezz'ora.
Sperando che questa insonnia primaverile, che mi tocca ogni anno, finisca al più presto (possibilmente prima dell'arrivo dell'estate, anche se sembra un controsenso), mi dedico a perdere amabilmente il mio tempo...

11.5.10

Augurio al giovane uomo

Che le tue sopracciglia restino folte e naturali; che i tuoi jeans siano calati della giusta misura, mai troppo; che le tue mutande firmate rimangano nella mia immaginazione; che i tuoi capelli non conoscano le meches; che nei lobi delle tue orecchie non si possano infilare ossi di pollo.
E, quando crescerai, che i tuoi giubbotti senza maniche non siano più corti della giacca che indossi, che i pantaloni del tuo completo non siano troppo stretti sulla coscia; che i calzini non siano mai troppo corti e nemmeno bianchi; che non passi il tuo tempo a distrarti dalla vita che fai, ma che tu la possa vivere sognando.
Che tu possa essere uomo e non fantoccio, infine. Che tu sappia rispettare davvero gli altri e amarli, e avere cura di coloro che ti amano.
Questo è il mio augurio più grande.

P.S: da intendersi com preghiera generica rivolta all'umano in via di sviluppo.

10.5.10

Quei posti che ritornano...

Ho già parlato della casa che sogno spesso, delle sue strane stanze e del giardino con la statua su cui arrampicarsi facendo attenzione a seguire le impronte già esistenti.
C'è anche una zona di una città che sogno spesso, sempre con le stesse forme. In apparenza è la mia zona, ma poi non è lei. L'unica piazza con giardino si moltiplica e ogni due isolati uno è composto da giardino, sempre più lontani dalla via principale.
Giardini con una particolare conformazione, vie che si intersecano uguali, palazzi che somigliano a palazzi già visti. Eppure no, non è una delle città in cui ho vissuto, anche se prende parte dei panorami cui sono abituata.
Stanotte ho sognato di nuovo quei giardini, e di andare in banca. Magra e alta, con minigonna e tacchi 12 (quando mai?). Per poi passeggiare con un vecchio che era come fosse mio padre, incrociare una zia che non gli voleva rivolgere la parola e partire con lui su una vecchia Fiat color pomodoro. Forse una 1100, o qualcosa di simile. (Mai avuta)
Poi ancora un posto conosciuto. Una hall enorme, con vetrate altissime. E tende rosse.
E una stanza scura, con un bagno di piastrelle bianche, e un tentato omicidio. Una giovane donna, amante di un professore ancora "vivace", la cui testa veniva sbattuta forte contro le pareti della doccia, schizzando sangue rosso vivo sulle piastrelle quadrate. E la donna che si rialza, sanguinante, e che ancora non vuol capire che il suo uomo non la vuole più. E una fuga inaspettata. E il nulla, quella hall che ti inghiotte nel suo velluto rosso...
Sogni, niente altro. Ma immagini che conosco e che sembrano avere un senso. Che non mi spaventano, ma che vorrei riuscire a collegare tra loro e dare finalmente un volto vero al mio mondo interiore...

Just like you said - Seal

So che non lo faccio mai, ma oggi va così!!!

I,
I am
So unsure
Every minute that waits
Every second that I'm away
From you
And love
Is a way that
Has no rules
Know that I'm loving you
Even if it's
A fool that waits in vain
Waits in vain
Yesterday it hit me
I felt we were slipping away
Say you if you can it's okay
Just like you said way then
Sometimes I fall
And I feel like
I don't know the way
Say if you can it's okay
Just like you said then
Just like you said
Now
Now my days become long
Okay
I know I'll never feel the same again
So please
Don't let
My lows bring you down
Always know that
I need you
Yes I do....oh
Yesterday it hit me
I felt we were slipping away
Say if you can
It's okay
Just like you said way then
Sometimes I fall and I feel like
I don't know the way
Won't you say if you can
It's okay
Just like you said then
Just like you said.... oh
Ohhhhhh .....
My my my my my again
Yesterday it hit me
I felt you were slipping
Away
Say if if you can it's okay
Just like you said way then
Sometimes I fall and I feel
I don't know the way
Won't you say if you can
it's okay
Just like you said then
Just like you said.... oh
Just like you said then
Just like you said.... oh
Just like you said way back then
Just like you said

6.5.10

Sul perché odio il telefono

Avevo quattro anni e vivevo a Milano.
Il nostro telefono, grigio topo e con la rotella trasparente, campeggiava su un tavolino in ingresso. Era pomeriggio e io mi sentivo sola, anche se con me c'era la tata (tata Rosy, il mio incubo). Così decisi di telefonare a mia mamma in ufficio, per sapere quando sarebbe tornata.
Alzai la cornetta e l'appoggiai alla spalla poi, con la manina sinistra appoggiata alla base del telefono per tenerlo fermo, cominciai a comporre il numero. Lo sapevo a memoria, da subito. Le mie manine erano ancora piccole e non sono mai state particolarmente forti. Qualcosa, nel far scorrere la rotella fino a fine corsa e lasciarla tornare al suo posto andò male. Forse un nove o uno zero non mi riuscirono bene. Perché all'altro capo mi rispose qualcuno che non conoscevo e non solo: alla richiesta di parlare con la mia mamma (fatta per bene, con nome e cognome, che sono sempre stata una bimba educata - finché non ho mandato affan***o una nonna settantenne particolarmente molesta) mi fu risposto che non era lì e che avevo sbagliato numero.
Ditemi pure che sono cretina, ma io ho ancora e sempre paura che dall'altra parte del telefono mi risponda una voce sconosciuta e molti dei miei incubi riguardano l'impossibilità di comporre un numero telefonico. O perché i tasti non hanno numeri ma simboli a cui non riesco a collegare una cifra, o perché i numeri sono scambiati tra loro e non riesco mai a telefonare.
Il che la dice lunga sul mio desiderio di comunicare e il sentirmi spesso incapace di farlo, cosa che si traduce anche nel sognare di non riuscire a emettere suono quando dovrei gridare o dire qualcosa di particolare per salvarmi la vita.

Secondo, ma non ultimo motivo...
Detesto i rumori ripetitivi. Il trillo del telefono, il ticchettio dell'orologio, la goccia dal lavandino, la sveglia, addirittura lo scorrere regolare dell'acqua dell'acquario... Ragion per cui non uso il telefono di casa e se devo rispondere lo faccio al massimo al terzo squillo, perché al quarto ho già pronto il bazooka.

3.5.10

Giù in giardino


Dalla vetrata del salone sto osservando mio nonno in giardino. Lui è chino a smuovere terra sotto al mio albero preferito, la mia quercia. Nasconde qualcosa. La nonna cerca di distrarmi e io la seguo. So che mi stanno preparando una sorpresa, me ne accorgo spesso.
Il nonno rientra in casa e io fingo di seguire ancora i discorsi della nonna. Si parla di un tesoro. Un vero tesoro che potrebbe essere nascosto proprio nel nostro giardino. Mi invitano ad andare a vedere. E io scendo, veloce. So benissimo dove cercare, ma lascio che siano loro a indicarmi la via con i loro indovinelli, con piccoli suggerimenti. So che il nonno ha scavato lì perché non c'è tanta erba, la quercia fa troppa ombra e le sue radici spuntano nodose. Alla fine fingo di trovare quella scatolina di plastica trasparente in cui il nonno ha nascosto delle monete.
Questo la dice lunga su come sono fatta, sul mio modo di fingere di non capire, sul mio dare soddisfazioni alle persone che amo anche quando non avrei bisogno di fingere di fare il loro gioco. Sulla mia incapacità di prevalere, di farmi vedere più sveglia del previsto.
Proprio non ce la faccio. Non è da me.