18.2.21

Un brindisi a te

Non c'è mai stato un giorno facile con te.

Nemmeno uno, nemmeno quando mi sono impegnata davvero.

Eppure ti ho amato tanto, e ti amo ancora anche se non so quanto. 

Come in molte relazioni sfasate non riesco a capire se il mio amore lo devo al fatto che da te non avrò mai niente in cambio o se è perché mi fai sentire inadeguata molto spesso e adoro farmi male. 

Non so se devo insistere.

Non so perché dovrei. So che in sei anni ho ricominciato da capo più volte mettendomi in gioco senza mai lamentarmi. 

Ho incontrato tantissime persone che altrimenti non avrei conosciuto, grazie a te. Alcune le ho perse di vista, altre inaspettatamente mi hanno accolta nel loro cuore e confortata nei momenti più brutti. 

So che con te ho sognato di volare, so che con te l'ho fatto. So che ho osato, che ho cercato di raccontare chi sono e che a un certo punto non ho più avuto le parole. Non le ho ancora.

Ho solo una collezione di false partenze, di tentativi non riusciti, di idee mai completate.

E la sensazione che con te non devo mollare, non stavolta. 

Quando ero giovane avevo una passione simile, un fuoco sacro che mi guidava. Un dolore l'ha spento e io ho smesso di vivere. Ora no, ora non posso. Ho poco tempo e ho voglia di vivere.

Voglio decidere in che modo. Voglio capire chi sono. Voglio scegliere che posto hai.

Voglio amarti davvero o smettere di farlo, davvero.



12.2.21

Questa non è più camera mia - parte seconda

 Da quasi sette giorni il mio cane non c'è più.





Ho dedicato a lei tutto il mio spazio e il mio tempo, ultimamente, ché da dicembre è peggiorata sempre più e non potevo in cuor mio far niente di diverso. Ha lasciato una voragine nella mia vita e una scia di sofferenza - e sangue - che ancora non ho metabolizzato. Gli ultimi due anni sono stati suoi, e la mia esistenza tutta scandita dai suoi ritmi e bisogni. Ora devo ricominciare e tutto sta a me.

Qualche tempo fa - all'inizio del secondo periodo di chiusure - ho cambiato il sottotitolo del blog come accade ogni volta che io cambio; non era chiarissimo allora, o meglio c'erano frammenti di me che "galleggiavano" nell'aria, qualche certezza e qualche dubbio e alcune cose ora sono più chiare.

C'era, da quando siamo tornati a un'apparente normalità a maggio, la sensazione di essere fuori luogo.

Non più come nella mia crisi di identità "polistica" rispetto al mio essere anomala e outsider anche in un ambiente così variopinto e ricco. Non una cosa che riguarda il fisico e l'inadeguatezza vera o presunta. 

La sensazione chiara e definita di non essere "a casa".

Ora che per necessità devo riorganizzare una vita da capo, la sensazione è ancora più forte e intensa e risente non solo della stanchezza accumulata giorno dopo giorno da maggio, ma anche della rabbia che alcune situazioni mi provocano sempre più. Ci sono luoghi e "posti" in cui mi sentivo a casa che in questo momento sono distanti anni luce da me. C'è una parte di me che è sempre rimasta sotto l'involucro che ho costruito e che ho tenuto nascosta ma che so che è vera e deve respirare.

Se qualcosa è stato ogni giorno più evidente, da maggio a ora, è che io non faccio parte di un qualcosa che pensavo esistere. Non credo sia cambiato, in realtà. Ero io a percepirmi parte di esso perché "nominalmente compresa" senza capire che alcuni legami o ci sono o non ci sono - con luoghi e persone - indipendentemente dal nome sul citofono. Non è così semplice rendere l'idea. Un po' come quella chat di gruppo di cui attendevo ogni singolo messaggio perché illusa di condividere qualcosa in più di due chiacchiere. Come un gruppo o pagina Facebook che invece di crearmi stimoli come prometteva è diventata fonte di disagio privandomi pian piano di un piacere che un tempo avevo. Come la critica costante e la svalutazione passate per "insegnamento". O i regali fatti per convenienza, o per senso di colpa. Come il social stesso che ormai mi lascia con l'amaro in bocca per la cattiveria sfogata malamente come per l'eccesso di sorrisi e di presenze finto-motivazionali di venditori di illusioni. Come quei gruppi di amici che amici non sono, come quei parenti che non vedi mai ma si offendono se non li inviti al matrimonio.  

E non è che questa realtà fosse piacevole manco prima ma nell'illusione di farne parte io ho perso parte di me, ho fatto compromessi, mi sono fatta "maltrattare", ho lasciato che mi ferissero e mi spegnessero. Invece non faccio parte di un bel niente, lo spazio in questa grande casa su cui c'è scritto il mio nome è fasullo. Io sono altrove. Io non ci sono. Io ero già via. Questa non è mai stata davvero camera mia. 

Io sono altro.

Ok, quell'angolo di casa dietro al velo era già lì. Sono io che non gli ho dato luce. 

Il mio desiderio ora è solo di tornare a vivere in quello spazio perché sono stanca di essere spenta.

22.1.21

Confessioni di una mente poco geniale

 A quasi 49 anni ho fatto il mio primo - e probabilmente ultimo - Pole Theatre.


L'ho fatto poco convinta, è vero. Ho mandato il video entry come avevo già fatto per altre gare, ma ho mandato il video fatto al cellulare da una mia amica del saggio di Natale quasi del tutto improvvisato e ripreso in un bad angle assoluto. Ho fatto il meno possibile per partecipare eppure mi hanno scelta. A quel punto non potevo più tirarmi indietro, così ho dovuto partecipare. 

Nel bel mezzo di una crisi, tra l'altro, in cui niente di ciò che facevo mi piaceva più. Non come ballavo, non come mi vedevo, non ciò che scrivevo. L'idea per la coreografia mi è venuta subito, comunque, come accadeva ancora all'epoca. Idea, brano, costume, qualche combinazione di passi...


Contrariamente al mio solito ho anche fatto qualche prova, pur saltando quasi sempre una parte della coreografia con l'idea di perfezionarla all'ultimo momento. Per due motivi, soprattutto: paura e vergogna. Bizzarro, perché la parte più difficile mi era venuta al primo colpo alla prima prova - anche se non era perfetta - e con un buon numero di prove avrei fatto quel trick a occhi chiusi e invece no, alla fine non l'ho nemmeno tentato; l'idea di provare davanti alle mie compagne mi provocava un tale disagio che ho preferito cazzeggiare, come sempre, aspettando i pochi momenti in cui ero sola per provare qualcosa. 

Non sono forte, non ho una gran resistenza e la mia flessibilità rasenta il livello "tronco centenario". Avrei dovuto allenarmi meglio, chiedere aiuto a Natalya (la mia insegnante, il capo) e rischiare di sentirmi prendere a male parole, di faticare oltre ogni mio limite e di dover cambiare tutto, proprio tutto, della mia coreografia. Avrei dovuto affrontare la gara veramente. Perché ho mille difetti e non sono una poler eccezionale ma non sono malaccio, solo non mi impegno. 

Ho fatto il mio primo Pole Theatre a quasi 49 anni.


A dispetto dell'età e della mia cazzonaggine estrema sono stata selezionata per farlo, tra decine di persone. Avrei dovuto avere un minimo di maturità in più. Invece, per paura e vergogna che erano frutto della mia crisi non solo non ho affrontato la cosa seriamente ma ho ulteriormente peggiorato la mia autostima facendo di tutto per arrivare ultima. Non che la classifica sia veramente il punto: probabilmente sarei arrivata ultima anche impegnandomi di più, ma almeno ci avrei provato. Davvero.

Su quel palco, alla fine, dopo aver perso la presa di ginocchio sul fisso - ed evitato il trick incriminato - ho dovuto improvvisare quasi tutta la coreografia, con le braccia che tremavano per lo sforzo e per la paura di cadere, arrivando alla parte finale talmente stanca da scegliere di non fare l'ultima spaccata, che certo non avrebbe salvato la gara ma il mio benessere psicologico sì.

Ho fatto il mio Pole Theatre a un mese dai 49. C'è gente con la metà dei miei anni che ci ha provato e dall'Australia hanno scelto me col mio video sghembo. Posso pensare che mi abbiano scelta perché in fondo ci vuole qualcuno che arrivi ultimo, ma non so se è questa la storia che mi voglio raccontare.




18.1.21

Riflessioni sparse in un campo minato

 Prima di ogni altra cosa voglio dire che lo so che sono fortunata.

Ho una casa, innanzitutto. Ho la possibilità di contattare gli affetti tramite web e telefono, anche se vivo sola. Ho un lavoro che nonostante i due mesi di cassa integrazione della primavera scorsa - i cui soldi sono arrivati con la calma e la lentezza di un bradipo in letargo, posto che vadano in letargo ma rende bene l'idea - ha ripreso a girare non senza fatica. Quella che era stata la preoccupazione principale del primo periodo di chiusure forzate ha lasciato il posto ad altre, forse meno immediate ma non meno importanti. 

Io non ho mai sofferto la solitudine e non è esattamente solitudine quella che ho sentito. Certo, non poter vedere la dolce metà, non poter frequentare la scuola di pole, non avere la possibilità di trascorrere una serata con le amiche di sempre o gli "amici del sabato sera" alla lunga hanno pesato sul mio umore, ma almeno all'epoca ero abbastanza sicura che le cose sarebbero cambiate. Non speravo nemmeno che tornassero come prima, e se avete frequentato questo blog lo sapete, ma dopo aver avuto lo spazio e il tempo per pensare a come avrei voluto vivere  ero decisa a iniziare a farlo.

Invece no. Da una parte perché c'era l'ansia generale di dover recuperare tutto il tempo "perduto" che ci ha fatto correre - volenti o nolenti - ancor più di prima e non concedendoci in cambio niente più di ciò che avevamo; dall'altra perché si è fatta sempre più chiara l'idea che non era finita affatto e che prima o poi sarebbe stato il momento di richiudere ogni cosa. 

Così i progetti che alla prima volta avevo iniziato a mettere in moto si sono congelati. Io mi sono bloccata. Di nuovo, e peggio.

Ci sono persone che sono abituate a pianificare, a scrivere scalette e rispettarle, a decidere con largo anticipo tutto ciò che desiderano. Io sono istintiva, come artista - se mi passate il termine - non riesco a produrre molto se non vivo. Le cose che mi ispirano arrivano spesso da "fuori": da un sorriso rubato per strada a un gesto, a una voce o un tramonto intenso, ogni istante può suggerirmi le parole per il mio prossimo romanzo o uno spunto per una coreo di pole, o la linea per un disegno. Anche solo limitare il mio sguardo sul mondo mi toglie aria al cervello.

Ma c'è di più. 

Non sono mai stata una persona con progetti a lungo termine, con obiettivi e scadenze, non mi è mai piaciuto fare programmi: mi fa sentire ingabbiata in qualcosa - anche se non è vero - senza possibilità di uscirne. Non che lo sia diventata nell'ultimo anno, ma almeno prima c'erano miliardi di possibilità ogni giorno e questa cosa io non la sento più. 

È come se mi avessero tolto la possibilità di progettare. Di alzarmi con la motivazione per fare qualcosa in più che andare a lavorare e tornare a casa già stanca. Di immaginare, svegliandomi, che la sera a pole potrei tentare questa o quella figura, chiedendo a Nat di aiutarmi o aiutando qualcuna delle mie amiche a fare qualcosa. Di chiedere a Marisa se dopo lezione le va una birretta, o un panino. Di stare fuori dalla fermata della metro a cantare le sigle dei cartoni animati anni '80, anche se non abbiamo assolutamente più l'età. Non solo, è come se con tutto il resto compresa la motivazione a scrivere si fosse spenta in un grosso "a che pro?";  come non ci fosse più niente da dire, o da immaginare, se non un infinito ripetersi di settimane al lavoro e poi casa. Come se la vita fosse già tutta lì e non mi dovessi più aspettare altro. 

E per me, dicevo, va ancora di lusso. Perché più andiamo avanti e più sento amici e conoscenti che perdono speranza e passione, e voglia di lottare ancora, perché ora sembra tutto inutile. Tutto ciò che si è fatto finora nella speranza di costruire qualcosa e tutto ciò che si desiderava aggiungere a quel progetto di vita. Perché alcune persone hanno avuto il coraggio di lanciarsi, investire, faticare e indebitarsi nella certezza di poter fare qualcosa di davvero loro e ora tutto è fermo, tutto è in bilico, tutto rischia di crollare da un momento all'altro.

Come se vivessimo cristallizzati nel tempo, senza possibilità di "fare". Di vivere. 

Ecco, io mi spavento un po' quando mi sento così vuota dentro. Se non posso nemmeno immaginare un domani, oggi è un giorno sprecato. E pur avendo in mente tante storie da scrivere, pur avendo voglia di allenarmi, pur volendo ancora creare io mi fermo, lo sguardo fisso e il pensiero assente, e non riesco a smuovermi da qui. Come se mi avessero portato via il futuro, un boccone per volta. 

Lo dico con tutto il rispetto per chi sta peggio di me e chi mi conosce sa benissimo che non sono mai stata cieca o sorda alle sofferenze altrui; lo dico con rispetto perché leggo e ho letto le vostre storie, le vostre esperienze. Lo dico sapendo che ci sono state cose terribili in questo anno. 

Ma ho paura che ce ne saranno ancora, e non direttamente legate al virus. 

6.1.21

L'analisi illogica del testo (senza testo) 14 - La forza e la magia

 Avevo già parlato, a caldo, delle mi impressioni sulla nuova trilogia - all'epoca appena iniziata - di Star Wars in un post qui.


Dopo aver visto il primo della serie J.J./Disney, ho evitato di spendere i soldi per andare al cinema e mi sono accontentata della versione in dvd appena reperibile a un buon prezzo. Il secondo, e dopo qualche tempo infine il terzo. Quello che forse concluderà la storia. Quello che, forse, salva l'ultima trilogia.


Per i ragazzi della mia generazione, per una buona parte di essi almeno, la saga di Guerre stellari ha rappresentato molto. Non solo a livello tecnico, ché all'epoca non eravamo tutti in grado di capire la magia del cinema e degli effetti speciali, ma anche per un modo di intendere la narrazione e il sogno, la sospensione dell'incredulità più totale cui avessimo assistito fino a quel momento, la meraviglia, la spiritualità un po' spiccia ma intensa che conteneva. Per me, bambina, è stato davvero un colpo di fulmine. Immagino che lo stesso effetto lo abbia avuto Matrix, qualche annetto dopo.

Non del tutto priva di difetti e incongruenze, già dall'inizio la prima saga  aveva il pregio di farle dimenticare tutte. Certo, a risentirle ora le mille ripetizioni di "c'è un conflitto in te" fanno quasi venire l'orticaria. Chi di noi non vive un costante conflitto tra "bene" e "male"? Tra ciò che ci piacerebbe e ciò che dobbiamo fare? Nei sentimenti che proviamo quotidianamente? Insomma, se sei il prescelto in una cavolo di guerra per salvare la galassia, vorrai mica scamparti la maledetta crisi di coscienza? Il problema di sentirlo ripetere millemila volte in nove film è più che altro un rischio di scadere in una semplice e ridicola macchietta. In questo, almeno, l'ultima serie ha un minimo di autoironia che strizza l'occhio al pubblico più giovane che sicuramente risente meno dell'effetto nostalgia e prende meno sul serio il percorso di un Jedi* - qui sbrigato in un paio di allenamenti nella foresta e nel tentativo di incontrare i fantasmi dei maestri miseramente fallito fino quasi alla fine. 

Da fan della vecchia guardia mi sono spesso domandata - e già lo accennavo nel post linkato sopra - perché, con tutte le possibilità che un universo così immenso potevano offrire (e che invece in qualche modo sta cercando di sfruttare George Lucas con gli spin off), perché offrire una ripetizione aggiornata della prima trilogia ricorrendo anche al fantomatico Imperatore di sempre se non per attirare noialtri anziani appassionati? Perché tra la prima e l'ultima continuano a esserci troppe somiglianze tanto da renderle quasi uguali nonostante le apparenze. 

Unico tratto distintivo - a parte l'autoironia che nella prima trilogia era dote del contrabbandiere Solo - è la faccenda del legame tra Rey e Ben, che invece di essere gemelli di nascita sono, diciamo "gemelli nella forza", cosa che come altri spunti interessanti viene liquidata con l'utilizzo dei suddetti come batteria vitale. E, al netto di mille ammiccamenti, la mancanza di una storia d'amore (nuova).

E questo trono?



E il novello quasi cattivo Kylo Ren che al pari di suo nonno è perennemente imbronciato e altrettanto capriccioso e infantile pur  nascondendo così un enorme ego da bambino ferito, utilissimo per lasciare aperta la porta al lato oscuro ma alquanto ridicolo a vedersi?

In quanto al titolo dell'ultimo episodio, che dire? Perché "l'ascesa di Skywalker" quando il solo e unico Skywalker è sempre Luke? E se era inteso come famiglia, perché non "degli"? 


Ma, diciamolo, forse io sono invecchiata.

Forse col meccanismo del prescelto, con il percorso spirituale che non è uguale per tutti, con il conflitto padre-figlio e con quello col maestro, con la lotta tra il bene e il male, con l'ambivalenza dei protagonisti (mai del tutto buoni,  mai del tutto cattivi), con le storie d'amore mal riuscite (mai dichiarate o mai vissute) e con tutte le trappole narrative tra archetipi, cliché e varie... beh, forse ci ho già fatto i conti abbastanza. 

Sull'estetica dei personaggi non vorrei dilungarmi, da tempo trovo brutti gli attori che altri trovano bellissimi e alla fine non è più importante (visto che per me IV, V e VI restano l'unica vera trilogia) perché la bellezza, in fondo, poco ha a che fare con la bravura. 


Quindi che dire? Continuo a pensare che la Forza non sia protagonista di questa trilogia come sembrava essere nella prima, penso comunque che la magia del cinema, sebbene sia difficile che io guardi un film con lo stupore di quella prima volta, la si può percepire e che quindi alla fine - anche per amore - la trilogia la salvo. Sperando che sia l'ultima, ché la prossima volta sarò troppo vecchia per fare una critica intelligente.




*Sul percorso di un Jedi, come sull'attuale scarsa resistenza a tutto ciò che non è immediatamente "godibile", sulla civiltà del "tutto e subito" e del divertimento a tutti i costi ci sarebbe da fare un discorso assai più lungo; se nella prima trilogia l'addestramento di Luke aveva preso quasi tutto il secondo episodio, il successivo - in ordine di uscita - di Anakin era già stato quasi del tutto saltato, ora è davvero inesistente un po' perché Rey sa già tutto (a questo punto poteva essere autogenerata come Anakin in versione 2.0) e un po' perché a uno spettatore giovane la cosa sarebbe di certo sembrata noiosa... 

31.12.20

Buoni propositi e cattive intenzioni

Non sono mai stata brava a chiedere.

Non sono mai stata capace di metter giù, nero su bianco, obbiettivi e scalette. Sono incostante - la mia amica Krizia suggerirebbe di dire sono stata incostante, perché non bisogna fissare definizioni che poi ci rimandano a dare un'immagine di noi stessi fissa e immutabile invece di aprire la mente verso nuove modalità - e istintiva, seguo comunque la sensazione del momento e niente, nessun obbiettivo resta fisso per più di un nanosecondo nella mia mente.

Se vogliamo, in carenza di passione speciale, nessun tipo di obbiettivo mi pare abbastanza importante da dedicarci più di tanto e se invece la passione c'è, il tempo già lo dedico a quella, quindi perché inseguire sempre qualcosa? Ho poi la stramaledetta abitudine alla bastiancontrarietà (perdonate il neologismo non petaloso) per cui se mi impongo di fare qualcosa di specifico, riesco immediatamente a fare tutt'altro anche se non necessario. Indi per cui non ho più tentato l'impresa di scrivere un elenco di cose che non farò perché mi distraggo o mi boicotto da sola.


Non che io non desideri cose, eh. Li vedo anche io i post su Instagram dei miei riferimenti nella pole e mi ripeto sempre "oh, che bello, ora lo provo", poi salvo il video e non provo mai più quella figura anche se sul momento morirei pur di avere la mia foto in quella posizione lì. Anche se vorrei quell'apertura, quel fisico, quella leggerezza, quel saper volare in modo fluido, mentre io cado, rotolo, mi aggrappo - il più delle volte, perché ho anche i giorni sì - sempre con i miei 135° di spaccata. Sono sempre stata pigra, una volta almeno avevo solo la danza da fare tutto il tempo che volevo, ora ho lavoro, casa e un'età che mi fanno stancare a sufficienza e non ho più voglia di rincorrere le cose.

Quindi?

Siccome con i buoni propositi non funziona dovrei dedicarmi alle cattive intenzioni. Tipo tornare a vivere, non appena la situazione globale lo permetterà e soprattutto dopo aver concesso tutta la mia attenzione alla "canappia" tumorata che pian piano se ne sta andando. 

Tornare a pole, appena possibile con un rinnovato abbonamento open in modo da restare fuori casa e non avere mai più una vita sociale al di fuori dello sport. Vedere se riesco anche a fare danza, perché mi manca. Tornare a scrivere senza strafare, lasciando la parte sadica di me a sfogarsi altrove. Terminare gli incompiuti e fare come un tempo. Mandarli al buon vecchio Fabio che mi porta pure bene ma che non ama il mio fantasy. Smettere di non crederci.



Fare in gran segreto le cose che finora non ho osato fare e sentirmi libera da giudizi e pregiudizi miei e altrui. Sondare, capire, curare, crescere.

Ma soprattutto tornare a pole, a vivere. Perché una certa Anna, in un file nel cassetto, ha bisogno di arrivare a fare una figura particolare, che sarà metafora della sua vita da personaggio e che libererà me da un'ossessione in più.

Tremate.

Della maggior parte di queste cose non avrete notizie mai. E non vi dispiacerà.


(Le foto sono provini del fantastico genio del male Yuri Bote, scatti grezzi. Non vi dico quanto ho pianto nel riceverli e quanto mi sento idiota in questo momento, tanto a chi importa?)

30.12.20

Rabbia e Pace

 Se c'è un titolo da dare all'anno che volge al termine è questo.

Non è iniziato benissimo, gli strascichi di una lunga crisi personale e artistica, scontenta di me - dall'aspetto all'intento espressivo, alla mia ossessione, alla mia debolezza irrisolta - e dei risultati che non ottengo mai come vorrei. Il mio mondo come prigione, il vuoto di possibilità - vuoi per situazione, vuoi per non aver mai voglia di uscire dalla maledetta comfort zone - la necessità di essere/avere qualcosa di più completo, la sensazione di non essere "piena".

E la non voglia di essere imbrigliata in progetti non miei, il non voler far parte di qualcosa che non mi "prende" completamente. La lenta ripresa dopo un lungo periodo di infortunio, la fatica e la frustrazione.

Poi, ancora, uno stop forzato a causa della prima reclusione. Che poi vera reclusione non è stata, se non affettiva, ché tutte le persone che avrei voluto vedere erano troppo lontane fisicamente seppur vicine in altri modi. La scuola di pole, le ragazze con cui mi allenavo quasi ogni giorno, le nuove amicizie di danza, il mio mondo. Sì, ero preoccupata per l'aspetto economico - già lo stipendio è quel che è, ancora in cassa integrazione e con i soldi che non arrivano, dopo il primo mese cominciavo a essere in ansia - come chiunque si sia trovato a casa da un momento all'altro; preoccupata per le conseguenze della chiusura e per l'impatto che il rientro avrebbe avuto. D'altra parte il non avere l'obbligo di andare a lavorare ogni giorno mi ha dato la possibilità di chiudere un progetto di scrittura e pubblicare quel trionfo di zozzaggine che è "Il gioco dei vampiri" - cosa di cui mi vanterò e vergognerò a morte per tutta la vita - e di riflettere su me stessa e su chi voglio essere.

La pace di marzo-aprile-maggio, l'avere tempo di respirare senza essere fagocitata da impegni, corse, obblighi e fatiche improbe, mi ha dato modo di sentire che mi stavo/stavano chiedendo troppo. Che dovevo rallentare e scegliere - cosa che poi volente o nolente ho dovuto fare a causa della suddetta cassa integrazione ritardataria - e rispettarmi un poco di più. Godermi la casa e le mie due amiche pelose, qualche chiamata via Skype - poche, comunque - o Whatsapp, musica, film e cucina. 

E sì, il rientro è stato ancor più difficile del previsto, tra il rallentamento economico e le nuove regole ossessive da rispettare. Fogli, moduli, firme, con la sensazione di esser presa per i fondelli, come se firmare un modulo mi avesse potuto preservare da qualsiasi cosa. Ho faticato a fare ogni singolo passo da metà maggio ad agosto, in attesa delle ferie - che avrei comunque passato a casa come ogni anno - con la sensazione che mi si chiedesse di correre ben più di prima ma nemmeno allo stesso prezzo. Non ne faccio una questione prettamente economica, anche se lavorare serve perlopiù a guadagnarsi da vivere e vivere non è lavorare. La questione sta nella qualità della vita e quella è peggiorata. Non poco. 

Così, dopo la pace, la consapevolezza di aver bisogno di più spazio e tempo, e aria, è arrivata la rabbia. Che forse era latente nella preoccupazione precedente, sì, ma che è cresciuta nel tempo fino a diventare evidente. Insofferenza, senso di impotenza e di essere solo un numero. Le immagini nella mia mente vagavano da Matrix a Blade Runner, a Cloud Atlas. Essere carne da macello, sacrificabile nel nome del dio denaro, senza alcuna possibilità di venirne fuori. Non migliore, almeno viva.

Fino al secondo giro di ruota, in cui ero - stavolta - tra chi poteva uscire per lavorare e poco più. Quindi niente palestra, niente allenamenti a casa di amiche, niente cene, qualche panino in piedi fuori dal bar, ancora qualche chiamata Skype, un paio di lezioni on line e il cane che peggiora poco a poco. Ecco. Il mio ultimo trimestre è stato il delirio al lavoro e a casa senza possibilità di distrazione, tanto che a sto punto non so nemmeno chi sono. E ancora mi sento presa in giro e usata e obbligata in una vita non mia, in cui la mia unica voglia è chiudere tutto, lasciare il mondo fuori e vaffanculo. Non comunicare più, non dire, non scrivere, non ballare, non dipingere. Eppure allo stesso tempo la voglia è lì, il bisogno di usare la mia voce ancora e ancora, ma sempre più vera. 

Quello che lascio qui, alla vigilia della vigilia di un nuovo anno che non promette granché, è una persona che non ce la fa più. A non essere. A non esistere. A non valere. Con lei vorrei chiudere. Cosa vorrei per il prossimo anno? 


P.